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Wojtek, l’orso soldato

By Jean

Wojtek, l’orso soldato

Wojtek, l’orso soldato

Progetto di diploma allo Shenkar College of Engineering and Design di Ramat Gan, in Israele, della giovane grafica Marianna Raskin, questo breve cortometraggio d’animazione racconta la vera storia di Wojtek, un orso che fu adottato quando era ancora un cucciolo dai soldati polacchi e divenne un membro ufficiale dell’esercito della Polonia durante la seconda guerra mondiale.

I particolari

La storia dell’orso Wojtek potrebbe sembrare una stramberia raccontata davanti a un bicchierino di vodka o la fantasia, invece, è incredibilmente vera.
Wojtek fu rovato in Iran da una coppia di soldati, quando aveva solo poche settimane di vita. I militari, impietositi da quel tenero batuffolo peloso bisognoso di cure, decisero di portarlo con loro al campo. Gli venne dato il nome di Wojtek, diminutivo del tradizionale nome polacco Wojciech, traducibile come “amante della guerra”.
Più Wojtek cresceva, più i soldati si affezionavano a lui. Nonostante l’imponente stazza e la sua grande potenza fisica, si dimostrò un perfetto compagno di giochi: tanto curioso, quanto goffo, per sua natura, portava sempre scompiglio (ma anche divertimento) ovunque andasse.
Così il fedele quadrupede raggiunse la costa italiana e fu coinvolto nell’epica battaglia di Montecassino. Si racconta che si diede da fare attivamente nello scarico e trasporto delle merci dai camion alle vetture.
Finite le fatiche belliche italiane con i combattimenti ad Ancona e Bologna, l’armata del generale Anders raggiunse la Scozia per sciogliersi. Molti dei soldati non fecero ritorno in Polonia, ma rimasero in zona o si stabilirono in altri paesi europei. Anche a Wojtek toccò lo stesso destino. Fino al 1963, anno della sua morte, poté godere il meritato riposo in una spaziosa gabbia dello zoo di Edimburgo, situata rigorosamente lontana da quella delle scimmie, con cui aveva avuto a che fare in Medio Oriente rimanendone traumatizzato.

Mariana Raskin ha realizzato il corto come progetto per il diploma; ha spiegato di aver riportato la storia di Wojtek, piccolo orfano spaventato trasformato dalle circostanze in coraggioso soldato, in modo molto fedele alla realtà, tranne qualche “diversione”.

Progetto: Marianna Raskin
Regia: Guy Harlap, Eran Stern
Cast: Ilya Binus (voce narrante)
Produzione: Israele, 2015
Durata: 4’

Un fiore vero

By Jean

Un fiore vero

Un fiore vero

Ci sono bambini, nel mondo, che non riescono ad essere semplicemente bambini perché costretti ad imbracciare un’arma, a vivere una realtà drammatica in cui è impossibile giocare, studiare, avere una casa, condurre un’esistenza “normale”, come gli altri coetanei più fortunati, nati in luoghi dove la guerra è una realtà lontana. A questi bambini è negata persino la possibilità di esprimere i propri sentimenti. Ma la loro vita può cambiare anche solo con un gesto d’amore, il semplice dono di un fiore. Un fiore vero.

I particolari

Un cortometraggio toccante, che testimonia quanto possa essere atroce la vita di un bambino in una terra sconvolta dalla guerra, e lo fa attraverso immagini in bianco e nero, dal forte contrasto tra luci e ombre. Realizzato dalla seconda classe della scuola primaria “Sandro Pertini” di Firenze, su un progetto didattico degli insegnanti Olinto Bucciarelli, Daniela Carrozzi, Barbara Esposito, Paola Bruno, Un fiore vero è il bellissimo risultato del lavoro degli allievi della Scuola di Cinematografia per ragazzi, diretta da Stefano Angiolini, e Firenze Festival, con la fotografia e il montaggio di Pier Paolo Dainelli, musiche di Davide Masarati, prodotto da Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Firenze Festival è una rassegna cinematografica che presenta i cortometraggi realizzati dai bambini e dai ragazzi, molti dei quali prodotti nell’ambito della Scuola di Cinematografia. Ogni anno vengono proiettati i film realizzati e premiati i migliori con il Delfino d´oro, La Targa d’argento, i premi Giuria dei Bambini e dei Ragazzi oltre che con gli attestati di riconoscimento degli Enti patrocinanti.

Regia: Stefano Angiolini
Cast: gli allievi della seconda classe della scuola primaria “Sandro Pertini” di Firenze.
Produzione: Italia, 2011
Durata: 7’

U su'

By Jean

U su’

U su’

Un uomo, su una Mini rossa che ha visto giorni migliori, attende impaziente che un benzinaio, “il Sordo” (u Su’) capisca che deve fargli il pieno. E pure di fretta, perché c’è da fare un viaggio importante.

I particolari

La poetica della diversità, al di là degli inferni personali e di quelli intorno, con i loro cancelli chiusi che non sanno fermare l’immaginazione, libera di viaggiare fino a un paradiso innevato. È questo il cuore di un corto, firmato dall’attore e regista bitontino Mimmo Mancini, che ne ha toccato molti, lasciando un gusto dolceamaro nello spettatore, soprattutto nel finale.

U Su’, straordinariamente interpretato dello stesso regista (d’altronde attore di successo, a teatro, al cinema e in tv) tocca le corde emotive con forza e tenerezza, mentre si segue un viaggio che non si capisce fino alla fine dove porterà. Una fotografia vivida fa da sottofondo, dipingendo paesaggi di mediterranea bellezza. La narrazione passa dall’ironia alla commozione senza mai calcare la mano, anche nella scena più dolorosa dell’abbraccio al vecchio albero, pura poesia.
Non a caso, nella motivazione del primo premio ricevuto al Levante Film Fest nel 2008, nella sezione Experience, si legge “per i suoi valori poetici, espressivi, la sapienza delle riprese e la notevole prova attoriale del protagonista”. Un piccolo capolavoro che ha convinto la critica e piace al pubblico.

Mimmo Mancini nasce a Bitonto nel 1960. Trasferitosi a Roma dopo varie esperienze, scrive e interpreta due spettacoli di successo, Non venite mangiati e Vi faremo sapere, i primi di una lunga serie. Per la televisione gli affidano ruoli per fiction e film: L’attentatuni, La guerra è finita, L’uomo sbagliato, Il Maresciallo Rocca, Distretto di polizia. Per il cinema partecipa ad Arriva la bufera di Daniele Lucchetti, Colpo di Luna di Alberto Simone (menzione speciale al Festival di Berlino 1995), A domani di Gianni Zanasi (in concorso alla 56a Mostra di Venezia), Ospiti di Matteo Garrone, Lacapagira di Alessandro Piva, Il Caimano di Nanni Moretti. Ha all’attivo la regia di quattro cortometraggi, di cui ha curato anche il soggetto e la sceneggiatura: Sul mare luccica e Arro-ganti, girati in pellicola, U su’ e Direzione Obbligatoria girati in HD. U su’ segna il suo esordio alla regia cinematografica.

Regia: Mimmo Mancini
Cast: Mimmo Mancini, Anna Ferruzzo, Davide Marmone
Produzione: Italia, 2008
Durata: 17’

The present

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The present

The present

Jake passa tutto il suo tempo incollato ai videogiochi. Chiuso nella sua stanza, con le tapparelle abbassate, unica luce lo schermo del monitor, unico sottofondo il rumore della battaglia. Ma la sua mamma entra in casa con un regalo per lui. All’inizio il ragazzo non bada a quel pacco, perso com’è a continuare la partita. Poco dopo, però, scopre il suo contenuto.

I particolari

The present (Il dono) è un cortometraggio di animazione ispirato da un fumetto brasiliano di Fabio Coala e realizzato come tesi da Jacob Frey, uno studente della prestigiosa Scuola di Cinema Bade-Wurtemberg, a Ludwigsbourg in Germania. In quattro minuti, con estrema delicatezza, prova a mettere in discussione il rapporto che ciascuno di noi può avere con il mondo della disabilità. Malgrado la brevità, non mancano i colpi di scena e le emozioni, che si svelano in modo inaspettato, sottile ma molto coinvolgente. Dalla sceneggiatura fino alla direzione, passando per l’animazione 3D e la musica, tutto funziona alla perfezione, tanto che, rivedendo il film più volte, ad ogni visione emergono sempre nuove sfumature e particolari. Evidentemente anche nell’era della velocità, dei tempi brevi e delle poche parole sui social, si può continuare a pensare, a commuoversi, a farsi toccare il cuore.
Infatti, il video condiviso sulla rete ha raccolto e continua a raccogliere milioni di visualizzazioni.
Jacob Frey, giovane cineasta tedesco ancora sconosciuto al grande pubblico, ha impostato il suo lavoro sul tema del sociale, nello specifico sull’universo della disabilità. E con quest’opera incantevole colpisce nel segno, conciliando due fragili realtà che troppo presto hanno dovuto confrontarsi con gli ostacoli della vita, insegnando che non bisogna mai arrendersi. E che forse, insieme, si è più forti. Giustamente conteso da più di 180 festival internazionali, questo piccolo capolavoro, definito dai media “un gioiello”, si è aggiudicato 50 premi in Europa, Asia, Stati Uniti e Sudamerica.

Regia e sceneggiatura: Jacob Frey
Script: Fabio Coala
Musica: Tobias Buerger
Cast: Quinn Nealy, Samantha Brown
Produzione: Germania, 2014
Durata: 5’

The other pair

By Jean

The other pair

The other pair

Due bambini, uno povero e uno ricco, si incontrano per caso nella stazione di una città caotica e polverosa di un qualsiasi Paese del Medioriente. La loro storia – fugace e fatta di sguardi – si intreccia intorno a quella di un paio di scarpe. Il ragazzino probabilmente figlio di una famiglia benestante ne possiede un paio nuovo, nero e fiammante. L’altro, invece, porta lise ciabatte infradito in gomma, una così consumata e rotta da dover trascinare il piede per non perderla e ritrovarsi a camminare scalzo per la strada. Stanco e affranto, si siede per cercare di aggiustarla, ma proprio in quel momento il destino gli propone quell’incontro inaspettato… I due bambini, divisi dal ceto sociale, si ritroveranno brevemente uniti nei sorrisi e nella reciproca generosità.

I particolari

Pochi minuti di pura poesia, per questo piccolo, grande film d’esordio, girato dalla ventenne egiziana Sarah Rozik nel 2014, premiato al Cairo come miglior cortometraggio al Festival del Cinema, al tempo, ma tornato recentemente alla ribalta per le migliaia di visualizzazioni e condivisioni in rete.

Scritto da Mohammed Matera e prodotto da Eman Samir, The Other Pair è ispirato a un episodio della vita di Ghandi e, con la forza della semplicità e dell’emozione riesce a trasmettere un messaggio dal significato universale.
Per certi aspetti ricorda le toccanti immagini di capolavori del neorealismo, come Ladri di biciclette di De Sica, o Paisà di Rossellini, soprattutto quando indugia sulle emozioni del bambino più indigente. Ma se in quei film erano i volti e i gesti dei più piccoli a rappresentare il dramma della povertà e della guerra, in questo caso a loro tocca invece un compito ben più lieve e positivo: incarnare il futuro, la speranza in un mondo migliore. Che a portare avanti con tale incisività un progetto così consolante e profondamente umano sia una ragazza ventenne è ancora più importante. E se una volta la cruda realtà – che pur ci viene presentata con dignità con i panni della disperazione e della paura di perdere quel poco che si possiede, in un mondo tanto lontano dalle nostre certezze – lascia spazio alla dolcezza di un sogno, alla bellezza del dono, senza sfiorare minimamente la banalità o il melenso, vale la pena assaporarla e colmarsene il cuore.

Regia: Sarah Rozik
Cast: Ali Rozik, Omar Rozik
Produzione: Egitto, 2014
Durata: 5’

Quel giorno

By Jean

Quel giorno

Quel giorno

Passavia, Germania, inverno 1894. Un gruppo di amici è alla ricerca di un teschio, rinvenuto, a quanto dice uno di loro, dal nonno mentre era a passeggio molti anni prima. Al tempo nessuno gli credette, per questo il nipote ha trascinato gli amici alla ricerca del macabro reperto: ritrovarlo significa restituirgli credibilità e ristabilire la verità del suo racconto.
Mentre il gruppo di ragazzi si addentra tra gli alberi, un bambino è caduto nel fiume Inn, e i suoi fratelli non sono in grado di aiutarlo. Le loro grida di aiuto vengono però raccolte da Johann, che stava raggiungendo gli amici insieme alla sorellina. Senza pensarci troppo, Johann si getta nelle acque gelide e salva il bambino.
Ma il suo gesto coraggioso, quel giorno, forse ha cambiato la storia…

I particolari

Il cortometraggio è stato realizzato durante il laboratorio 2017/2018 della scuola di cinema genovese ZuccherArte. Immagini in bianco e nero, magicamente valorizzate da giochi di luce e ombre, raccontano una storia che potrebbe essere vera. Nei titoli di coda si legge: “Gli storici hanno scoperto un giornale del 1894 che riporta di come un bimbo di pochi anni stesse annegando nel fiume Inn a Passau, in Germania. L’articolo riferisce di un ragazzo, Johann Kuehberger che salvò il piccolo. Il bambino salvato era Adolf Hitler. Johan Kuehberger divenne in seguito prete.”
Sulla base di questa vicenda, il regista Marco Di Gerlando e i suoi allievi hanno realizzato un corto affascinante, che cita le atmosfere di due capolavori degli anni Ottanta, lo splendido Stand by me, di Rob Reiner e, per certi personaggi, I Goonies, di Richard Donner. La scelta del bianco e nero rende magnificamente l’ambientazione dell’epoca, in cui si calano con efficacia i giovanissimi attori.
La musica originale, Something Wicked, di Ross Bugden, aggiunge un tocco di mistero.

Marco Di Gerlando – regista e fondatore col fratello e alcuni fedeli collaboratori dell’Associazione Sanremo Cinema – si è diplomato in Regia presso la Scuola d’Arte Cinematografica di Genova. Con i suoi lavori ha ottenuto più di cento selezioni internazionali e ha vinto numerosi premi.

Regia: Marco Di Gerlando
Cast: gli allievi della scuola di cinema ZuccherArte
Produzione: Italia, 2018
Durata: 12’

By Jean

Perfection

Perfection

La piccola scuola di un paese tra i monti dell’entroterra ligure. Una classe attenta alla maestra che scrive sulla lavagna “Perfection”, e invita gli alunni a disegnare, secondo la loro interpretazione, il famoso disegno di Leonardo Da Vinci dell’uomo Vitruviano. Celeberrima rappresentazione delle proporzioni ideali del corpo umano, dimostra come esso possa essere armoniosamente inscritto nelle due figure “perfette” del cerchio, che rappresenta l’universo, la perfezione divina, e del quadrato, che simboleggia la Terra. I ragazzi si mettono al lavoro, ognuno a modo suo.

I particolari

Il progetto è nato dal laboratorio “Approccio alla tecnologia” dell’associazione Anffas onlus, centro diurno di Sanremo che ospita una ventina di persone con disabilità intellettiva. Gli stessi ragazzi diversamente abili hanno fatto da troupe cinematografica, utilizzando strumentazioni utili per la realizzazione del breve video: tra loro, Marco Pingiotti, già interprete di alcuni film: L’amore incompreso, 33 giri, L’amore incompreso, A regola d’arte.
Scritto e diretto da Riccardo Di Gerlando, Perfection può contare su un cast di giovanissimi attori molto efficaci: Antonella Pastorelli, Serena Nicosia, Thomas Madaschi, Greta Martini, Paolo Parrini, Daniele Giacu, Samuele Corradi, Ginevra Martini, Lucrezia Martini, Andrea Becciu, Gianna Ozenda. Ragazze e ragazzi sono allievi della scuola in cui il film è stato girato, la “Padre Francesco Ferraironi” di Triora.
Il lavoro è stato selezionato e premiato in innumerevoli festival in tutto il mondo. Tra questi, Best short Berlin flash International film festival; Miglior cortissimo Fuoricampo film festival (Roma); Miglior immediatezza comunicativa Kalat Nissa International film festival (Caltanissetta); Best social short Light International film festival (Kiev); Premio speciale della giuria Hub International film festival (Castellammare del Golfo); Best mini short Best short International film festival (Canada).

