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Iriria, Niña Tierra

By Jean

Iriria, Niña Tierra

Iriria, Niña Tierra

“Iriria è una bambina grassa dalla cui carne il dio Sinö decise di creare la terra, dopo di ché seminare è creare la vita…” Comincia cosi il racconto di Iriria, Niña Tierra, che dal ritratto della comunità Bribri Cabecar, della riserva indigena di Alta Talamanca in Costa Rica, fonde cosmovisione e attualità, giornalismo e antropologia, documentario e cinema.
Le voci degli innumerevoli personaggi – dall’Awá (sciamano curatore) agli anziani saggi, dal professore di Cultura Bribri della scuola di Coroma al governo locale Aditibri – ci raccontano di una terra viva che sente e vede grazie agli spiriti della foresta, del mare, dell’uragano e degli animali, e ci parla della sua sofferenza tramite eventi naturali come i terremoti, le inondazioni e il riscaldamento globale. L’opera ci accompagna, con il suo impatto visivo e la sua incantevole energia spirituale, nell’analisi del comportamento dell’uomo rispetto all’ambiente in cui vive, dal locale all’universale. Dall’analisi del rapporto uomo-terra, ormai non più sostenibile così com’è, si delinea la visione di un futuro in cui un cambiamento culturale, ancor prima che tecnologico, sarà imposto dalla forza di Iriria se non si saprà cambiare in tempo.

I particolari

Che destino dovrebbe riservare un Paese democratico all’ambiente e alla preservazione di uno dei polmoni verdi del pianeta? Il documentario di Carmelo Camilli – alla sua opera prima nelle vesti di regista e produttore, dopo anni di lavoro come cameraman freelance – affronta con sensibilità e acume il dramma della minaccia dell’economia alla natura.
“Tutto nasce da un viaggio di cinque anni fa, e da un documentario che mi ha spinto ad intraprendere questa strada, l’Undicesima Ora. Ho raccolto il materiale in loco e ogni cosa è stata improvvisata. Volevo che il mio prodotto invitasse a un diverso approccio alla natura” dichiara il regista.
La logica occidentale mira a una distribuzione delle ricchezze come denaro, a una proiezione del progresso come sviluppo industriale. Invece, Iriria, Niña Tierra spiega che la vera distribuzione delle ricchezze deve essere intesa pensando al lascito della custodia della terra fra noi e coloro che verranno dopo di noi. E quindi, anche il progresso deve essere concepito come perenne salvaguardia ecologica, perché «quando parlo di ecologia, sto parlando di una parte di me».
Riflettendo sulle difficoltà relazionali fra l’umanità e il pianeta, si ascoltano le parole profondamente sagge degli indigeni che vivono nella riserva naturale di Alta Talamanca, in Costa Rica. Discorsi universali e fortemente cosmologici (dèi, spiriti, animismo) di una cultura che ha nel proprio stile di vita la risoluzione dei problemi che stanno “ambientalmente” minacciando questo nuovo millennio.
