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Taxi Teheran

by Jean

Taxi Teheran

Ci sono persone che non sanno rinunciare alle proprie passioni, costi quello che costi. Ci sono spiriti liberi che proprio non ce la fanno a tacere la verità, per quanto male gliene possa incogliere. Ci sono film coraggiosi che sfidano confini, divieti, anatemi per arrivare al cuore delle persone, perché non sono solo materiale impressionato su una telecamera, ma dediche d’amore al cinema. Quando una persona, che è spirito libero, realizza un lungometraggio coraggioso, violando apertamente un regime come quello iraniano, mette al mondo una creatura con le ali, magica come un sogno, che non può essere fermata, o imprigionata. Taxi Teheran è tutto questo, e anche di più. Cinematografia militante, documentario di strada, divertente e in fondo tenera cronaca di un paese e della sua gente, immersa in una realtà in cui c’è poco da sorridere e molto da temere. Ti cattura, ti lascia semi nell’anima e un inatteso benessere, forse un senso di sollievo per il privilegio di poter viaggiare, di potersi vestire come si vuole, di poter studiare, guidare, cantare, creare. Essere donne senza veli sul viso e catene all’intelligenza. La fortuna di non aver paura di essere incarcerati o giustiziati per un’opinione o una risata, per avere un cagnolino o voler suonare il rock, come ne I gatti persiani, di Bahman Gobadhi, altro autore pesantemente osteggiato in patria ma acclamato all’estero.

La ricetta del successo di questo film sta nella sua semplice immediatezza. Praticamente la trama non esiste, esiste la realtà, con le stridenti contraddizioni di un Paese che storicamente fu culla di civiltà mentre al giorno d’oggi reprime ogni forma di cultura e progresso.
Un taxi attraversa le strade della capitale iraniana in un giorno qualsiasi. Passeggeri di diversa estrazione sociale salgono e scendono dalla vettura. Alla guida non c’è un conducente qualsiasi ma lo stesso regista, perché non c’è sentenza che possa impedire a un artista di essere se stesso.
Così, su questo set mobile in incognito salgono persone di ogni genere, che esprimono posizioni differenti nei confronti della società in cui vivono. Si va da chi vorrebbe applicare pene capitali esemplari a chi invece difende giovani donne ‘colpevoli’ di essere state colte dalla polizia non dentro ma solo nei pressi di uno stadio (il cui accesso è consentito unicamente agli uomini). A questo argomento, Panahi dedicò nel 2006 un altro lavoro duramente represso dal governo, Offside. Tra la multiforme umanità che si siede sul taxi, il trafficante di dvd illegali, il borseggiatore, le vecchiette con i pesci rossi da liberare e la bambina che, con la sua vivace intelligenza, porge più di uno spunto di riflessione. Ma non è l’unica mente brillante al femminile. Dietro chador e hijab fervono pensieri aperti e indipendenza, svelati con parole sicure che irridono e frantumano l’oppressione di stato. Tra i viaggiatori anche un ferito e la sua giovane moglie. L’uomo, temendo di morire, affida le ultime volontà alla videocamera di un telefonino per impedire che alla consorte venga sottratta la loro casa. Un gesto dal valore simbolico: grazie alle nuove tecnologie è sempre più difficile per le dittature impedire al popolo di testimoniare la realtà, superando confini e divieti. Sembra tutto improvvisato, invece i passeggeri non sono inconsapevoli, bensì attori, seppure presi dalla strada, amici e parenti del regista. Un valore simbolico hanno anche le prospettive di ripresa, una puntata davanti, l’altra dentro, come riferendosi a futuro e presente, o a interiorità e mondo esteriore, percezioni e realtà oggettiva. Si potrebbe azzardare un paragone, fatti i dovuti confronti di mondi e relative difficoltà, con le tecniche narrative di Wim Wenders. O con un attuale neorealismo, con punte di inatteso e sorridente sentimento e qualche auto citazione, dal taxi metafora di prigione, ma anche di viaggio.

Panahi non parla direttamente di politica o Islam, ma non tace sui diritti civili delle donne, sull’intolleranza o sulla censura. Esemplificativi il decalogo del buon film recitato dalla bambina (non a caso sua nipote…) e il discorso finale della signora con le rose. E da queste lezioni di vita e libertà il mondo dovrebbe imparare a liberarsi da un velo che offende più degli altri l’umanità: l’indifferenza.

In conclusione, cos’è Taxi Teheran? Un documentario? Verosimile finzione? Bandiera di protesta?
Forse semplicemente un regalo, per chi ama il cinema come forma di libera espressione, da chi cinema vive e, incredibilmente, di cinema rischia di morire, costretto a girare con i mille limiti della clandestinità, ma non si ferma. Dimostrando che non esistono barriere che possano arrestare il pensiero creativo. E che quando alla base di una storia c’è un’idea forte e originale, bastano pochi mezzi per farne un capolavoro.