Riccardo Di Gerlando, regista e fondatore col fratello gemello Marco dell’associazione Sanremo Cinema, nel 2003, è nato a Sanremo e vive nella vicina Taggia. Laureato presso il DAMS di Genova con indirizzo spettacolo, si è successivamente diplomato in Regia Cinematografica presso lo Sdav di Genova.

Regia: Riccardo Di Gerlando
Cast: gli alunni della scuola “Padre Francesco Ferraironi di Triora
Produzione: Italia, 2017
Durata: 3’

Mi chiamo Giancarlo Catino

By Jean

Mi chiamo Giancarlo Catino

Mi chiamo Giancarlo Catino

Un delicato ma potente cortometraggio ispirato al monologo di Massimiliano Bruno Mi chiamo Giancarlo Catino e credo nell’amicizia, portato in scena da Paola Cortellesi. I piccoli alunni, mostrando tutti lo stesso volto, quello del fantastico “Giancarlo Catino”, esternano i suoi stati d’animo causati dalla violenza del bullismo, passando dall’angoscia alla rabbia, al doloroso sbigottimento per poi approdare alla convinzione che l’amicizia vince ogni prevaricazione.

I particolari

Una piccola opera di grande impatto emotivo, grazie al testo ma soprattutto all’interpretazione dei giovanissimi attori, che indossano una maschera in cartone dai grandi occhi sgranati. Con tenera semplicità affronta un tema di drammatica attualità, nell’ambito del Progetto Legalità Bulloni Svitati, portato avanti da alcune insegnanti della Scuola dell’Infanzia di Ventimiglia Alta, Istituto Comprensivo N. 2 Cavour, tra cui Roberta Masi e Francesca Grana, e la dirigente Antonella Costanza.
Non solo immagini, ma anche parole importanti, che scorrono in sovrimpressione:
Il video è dedicato a quei ragazzi che, quotidianamente, subiscono il peso del bullismo senza riuscire ad evitarlo. Si può vincere la violenza solo con l’amore. Rispondere all’odio con altro odio non fa altro che accrescere la profondità dell’odio stesso. Ghandi.”
Al cortometraggio è stato assegnato il premio speciale della giuria, lo scorso 23 maggio, sul palcoscenico dell’Ariston di Sanremo, nella prima edizione di “Corti per la giustizia”, indetta dall’Associazione Nazionale Magistrati sezione ligure.

Regia: Roberta Masi e Francesca Grana (docenti)
Cast: alunni della Scuola dell’infanzia di Ventimiglia Alta IC n. 2 Cavour
Durata: 4’

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Le lacrime sanno sorridere

Le lacrime sanno sorridere

Una bambina, seduta su una panchina tra gli alberi, racconta le sue emozioni e si lascia andare all’immaginazione.
Quando è allegra, ma anche e soprattutto quando è malinconica, crea intorno a sé un mondo diverso, pieno di amici colorati, alberi che ballano, farfalle e foglie che le volano intorno… Ci sono momenti in cui solo la fantasia di una creatura innocente può aver ragione delle sofferenze che la vita può infliggere. Oppure, l’amore.

I particolari

Un cortometraggio semplice e dolce, in cui i grandi occhi scuri di una bimba dicono molto più delle parole. Prima prova davanti alla macchina da presa della piccola Chiara Pagani, molto coinvolgente con il suo sguardo profondo e le sue espressioni intense. Difficile non farsi coinvolgere dal suo racconto e non commuoversi nel finale.
La dirige con grande sensibilità il padre, Giuliano Pagani, immergendola in un piccolo universo di magia e colori. Un cortometraggio che parla di fantasia e di innocenza, ma soprattutto d’amore, quello più puro che c’è e che non ci lascia mai soli.
Giuliano Pagani, artista poliedrico, regista di film, cortometraggi e opere teatrali, attore di cinema e teatro, scrittore e sceneggiatore, è nato a Sanremo nel 1973. Ha al suo attivo più di 42 pellicole, e molti progetti in via di realizzazione. Nel 1989 ha fondato la Simulacrum Film.
Tra i suoi lavori più famosi Una storia d’amore (Lucy e Antonio), liberamente tratto da Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini, Ablo, Anche i morti respirano, Quando qualcuno ti osserva nel buio, Render, la trilogia di Storie, viaggio nel mondo del cinema, e L’altro lato, che ha visto la collaborazione di Donnie Heron, polistrumentista di Bob Dylan.
Tra i cortometraggi, merita una particolare menzione La lettera.
Molte, le opere teatrali di cui ha curato regia e sceneggiatura. Tra le altre, Il mio matrimonio, La cena, Pensavo di essere un toro e invece ero un topo, Un cappello per sei teste, L’ultima notte di Madame Silvie, Alter ego.
Al suo attivo, anche più di venti romanzi.

Regia: Giuliano Pagani
Cast: Chiara Pagani
Durata: 6’

La smorfia

By Jean

La smorfia

La smorfia

Carmine Tramontano, vecchia gloria della canzone napoletana, trascorre le sue malinconiche giornate prigioniero dei ricordi, dei sogni e del suo appartamento tra i vicoli di Napoli. Un ictus gli ha bloccato la carriera e la vita, relegandolo per sempre su una sedia a rotelle, il viso deformato da una terribile smorfia. L’unica compagnia è la sorella Nina, amorevole custode e carceriera, determinata a tenerlo a distanza dal mondo esterno, respingendo gli sporadici fan e i rari giornalisti, accampando la scusa di un ascensore perennemente guasto per non farlo uscire. Carmine, invece, non desidera altro che tornare al “suo” Teatro Garibaldi, inizia a sentire Nina come una nemica, unico ostacolo verso un ritorno al passato glorioso. Così, l’unica alternativa diventa la fuga, messa infine in atto con astuzia, coraggio e tanta fatica. Quello che lo aspetta farà finalmente chiarezza, in un imprevisto, bellissimo finale.

I particolari

La Smorfia è il secondo lavoro del giovane regista partenopeo Emanuele Palamara, classe 1986. Prodotto dalla Bro Company in collaborazione con la CinemaFiction Produzione e Formazione Cinematografica, è un cortometraggio ispirato a una storia vera che, da Santa Maria Capua Vetere dove è stato girato in pochi giorni e con un piccolo budget di 20.000 euro, in un solo anno ha fatto il giro del mondo. Dalla California, dove ha vinto l’Award of Excellence dell’IndieFest di La Jolla, a Russia, Spagna, Marocco, Svezia, Turchia, Egitto e Romania è stato selezionato in più di cinquanta festival internazionali vincendo oltre quaranta premi. Ha partecipato anche al Festival di Venezia del 2016, grazie al concorso I love GAI (Giovani Autori Italiani) che lo ha scelto, con altri 18 registi emergenti, tra oltre 400 in gara. Il film ha ottenuto la selezione ufficiale ai Nastri d’Argento 2016 ed è stato acquistato da TV come Mediaset, HBO Europe e Japan Tv.

Gianfelice Imparato, che per la sua interpretazione ha vinto 7 premi come miglior attore, dipinge con maestria e credibilità un personaggio difficile, malinconico ma a tratti persino comico, quando immagina le varie tecniche per liberarsi della sorella, un’altrettanto grande Marina Piscopo.

Regia: Emanuele Palamara
Cast: Gianfelice Imparato, Marina Piscopo
Produzione: Italia, 2015
Durata: 16’

It's my road

By Jean

It’s my road

It’s my road

Dadakoto è ormai anziano e continua, da tutta la vita, a vendere acqua, trasportando pesanti taniche sulla testa. Quando qualcuno gli chiede: perché dici spesso “È la mia strada”? Lui risponde che in realtà è un gioco. Il vecchio che sembra essere rimasto un bambino dentro, ama infatti giocare durante il lavoro. Ma, soprattutto, è proprio il lavoro a tenerlo in vita…

I particolari

Il breve documentario del giovane e promettente malgascio Nantenaina Fifaliana ci porta per 11 minuti in una giornata tipo di Dadakoto, che per tutta la vita ha fatto il portatore d’acqua. Il regista segue, mantenendo una rispettosa distanza, il protagonista per le strade della città, in cui si aggira lento, instabile, con quella tanica d’acqua gialla e consunta sulle spalle, come se fosse veramente tutto il peso della sua vita, che non si stanca di portare perché in fondo rappresenta quello che è e ha. Quello che ripete come un ritornello è che questa è la sua strada, questo è quello che ha dietro e davanti a sé, questo eterno, ripetuto percorso dalla fonte ai destinatari, che talvolta gli dà da vivere e talvolta no.
Comunque con il poco o tanto che ha guadagnato ha mantenuto sé e i suoi figli, ai quali è anche riuscito a garantire un’istruzione di base.
Siamo di fronte a un uomo umile e dignitoso e alla sua etica, che è l’etica del lavoro. La sua voce si fa voce off in un fuori sincrono che distanzia ed avvicina allo stesso tempo.
Nella sua semplicità, Dadakoto si guarda ogni giorno allo specchio e vede sempre quello stesso uomo che lavora per vivere e vive per lavorare. Un ‘immagine limpida e trasparente, che è la stessa che restituisce agli spettatori. Lo stile del giovane e promettente regista è sobrio e misurato, le inquadrature pudiche riprendono sempre l’uomo in mezzo alla sua gente, alle persone che incontra, sfiora semplicemente o che gli danno una mano: pochi tratti che raccontano molto della sua vita e della vita in genere, dandole un senso.

Premio CUMSE al FCAAAL 2016 (Milano), ovvero miglior cortometraggio che promuove il dialogo tra diverse culture; Premio Primo Documentario al Rencontres du Film Documentaire de l’Océan Indien 2015 (Madagascar); Premio del Pubblico al Festival Filmer Le Travail 2016 (Francia).

Regia: Fifaliana Nantenaina
Produzione: Madagascar, 2016
Durata: 11’
V.O. in lingua malgascia con sottotitoli in italiano

Il pescatore

By Jean

Il pescatore

Il pescatore

Giuseppe vive in un paese di pescatori, sulla costa ligure.
Lui stesso è pescatore, e quel lavoro è la sua vita, una vita semplice e solitaria, dopo la scomparsa della moglie e a un passo dalla pensione. Pochi amici fidati, un gatto che va a trovarlo, e soprattutto il mare. Un giorno riceve l’inattesa visita di un vecchio amico, che ha seguito strade diverse, diventando un famoso e ricco velista. Questi gli fa una proposta che potrebbe cambiare tutto…

I particolari

Un cortometraggio intenso, fatto di sguardi, di mare, di scorci di pittoreschi borghi marinari (Portofino e Camogli), di poche parole e lunghi silenzi, dietro i quali si intuiscono i pensieri e soprattutto i ricordi di un uomo ormai anziano ma ancora forte e appassionato al suo lavoro.
Perfetto Giuseppe Bencini, attore non professionista che incarna il pescatore e che ha già lavorato con il regista Adel Oberto ne Il Conte. Splendida la fotografia di Casper Wind Nielsen, coi toni un po’ spenti del cielo quasi sempre nuvoloso a specchiarsi in un mare quieto e grigio, e i colori accesi delle case dei borghi, sempre visti dalla barca. In sottofondo, la musica di Johan Sebastian Bach, l’Italianisches Konzert BMV 971, eseguito al pianoforte dal Maestro Dennis Ippolito.

Cospicuo, il palmares del film: vincitore del “Golden Rooster & Hundred Flowers Award, i Golden Globe della Cina, nel 2016; del “Best Cinematography” V Open Place International Film Festival nel 2017, Rezekne, Latvia; primo premio “1st Prize Genova Film Festival – Obiettivo Liguria” nel 2016; “IV International Short Film Festival of Cinema and Sea”, Mirleft, Morocco nel 2018; ‘XVII Festival del Cinema Europeo – Premio Emidio Greco’ nel 2016 a Lecce; ‘MedFilm Festival’, nel 2105, a Roma; ‘Berlinale Film Cloud’, nel 2015, a Berlino.

Adel Oberto, dopo aver vissuto e studiato a New York, Genova e Pisa, si è trasferito a Londra, dove si è diplomato in Regia Cinematografica presso la National Film and Television School (NFTS) nel 2012.
Michele Cadei (Bergamo, Italia, 1986) ha studiato scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino e si è diplomato in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Regia e sceneggiatura: Adel Oberto e Michele Cadei
Cast: Giuseppe Bencini, Giovanni Buongirolami, Luca Guaschetti
Produzione: Italia, 2015
Durata: 10’

Gli occhi del mondo

By Jean

Gli occhi del mondo

Gli occhi del mondo

La storia è semplice. Racconta della visione di un bambino, dallo sguardo reso neutrale dalla purezza, che vede tutto ciò che lo circonda come qualcosa da scoprire. Ma questo bambino rimane nascosto, e l’apparenza potrebbe ingannare. Chi sarà questa figura? E chi sono le persone che sfilano davanti ai suoi occhi? E cosa rappresenta quel palloncino? Tutto ciò per far capire che davanti a lui siamo tutti uguali, ed è li che si personifica il mondo: io non sono differente da un altro nella realtà che ci circonda, sono sempre io, una persona, capace di grandi cose se lo vuole…

I particolari

Girato su una spiaggia di Arma, il Lido Idelmery, questo corto è il saggio finale del corso di Cinematografia del Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Riccardo di Gerlando e Simone Caridi. Opera prima di una giovanissima e promettente aspirante filmaker, la sedicenne Eleonora Reggiani, che racconta così la sua esperienza: “Il percorso che mi ha portato alla realizzazione de Gli occhi del mondo mi ha fatto crescere molto, e mi ha permesso di conoscere attori meravigliosi, persone con cui ho un contatto ancora adesso. Ho imparato cosa vuol dire dirigere un cast, scrivere una sceneggiatura, e per fortuna ero affiancata da persone più esperte che mi hanno seguita. Per questo progetto, che doveva essere semplice ma diretto, ho scelto come interpreti ragazzi e adulti provenienti da diverse esperienze cinematografiche e teatrali, ma anche persone che si non si erano mai cimentate davanti a una telecamera, risultando comunque molto efficaci. Inoltre, i ragazzi più giovani, anche miei coetanei, hanno fatto amicizia con gli adulti e questo è servito a rendere l’atmosfera sul set meno tesa e quindi a ottenere un lavoro finale migliore. Per me portare a termine questo lavoro è stata la dimostrazione che per fare qualcosa in cui si crede si trova sempre un modo, anche se la strada può sembrare difficile.
Dopo quell’esperienza non ho mai smesso di sognare qualcosa di più grande, e non ho mai smesso di scrivere, soprattutto! Spero di realizzare il mio sogno, un giorno…”.

Regia: Eleonora Reggiani
Cast: Matilde Siri, Edoardo Tomatis, Mauro Arneri
Produzione: Italia, 2016
Durata: 3’

Giovanni Burlando's vision

By Jean

Giovanni Burlando’s vision

Giovanni Burlando’s vision

Il documentario racconta la storia del centauro genovese Giovanni Burlando, decano delle gare in salita, che ha disputato 850 competizioni dal 1958 agli anni Ottanta, a fianco di piloti come Pasolini e Agostini, e a 77 anni non aveva ancora smesso di correre.Tantissimi i campionati vinti con le sue moto: Aletta, Benelli 250, Ducati 250, Motobi.
Le stesse che ancora oggi sono nel suo garage-officina.
Nel film, Burlando corre ancora una volta sulla Doria Creto con il suo Morini 350, rievocando storie vissute in prima persona. Aneddoti che per molti sono leggenda, così come lo stesso pilota (scomparso nell’ottobre del 2017) per tanti motociclisti.