Sospeso fra giornalismo e antropologia, legandosi a bellissime immagini ed entrando nelle capanne degli sciamani, parlando a un tavolino con i governatori locali, ascoltando le lezioni nelle scuole e dialogando con il professore di cultura Bribri o con le allevatrici di iguane, Camilli offre al pubblico una semplice nozione: il rispetto della natura è la prima azione per prevenire disastri o cambiamenti climatici e preservare flora e fauna perché “l’uomo è andato oltre il proprio ruolo diventando il cancro della società”.
Un concetto espresso, nel documentario, con alcune frasi chiave, come “educare all’Amore per l’Ambiente dovrebbe essere Naturale” oppure “può sembrare che ci siano ancora molti alberi, ma in fondo non è così, è differente”.
La forza del filmato sta nel dare voce a questo interessantissimo popolo, senza giudizio, senza schieramento. Sono i fatti a offrire un importante punto di osservazione “all’uomo bianco” e alla sua modalità irrispettosa verso Madre Terra.
Nelle prime scene, un maestro elementare spiega agli allievi l’origine della loro cultura: “Chi siamo? Come viviamo? Come pensiamo? Com’è stata creata la Terra?”. Così, i bambini imparano a chiedersi di quale ambiente fanno parte e quali sono le sue regole, non quelle inventate per profitto, ma quelle che permettono a tutti gli esseri viventi di coesistere nel rispetto reciproco e nella cooperazione all’evoluzione.
Nel documentario, tutti hanno ben chiaro che ogni persona, ogni albero, ogni frutto e ogni animale ha la sua fondamentale importanza nell’ecosistema, per cui se la comunità ritiene di dover sacrificare un albero o un animale viene fatto sempre e solo valutando l’effetto di tale decisione, assumendosene la responsabilità.
Anche la cura viene affrontata in maniera differente. Gli indigeni usano il cacao per le cerimonie di guarigione e la raccolta viene fatta con un metodo antico, tramandato di generazione in generazione. Con questo punto di vista, lo sciamano spiega a una nonna che i problemi di salute dei nipoti nascono dall’aver mangiato alimenti sacri senza la giusta attenzione.
Camilli spinge a una riflessione: “Se il cacao è un alimento sacro, vi invito a fare un gioco, quando andate al supermercato. Osservate quante volte vedete il cioccolato e chiedetevi se viene onorato nel giusto modo… Se fosse vero che questo squilibrio procura altrettanto squilibrio al fisico e quindi malattia?”.
Se riflettiamo su tutti i danni che sono stati causati finora a popolazioni intere, a parti di Pianeta, agli animali e anche a noi stessi, capiamo che c’è tanto lavoro da compiere e bisogna prenderne coscienza. E non basta chiedere perdono per gli errori compiuti. È tempo di fermarsi, rallentare, chiederci cosa stiamo facendo, cosa abbiamo già fatto, cosa si può recuperare e cosa no, ma soprattutto cosa si può fare per ripristinare l’armonia. Come dichiara il regista: “L’ecologia è l’espressione di uno stato di coscienza, parte da dentro, non da fuori”.
Terra mio corpo, Acqua mio Sangue, Aria mio respiro, Fuoco mio spirito canta l’indigeno in mezzo alla giungla alla fine del documentario. Un’immagine che dice tanto, ma è giusto lasciare allo spettatore il gusto di scoprire, con la voglia di comprendere, il resto di una storia che educa alla sacralità di ogni minuscolo frammento di vita.