Curiosità

  • Il governo ha proibito al regista iraniano di fare film sino al 2030. Condannato a sei anni e libero su cauzione, dice lui stesso “non so per quanto”, ha coraggiosamente aggirato l’ostacolo montando la telecamera sul cruscotto del taxi e muovendosi veloce nel traffico per non essere notato. L’opera che ne è nata non è stata ovviamente autorizzata dal Ministero per l’Orientamento Islamico, e quindi priva di titoli di coda.
  • Da quando il tribunale iraniano lo ha condannato al silenzio, sono già tre i film che Jafar Panahi ha realizzato in clandestinità. La novità, dopo This is not a Film, sbarcato avventurosamente al festival di Cannes in una chiavetta Usb, e Closed Curtain, visto solo a Berlino, è che stavolta il regista per girare è uscito di casa, applicando a se stesso il detto islamico più famoso nei paesi non islamici: se Maometto non va alla montagna…
  • Il caso di Jafar Panahi ha dell’assurdo. A partire dal suo primo film Il palloncino bianco ha collezionato un costante alternarsi tra premi prestigiosi e pesanti censure. Il palloncino bianco vince la Caméra d’or di Cannes riservata al miglior debutto, subito dopo Lo specchio si aggiudica il Pardo d’oro di Locarno e Il cerchio il Leone d’oro di Venezia. Il quarto film, Oro rosso, premio della giuria nella sezione Un certain regard di Cannes, viene designato a rappresentare l’Iran per l’Oscar al miglior film straniero ma subito dopo ritirato e vietato dal regime. Per Offside, bellissima metafora dell’emarginazione femminile, arrivano Orso d’argento a Berlino e divieto di circolazione in patria. Alla fine del Duemila il gioco si fa ancora più duro. Una catena di arresti, processi-farsa, condanne, proibizioni non impedisce a Panahi di realizzare clandestinamente (e fortunosamente far uscire dai confini) altri film, fino a questo. Mentre la sua poltrona di giurato a Cannes resta vuota sotto i riflettori in segno di solidarietà per tutta la durata del festival, il Premio Sakharov del Parlamento Europeo per la libertà di pensiero viene ritirato da sua figlia.
  • “Una lettera d’amore al cinema”. Così il regista americano Darren Aronofsky definisce l’opera, assegnandogli l’Orso d’oro. A Berlino l’autore iraniano naturalmente non c’è, sostituito dalla nipotina Hana, ma affida le sue emozioni proprio a una lettera: “Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante”.
  • “A un certo punto avevo bisogno di girare fuori di casa”, racconta Panahi. “Aprivo le finestre, guardavo la città e cercavo un’alternativa. Se avessi posizionato la videocamera in una strada avrei messo in pericolo la troupe”. Il regista inizia a fotografare il cielo, per un anno intero. Ma nessun laboratorio vuole aiutarlo per sviluppo e ingrandimento. “Un giorno, sconfortato, ho preso un taxi per tornare a casa. Due passeggeri discutevano mentre riflettevo. Niente più film, né foto. Forse non mi restava altro che diventare un tassista e ascoltare le storie dei passeggeri. Ed ecco scoccare la scintilla”. Inizia a fare corse in taxi, ascoltando. “Alcuni mi riconoscevano, altri no. A un certo punto ho preso il cellulare e iniziato a filmare. Ma non funzionava. Così ho deciso di realizzare una docu-fiction, di cui ho scritto la sceneggiatura, e nascosto una videocamera Black Magic in macchina per non attirare l’attenzione”. Il primo ciak il 27 settembre 2014, le riprese durano quindici giorni. Gli attori sono tutti non professionisti. “La piccola Hana, l’avvocatessa Nasrin e Omid, il venditore di Dvd, interpretano loro stessi nella vita. Lo studente cinefilo è mio nipote. La maestra è la moglie di un mio amico, il ladro l’amico di un mio amico e il ferito uno che viene dalla provincia. Alla fine di ogni giornata facevo un backup e mettevo il girato al sicuro. Ho realizzato molte copie del primo montaggio e le ho nascoste in una serie di città diverse.” Il film è costato 32.000 euro, la troupe ha accettato un salario ridotto.
  • “Ogni anno dei rappresentanti della Berlinale vengono in Iran per visionare i nuovi film. Hanno visto il mio e due settimane dopo mi hanno confermato che era invitato nella sezione ufficiale del concorso”. Il presidente della giuria Darren Aronofsky, dopo aver consegnato il premio, ha twittato: “Taxi è meraviglioso, intrattenimento magistralmente costruito. La giuria è rimasta toccata, commossa, ispirata da un grande autore”.
  • Il presidente della Celluloid Dreams, Hengameh Panahi (nessun legame di parentela) che si occupa della distribuzione internazionale del film, spiega che il regista “ha bisogno di soldi. È un padre, ha bambini, ma non lavora”. Il film è stato venduto in 30 paesi, supportato da cineasti e artisti di tutto il mondo.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Taksojuht
  • Paese di produzione Iran
  • Anno 2015
  • Regia Jafar Panahi
  • Cast Jafar Panahi, amici e parenti
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