I particolari

Tra le belle immagini tra passato e presente del film, lo stesso Giovanni Burlando ripercorre gli anni d’oro delle gare in salita, quelle dove chi correva si preparava le moto e le provava in autostrada.
“All’epoca i vigili non erano come adesso… Le moto erano senza targa e marmitta, e quando andavi a correre fuori Genova le caricavi sul treno. Mi ricordo una volta che ho fatto Milano Monza con il braccio attaccato al finestrino della 500 di mia moglie che mi trainava… il braccio era da buttare una volta arrivato!”.
Giovanni Burlando’s vision è stato realizzato nel 2015 da Ugo Roffi, tra i fondatori del gruppo motociclistico genovese Cafe Racer Genova.
Con più di 40mila visualizzazioni su internet, la storia di Burlando ha fatto riscoprire l’epopea delle gare in salita nel mondo. Nel 2017 è stato proiettato al Lisbon Motorcycle Film Festival e al New York Motorcycle Film Fest. Nella sezione short film ha vinto il Toronto Motorcycle Film Festival e il Portland Motorcycle Film Festival.
Ugo Roffi, montatore, cameraman, fotografo e videomaker genovese, dopo una lunga esperienza nelle televisioni, lavora oggi come freelance per i principali network italiani.
In campo editoriale ha realizzato per Chiarelettere il docufilm Il canto del Gallo, una testimonianza su Don Andrea Gallo. Ha al suo attivo collaborazioni con teatri, associazioni ed enti pubblici. Porta la sua firma la campagna di Legambiente Liguria sulle buone pratiche nel campo del riciclo dei rifiuti.

Regia: Ugo Roffi
Cast: Giovanni Burlando
Produzione: Italia, 2015
Durata: 11’

Genova

By Jean

g e n o v a

g e n o v a

Genova è una ragazza francese che scopre l’amore. Lo fa tornando per la prima volta nella città di cui porta il nome, dove è nata vent’anni prima. Orfana dei genitori, in un’estate conosce lo spazio dove si sono amati e dove l’hanno concepita. Alla scoperta dei luoghi e dei colori della Superba, Genova vive un’esperienza dove ogni cosa collima alla perfezione e sembra più vera. L’incontro con Edoardo, primo amore, non fa che dare linfa a questo vortice di sensazioni. E la mette davanti a una scelta difficile: restare nella ritrovata città del suo nome, o tornare in Francia. Qual è la sua casa, ora?

I particolari
Un gruppo di studenti della Civica Scuola di Cinema di Milano ha visitato Genova ed è stato colpo di fulmine. Un amore che si è trasformato in un delicato cortometraggio, ricco di belle immagini e toccanti emozioni, sullo sfondo di una città che non finisce mai di incantare.
Diretto da Michele Cardano, che ha curato anche la splendida fotografia, si basa sulla sceneggiatura firmata da Alessio Rocco e Gloria Mottarelli. Musiche di Dominique Charpentier. Montaggio di Saverio Cappiello. Suono e color grading di Marco Pirondini.

Dopo la laurea in lettere moderne, Michele Cardano si iscrive al corso di regia della Civica Scuola di Cinema di Milano. Il suo primo corto, prodotto con I PAR, dal titolo Trentaquattro metri, uscito su Repubblica TV, è diventato virale a San Valentino nel 2015. Nel 2017 ha diretto il documentario Y selezionato in diversi festival italiani, e lo spot Tutto il resto non è noia, nell’ambito della campagna pubblicitaria Io non me la bevo. Lavora come regista in ambito pubblicitario, per clienti come TIM, Mondadori e Dolce & Gabbana. È nato e vive a Milano.

Regia: Michele Cardano
Cast: Beatrice Caruso e Edoardo Chiappino
Italia, 2016
Durata: 3′

Chebet

By Jean

Chebet

Chebet

Donne sull’orlo di una crisi di nervi in un villaggio negli altopiani del Kenya. Chebet è incinta e decide di adottare misure drastiche contro il marito ubriacone, che non smette di complicarle la vita e il datore di lavoro che la molesta. Intanto l’amico poligamo, che lavora con lei nei campi, la considera fortunata perché si deve occupare di un solo marito…

I particolari

Uno spaccato della realtà vissuta da molte donne forti e belle, in Kenya. Il film intende celebrarle con verità, onore e un pizzico di humor.
Vincitore del Premio CINIT e CEM al 28° Festival del Cinema Africano, di Asia e America Latina, questo cortometraggio dal grande valore educativo è stato scelto dalla giuria all’unanimità “per l’esemplare ritratto e l’intensa interpretazione della giovane protagonista, capace di superare le quotidiane umiliazioni con la potenza dello sguardo e la coerenza del comportamento, lontana da ogni compromesso e conservando integra la propria dignità di donna”.

Tra gli altri premi, l’Alexis Award per Miglior Film di Diploma (Palm Springs International Shortfest 2017), Wasserman Award (First Run Film Festival 2017).
Tony Koros è lo sceneggiatore, produttore e regista di questa opera bella, anche a livello di immagini, e interessante. I suoi cortometraggi sono stati presentati in più di 20 festival di tutto il mondo, tra cui Palm Springs International Shortfest, Clermont Ferrand, FESPACO 2017, Durban International Film Festival. Vince il Sembene prize allo Zanzibar International Film Festival.

Regia: Tony Koros
Cast: Anita Kavuu-Ng’ang’a, Justin Karunguru, Caleb Kipkoech, Vincent Kiplang’at
Produzione: Kenya/USA, 2017
Durata: 12’
V.O. in lingua swahili con sottotitoli in italiano

I parenti del Frantoio Nero

By Jean

I parenti del Frantoio Nero

I parenti del Frantoio Nero

Uno spot plot che trae spunto dalla iperinvasività della pubblicità odierna. Stanchi della perfezione degli spot stile “Famiglia del Mulino Bianco”, perché non inventare “I Parenti del Frantoio Nero”? Una famiglia sui generis, un po’ sopra le righe, per niente perfetta, che ha grandi uliveti e produce un discutibile ed improbabile olio nero… Olive e olio sono tra i prodotti liguri di qualità, il nero è una metafora dell’occulto, del torbido e dell’olio nero per eccellenza – il petrolio – che ha creato e crea notevoli diseguaglianze e disequilibri mondiali. Lo spot segue la canzone di Nerio Bergesio, che spiega cosa succede alla grottesca famiglia.

Gli autori

Nerio Bergesio nato a Trieste, vive a Pordenone. Dirigente bancario, segue con successo le sue diverse passioni, dalla musica all’industria audiovisiva. In campo cinematografico, dà vita a circoli e associazioni culturali a sfondo sociale, e produce e dirige numerosi lavori, tra cui i corti Cinediritti e Diritti e Rovesci (premiati al Cimameriche Film Festival del 2013) L’arte e il significato della vita e L’archivio ritrovato. Memorie in bianconero di Carlo A. Giovetti, giornalista, Aninu, Anatolia e Rifare la spiritualità. Nel 2016 co-produce il primo lungometraggio, Uargh!. Nel 2018 è uno dei fondatori di CIMA Prod Srl, società di produzione cinematografica. La società ha già in cantiere, al suo esordio, quattro coproduzioni internazionali.

Maria Ludovica Marini nasce a Pietra ligure e vive a Chiavari. L’amore per il cinema inizia a otto anni con la prima ripresa col super8 paterno. Nel 1986 vince una borsa di studio in Cinema e Sceneggiatura presso il Centro Studi Comunicazione di Roma. In seguito entra nel laboratorio Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi. Si specializza nel campo del disagio clinico e sociale, in particolare dopo il lavoro nell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto, e realizza lavori sperimentali clinici, documentaristici e di fiction. Fonda Lea Art&Cinema, associazione tesa alla responsabilità etica, sociale e civile del comunicare, il laboratorio Tigullio Cinema e Lamaca Gioconda, Circolo del Cinema ligure. La passione per i viaggi, collegata ai suoi interessi clinici e cinematografici, la porta con progetti audiovisivi specifici sui percorsi femminili e sui disagi infantili in America, Asia e Africa.
Nel 2001 fonda a Monforte d’Alba La Contessa Berta, associazione cinematografica al femminile. Nel 2003 dall’esperienza nasce il Food in Film Festival che, attraverso il cinema di qualità, valorizza le risorse tipiche delle Langhe. Dal 2004 al 2015 propone in Liguria il Cimameriche Film Festival, che ha l’obiettivo di “riportare a casa” cineasti del continente americano con origini liguri. Dal 2018 apre Il Giumifalo, uno spazio psicoeducativo e riabilitativo in cui si coniugano le problematiche della comunicazione con l’esperienza creativa. Come Circolo del Cinema produce cortometraggi e spot di interesse civile e sociale. Uargh!, prodotto nel 2016, commedia grottesca sul diritto alla salute girata nell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, è il primo lungometraggio. Nel maggio del 2018 fonda a Chiavari CIMA Prod. S.r.l.

Autori: Nerio Bergesio, Maria Lodovica Marini
Produzione: Italia, 2018
Durata: 5’

Calceide

By Jean

Calceide — Quando lo sport diventa avanspettacolo

Calceide — Quando lo sport diventa avanspettacolo

C’era una volta la Fortis Entina, squadra di calcio della città di Clambari, che giocava in Rotalia nel campionato nazionale di serie B. L’ultimo campionato, però, aveva visto un epilogo triste: l’Entina si era classificata al quart’ultimo posto, aveva partecipato al playout ma era stata sconfitta, venendo pertanto retrocessa in serie C. E questo è l’incipit della storia. Calceide è l’ironica descrizione, visiva e musicale, della surreale situazione vissuta a Chiavari dalla propria squadra.

Gli autori

Nerio Bergesio nato a Trieste, vive a Pordenone. Dirigente bancario, segue con successo le sue diverse passioni, dalla musica all’industria audiovisiva. In campo cinematografico, dà vita a circoli e associazioni culturali a sfondo sociale, e produce e dirige numerosi lavori, tra cui i corti Cinediritti e Diritti e Rovesci (premiati al Cimameriche Film Festival del 2013) L’arte e il significato della vita e L’archivio ritrovato. Memorie in bianconero di Carlo A. Giovetti, giornalista, Aninu, Anatolia e Rifare la spiritualità. Nel 2016 co-produce il primo lungometraggio, Uargh!. Nel 2018 è uno dei fondatori di CIMA Prod Srl, società di produzione cinematografica. La società ha già in cantiere, al suo esordio, quattro coproduzioni internazionali.

Maria Ludovica Marini nasce a Pietra ligure e vive a Chiavari. L’amore per il cinema inizia a otto anni con la prima ripresa col super8 paterno. Nel 1986 vince una borsa di studio in Cinema e Sceneggiatura presso il Centro Studi Comunicazione di Roma. In seguito entra nel laboratorio Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi. Si specializza nel campo del disagio clinico e sociale, in particolare dopo il lavoro nell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto, e realizza lavori sperimentali clinici, documentaristici e di fiction. Fonda Lea Art&Cinema, associazione tesa alla responsabilità etica, sociale e civile del comunicare, il laboratorio Tigullio Cinema e Lamaca Gioconda, Circolo del Cinema ligure. La passione per i viaggi, collegata ai suoi interessi clinici e cinematografici, la porta con progetti audiovisivi specifici sui percorsi femminili e sui disagi infantili in America, Asia e Africa.
Nel 2001 fonda a Monforte d’Alba La Contessa Berta, associazione cinematografica al femminile. Nel 2003 dall’esperienza nasce il Food in Film Festival che, attraverso il cinema di qualità, valorizza le risorse tipiche delle Langhe. Dal 2004 al 2015 propone in Liguria il Cimameriche Film Festival, che ha l’obiettivo di “riportare a casa” cineasti del continente americano con origini liguri. Dal 2018 apre Il Giumifalo, uno spazio psicoeducativo e riabilitativo in cui si coniugano le problematiche della comunicazione con l’esperienza creativa. Come Circolo del Cinema produce cortometraggi e spot di interesse civile e sociale. Uargh!, prodotto nel 2016, commedia grottesca sul diritto alla salute girata nell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, è il primo lungometraggio. Nel maggio del 2018 fonda a Chiavari CIMA Prod. S.r.l.

Autori: Nerio Bergesio, Maria Lodovica Marini
Produzione: Italia, 2018
Durata: 13’

Bobby

By Jean

Bobby

Bobby

Fares, 8 anni, ha il permesso di andare a scuola da solo per la prima volta. Per strada incontra un cane randagio che chiama Bobby. È l’inizio di una vera amicizia. Con la complicità della madre, Fares cerca di prendersi cura come può del cagnolino, che vorrebbe stare sempre accanto al nuovo compagno di giochi. Ma la sua presenza non è gradita, per motivi religiosi, al padre di Fares e a un pericoloso vicino… La dolcezza della bestiola e le sue vicissitudini alla fine vinceranno ogni resistenza e pregiudizio e i due amici potranno vivere insieme.

I particolari

“Che cosa succederebbe se l’integralismo religioso in Tunisia arrivasse al punto di proibire la presenza di cani – animali impuri – nelle case?” si è chiesto il giovane regista tunisino, prima di girare questo suo secondo lavoro. La domanda se l’era posta nel 2011, quando era in pieno svolgimento la rivoluzione tunisina. Mentre seguiva le notizie, si era imbattuto in un articolo in cui si parlava di un progetto di legge per interdire i cani in Iran. “Ero sconvolto di fronte all’intolleranza di un Paese islamista in cui oggi la Sharia è la sola fonte del diritto. Io, che sono cresciuto circondato dei cani, non potrei sopportarlo.” E questo amore lo ha mostrato tutto, con grande tenerezza, in un cortometraggio divertente, delicato e commovente.
Al di là dell’amore esplicitato per gli animali e il desiderio di proteggerli e accudirli, il cortometraggio è una piccola opera d’arte, vincitore, tra gli altri premi, del Grifone d’oro al Giffoni Film Festival del 2013. La cinepresa si muove dentro la bolla che circonda il giovanissimo protagonista, in cui solo chi gli è complice può entrare per intero (nelle prime scene, infatti, dei genitori viene mostrata solo la parte bassa del corpo, come si fa con gli umani nei cartoon di Tom e Jerry). Il film è anche una critica più o meno sottile all’ondata islamista post rivoluzionaria, ben specificata nella scena in cui il padre guarda in televisione un programma religioso, dove un predicatore attacca cartoni animati come Topolino e Tom e Jerry (per l’appunto) invocando la loro morte. Ma ogni idea può essere cambiata, come suggerisce il finale del film.

Regia: Mehdi M. Barsaoui
Cast: Aleedin Ben, Hamza, Jamel Sassi, Chekra Rammeh
Produzione: Tunisia, 2012
Durata: 18’

A mano libera

By Jean

A mano libera

A mano libera

A mano libera è un cortometraggio delicato e toccante, nella sua semplicità, e affronta un tema molto attuale, anzi, sempre più pervasivo della realtà: la nuova incomunicabilità, figlia della tecnologia, che dietro un’apparente continua condivisione tra le persone, le tiene distanti, pur se vicine fisicamente. Quello schermo che divide la vita reale da quella virtuale, si trasferisce, anche se in modo invisibile agli occhi, anche tra coloro che siedono alla stessa tavola,
partecipano alla stessa situazione. Forse solo lo sguardo puro di un bambino riesce a vedere, a capire e, chissà, risolvere…

I particolari

Come ha raccontato la giovane autrice, la ligure Monica Bruschetta, classe 1980, “nasce alla fine di un bellissimo percorso intrapreso con il corso di Filmaking, organizzato dal Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Simone Caridi e Riccardo di Gerlando. L’idea nasce da una canzone che riporta l’attenzione a quello che abbiamo perduto, senza quasi rendercene conto: l’amore per la scrittura, per la musica, per la vita reale. Immersi in un mondo digitale in cui dobbiamo essere sempre connessi, in realtà siamo totalmente sconnessi da ciò che ci accade intorno e ci perdiamo gesti, colori ed emozioni”.
Il corto è stato girato nel comune di Badalucco, grazie alla disponibilità del gestore del Bar la Piazza, in una sola, intensa giornata di lavoro. In principio era nato con i dialoghi ma si è trasformato in un corto muto dove lo spazio è tutto occupato dalle immagini, dai gesti, dove il messaggio passa soprattutto attraverso gli sguardi.
L’intensità di questa opera prima, in fondo un “saggio di fine corso”, colpisce fin dai primi fotogrammi, e si sviluppa nell’attesa di qualcosa nell’aria, che si rincorre tra un tavolino e l’altro del bar, e avviluppa i vari avventori, ognuno come perso nel suo mondo, pur se accanto a qualcuno. Fino al tocco finale, affidato all’ingenua consapevolezza di un bambino.
Intanto, la giovane e talentuosa Monica continua la sua carriera nel campo cinematografico, nell’ambito dell’associazione genovese ZuccherArte.