Scheda tecnica

Regia: Carmelo Camilli
Produzione: Italia, 2013
Durata: 72’

In viaggio con Jaqueline

By Jean

In viaggio con Jacqueline

In viaggio con Jacqueline

Fatah è un contadino che vive con la moglie e due figlie in un piccolo villaggio dell’Algeria. La sua grande passione è l’unica mucca che ha: Jacqueline. Una passione così esclusiva da rendere perfino gelosa la moglie. Da anni chiede di poter concorrere con lei al Salone dell’Agricoltura di Parigi e finalmente la sua costanza viene premiata. Messi insieme, con l’aiuto dei compaesani, i soldi necessari per la traversata e la sussistenza, Fatah e Jacqueline partono. L’idea è quella, una volta sbarcati a Marsiglia, di raggiungere Parigi a piedi. Il viaggio ha inizio. E proseguirà tra mille avventure fino alla destinazione tanto desiderata…

I particolari

Più di 700 chilometri a piedi, tre uomini, una mucca e un sogno da realizzare sono gli ingredienti di una commedia originale, ironica ed emozionante che insegna, tra un sorriso e un muggito, come il pregiudizio sia sempre un errore… e soprattutto come sia bello riscoprire valori che nella società attuale appaiono antichi come la solidarietà, la bellezza della natura, la grazia di un racconto nella sua umanità un po’ naïf e forse proprio per questo così preziosa.
Il cinema francese ha nella propria storia di prodotti di “ampio target” un film che molti ricordano per le risate ma anche per la commozione: La vacca e il prigioniero di Henri Verneuil, in cui Fernandel interpretava il ruolo di un francese prigioniero dei tedeschi che fuggiva portandosi dietro una mucca. Il regista lo cita esplicitamente, dichiarando così la sua linea narrativa. Sarebbe infatti facile liquidare In viaggio con Jacqueline con la ormai onnicomprensiva e superficiale definizione di ‘buonista’. Perché Fatah in Francia si imbatte sempre in sconosciuti disposti ad aiutarlo nel suo percorso verso Parigi (polizia a parte) mentre chi lo tratta male al suo arrivo è il cognato che, ben sistemato, non vuole averlo tra i piedi. Non è certo una Francia razzista o intransigente quella che si trova davanti, neppure quando i media iniziano ad occuparsi di lui, novello Forrest Gump che però una meta ce l’ha…
Il film non risparmia ironie su una “certa” mentalità algerina (ad esempio i maschi che occhieggiano su Internet femmine appetibili mentre tengono sotto stretto controllo le “loro” donne) ma ciò che lo rende originale è proprio il clima di festa giocosa, anche se costellata di equivoci e incidenti, che induce lo spettatore, che non sia già schierato, a riflettere sul fatto che generalizzare è sempre e comunque sbagliato. Fatah ha un sogno, come ce l’hanno tanti di coloro che cercano di raggiungere l’Europa, che pure non è esente da problemi (e la protesta degli agricoltori è lì a testimoniarlo) ma non sarà certo demonizzando tutto il mondo musulmano che si sconfiggerà l’Isis. Fatah e la sua Jacqueline, deliziosi protagonisti di questa tenera commedia multietnica, ce lo ricordano con un sorriso e un muggito, regalando un’isola rigenerante e benefica nel mare magnum della banalità.
Un’opera consigliabile, dunque, anche per le belle prove d’attore dei suoi protagonisti, simpatici e accattivanti, non ultima la dolce mucca dal tenero sguardo, diretti con armonia lucida ed equilibrata. Difficile non tifare per il gracile protagonista, una sorta di Capannelle francese interpretato con straordinaria umanità da Fatsa Bouyamed, divertente il cognato bizzoso di cui veste i panni il più famoso comico franco-magrebino, Jamel Debouzze, molto convincente il nobile decaduto e depresso, un empatico Lambert Wilson. Tre grandi carature d’attore e tre stili diversi ma che insieme si fondono con impareggiabile maestria, aggiungendo brio a questa avventura divertente e fiabesca, piena di ottimismo e buoni sentimenti.
Amante della commedia all’italiana, come si nota nella scrittura a quattro mani di una lettera che rimanda a Totò e Peppino, Hamidi non propone niente di nuovo o di sconvolgente, ma una sana pausa per ricaricare la speranza candida, ma mai troppo distante dal cuore, di una vita condivisa senza reticenze con chi respira insieme a noi l’aria, troppo spesso cinica e malsana, di questo nostro pianeta.

Scheda tecnica

Regia: Mohamed Hamidi
Cast: Fatsah Bouyamed, Lamben Wilson, Jamel Debbouze
Produzione: Francia/Marocco, 2017
Titolo originale: La vache
Durata: 92’