Regia: Monica Bruschetta
Cast: Sam Nazionale, Mauro Gambino, Luca Buonasorte, Nicoletta Cino, Carlo De Lucia, Francesco Viale, Ilenia Campione, Matilde Siri
Operatori: Simone Caridi, Riccardo di Gerlando, Eleonora Reggiani, Sonia Mureddu
Produzione: Italia, 2016
Durata: 6’

4 Avril 1968

By Jean

4 Avril 1968

4 Avril 1968

Sabine ha 7 anni e vive con la zia nelle campagne di Guadalupa. Quando, il 4 aprile 1968, lascia la sua casa con addosso il vestito più bello e le trecce ai capelli appena fatte, mai avrebbe dubitato che non sarebbe andata a scuola… infatti, lungo la strada la bimba si addentra nella foresta, dove incontra Akim, un giovane straniero che vive in una capanna. Sono gli anni in cui divampano le proteste delle comunità nere negli Stati Uniti e Sabine si ritrova senza saperlo nel rifugio di due Black Panther.

Il 4 aprile ‘68 è stato un giorno indimenticabile, non solo per gli afroamericani ma anche per quella grande parte di umanità che al sogno di un mondo in pace e senza pregiudizi voleva credere. Resta un punto fermo anche per la piccola Sabine che, in qualche modo, ha la percezione che qualcosa da cui non si torna indietro sia successo. Certo, non dimenticherà quell’avventura, che echeggerà nei suoi desideri e nei suoi sogni avventurosi di bambina.
Il film intreccia con delicatezza, in un quadro d’ambiente di grande fascino visivo, alcuni dei temi fondanti della cultura nera, come l’immigrazione, lo sradicamento culturale, la lotta, la disillusione, fondendoli sapientemente in un racconto di formazione che tocca e fa risuonare le corde del cuore.

Premi
Premio ISMU e Premio MoneyGram per il Miglior Cortometraggio al FCAAAL 2015 (Milano), “perché riesce a parlare della lotta per i diritti civili, in un periodo storico molto complicato, attraverso la storia di una bambina e quindi con uno sguardo poeticamente rivolto verso il futuro. Racconto a un tempo poetico e sociale, riesce a essere anche di grande attualità, visto il riaccendersi delle tensioni razziali negli Stati Uniti in questi mesi, e ci ricorda che l’esperienza di Martin Luther King è sempre viva e necessaria”; Premio della Giuria al Festival Regard du Monde 2015 (Francia); Premio Miglior Cortometraggio al Festival International du Film Insulaire de l’Île de Groix 2015 (Francia).

Regia: Myriam Gharbi
Cast: Anaïs Moffen, Gary Carr, Aude Legastelois
Produzione: Guadalupa/Francia, 2014
Durata: 23’
V.O. in francese con sottotitoli in italiano

Un profilo per due

By Jean

Un profilo per due

Un profilo per due

L’anziano Pierre, rimasto vedovo dopo 50 anni di idilliaco ménage familiare, si lascia vivere, isolato in casa, incapace di distaccarsi dal ricordo dell’amatissima moglie. Subisce brontolando le visite della figlia, l’unica ad occuparsi di lui. Per distrarlo dalla sua malinconica solitudine, lei gli regala un computer e assume Alex, il giovane compagno disoccupato della figlia, per insegnargli ad usarlo. Così Pierre apprende, pur con la fatica di un’uomo cresciuto in un’epoca tanto distante dalla moderna tecnologia, a utilizzare le infinite opportunità che internet mette a disposizione, in particolare quella di conoscere virtualmente altre persone. Nel caso, l’affascinante Flora63, una bellissima trentenne, iscritta allo stesso sito di incontri, che resta ammaliata dai suoi modi galanti e dal suo romanticismo retrò. Ma quando la donna propone un appuntamento vero, Pierre si ritrova in grossi guai. Infatti non è stato sincero, tacendo la veneranda età e nascondendo il vero aspetto dietro una foto del fidanzato della nipote, e suo maestro di informatica… Non gli resta che convincere Alex a incontrare e corteggiare la bella Flora al posto suo, scatenando una serie di inganni e sotterfugi che porteranno il caos nella vita dei tre protagonisti.

I particolari

Stéphane Robelin, al suo terzo film, conferma l’impossibilità di catalogarlo all’interno di un genere. In questo caso, si cimenta nella commedia degli equivoci più classica, grande cavallo di battaglia della cinematografia francese.
La fonte di ispirazione è chiara e dichiarata: il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Pierre con la sua Flora non può che ricordare, infatti, una versione on line di Cyrano con Rossana. Se il naso non è lungo, lunghi sono gli anni che ha vissuto, incompatibili con la giovinezza e la bellezza di una donna affascinata dalla sua poetica galanteria ma ignara del suo vero aspetto.
Alla vicenda non poteva mancare un novello Cristiano, incarnato da Alex, il fidanzato della nipote, che si lascia vivere sognando una carriera come sceneggiatore, mentre nella realtà è un disoccupato che si è adattato ad abitare in casa della madre della compagna, subendo un perenne confronto a distanza con il suo ex.
Il film, nella prima parte, si vela di malinconia, raccontando un mondo in cui gli anziani si sentono messi (e si mettono) da parte e le tante solitudini di coppia. L’incontro virtuale regala nuovi spiragli di vita a Pierre, ma mette in difficoltà colui che gli ha aperto le porte di un universo sconosciuto, generoso di gioie ma anche di dolori… Alex, infatti, prova un colpevole feeling con Flora, la quale, a sua volta, non ha ancora finito di elaborare un lutto. Quando il gioco degli scambi si realizza nella realtà, si imbocca la strada della commedia (con qualche punta di farsa) e il suo tono si assesta in un mood intelligente, dal ritmo brioso, attuale e divertente.
Impeccabile, la scelta degli attori, tra i quali emerge un Pierre Richard che gioca ironicamente con la sua vera età (84 anni portati con nonchalance) e aderisce appieno, anche fisicamente, alla psicologia del personaggio.
Volto simbolo del cinema francese ma anche regista, scoperto da Jacques Becker nel 1958, Pierre Richard è noto per aver lavorato spesso con Francis Veber e con Gérard Depardieu in commedie importanti come La capra, Noi siamo tuo padre e Due fuggitivi e mezzo. Robelin lo aveva già diretto in E se vivessimo tutti insieme?.
Alex ha il volto di Yaniss Lespert. Nato nel 1989, Lespert è figlio di un’avvocatessa di origine algerina e dell’attore francese Jean Lespert, oltre che fratello del più famoso Jalil. Attore più televisivo che cinematografico, ha iniziato a calcare le scene nel 1992 e ha legato il suo nome a opere come Le petit lieutenant e Cena tra amici.
A interpretare la bella Flora è Fanny Valette, attrice francese classe 1986, subentrata alla prima scelta, la coetanea Oona Chaplin. Lanciata giovanissima dal piccolo schermo, spazia elegantemente tra i generi cinematografici, forte delle partecipazioni a Cambio d’indirizzo, simpatica commedia di Emmanuel Mouret, Night Fare, ansiogeno thriller di Julien Seri, e il frizzante A love you, di Paul Lefèvre.
La motivazione di creare un film con un vecchio eroe la spiega lo stesso regista.
“Le persone anziane mi toccano. Mi piace il loro modo di inventare storie, di cacciarsi inconsapevolmente nei guai e di trovare soluzioni. Quando si è anziani, tutto si fa più complicato ma non ci si arrende. Per me, è questa la vera definizione di eroe, un individuo che deve combattere contro ciò che gli riserva la vita e accettare un certo numero di cambiamenti. Avevo già affrontato la questione della vecchiaia in E se vivessimo tutti insieme? in cui un gruppo di settantenni alle prese con acciacchi e malattie inizia a convivere in una sorta di comune.
Un profilo per due è una sorta di continuazione e apre la strada a nuove situazioni, con il confronto diretto tra un vecchio signore e un giovane uomo che potrebbe essere suo nipote. A fare da tramite è il simbolo della modernità per eccellenza: internet, strumento che ha creato un profondo gap tra i giovani e coloro che appartengono alle generazioni precedenti. Internet permette a chiunque, a qualsiasi ora della giornata, di entrare in contatto con tutto il mondo, di comunicare, di viaggiare, di sognare, di crearsi una falsa identità e persino di innamorarsi. Ed è ciò che accade nella mia storia, e in questo caso fa sorridere e ha un lieto fine”.
Dopo aver lavorato come regista di spot pubblicitari, programmi televisivi e documentari, Robelin ha diretto il suo primo lungometraggio nel 2004, realizzando con Real Movie un’opera peculiare con il punto di vista di una camera tenuta da uno dei personaggi. Con un budget atipico, il lungometraggio è uscito in poco più di dieci copie ma ha permesso al regista di calamitare l’attenzione di critica e produttori, regalandogli nel 2011 la possibilità di dirigere E se vivessimo tutti insieme?.

Scheda tecnica

Regia: Stephan Robelin
Cast: Pierre Richard, Fanny Valette, Yannis Lespert, Macha Meril, Stéphanie Crayencour
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Un profil pour deux
Durata: 99’

Tuo Simon

By Jean

Tuo Simon

Tuo Simon

Ognuno ha diritto a una grande storia d’amore, ma per qualcuno la questione è più complicata. Ad esempio per il diciassettenne Simon Spier, che vive una vita normale in una tranquilla cittadina americana, ha una famiglia che adora e degli amici straordinari ma anche un segreto che lo angustia: nessuno sa della sua omosessualità. Simon non ha nemmeno il coraggio di rivelarlo ai genitori perché teme di deluderli, soprattutto il padre, bonariamente legato a un concetto molto classico di virilità. Finché non inizia un appassionante scambio di mail con un compagno di scuola, conosciuto online e che rimane nascosto dietro il nickname Blue. Ma Martin, il nerd della scuola, lo scopre per caso e lo ricatta: se non vuole che il suo segreto sia rivelato, deve aiutarlo a conquistare la ragazza dei suoi sogni, cui Simon è legato da una profonda amicizia. Per lui inizia così un’avventura in cui il sorriso si alterna con la preoccupazione. Saranno i suoi amici Leah, Debby e Nick ad aiutarlo a reagire e cambiare vita, scoprendo infine il primo amore…

I particolari

Unico, emozionante, sincero, il migliore dell’ancora breve carriera di Greg Berlanti, il film affronta con leggerezza, ma non superficialità, un tema complicato come l’adolescenza con i suoi turbamenti legati alle infinite sfumature dell’amore e della sessualità.
Il regista si avvale di una sceneggiatura efficace, scritta da Elizabeth Berger con Isaac Aptaker sulla base del romanzo di Becky Albertalli Simon vs. the Homo Sapiens Agenda, tradotto in italiano con il titolo Non so chi sei ma io sono qui.
Ma oltre a un ottimo script, si intuisce fin dalle prime inquadrature che alla base della bellezza di Tuo Simon c’è anche una determinata ed empatica partecipazione emotiva. Il giovane regista dichiaratamente gay di Tre all’improvviso (2010) e Il club dei cuori infranti (2000), conosciuto soprattutto come sceneggiatore e produttore della serie tv per teenagers Dawson’s Creek, racconta ancora una volta l’omosessualità attraverso lo sguardo di Simon. Un racconto lieve, senza retorica, arricchito da profonda umanità, sui conflitti interiori di chi è costretto a nascondere la propria natura perché il cosiddetto Homo Sapiens è ancora restio ad elaborare codici non di tolleranza (che già presuppone un giudizio) ma semplicemente di convivenza civile. Ma Simon non è solo. Intorno a lui ruota il prezioso microcosmo degli amici. Ognuno di loro gli vuole bene, pur con la propria pena amorosa o familiare da risolvere.
Grandi assenti i genitori: o non ci sono, o fanno controlli puramente formali, o vestono i panni dei compagnoni scapestrati, capaci di scherzare coi figli ma non di accorgersi di quel passa nella loro mente e nel loro cuore.
La professionalità ma soprattutto la sensibilità aiutano Berlanti ad affrontare tutti questi argomenti delicati senza scivolare nel patetico, o nel “genere”. Nessun personaggio è sopra le righe, e se episodicamente accade, subito viene riportato nei canoni della credibilità.
Con semplicità si spiegano le difficoltà di un ragazzo, già alle prese con i problemi dell’adolescenza, nel capire, accettare e infine dichiarare di essere gay. E, come sovrappeso, sopraggiunge la paura di essere pubblicamente additato sui social media, che annullano in un istante i confini tra pubblico e privato con spregiudicata leggerezza. È quel che più teme Simon: che la tenera corrispondenza online con l’innamorato segreto possa finire sul blog della scuola, facendo a pezzi la sua intimità e la sua stessa vita.
Ma ci sono gli amici, accanto a lui, a sostenerlo e rassicurarlo, preludendo a un happy end quasi fiabesco, in un mondo libero da tabù come è giusto che sia…
Ogni capitolo del romanzo cui si ispira viene trattato con estrema cura, la stessa dedicata al cast. Le diverse personalità, ognuna con un suo retroterra, sono state approfondite, applicandole ad interpreti perfettamente calati nel ruolo, si potrebbe dire “reali”. A sostegno degli attori, la sceneggiatura è solida e brillante, efficace nei dialoghi, quasi commovente per la sincerità e il desiderio affettuoso di dipingere il mondo come dovrebbe essere.
I ragazzi sono sì ostaggio della tecnologia ma socievoli e bendisposti, i genitori forse un po’ superficiali ma dalla mentalità aperta, le autorità scolastiche dialoganti e comprensive.
Della teen comedy rispetta tutte le regole, rappresentando con grande verosimiglianza il mondo scolastico e familiare, sport e attività extracurricolari, party di Halloween e feste di fine anno, incomprensioni, segreti e innamoramenti, ma ciò che distingue Tuo, Simon è quel bisogno sempre più impellente ma altrettanto terrorizzante di rivelare al mondo chi si è davvero. Per questa sua forza è stato protagonista negli Stati Uniti di un fenomeno curioso: molti attori omosessuali, come Neil Patrick Harris e Matt Bomer, o eterosessuali impegnati nelle battaglie della comunità lgbt come Kristen Bell hanno deciso di affittare intere sale di proiezione nei cinema delle loro città e regalare lo spettacolo a tanti ragazzi e ragazze.
“È un film importante e bello. So che vi piacerà, venite domenica a vederlo gratis” invitava Matt Bomer sul suo profilo Instagram.
A questo proposito, vale la pena citare una frase pronunciata dal protagonista:
“A volte mi sento bloccato su una ruota panoramica. Un attimo prima sono in cima al mondo, quello dopo negli abissi. Continuamente, tutto il giorno. Questo perché gran parte della mia vita è fantastica. Ma nessuno sa che sono gay”.
In fondo anche gli amici di Simon (Nick Robinson), la bella ma introversa Leah (Katherine Langford), l’attraente Abby che soffre per il divorzio dei suoi genitori (Alexandra Shipp), l’insicuro e timido Nick (Jorge Lendeborg Jr.) per non parlare del prepotente ma in realtà fragile Martin (Logan Miller) si ritroveranno a fare una sorta di personale coming out. In fondo crescere è accettare chi siamo e rivendicarlo al mondo.