il premio

By Jean

Il premio

Il premio

Giovanni Passamonte è un uomo anaffettivo, cinico ed egocentrico, anziano quasi inconsapevolmente, con alle spalle una vita esagerata: molte mogli e molti rampolli, sparsi in ogni angolo del mondo, mentre nel frattempo scriveva altrettanti bestseller internazionali. Quando gli comunicano che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, poiché ha il terrore di prendere l’aereo, decide di raggiungere Stoccolma in auto, insieme al suo assistente e factotum Rinaldo, che lavora per lui e gli è amico da tempo immemorabile. Al lungo viaggio partecipano, volenti o nolenti, anche due degli innumerevoli figli: il maggiore, Oreste, personal trainer vittima di una moglie che lo comanda a bacchetta, e Lucrezia, giovane e superficiale blogger di successo. Oreste, che per tutta la vita ha cercato orgogliosamente di sottrarsi alla personalità ingombrante del padre, e soprattutto al suo potere economico, si trova ad avere assoluta necessità del suo aiuto, e questi lo ricatta promettendogli, se lo accompagnerà, i 15.000 euro che gli mancano per aprire una palestra tutta sua. Lucrezia, avida di popolarità e “like”, si è unita al gruppo solo dopo il consenso paterno di riprendere il viaggio e pubblicarlo in rete. I fratellastri, molto diversi come carattere e formazione, non si sopportano e non lo nascondono. Quanto a Rinaldo, nasconde un segreto e il ricordo di un grande amore perduto, e non si capisce se sia vero affetto o una sorta di dipendenza emotiva a legarlo al dispotico amico – datore di lavoro. Con questi presupposti, e altri problemi che emergono a mano a mano che i chilometri si accumulano – inseguendo i capricci e le memorie di Giovanni – la strada da Roma a Stoccolma si trasformerà in un percorso denso di imprevisti, sorprese, rivelazioni dal passato e piccoli e grandi drammi che cambieranno le vite e i sentimenti di ognuno dei protagonisti.

I particolari

Alla seconda regia di un lungometraggio, dopo Razzabastarda, Alessandro Gassmann decide di affrontare di petto quello che dev’essere stato uno dei tormentoni della sua esistenza: il rapporto con un padre ingombrante il cui talento e la cui notorietà tendono a schiacciare involontariamente quelli dei propri figli.
In questo caso, la progenie di Giovanni Passamonte cerca di definire la propria identità per contrasto (Oreste) o per sudditanza intellettuale (Lucrezia). Ma ciò che identifica il patriarca è una compulsione alla verità, una brutale franchezza verso i figli che pare tesa a stigmatizzare la loro mediocrità, da perdenti conclamati.
I difficili rapporti generazionali si evidenziano anche nel legame tra Oreste e il figlio Andrea, a sua volta fuggito da una situazione familiare insostenibile per seguire altrove i propri sogni.
La situazione raccontata nel film segue la traccia che fu già ispiratrice del capolavoro di Bergman Il posto delle fragole (scherzosamente citato in una battuta) e poi di Fabio Carpi con Nobel. Gassmann, con i suoi co-sceneggiatori Massimiliano Bruno e Walter Lupo, la trasforma più semplicemente in una piacevole commedia dal retrogusto amaro, in cui non si rinuncia a un lato oscuro, tanto che la scena madre, preludio al finale, si ispira ai drammi scandinavi alla Festen, del danese Thomas Vinterberg, più che alla tradizione italiana. A volte la musica pop spalmata lungo il film, probabilmente per esigenze della produzione, toglie spessore alla narrazione, ma Gassman riesce a riequilibrare il tutto con gli splendidi brani originali del rock nordico di Matilda De Angelis, che interpreta un’iconica cantante italoislandese seguace di Björk. Così come pare aver individuato la giusta via, fluida e originale, verso la completezza registica, ad esempio nelle scene girate a bordo dell’automobile, normalmente molto difficili da rendere interessanti, e quelle gioiosamente libere nel quartiere alternativo di Copenhagen, Christiania.
Nei panni di Giovanni c’è uno straordinario Gigi Proietti, che giganteggia sul film esattamente come il suo personaggio giganteggia sulla trama, perfetto nel ritratto di un uomo carismatico e innamorato solo di stesso, che ha girato il mondo e non si è negato alcuna esperienza ma ha esaurito l’ispirazione e la voglia di vivere. La sua bravura si estrinseca nella capacità di recitare con misura, dove sarebbe estremamente facile esagerare. E Alessandro Gassman, che lo ha voluto con ragione nel ruolo di protagonista, restituendogli un meritato posto tra i mattatori dopo un lungo e avaro periodo di simpatici camei, gli lascia con generosità il centro della scena, esponendo con coraggio, nei panni di Oreste, la propria fragilità di figlio gravato dalla geniale e carismatica figura paterna.
Decisamente apprezzabile anche la prova di Anna Foglietta – Lucrezia, acida e sola eroina della vacuità dei nostri tempi, blogger intelligente e insicura, con ambizioni da scrittrice, ma ideali piccoli ed egoistici.
Rocco Papaleo dipinge il personaggio del segretario fedele e dal linguaggio forbito, deferente come un maggiordomo ma capace di mandare al diavolo il “Maestro” col diritto di un vecchio amico che ne ha viste di tutti i colori.
Una bella sorpresa la riscoperta della veterana Erika Blanc, nel ruolo di una ex diva auto reclusa e tragicamente pittoresca, alla Norma Desmond del Viale del tramonto di Billy Wilder. Molto bravo anche Marco Zitelli, noto nel mondo musicale come Wrongonyou, che incarna con grande dolcezza il figlio di Oreste, il visual dj Andrea.
Oltre al notevole ed affiatato cast, tra le note positive del film si evidenzia la splendida fotografia, che ritrae luoghi incantevoli nel lungo itinerario tra Italia, Austria, Germania, Danimarca e Svezia.
Il viaggio è stato realizzato con il contributo di Lazio Innova e IDM – Film Fund & Commission dell’Alto Adige ed è stato candidato al Nastro d’Argento 2018 per la miglior attrice non protagonista (Anna Foglietta) e il miglior brano originale (Proof).
Una frase tra tutte, da citare, quella più esemplificativa del film, la pronuncia Giovanni Passamonte – Gigi Proietti: “Un uomo che cade offre la possibilità di tendergli una mano”.