Scheda tecnica

Regia: Greg Berlanti
Cast: Nick Robinson, Katherine Langford, Jennifer Garner, Alexandra Shipp, Josh Duhamel
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Love, Simon
Durata: 109’

Succede

By Jean

Succede

Succede

Margherita detta Meg si percepisce come un contenitore vuoto e ogni mattina il suo cervello adolescente carica le informazioni necessarie per attraversare indenne (o quasi) la giornata, “resettando” i ricordi dolorosi. Per fortuna ci sono Tom e Olimpia detta Olly, i suoi migliori amici nonché compagni di un liceo pubblico milanese trendy ma accessibile. Finché all’orizzonte appare Sam, cugino romano di Olly arrivato a Milano da poco, e visibilmente interessato a Meg…
Una commedia semplice, un diario, un romanzo di formazione che parla lo slang dei giovanissimi, e si inserisce nel filone del teen movie finora dominato dagli americani, con qualche eccezione europea, come Il tempo delle mele.

I particolari

“A questa età non lo decidi, succede. Non lo programmi, non sai quando, arriva e basta!”.
Così afferma a un certo punto la protagonista Meg, riassumendo lo spirito di questo film di teenager per teenager, ma non solo. È interessante, infatti, per chi adolescente non lo è più da un pezzo, immergersi nel mondo in cui i ragazzi di oggi vivono, fatto di un linguaggio mediato dalla tecnologia, dai social, da un’interazione spesso più virtuale che reale, un mondo distante anni luce da quello dei ragazzi di ieri, e portato sul grande schermo con assoluta credibilità.
In fondo i sentimenti di base, come l’amicizia, l’amore, il desiderio di costruire la propria vita, non sono cambiati più di tanto, se non nel modo o negli strumenti per esprimerli.
Succede è un teen movie ben realizzato, risultato di scelte azzeccate, come quella di far parlare i ragazzi esattamente come nella realtà. O l’intelligente selezione dei protagonisti: Matteo Óscar Giuggioli, l’amico affidabile, già apprezzato ne Gli sdraiati in un ruolo minore ma ricco di sfumature recitative promettenti, il bravo Brando Pacitto (L’estate addosso, Piuma) l’improbabile seduttore, ma soprattutto le due esordienti. Margherita Morchia, ovvero Meg, finalmente rappresenta una ragazza “normale” e semplice nella sua accezione positiva, autrice del diario su cui si basa la vicenda, e Matilde Passera, scelta con un casting su YouTube, veste i panni dell’amica del cuore Olly, fresca e spontanea nel suo lieve accento milanese.
Perché è proprio la metropoli lombarda a fare da scenario, anzi, da coprotagonista: non una Milano da bere, ormai lontanissima nel tempo, piuttosto un luogo facile da trasformare in un set cinematografico per sogni adolescenziali, con un Planetario che si trasfigura e tanti tanti tetti condominiali dove raffigurare un futuro di due cuori e una capanna… perché certi desideri ed emozioni non cambiano mai.
Come non cambia il timore di trasformarsi negli adulti, “vecchi e infantili”, di cui i ragazzi sono circondati. Forse è proprio il ritratto di questi genitori irresponsabili e stereotipati il tratto meno originale della storia, ma in fondo è solo il punto di vista di un film che guarda il mondo e i suoi abitanti con gli occhi (e i pregiudizi e le critiche anche aspre e inevitabili, perché parte dei conflitti generazionali esistiti da sempre) dei suoi giovanissimi protagonisti.
Le loro vite scorrono al ritmo della musica ascoltata in cuffia, tra rifugi a un passo dal cielo e le albe milanesi, vestiti di jeans e sneakers, a scuola e quando si scambiano i primi baci.
Quattro amici che condividono tutto, un tutto raccontato dal diario di Margherita – Meg, in giorni che scorrono tra amicizia e amore, in quel particolare momento della vita in cui tutto è assoluto e c’è posto solo per il presente.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo best seller di Sofia Viscardi, milanese, classe 1998, che un giorno ha deciso, come tanti coetanei ma con una marcia in più, di condividere le sue esperienze di adolescente e il suo punto di vista sul mondo col grande popolo di internet. Il blog ha avuto successo, trasformandola in una stella di YouTube, soprattutto dopo una sua intervista a Roberto Saviano, nel 2015, premiata da 150.000 visualizzazioni. Poca cosa, rispetto al successo seguente del video Con chi mi sono fidanzata, che ne ha registrate un milione e trecentomila.
E sulla scia di questo successo, è stato pubblicato Succede, un vero e proprio romanzo di formazione che ha venduto finora duecentomila copie. E dalla classifica dei bestseller alla trasposizione cinematografica, il passo è stato breve.
Prodotto da Warner Bros. Entertainment Italia, Indigo Film e Roman Citizen, il film segna l’esordio nella regia di un lungometraggio di Francesca Mazzoleni, nata a Catania nel 1989, diplomata al centro Sperimentale di Cinematografia e autrice di diversi cortometraggi e documentari. Assistente di Marco Danieli per La ragazza del mondo, ha scritto lei stessa la sceneggiatura insieme a Paola Mammini e Pietro Seghetti.
Senza filtri né giudizi, la regista evita di descrivere gli adolescenti come svogliati e abulici, insistendo invece sulla positività e il buonsenso. Una regia al servizio della storia, pur conservando una sua forte specificità, privilegiando rispetto al realismo un magico naturalismo che trasforma Milano in una sorta di La La Land.

Scheda tecnica

Regia: Francesca Mazzoleni
Cast: Margherita Morchio, Matilde Passera, Matteo Oscar Giuggioli, Brando Pacitto
Produzione: Italia, 2018
Durata: 94’

Storm Rider — Correre per vincere

By Jean

Storm Rider — Correre per vincere

Storm Rider — Correre per vincere

Quando il padre viene arrestato, la ricca e viziata adolescente Dani vede crollare tutto il suo mondo. L’unico che può occuparsi di lei è uno zio, Sam, che vive in una fattoria dispersa tra le campagne. La speranza di Dani, da sempre frequentatrice appassionata di un maneggio, è di trovare nella nuova casa dei cavalli da accudire e, magari, addestrare. Una speranza destinata a infrangersi, perché Sam non ne possiede. Per alleviare la sua solitaria tristezza, lo zio le regala un giovane mulo.
Prendendosene cura, la capricciosa ragazzina si trasforma in una donna coraggiosa e determinata, che ha imparato ad apprezzare ciò che realmente conta nella vita…

I particolari

È una piccola ribelle, la giovane Dani, insofferente alle regole e dal temperamento tempestoso, spesso in disputa con i familiari. È abituata a una vita splendida, in una magnifica casa, circondata dagli agi, con tanti amici con cui uscire per discoteche e locali. Nutre una grande passione per i cavalli, che ama cavalcare nell’elegante maneggio che frequenta abitualmente. Ma proprio quando tutto sembra andare secondo le più rosee previsioni, il destino l’aspetta al varco per sconvolgere le sue certezze in pochi istanti. Il padre commette un reato e viene arrestato, la matrigna se ne va e lei resta sola nel suo personale incubo, senza gli affetti e il benessere cui era abituata. L’unico che può occuparsi di lei è uno zio, Sam, che praticamente non conosce e che non sa nulla dì adolescenti. Con grandi sacrifici è riuscito a comprarsi una fattoria e vive serenamente nelle campagne dello Utah. Quando Dani viene a sapere che dovrà trasferirsi da lui, in un luogo sperduto e molto diverso da quelli in cui ha sempre vissuto, con la sola compagnia di un parente con cui ha scarsa familiarità, viene assalita dallo sconforto. Sconforto che si trasforma in rabbiosa tristezza quando si rende conto che, tra gli animali della fattoria, non ci sono cavalli che potrebbe imparare ad addestrare, l’unica prospettiva che riusciva a consolarla. Lo zio, che si sforza affettuosamente di renderle più accettabile la nuova condizione e più lieve la sua malinconia, le regala un giovane mulo, rimasto orfano. Dani si entusiasma e si affeziona subito al puledro, che decide di chiamare Stormy. I due diventano inseparabili: lei lo accudisce e inizia ad addestrarlo, sognando di farlo partecipare a una corsa… Tra problemi e speranze, ostacoli e vittorie, amici e nemici, la ragazza impara la bellezza della semplicità e della saggezza, e comprende che il senso vero della vita va al di là di vizi, capricci e passatempi frivoli. Mentre tutto intorno a lei va finalmente come deve andare, e anche con lo zio il rapporto è diventato di grande complicità, arriva un lieto fine forse un po’ scontato e zuccherino ma perfetto per una storia dichiaratamente di buoni sentimenti.
Storm Rider è un film edificante e rilassante, ambientato nei bellissimi, immensi paesaggi campestri americani con sottofondi musicali che ricordano, com’è giusto che sia, La casa nella prateria, e qualche bel brano country di Marcum Stewart e The Ollering Pines. Scene collaudate e tipiche di un certo genere molto USA, fatte di carrellate e zoom lentissimi, la fotografia splendida e tanta luce fanno da contorno a un racconto semplice, di formazione e ricco di saggezza, adatto a tutte le età. Non mancano situazioni commoventi, e tanta dolcezza, in un crescendo di sentimenti e affetti condotto con delicatezza dal regista, Craig Clyde, in un contesto in cui umani e animali coesistono e comunicano.
L’eroe positivo della vicenda è lo zio Sam, uomo buono e onesto, ben interpretato dall’affascinante Kevin Sorbo, conosciuto dal grande pubblico nei (pochi) panni dell’Hercules della fortunata serie televisiva. Accanto a lui, nel ruolo di Jodi, compare Kristy Swanson, già protagonista di Buffy l’ammazzavampiri, film che fu preludio di un’altra serie tv molto popolare tra i giovanissimi, in cui la cacciatrice adolescente di creature demoniache aveva le sembianze di Sarah Michelle Gellar. A incarnare Dani la bella e versatile Danielle Chuchran, mentre l’adorabile Jacob Buster interpreta il piccolo Jordan.
Un film dedicato a chi ama le storie in cui, prima o poi, tutto si aggiusta e crede che, in un mondo sempre più arido, anche un piccolo mulo possa salvarti la vita.

Scheda tecnica

Regia: Craig Clyde
Cast: Kevin Sorbo, Kristy Swanson, Danielle Chuchran, Jacob Buster, Sam Sorbo
Produzione: USA, 2013
Titolo originale: Storm Rider
Durata: 90’

Sergente Rex

By Jean

Sergente Rex

Sergente Rex

La storia vera di Megan Leavey, una giovane caporale dell’unità artificieri dei Marine degli Stati Uniti, distaccata in Iraq, e del pastore tedesco antibomba Rex, che le viene affiancato. Il cane ha problemi di aggressività, ma alla fine stabilisce con lei un rapporto fortissimo di affetto, protezione e fiducia. Questo permette loro di affrontare e portare a termine, insieme, più di cento missioni, tra Fallujah e Ramadi, salvando molte vite. Quando entrambi restano feriti in un’esplosione, proprio a Ramadi, nel 2006, la coraggiosa caporale è costretta a congedarsi e separarsi dall’amato Rex, che rischia di essere soppresso. Tornata alla vita da civile, Megan fa di tutto per riunirsi al suo cane, anche attraverso una campagna di sensibilizzazione. Grazie alla sua ostinazione, riuscirà ad adottarlo, ormai anziano e malato, solo nel 2012, e a trascorrere con lui gli ultimi mesi della sua vita.

I particolari

Diretto da Gabriela Cowperthwaite e sceneggiato da Pamela Gray, Annie Numolo e Tim Lovestedt, Sergente Rex, (titolo originale Megan Leavey, il nome della protagonista “umana”) è una storia vera, di guerra ma soprattutto d’amore, coraggio e perseveranza.
Megan ha vent’anni quando, nel 2003, decide di lasciare la famiglia e le comodità della sua vita newyorkese, per arruolarsi nei Marines. Completato l’addestramento, prende parte alla scuola di polizia di Camp Pendleton, a Dan Diego, dove, durante una punizione, resta affascinata dai cani addestrati a fiutare esplosivi. Decide così di unirsi alla divisione K9, dove le affiancano un pastore tedesco con problemi caratteriali, Rex. Grazie a molta pazienza e ai consigli di un addestratore esperto, il sergente Gunny Martin, Megan riesce a conquistare la fiducia del cane, fino a creare con lui un legame fortissimo e speciale. Dispiegati in Iraq, Megan e Rex portano a termine oltre cento missioni insieme prima di rimanere gravemente feriti, nel 2006, nei pressi di Ramadi, dall’esplosione di un ordigno artigianale che lascia Megan con diversi problemi all’udito e alla memoria, e Rex con la salute irrimediabilmente compromessa. Dopo essere stati entrambi curati in California, Megan viene congedata con onore e insignita della Purple Heart (croce al valore, assegnata dal Presidente ai caduti e ai feriti delle Forze Armate) e torna alla sua vita, dolorosamente senza Rex al suo fianco. Farà di tutto per riunirsi a lui, costretto a restare in servizio, seppure classificato come “non adottabile” per via dei traumi da guerra e a rischio soppressione. Con il sostegno del padre Bob, inizierà una campagna di sensibilizzazione che, superati molti ostacoli, attirerà le attenzioni del senatore Chuck Schumer, principale artefice della loro riunione, anche se solo nel 2012. Dopo pochi mesi di amorevoli cure, il 22 dicembre dello stesso anno, Rex ormai anziano purtroppo muore, lasciando un grande vuoto nel cuore dell’amica che si è tanto battuta per lui. La battaglia civile di Megan – sostenuta anche da Randy Levine, presidente dei New York Yankees, noto portavoce dei diritti degli animali e grande sostenitore dei veterani di guerra – ha però aperto la strada alla risoluzione di infiniti casi simili.
Soprattutto, la figura di Rex, silenzioso eroe a quattro zampe come tanti, tanti altri di cui si ignora il coraggio, rimarrà viva nella memoria grazie a un libro, un documentario e questo film, facendo conoscere lo spesso misconosciuto compito di creature generose che donano la vita per gli umani.
Tutti reali, i riferimenti alla vita di Megan e Rex, raccontata dalla stessa ex marine ai dirigenti della LD Entertainment (la Leavey compare in un cameo).
L’eroina umana del film è interpretata da Kate Mara, newyorkese come Megan, nota per i ruoli ne I Fantastici Quattro, ma soprattutto per la sua Zoe Barnes, la reporter della serie tv House of Cards. L’attrice ha insistito per avere la parte dopo essersi profondamente commossa leggendo la sceneggiatura. È stata lei a suggerire il nome della regista, Gabriela Cowperthwaite.
Sergente Rex conta su un gruppo di attori affermati per i personaggi secondari. La quattro volte vincitrice di un Emmy, Edie Falco, interpreta Kathy, la madre di Megan, ed è l’unica attrice del cast a conoscere da tempo i veri Leavey per via di una curiosa circostanza: “Sul set della serie I Soprano, il padre di Megan mi faceva da autista. Quando ho poi incontrato Megan, mi ha ricordato come una volta da piccola avesse accompagnato il padre al lavoro, conoscendomi”. Bob, il padre di Megan, ha invece il volto di Bradley Whitford.
Common, il rapper vincitore di diversi Grammy, e conosciuto al cinema per film d’azione come John Wick 2 e Suicide Squad, ha il ruolo del sergente Gunny Martin mentre l’attore portoricano Ramón Rodríguez dà vita a Matt Morales, il marine con cui Megan stringe amicizia in Iraq.
Il coprotagonista a quattro zampe è interpretato da un pastore tedesco al suo debutto sul set.
Vale la pena ricordare che il vero Rex, poco prima di morire, a dodici anni, e la sua amica Megan, sono stati onorati allo Yankee Stadium. Nell’occasione, l’ex marine ricevette una maglia autografata da tutta la squadra e dal giocatore Alex Rodriguez, un pendente con inciso il nome del cane. Da sempre fan degli Yankees, ora è un’accountant excutive per la squadra conosciuta come Bronx Bombers.
Sergente Rex è un bel film, che esula dai soliti racconti di guerra Made in USA. Dentro, c’è molto di più: l’affetto verso gli animali, il lato umano dei marines, la scoperta di una professione spesso sconosciuta. Non aspettatevi scene di sparatorie, violenza e morti. La storia, vera, è tutt’altra.