Scheda tecnica

Regia: Alessandro Gassmann
Cast: Alessandro Gassmann, Gigi Proietti, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Matilda De Angelis, Erika Blanc
Produzione: Italia, 2017
Durata: 100’

Parvana

By Jean

I racconti di Parvana

I racconti di Parvana

Parvana ha 11 anni, e sta crescendo in una Kabul sull’orlo del conflitto tra gli americani e l’esercito talebano, nell’Afghanistan del 2001. Vive con la madre malata, la sorella maggiore, un fratellino e il padre, mutilato di guerra. Mentre sta vendendo degli antichi oggetti di famiglia, la ragazzina viene presa di mira da alcuni soldati, e solo il provvidenziale intervento del padre evita il peggio. L’uomo viene arrestato per vendetta con false accuse e rinchiuso in prigione. In una società che proibisce alle donne ogni diritto, persino quello di uscire di casa da sole, Parvana è costretta a tagliarsi i capelli e camuffarsi da maschio per aiutare la famiglia. Con intrepida perseveranza accetta i lavori più strani, trovando la forza di resistere nelle storie che le raccontava il padre, e che a sua volta diffonde. Per ritrovarlo, rischierà la vita. Paradossalmente, sarà proprio un soldato talebano ad aiutarla.

I particolari

Basato sui romanzi Sotto il burqa, Il viaggio di Parvana, Il mio nome è Parvana, trilogia best seller della scrittrice canadese Deborah Ellis, I racconti di Parvana – The Breadwinner nella versione originale – è un film d’animazione emozionante e senza tempo sul potere trascendentale e taumaturgico delle storie, che scava nel dramma di un paese dominato dall’integralismo islamico.
Prodotto da Angelina Jolie, da anni paladina delle cause umanitarie anche in campo cinematografico, è un ritratto dall’estetica minimale e raffinata di una società sottomessa a un maschilismo arcaico e violento, sulla scia di Persepolis, lo splendido film d’animazione di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, che dieci anni prima ha raccontato le vicissitudini di una bambina iraniana. Una delle caratteristiche più apprezzabili dell’opera è la capacità di non cadere in patetici e facili stereotipi, dando vita a personaggi credibili, facili da amare. Ciò che particolarmente colpisce è il loro spessore psicologico, al di là di banali identificazioni: ad esempio, per ogni talebano negativo ce ne sarà uno positivo, pronto a ribaltare ogni prevedibile classificazione della società afgana. Ciò non toglie che la ragazzina sia costretta a spacciarsi per il lontano cugino Aatish, per procurare il pane alla famiglia, (nell’accezione anglosassone, breadwinner rimanda al capo famiglia, procacciatore del sostentamento per il suo gruppo) dato che la sola figura maschile di riferimento è imprigionata chissà dove, e a una donna non è concesso uscire di casa senza la compagnia di un uomo. Una strategia cui sono costrette altre ragazze, scoprirà, come la compagna di scuola Shauzia.
Ma Parvana è stata educata alla libertà. Il padre le ha insegnato a leggere e scrivere, a usare l’immaginazione, narrandole storie fantastiche, e si ostina a portarla fuori senza velo, malgrado la legge lo imponga. Uno dei motivi per cui viene arrestato e rinchiuso in un carcere sperduto nel deserto.
A lei non resta che travestirsi per sostentare i suoi cari e raccogliere notizie sul padre. Trova il coraggio proprio ripetendo i suoi racconti, perlopiù sulla storia afgana, al fratellino e agli amici, inventandone di nuovi, per se stessa e per loro, dando fondo all’immaginario cupo ed inquietante di chi nella propria breve vita ha visto solo violenza e soprusi, ma inserendovi i barlumi di luce e speranza che solo una mente innocente può concepire.
Spiragli di bellezza che fanno splendere il film, un’animazione adulta che fa accapponare la pelle e approfondisce una dimensione tragica con mano lievissima, riuscendo a mantenere l’equilibrio ma interrompendolo nei momenti giusti, in un crescendo d’intensità, con voli onirici di straziante malinconia.
Così, mentre un disegno dal tratto realistico narra la drammatica ricerca del padre, stacchi di cut-out animation (una forma di stop-motion che utilizza ritagli di carta) portano al centro dell’attenzione l’oscuro mondo di Elephant King, un incubo ricorrente per Parvana, col luciferino elefante a simboleggiare il male (il potere) da combattere.
Alla regia una sorta di esordiente alla distanza, l’irlandese Nora Twomey, che torna alla direzione molti anni dopo i suoi ultimi lavori, due corti pluripremiati, The Secret of Kells e From Darkness, e la partecipazione nel cast tecnico di Song of the Sea, candidato all’Oscar 2015 come miglior film d’animazione.
Già assistente di Tomm Moore, riprende le cifre stilistiche del maestro per raccontare una storia d’amore e di amicizia sullo sfondo di uno dei momenti più bui della storia recente. Con una trama sviluppata attraverso la moltiplicazione dei segmenti narrativi – nel rispetto della cultura afghana – The Breadwinner prende le distanze dalla verosimiglianza dell’animazione americana, scegliendo una stilizzazione pittorica delle figure e degli ambienti in grado di donare ai personaggi un surplus d’umanità.
Animazione, cartoon… Ma quando arriva a tale profondità di intenti, pur nella semplicità, a una simile attenzione non solo alle emozioni più intime ma anche a una realtà estremamente drammatica, quando fa scelte coraggiose e incita alla cultura e alla fantasia per vincere oscurantismo e ignoranza, quando si pone dalla parte dei più deboli, senza incertezze, contro un potere becero e crudele che mina la pace tra i popoli, quando inneggia alla libertà e stigmatizza la tirannia, il pregiudizio, la persecuzione del diverso, e tutto con delicata e a volte spaventosa ma sempre innocente poesia… si può parlare di capolavoro. O di magia.

Scheda tecnica

Regia: Nora Twomey
Cast: Saara Chaudry, Laara Sadiq, Shaista Larif, Ali Baadshah, Noorin Gulangaus
Produzione: Canada, Irlanda, Lussemburgo, 2017
Titolo originale: The Breadwinner
Durata: 94’

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Iriria, Niña Tierra
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