Scheda tecnica

Regia: Gabriela Cowperthwaite
Cast: Kate Mara, Common, Bradley Whitford, Tom Felton, Will Patton, Geraldine James
Produzione: USA, 2017
Titolo originale: Megan Leavey
Durata: 116

Savva

By Jean

Savva

Savva

Savva è un coraggioso ragazzino di dieci anni che vive con la madre in un piccolo villaggio nel cuore della foresta. Molto tempo prima, gli abitanti e il raccolto erano protetti dai regali lupi bianchi, ma l’antico branco sembra essersi dissolto nel nulla, lasciando il luogo in balìa di una spietata banda di iene. Dopo l’ennesimo attacco, il ragazzino riesce a fuggire nel bosco, dove incontra Angee, l’ultimo sopravvissuto della leggendaria specie. Il maestoso animale nasconde un terribile segreto sulle sorti del suo popolo, e lo confida a Savva. Insieme partono alla ricerca dell’unico in grado di salvare il villaggio e ciò che rimane del branco: un mago che vive isolato in cima a una montagna, sorvegliata da un esercito di perfide scimmie urlatrici. Senza perdersi d’animo, Savva e Angee si preparano ad affrontare il pericoloso viaggio, consapevoli di suscitare le ire della signora delle scimmie, la vanesia e presuntuosa regina a tre teste Mom Jozee. Ma non saranno soli, nella battaglia. Lungo la strada si aggiungeranno numerosi compagni in cerca di riscatto: Fafl, un “mezzobarone” egocentrico e la sua inseparabile zanzara da compagnia, Nandy, la principessa della palude, e il dolce e morbido Puffy, una strana creatura rosa con orecchie enormi e una vocina soave. Tutti insieme, affiatati e sgangherati, s’imbarcheranno nel tortuoso percorso, costellato di prove da superare, che li condurrà fino al mago e alla guerra finale contro l’esercito di Mom Jozee.

I particolari

Primo lavoro cinematografico dell’artista russo Maksim Fadeev, Savva è un film d’animazione che non ha niente da invidiare alle più famose produzioni americane ed europee contemporanee, specialmente visto e considerato come prodotto di un musicista per l’Euro Vision Song Contest. Un progetto ambizioso – la cui trama riecheggia Il Mago di Oz – che decolla senza cedimenti, anche dal punto di visto estetico, con qualche debolezza nei momenti delle grandi battaglie, in cui l’inquadratura stretta lascia spazio a una visione dall’alto inevitabilmente simile a certi videogame di qualche anno fa.
Ma la narrazione procede serrata ed avvincente, in un mélange di suspence, rivelazioni, guerre, lotte e pericoli. Conduce, a cavallo della fantasia, nei visionari luoghi in cui si svolge la vicenda, dipingendoli con tonalità sapide: ad esempio un’incredibile foresta in cui si rivisitano ironicamente classici come Madascar e il balletto di Re Julien e le suggestioni visive, ormai entrate nell’immaginario, del capolavoro Disney Il Re Leone. Di quest’ultimo, risuonano familiari gli scagnozzi di Scar nelle fattezze, in questo caso coloratissime, delle Iene…
Ma le citazioni sono tante, almeno a livello di ispirazione: Il libro della Jungla, Princesse Mononoke, Arthur e il segreto dei Minimei, e così via.
La storia funziona, grazie alla straordinaria immaginazione e la puntuale caratterizzazione dei pur numerosissimi e simpatici personaggi (alcuni sorprendenti, come il misterioso mago…) all’interno di una trama pirotecnica in cui convergono miriadi di elementi, risolti forse in modo troppo semplicistico nel finale. D’altronde, la chiave di lettura di questa fiaba russa, con la dolcezza, è proprio la semplicità. Tra gli altri punti di forza di Savva, la comicità, piacevolmente pungente, che caratterizza anche i momenti più drammatici di tensione tra gli eroi, le cui voci in italiano, tra gli altri, sono di Rossella Brescia e Giancarlo Magalli.
Da citare anche la colonna sonora, che spazia dalla musica leggera a uno stile più pop, dietro la quale c’è, nelle vesti di musicista, il poliedrico regista.
In conclusione: una tenera favola della buonanotte sui valori dell’amicizia, sul coraggio di seguire i propri sogni, malgrado le difficoltà, sull’altruismo e l’importanza di non giudicare dalle apparenze, arricchita da molto movimento e vivacissimi colori, che sa rubare sorrisi non solo agli spettatori più piccoli, cui è dichiaratamente dedicato, ma anche a quegli adulti che hanno ancora voglia di credere in un mondo in cui uomini e creature fantastiche possano coesistere in armonia.

Scheda tecnica

Regia: Maksim Fadeev
Cast doppiaggio: Rossella Brescia, Giancarlo Magalli, Valentina Bartoloni, Maksim Chuckharyov, Konstantin Khabenskiy
Produzione: Russia, 2017
Titolo originale: Savva. Serdtse Voina
Durata: 85’

Rudolf

By Jean

Rudolf, alla ricerca della felicità

Rudolf, alla ricerca della felicità

Un gattino nero vive con la sua amata umana a Gizu, una piccola città del Giappone. Non ha mai superato i sicuri confini del suo cortile, ma un giorno saluta la vecchia amica Gatta, esce, seguendo la padroncina, e si perde. Per una serie di circostanze salta su un camion, dove, stanco e impaurito, si addormenta. Quando si sveglia, è a centinaia di chilometri da casa, diretto verso Tokyo. Lì, lo aiuta Ippaiattena, detto Tigre, un gatto boss grande e grosso che incute timore a tutti, ma che accoglie sotto la sua… zampa protettrice il minuscolo vagabondo. Rudolf vorrebbe tornare al suo mondo, ma non ci riesce. Così, giocoforza, intraprende una vita da randagio al fianco del nuovo amico, che si rivelerà molto diverso da come sembrava… Un’emozionante storia di incontro e separazione che ha come tema centrale una grande lezione educativa: la lettura espande l’immaginazione e apre la mente. Ed è proprio questo che scopre il piccolo protagonista felino: imparando a leggere e scrivere capisce se stesso, ritrova la via di casa e diventa grande.

I particolari

Rudolf alla ricerca della felicità è un film di animazione del 2017, diretto dai veterani Kunihiko Yuyama (Pokemon) e Motonori Sakakibara (Final Fantasy: The Spirit Within). Favola pedagogica sui valori umani e l’importanza dell’istruzione, raccontata in chiave comica dal punto di vista di un gatto, è basata sulla serie di libri per bambini più amata in Giappone, Rudolf to Ippaiattena, che ha venduto più di un milione di copie dalla sua prima pubblicazione, nel 1987.
Come i migliori cartoon, racconta una storia edificante, ad uso e consumo dei più piccoli ma godibile anche dagli adulti. Il fulcro sono l’amicizia e le prove con le quali la vita mette alla prova ognuno di noi, in particolare nel percorso di crescita dall’infanzia all’età adulta. E come i migliori cartoon riesce a combinare con delicatezza, divertimento e commozione la verità e la fantasia.
Dal punto di vista tecnico non tocca le vette di raffinatezza della Pixar (non disponendo delle risorse del colosso californiano, ormai assorbito dalla Disney) ciononostante gli autori sono riusciti a ricreare con efficacia un Giappone tridimensionale, verosimile in ogni dettaglio, in cui si muovono gatti parlanti dal comportamento umano capaci di toccare le corde più intime del pubblico, al di là dell’età.
La storia di Rudolf – cui dà voce la giovane attrice nipponica Mao Inoue – che dalla cittadina Gizu si ritrova per caso nel centro della metropoli Tokyo, è un classico racconto di formazione: il giovane eroe, in questo caso felino, spinto dalla curiosità, parte dalla provincia alla scoperta del mondo e di se stesso. I pericoli del viaggio sono tanti, soprattutto per un gattino domestico inesperto della vita di strada. Il miracoloso incontro con il carismatico e forte gattone Ippaiattena – doppiato da un altro famoso attore giapponese, Ryohei Suzuki – ricorda l’importanza delle relazioni sociali e delle conoscenze fortuite che possono sconvolgere o salvare. Ippaiattena diventa per Rudolf un maestro che, giorno dopo giorno, gli insegna a essere indipendente, libero e probabilmente felice. Le lezioni più importanti, dispensate all’allievo durante i giri in città per procurarsi il cibo, riguardano la determinazione a perseguire i propri obiettivi, l’importanza della cultura, il rispetto e infine l’amore. Ma c’è di più, c’è un segreto di cui Ippaiattena è l’unico gatto depositario e che rivela solo a Rudolf: la conoscenza della parola scritta umana. Saper leggere gli permette di capire, per esempio, quando la mensa della scuola serve il suo piatto di carne preferito, saperne di più sulla famiglia dei felini e ottenere informazioni che potrebbero tornare utili come gli orari degli autobus per Gizu. Rudolf, dunque, si convince dell’importanza della lettura che gli apre mondi sconosciuti. Nel mentre, conosce alcuni personaggi che popolano il quartiere: lo stravagante Bucci, gatto-folletto dandy, la sua sensuale fidanzata Miscia e Devil, il cagnone bulldog che metterà da parte la presunta ferocia per calarsi nell’atmosfera di solidarietà che pervade magicamente questa favola edificante.
Anche grazie a loro, il micetto dai grandi occhi troverà la fiducia in se stesso e la forza interiore che lo riporteranno a casa.
A differenza di molti anime dalla trama complessa, Rudolf alla ricerca della felicità è una storia semplice e poetica, ma non stucchevole.
A renderne ancora più piacevole la visione, il supporto di una grafica digitale invitante e puntuale, ottenuta con l’abile fusione tra panorami reali e figure animate, e l’affettuosa simpatia dei protagonisti a quattro zampe, opportunamente umanizzati. D’altronde, i giapponesi sono maestri nell’arte del racconto animato, trasfondendo, nei disegni come nel cinema “in carne e ossa” , valori, sentimenti, e un profondo senso morale.
Le voci del doppiaggio italiano sono di Lucrezia Ward (Rudolf), Andrea Ward (Tigre), Alessio Ward (Bucci), Mario Bombardieri (Devil), Samia Kassir (Gatta), Silvie Gabriele (Miscia).

Scheda tecnica

Regia: Kunihiko Yuyama, Motonori Sakanikara
Cast: Mao Inoue, Ryohei Suzuki
Produzione: Giappone, 2017
Titolo originale: Rudorufo to ippai attena
Durata: 89’

Ricomincio da noi

By Jean

Ricomincio da noi

Ricomincio da noi

Sandra è una matura signora borghese che, dopo quarant’anni di matrimonio, ha la brutta sorpresa di scoprire che il marito intrattiene una relazione clandestina con la sua migliore amica.
Così lo lascia e si rifugia dalla sorella Bif, una sessantenne “alternativa” schietta e dallo spirito libero che vive da sola in un quartiere popolare. Le due sorelle non potrebbero essere più diverse, e la neo separata Sandra subito si sente un pesce fuor d’acqua, nella nuova situazione… Ma a poco a poco si lascia andare e capisce che forse è proprio “cambiare” quello di cui ha bisogno. Seppure riluttante, si fa trascinare da Bif nella curiosa scuola di ballo che frequenta, dove si appassionerà alla danza, un mezzo per sentirsi più libera e sbloccare le emozioni nascoste da anni dentro di sé. Soprattutto conoscerà Charlie, un eccentrico restauratore di mobili che vive su una barca. Catapultata in un ambiente per lei insolito, Sandra inizierà una nuova vita, pronta a ritrovarsi e ritrovare l’amore.

I particolari

Ricomincio da noi è diretto da Richard Loncraine, regista, sceneggiatore e attore inglese. Nato nel 1946 ha studiato scultura e arte, prima di dedicarsi al cinema. Dopo tre anni trascorsi dietro le quinte per la BBC, ha mosso i primi passi da regista nel mondo degli spot pubblicitari, per poi dirigere il film d’esordio, Flame, nel 1975. Ma il grande successo di critica è arrivato vent’anni più tardi, grazie alla trasposizione sul grande schermo del dramma shakespeariano Riccardo III, premiato con l’Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino del 1996.
Con una produzione che spazia da interessanti tv movie come Band of Brother e I due Presidenti a lavori più commerciali come Wimbledon e Firewall, Loncraine è uno dei registi inglesi più noti al mondo, tanto che questo suo ultimo film è stato scelto per l’apertura del Festival del Cinema di Torino, nel 2017.
La trama, che ruota fondamentalmente intorno a tre personaggi, Sandra, Bif e Charlie, prende spunto dalla vita reale. Spiegano i due sceneggiatori, Meg Leonard e Nick Moorcroft: “A ispirarci è stato un gruppo teatrale inglese, con uno spettacolo ambientato nel mondo delle scuole di ballo per persone anziane. Un contesto che ha colpito la nostra fantasia, facendo nascere in noi il desiderio di raccontare una storia che dimostrasse come anche chi è entrato nella terza età possa divertirsi, emozionarsi e commuoversi. Soprattutto, volevamo sottolineare come una seconda possibilità sia sempre possibile, per tutti, anche per chi come Sandra ha appena chiuso una parentesi importante della sua esistenza”.
Un’esistenza più che normale, in effetti, prima del brusco quanto inatteso cambiamento. Una vita tranquilla in quartiere elegante, incarnando perfettamente il classico ruolo di ottima madre di famiglia, per quarant’anni accanto al marito poliziotto da poco nominato cavaliere. Ma quando per lui si avvicina la pensione, e lei spera che possano godersi insieme gli ultimi anni, arriva la brutta sorpresa che scompiglia il quieto futuro immaginato: la scoperta della lunga tresca del consorte con la sua migliore amica. Una doccia fredda che la spinge a una reazione altrettanto sorprendente. Lasciare il marito e trasferirsi nella pittoresca East London, a casa dell’anticonformista sorella maggiore Bif, da sempre libera dal giudizio altrui, diversa da lei come la notte dal giorno, la costringe a reinventare se stessa, abbandonando lo snobismo borghese cui era abituata per qualcosa di nuovo e inaspettatamente meraviglioso.
A prestare il volto a Sandra è l’attrice inglese Imelda Staunton, apprezzata in opere come Ragione e Sentimento, Shakespeare in Love e Il segreto di Vera Drake, ma particolarmente nota per il ruolo di Dolores Umbridge nella saga di Harry Potter.
È invece Celia Imrie a impersonare l’eccentrica Bif, che con amorevole fatica e molti litigi riaccende gli spenti rapporti con la timida e prevedibile (ma nemmeno tanto…) sorella minore. Loncraine l’aveva già diretta nel tv movie Guerra Imminente.
Quanto al cinico e alternativo (e forse per questo affascinante) restauratore di mobili antichi Charlie, le cui intemperanze creano con Sandra il forte contrasto che finirà per trasformarsi in amore come nei più classici romanzi rosa, è impersonato da Timothy Spall, una vecchia conoscenza del regista fin dai tempi de Il missionario.
Ad arricchire un cast, prezioso, efficace e più che convincente, altri tre frequentatori della scuola di ballo, perfetti per movimentare il racconto: Ted, vedovo e migliore amico di Charlie, portato in scena da David Hayman, Jackie, avvocato divorzista con alle spalle ben 5 matrimoni, supportata da Joanna Lumley, e Corinna, istruttrice con il volto di Indra Ové.
In conclusione, una bella e godibile commedia dei buoni sentimenti, non esente da sfumature malinconiche, che ricorda come non sia mai troppo tardi per re – imparare a vivere, a divertirsi, a uscire dai propri schemi, indossare un paio di scarpe da ballo ed esibirsi in una palestra, in una strada di Londra e persino in un teatro di una Roma un po’ da cartolina, fatta di monetine da lanciare nella Fontana di Trevi, o di pizza da gustare.
Non a caso, il titolo originale, Finding in your feet, significa “rimettersi in piedi”, decisamente più adatto alla storia, come spesso accade, della versione italiana.

Scheda tecnica

Regia: Richard Loncraine
Cast: Imelda Staunton, Celia Imrie, Timothy Spall, Joanna Lumley, David Hayman, Indra Ovè
Produzione: Gran Bretagna/Italia, 2017
Titolo originale: Finding your feet
Durata: 111’

Quanto basta

By Jean

Quanto basta

Quanto basta

Arturo è uno chef talentuoso ma in declino: il suo pessimo carattere, critico e polemico, lo ha portato all’emarginazione. Non solo, i suoi problemi di controllo dell’aggressività lo hanno portato a una condanna per rissa, e a una pena da scontare ai servizi sociali: dovrà tenere un corso di cucina in un Centro per ragazzi autistici. Tra loro c’è Guido, affetto dalla sindrome di Asperger e grande appassionato di cucina. La sua è abilità innata e Arturo, malgrado i consigli di Anna, una psicologa del Centro, lo tratta senza pietismi, alla pari, a volte sbagliando, ma a contatto con la “diversità” che non è “inferiorità” dell’allievo, a poco a poco modifica il proprio comportamento irascibile, migliorandosi come persona.
Quando le circostanze lo obbligano ad accompagnare Guido al talent show culinario che odia, condotto dal fenomeno mediatico e acerrimo rivale, il “simil Cracco” Daniel Marinari, scopre che il rapporto tra loro si è ormai trasformato in un’amicizia profonda, destinata a cambiare il destino di entrambi.

I particolari

Un regista, Francesco Falaschi, che non ha paura di affrontare temi delicati come la disabilità mentale, e lo fa con sensibilità e arguzia, trasformandoli in racconti lievi e sorridenti ma affatto banali.
Dopo l’esordio con Emma sono io, e le due prove successive, Last Minute Marocco e Questo mondo è per te, eccolo ancora parlare dì neuro diversità in una commedia dal retrogusto amaro, attraverso il difficile personaggio di Guido, di cui veste i panni in modo estremamente convincente il giovane attore Luigi Fedele, già degno di nota nel ruolo del padre adolescente in Piuma.
È lui, in effetti, la vera forza trainante del film, supportata dal sempre ineccepibile Vinicio Marchioni – Arturo, e da un grande Alessandro Haber , nel piccolo ma determinante, seppur dolente, ruolo di Celso, maestro di cucina di un’intera generazione. Sta a lui “raccontare” il protagonista all’inizio, senza voci fuori campo ma solo con la forza evocativa delle immagini.
Certo, la sceneggiatura, calcolata al millimetro, non riserva troppe sorprese narrative, ma assicura uno svolgimento della trama solido e ben costruito, sottolineando a modo suo una certa vacuità nell’osannare troppo le trasmissioni culinarie, come succede da un certo tempo a questa parte, non solo in Italia. Forse un filo di “critica costruttiva” in più non avrebbe guastato, ma il tutto risulta godibile, seppur giocato un po’ troppo facilmente sulle reazioni emotive dei protagonisti e su alcune scene prevedibilmente commoventi, esaltate dalla colonna sonora. C’è però da dire che le parti che strappano qualche lacrima sono anche le più poetiche e funzionali ad un racconto che tratta la sindrome di Asperger e le sue profondissime difficoltà esistenziali, con mano delicata e carezzevole ma senza pietismi e rispettosamente.
Quanto basta segue un filone narrativo che al cinema funziona sempre: il road movie che narra le avventure, i confronti e gli scontri di due “soggetti particolari” uniti in un percorso, di cui uno degli esempi più brillanti di sempre è Rain man, e, per quanto riguarda la produzione italiana, il più recente La pazza gioia.
Un altro pregio di questo film è assicurare un umorismo lieve e privo dì volgarità, in un periodo (forse finalmente in via di esaurimento) in cui il botteghino che vince, almeno nelle sale italiane, è quello della commedia… un po’ così, a volte grossolana, che suscita la risata grassa piuttosto del sorriso.
L’inevitabile happy end è garantito e giusto, e seppur prevedibile, lo spettatore lo accoglie con tenerezza e compiacimento, dopo essersi affezionato ai personaggi fragili e umanissimi che animano la storia. Una storia bella, che non nasconde i buoni sentimenti dietro un cinismo di facciata.
E se il titolo sottolinea immediatamente di cosa si va a parlare nel film, la sua componente pacatamente critica verso il mondo degli chef stellati superstar si concretizza nell’affermazione di uno dei protagonisti, Arturo: il mondo ha più bisogno di uno spaghetto al pomodoro che di un’orata al cacao. Con tutti i sottintesi del caso.

Scheda tecnica

Regia: Francesco Falaschi
Cast: Vinicio Marchioni, Valeria Solerino, Luigi Fedele, Alessandro Haber
Produzione: Italia, 2018
Durata: 82’

Ogni cosa è illuminata

By Jean

Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata

Jonathan, un giovane studente ebreo americano, di origini ucraine, è un maniacale collezionista di piccoli oggetti dal passato della sua famiglia. Tra i ricordi scovati, lo colpisce una vecchia foto che ritrae il nonno con una donna misteriosa. Approfondendo la questione, viene a sapere che proprio quella giovane, Augustine, gli salvò la vita, durante la persecuzione nazista. Emerge anche un nome: Trachimbrod, ma il ragazzo non ha elementi per comprendere a cosa o a chi si riferisca. Si rivolge quindi ad una agenzia che aiuta coloro che hanno il suo stesso desiderio di verità sui congiunti scomparsi durante la Shoah e parte per Odessa, senza sapere quanto sia sopra le righe la famiglia Perchov che la gestisce. Tutti sono quantomeno fuori dal comune: dal nonno biecamente razzista che si dichiara cieco ma guida l’auto, al giovane Alex, che si esprime in un bizzarro inglese maccheronico, innamorato della cultura statunitense e deciso a diventare un rapper di categoria “superiore”, fino alla cagnetta “guida” definita psicopatica dagli stessi padroni.
Jonathan, soprattutto, non sa come il destino stia aspettando al varco ognuno di loro, per chiudere i conto col passato e aprire nuovi spiragli al futuro…

I particolari

Un’opera prima illuminante e illuminata, come “ogni cosa” nel titolo, che gioca con straordinaria maestria con gli opposti registri del comico, in questo caso seguendo i tempi e i modi particolari della cultura yiddish, e del tragico, nella sua universalità, lasciando lo spettatore commosso, divertito, abbagliato dalla bellezza della storia e dei luoghi che fanno da sfondo. Tra tutti, la casa circondata dai girasoli, che appare come un piccolo paradiso.
Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, porta sul grande schermo un esordiente della letteratura, Jonathan Safran Foer, autore del bestseller Everything is Illuminated. Un viaggio della memoria partito da una vecchia foto, che porta fino a un villaggio, Trachimbrod, di cui è svanita ogni traccia: solo uno dei numerosissimi shtetl (piccole città dell’Europa Orientale con la maggioranza di abitanti di religione ebraica e lingua yiddish) distrutti dalla furia nazista durante la seconda guerra mondiale, e abbandonati all’oblio. Nel suo percorso, Jonathan è accompagnato da un altro nipote, quasi coetaneo, Alexander Perchov, voce narrante del film con il suo surreale ed esilarante linguaggio, e un altro nonno, un uomo brusco che non sopporta gli ebrei – ma si scoprirà essere un altro sopravvissuto – e ha volontariamente cancellato le sue radici, nascondendosi dietro una cecità fittizia.
Tra le divertenti traduzioni di Alex, tese a mitigare le lapidarie esternazioni del nonno, le situazioni comiche nate dalle enormi differenze culturali ( ad esempio la scelta vegetariana di Jonathan, la sua paura dei cani e un concetto del tempo più o meno dilatato…) e le intemperanze di tutti, cagnetta compresa, ci si avvia passo dopo passo verso rivelazioni destinate a rimettere a posto i tasselli della memoria, riportando in qualche modo la pace nell’animo di ognuno dei personaggi coinvolti. Da un’antica sofferenza dei loro congiunti, segnata dal rimpianto e dai sensi di colpa, nascerà un’autentica amicizia tra Jonathan e Alex, che si scopriranno molto più simili di quanto avessero mai immaginato.
Il regista, Liev Schreiber, alla sua prima prova dietro la macchina da presa ma già attore affermato, definito dal New York Times come uno dei più efficaci interpreti shakespeariani statunitensi, firma quello che si può considerare senza mezzi termini uno dei più bei film mai realizzati sulla Shoah. Una storia importante e tragica, toccante e profonda, resa in modo lieve e divertente quindi capace di raggiungere le più diverse sensibilità senza appannare il messaggio che contiene e sul quale riflettere, sulla falsariga di meraviglie come il pluripremiato Train de vie, di Radu Mihaileanu, e La vita è bella, con il quale Roberto Benigni meritò l’Oscar.
La scelta di trasformare in film il libro di Jonathan Safran Foer è stata spiegata dal regista con una sorta di identificazione nella storia, molto simile a quella della sua famiglia. Un altro dettaglio che lo accomuna allo scrittore e probabilmente è all’origine della magia di cui l’opera riluce, destinata a fare breccia anche negli spettatori più giovani. Ma buona parte della sua riuscita è dovuta ad un cast perfetto: il trasognato Elijah Wood (noto in particolare per la sua interpretazione del Frodo Baggins nella saga del Signore degli Anelli, ma presente nel cast di un’infinità di titoli, al cinema e in tv, sia come attore sia come doppiatore) con i suoi enormi occhiali spessi come fondi di bicchiere, a nascondere gli occhi azzurri sgranati, e le sue manie, destinate a stemperarsi nel rapporto con i bizzarri Perchov; lo stralunato Eugene Hütz, all’anagrafe Evgeny Aleksandrovitch Nikolaev, notevole sia per le espressioni mutevoli del viso magro e particolare sia per il profilo biografico che lo vede anche cantante di una rock band; il versatile attore russo di cinema e teatro Boris Leskin, impareggiabile nell’incarnare il nonno sedicente cieco, perennemente vestito di una laida canottiera, sboccato e irascibile, segnato dai tremendi ricordi di un’altra vita e da sentimenti che fa di tutto per nascondere.
Un terzetto artefice delle emozioni contrastanti e travolgenti che rendono Ogni cosa è illuminata un film che riconcilia col mondo e, sul filo dell’ironia, conduce senza passi falsi verso la memoria di uno dei momenti più oscuri nella storia dell’Umanità.
Tra le curiosità, il cameo del vero Jonathan Safran Foer, che appare all’inizio nei panni dell’uomo che soffia via il fogliame al cimitero, e la presenza della band Gogol Bordello, il gruppo in cui canta Eugene Hütz – Alex, che accoglie Jonathan alla stazione.
Da citare la frase pronunciata da Alex nel suo personalissimo slang, esemplificativa dello spirito del racconto: “Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca. Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. È sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia. Jonfen, in questo modo io sarò sempre al lato della tua vita. E tu sarai sempre al lato della mia”.

Scheda tecnica

Regia: Liev Schreiber
Cast: Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz, Laryssa Lauret, Jonathan Safran Foer
Produzione: Usa, 2005
Titolo originale: Everything is illuminated
Durata: 106’

Ma révolution

By Jean

Ma révolution

Ma révolution

Quando l’eco della Primavera Araba arriva fino al cuore di Parigi, molti scendono per le strade della capitale a manifestare il loro sostegno. Ma non il quattordicenne Marwann. Nonostante le sue radici tunisine, è troppo occupato a gestire i problemi dell’adolescenza: rendersi indipendente dai genitori, essere popolare a scuola e attirare l’attenzione della bellissima Sygrid, che lo ignora. Ma una sera il ragazzo si imbatte per caso in una manifestazione e un giornalista lo fotografa. Il giorno successivo, il suo volto compare sulla prima pagina del più importante quotidiano francese. Senza volerlo, diventa l’eroico simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini a Parigi e, di conseguenza, il ragazzo più figo della scuola. Per conquistare il cuore della ragazza di cui si è innamorato, Marwann si cala nel ruolo del rivoluzionario e, mentendo, si diverte e seduce, finché le sue manipolazioni non stravolgono il sentimento di appartenenza della sua famiglia. Comincia così un viaggio alla scoperta di sé, dell’amore e, forse, di un autentico legame con la sua terra d’origine.

I particolari

Per raccontare più dettagliatamente questo bel film d’esordio, è interessante riportare le parole del giovane regista.

Ramzi Ben Sliman nasce a Parigi tra la seconda crisi del petrolio e l’ascesa al potere di Francois Mitterrand. Studia econometria presso le ENS di Parigi. Prima di girare Ma révolution ha insegnato matematica a livello universitario. Adatta e dirige Lo straniero di Albert Camus presso il Teatro Studio 14 a Parigi e realizza due cortometraggi. La sua passione per il cinema è un “male di famiglia”, perché inizia grazie a suo padre, un proiezionista itinerante. La sala di proiezione è stata la sua scuola e la spinta a fare quel passo in più, assecondando la sua creatività.

Così racconta: “Inizialmente ciò che ha acceso il mio desiderio di fare il film è stato lo sconvolgimento storico della primavera araba. Mohamed Bouazizi, un semplice venditore ambulante tunisino, risponde alla violenza del potere dandosi fuoco pubblicamente alla maniera dei monaci buddisti. Questo sacrificio individuale e isolato fa scoppiare la scintilla che porterà alla caduta del tiranno. Come un eroe romantico, questo giovane tunisino ha aperto inconsapevole la porta della storia. Il personaggio di Marwann nasce da questa idea vista a rovescio: l’adolescente trae vantaggio da un evento storico di portata mondiale solo per attirare l’attenzione di Sygrid, di cui è follemente innamorato. Il film nasce anche da un desiderio più intimo: la rivoluzione ha messo in discussione ciò che pensavo di essere, un francese figlio di immigrati tunisini.

Con molto entusiasmo ho preso parte, nelle strade di Parigi, alle manifestazioni che celebravano la caduta di Ben Alì, spinto dal profondo e incerto sentimento di appartenere ad un paese che non conosco poi così bene. Questi eventi hanno risvegliato le mie origini. Ho riscoperto dentro di me la Tunisia dopo una specie di ibernazione. Ho dovuto cercare un equilibrio in questa mia nuova identità: tunisino, francese, entrambi, né uno né l’altro. Poco a poco, mentre scrivevo la sceneggiatura, ho finalmente preso atto della complessità del senso di appartenenza e l’ho espresso nel percorso di Marwann. La Francia è il suo paese. È il luogo in cui è riconosciuto, atteso e amato. La sua lingua madre è il francese, la lingua della sua quotidianità ma, in senso etimologico, è anche quella che parla la sua mamma, l’arabo tunisino. L’appartenenza è quindi per me sia il luogo in cui si è amati, sia le lingue che parliamo e che ci rendono ciò che siamo… È proprio in questo incrocio che si muovono il protagonista e la sua famiglia. Così il viaggio che Marwann compie in Tunisia non è uno sradicamento ma neppure un ritorno. È ciò che fanno i nomadi: attraversare linguaggi e sentimenti culturali differenti, cercando di rispondere alle domande che hanno tormentato Ulisse ed Enea: quando saremo finalmente a casa? Qualche mese dopo la caduta di Ben Alì sono andato in Tunisia come Marwann e i suoi genitori. Mi sono sentito coinvolto dall’energia che si era creata. Stava nascendo uno Stato nazionale grazie alla vittoria del popolo sulla dittatura. La Tunisia era diventata una terra di persone in cerca di libertà, esploratrice di ideali, non era più un problematico ancoraggio genealogico. Quindi ho scaraventato Marwann in questo tourbillon. Il ragazzo deve controllare i suoi sentimenti, capire, fare esperienza. In questo modo, grazie a ingenue menzogne, trova l’amore, per la prima volta dimostra interesse per la politica e le sue radici, si rivolta contro i genitori, riconosce i suoi errori. Insomma, cresce”.

Riassumendo, La mia rivoluzione è un’opera prima che, dal 2016 ad oggi, si è fatta strada di festival in festival: dalla Berlinale, nella sezione Generation, a Milano, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina nella sezione Where the future beats, al Giffoni, nella sezione Generator +13.

Un piccolo e dolce film dedicato al primo amore e al futuro, nelle sue diverse accezioni: il futuro di una nazione, che rimane sullo sfondo, il futuro di una generazione e quella dei figli e nipoti di migranti, che non possono provare un legame forte per un paese mai visto. Soprattutto, il futuro di un ragazzino che sta diventando grande ed è alle prese coi sentimenti. Efficaci e coinvolgenti i protagonisti, Samuel Vincent (Marwann) e la solare Annamaria Vartolomei (Sygrid). Degni di nota il cameo della bella Lumna Abzal (la donna che canta) e il pensieroso Samir Guesmi, padre di Marwann.

Nei suoi 80 minuti, che scorrono con grande piacevolezza, il film regala una bel racconto di formazione, oltre ad offrire con delicatezza profondi spunti di riflessione sulle migrazioni e sul concetto di appartenenza, con un ritmo ondivago come l’amore che narra. Se la prima parte corre veloce e trascina lo spettatore nel microcosmo del giovane eroe, intenerendo e convincendo, la seconda presenta occasioni non sfruttate legate agli adulti che lo circondano. Piccole e leggere sbavature assolutamente perdonabili in un’opera d’esordio, che dipinge nel complesso un quadro delizioso, con i suoi drammi d’amore e la nostalgia per una stagione della vita difficile ma tanto ricca di emozioni. Le vibrazioni e l’ardore sembrano palpabili e lasciano un segno nel cuore.

Uno di quei titoli che solo i festival riescono a farci scoprire e amare.

Scheda tecnica

Regia: Ramzi Ben Sliman
Cast: Samuel Vincent, Anamaria Vartolomei, Lubna Azabal, Samir Guesmi
Produzione: Francia, 2016
Titolo originale: Ma révolution
Versione originale: francese, arabo, sottotitoli in italiano

Durata: 80’

L'isola dei cani

By Jean

L’isola dei cani

L’isola dei cani

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato Spots, che gli è stato portato via… Per decreto del governo, che li incolpa di una pandemia, tutti i cani di Megasaki City vengono infatti catturati e deportati in una vasta discarica, chiamata Trash Island. Il primo passo, l’esilio e la privazione di ogni diritto, prima della “soluzione finale”… Atari dirotta eroicamente un piccolo aereo e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo amico. Con l’aiuto di un branco di pittoreschi e spelacchiati quattro zampe – disposti a tutto pur di sottrarsi alla deprimente condizione cui sono costretti senza colpa, ma anche commossi dal suo amore per il compagno smarrito – inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione, attraverso il coraggio, la solidarietà e, infine, la verità.

I particolari

Una storia originale, ambientata in una dimensione spazio temporale non troppo lontana, in cui uomini e animali antropomorfi convivono, comunicano e subiscono più o meno le stesse vessazioni da parte del dittatore di turno.
Premiato con l’Orso d’argento a Berlino per la miglior regia, questo film in stop motion fantasioso, intelligente, creativo e, si può dire, anche socialmente impegnato, consacra la bravura di Wes Anderson, collocandolo a buon diritto tra i Maestri del cinema contemporaneo.
Con uno stile opera dopo opera sempre più peculiare, Anderson è uno dei pochi in grado di arricchire e saturare ogni inquadratura con miriadi di elementi, senza mostrare compiacimenti o barocchismi, e di svuotarla subito dopo, lasciando un solo particolare, senza precipitare in uno sterile estetismo. Ovvero, grande importanza alla messa in scena, ma in modo funzionale alla storia che le immagini potentemente raccontano, come nei suoi precedenti lavori. Inseguendo sempre nuovi esperimenti, Anderson è stato capace di seguire il piccolo Atari in un mondo in cui l’unica protezione verso i “pericolosi” appare il respingimento e la segregazione. Così, ecco l’isola degli indesiderabili, nata da un pretesto reale, l’influenza canina, cui però potrebbe seguire qualcosa di più e di peggio.
In fondo, gli esperimenti del texano Anderson non fanno che ripercorrere, e riscrivere, trasformandoli in icone culturali, certi punti fermi della cinematografia nipponica come i B Movie degli anni Sessanta, con creature irreali e vulcani in eruzione, fino agli anni del Pop, riferendosi a mostri sacri come Ozu e Kurosawa. La prima lezione imparata da loro è quella dell’attenzione all’Umanità, soprattutto se contestualizzata in situazioni di disagio e degrado. Un dettaglio determinante ai fini del racconto, soprattutto in questo film. E poi, l’ironia, sottile e con qualche punta amara, che smussa la ricercatezza a volte maniacale dei dettagli, come nel suo precedente capolavoro d’animazione, Fantastic Mr. Fox. Insomma, non sbaglia un colpo, per la gioia dei sempre più numerosi fan. Ne L’isola dei cani Anderson aggiunge anche elementi inediti. L’ambientazione può definirsi post moderna e si riferisce a una cupa città giapponese, dal cielo sempre nuvoloso, in mano ad amministratori corrotti e crudeli. Ma il film è tutt’altro che tetro, anzi, è piuttosto un nuovo classico adatto a qualsiasi fascia d’età per i suoi diversi livelli di lettura, come ogni “favola” che si rispetti. E di grande leggerezza, come tutti i suoi lavori, che racchiudono i momenti topici della vita, dalla disperazione alla felicità, dall’amore alla morte, ma all’interno di una cornice conciliante e rassicurante, senza cadere nel banale o nel melenso.
In più, si notano citazioni dalla Pixar (l’isola dei cani reietti ricorda le ambientazioni di Wall-e) dalla Disney di Lilli e il vagabondo, dagli aggressivi manga, rivisitate in modo surreale, ironico, persino grottesco. Il regista-narratore si prende ogni libertà espressiva, ad esempio di decidere che il punto di vista sia quello dei cani e non degli umani, di perdersi dietro divagazioni che lo affascinano, di stigmatizzare fermamente le posizioni razziste di un dittatore che lavora per una “soluzione finale” di antica (ma non troppo…) memoria, molto somigliante a certi leader attuali, di scegliere colori acidi, molto diversi da quelli prediletti dall’animazione occidentale, di accettare qualsiasi metamorfosi, anche la meno probabile, e soprattutto di voler ritrovare il sogno e la favola pure in cumuli immensi di spazzatura senza cielo.
Insomma, un immenso caleidoscopio narrativo, ricco di personaggi vividamente ritratti: impossibile non solidarizzare con una famiglia canina sporca e ammaccata, in particolare il protagonista Spots, cui presta la voce l’attore, doppiatore e regista americano Bryan Cranston, e con Atari, formidabile sintesi tra gli eroi di Miyazaki e il Piccolo Principe.
Uno straordinario viaggio allegorico di rara bellezza, intelligenza e sensibilità sociale che sarebbe imperdonabile perdersi…

Scheda tecnica

Regia: Wes Anderson
Cast: Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Tida Swinton, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum (voci originali)
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Isle of Dogs
Durata: 101’

Il quartetto Novecento

By Jean

Il quartetto Novecento

Il quartetto Novecento

Il quartetto nasce con l’intento di presentare un panorama del vastissimo repertorio del ‘900, secolo che ha visto fiorire una grande varietà di stili.
Tra le varie influenze che ha subito in questo periodo la cosiddetta “musica colta” sono da annoverarsi sicuramente la tradizione popolare e il jazz: la prima da un lato ha favorito il recupero di alcune forme di danza, soprattutto quelle di origine più umile, elevandole al rango di musica più ricercata e allontanandole di fatto dalla possibilità di essere realmente danzate, mentre la seconda ha sfruttato la possibilità di servirsi di figurazioni ritmiche nuove e soprattutto l’introduzione di improvvisazioni estemporanee.
Tutto ciò ha ampliato enormemente la varietà di stili del secolo scorso, rendendolo più eterogeneo e di conseguenza più vario rispetto al passato; è in questo stesso periodo, inoltre, che vengono riscoperti alcuni strumenti come la fisarmonica, considerati prima di allora non sufficientemente nobili per essere impiegati in un contesto che non fosse popolare.
Così anche la scelta dell’organico del quartetto, per il quale non esiste un repertorio originale, risponde alla molteplice esigenza di poter disporre di strumenti le cui caratteristiche peculiari ne permettano il felice impiego sia in un contesto colto che in quello popolare o jazz.
Da queste premesse nasce la scelta degli autori dei brani in repertorio: il pirotecnico fisarmonicista Richard Galliano, l’elegante clarinettista Benny Goodman, il fantasioso pianista Zez Confrey, il compianto genio della fisarmonica Luciano Fancelli, il sassofonista Paul Desmond dalla classe cristallina o il colto pianista Dave Brubeck. Accanto a questi nomi il quartetto ha in repertorio anche musiche di compositori ed esecutori che si sono distinti anche come autori di musica cameristica e sinfonica, come Astor Piazzolla, Pietro Mascagni, Ernesto Lecuona, George Gershwin, Darius Milhaud, Igor Stravinsky, Dmitri Shostakovich o Serge Koussevitzky.
La varietà di caratteristiche dei compositori citati si ritrova nel caleidoscopio di colori delle loro musiche, e allo stesso tempo non pone limiti alla possibilità di ampliare il programma, attingendo all’enorme letteratura musicale che il ‘900 può offrire.

L’organico è formato da Mirco Rebaudo (Clarinetto e Sassofoni), Gianni Martini (Fisarmonica), Mauro Parrinello (Contrabbasso) e Massimo Dal Prà (Pianoforte e Arrangiamenti).

Mirco Rebaudo si è diplomato in clarinetto presso il Conservatorio di Cuneo, sotto la guida del Maestro M. Mazzone. Allo studio del clarinetto ha affiancato quello del sassofono, partecipando a numerosi corsi di improvvisazione jazzistica tenuti da insegnanti quali B. Mover, E. Cisi e R. Zegna. Ha collaborato con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo ed è stato primo clarinetto nell’Orchestra del Conservatorio di Cuneo e nell’Ensemble Orchestrale Des Alpes et de la Mer.
Si è esibito anche in formazioni cameristiche in numerosi concerti. Ha militato in numerose big band jazzistiche come sassofonista e solista; ha fondato la Summertime marchin’ band’, formazione di dixieland itinerante, con la quale nel 1988 ha vinto il premio Oscar del mare, indetto dal quotidiano “La Stampa”, come spettacolo più originale della Liguria di ponente. Si occupa anche di didattica come insegnante presso diverse scuole della zona. Con un ensemble di propri allievi ha partecipato al GEF 2006, il festival mondiale della creatività nella scuola, con un brano di propria composizione, classificandosi secondo su 176 partecipanti. È primo clarinetto dell’Orchestra Sinfonica di Bordighera.

Mauro Parrinello, dopo varie esperienze musicali, che spaziano dalla musica leggera al jazz e ad incisioni discografiche, si è diplomato in contrabbasso al Conservatorio G.B. Martini di Bologna. Ha collaborato con l’Orchestra Comunale di Bologna ed ha conseguito l’idoneità ai concorsi per le Orchestre del Teatro Regio di Torino, del Teatro Comunale ‘G. Verdi’ di Trieste e dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo: in quest’ultima ha ricoperto il ruolo di altro primo contrabbasso. Collabora a diversi progetti musicali ed è stato primo contrabbasso nell’orchestra del Festival di Sanremo in quattordici edizioni. È primo contrabbasso dell’Orchestra Sinfonica di Bordighera.

Gianni Martini si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, sotto la guida del Maestro G. Bisio e in composizione ed arrangiamento jazz sotto la guida dell’arrangiatore e direttore d’orchestra F. Daccò. Ha studiato fisarmonica classica con L. Anfossi, S. Scappini e fisarmonica jazz con R. Galliano. È titolare del San Martino Recording Studio e collabora con diverse case discografiche. Collabora anche come direttore artistico, consulente musicale e strumentista con diverse compagnie teatrali della zona, con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo e l’Orchestra Sinfonica di Bordighera. Con il Maestro Scappini e la Sinequanon Accordeon Ensemble ha realizzato a Lugano l’importante registrazione dell’opera omnia di Luciano Fancelli, nel 50° anniversario della sua scomparsa. Dal 2000 dirige la sezione di Taggia del Nuovo Centro Didattico Musicale Italiano, dove svolge un’intensa attività didattica come docente di pianoforte, tastiere, fisarmonica, arrangiamento e composizione.

Massimo Dal Prà ha conseguito i diplomi di Pianoforte, Composizione, Musica Corale e Direzione di Coro, Prepolifonia, Direzione d’Orchestra e Strumentazione per Banda presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. Presso il medesimo Conservatorio ha conseguito la Laurea di Diploma Accademico in Composizione. Si dedica all’attività di direttore di coro, pianista e clavicembalista, oltre a far parte di alcune formazioni da camera, proponendo anche brani di sua composizione. Ha collaborato con l’Orchestra sinfonica di Sanremo come pianista, clavicembalista e arrangiatore; ha diretto la stessa orchestra in diverse occasioni, con programmi che prevedevano anche sue composizioni. È stato invitato a Lima per dirigere le Orchestre Nazionali Infantil e Juvenil del Perù, dove ha tenuto anche alcuni seminari di Direzione Corale, Direzione d’Orchestra e Jazz. È direttore e fondatore dell’Orchestra Sinfonica di Bordighera, città dove ha diretto nel 2013 la Tosca di Puccini. È anche direttore dell’Orchestra Giovanile del Ponente Ligure. È titolare della cattedra di Teoria dell’Armonia e Analisi presso il Conservatorio L. Cherubinidi Firenze.

Kedi — La città dei gatti

By Jean

Kedi — La città dei gatti

Kedi — La città dei gatti

Sono centinaia di migliaia i gatti che vivono nelle strade di Istanbul. Da tempo immemorabile gironzolano liberi, entrando e uscendo dalle vite degli abitanti fino a diventare una componente essenziale e amata delle tante comunità che rendono unica la metropoli turca, proprio come i suoi monumenti, il Bosforo, il the e i ristoranti di pesce e raki. Vivono tra due mondi, quello selvaggio e quello domestico, e portano gioia e tenerezza alle persone che scelgono di adottarli.
In questo sorprendente e originale documentario, la regista turca Ceyda Torun racconta, attraverso lo sguardo dei felini, il caos, il colore, la cultura e la saggezza di una città dalle diverse anime, che questi straordinari animali rappresentano con grazia, bellezza e carattere.

I particolari

“Sono cresciuta a Istanbul fino all’età di undici anni” ha spiegato Ceyda Torun. “Credo che la mia infanzia sarebbe stata infinitamente più solitaria se non fosse stato per i gatti, e di certo non sarei diventata la persona che sono oggi. Sono stati i miei amici e confidenti e, dopo il trasferimento, ogni volta che mi capitava di tornare a Istanbul trovavo la città sempre meno riconoscibile ad eccezione di una cosa: i gatti, unico elemento costante e immutato che incarnava l’anima stessa della metropoli. Questo film è, per molti versi, una lettera d’amore a quei gatti e alla città”.
Divinizzati dagli antichi egizi, sono amati dai musulmani da quando Maometto fu salvato da una gatta soriana, che lo protesse da un serpente. Il profeta, come ringraziamento, donò ai felini la facoltà di osservare contemporaneamente il mondo terreno e la dimensione ultraterrena. E come dimenticare la leggenda secondo la quale, per non svegliare la sua gatta addormentata sul mantello che doveva indossare, Maometto preferì tagliarne un lembo…
Così, Ceyda Torun ci rende partecipi della loro magia facendoci ammirare la città da un’altra prospettiva, mostrandocene gli angoli più nascosti, gli scorci dimenticati, i nascondigli segreti, svelando il fascino decadente di un luogo in continuo cambiamento, in cui il nuovo si aggiunge al vecchio senza mai sostituirlo. Da sotto i tavoli dei caffè e dei mercati o dall’alto dei cornicioni dei palazzi, attraverso gli occhi dei gatti, osserviamo il suo magma indistinto, la sua chiassosa umanità.
Facile spiegare una presenza felina così importante e variegata: Istambul era un porto d’importanza strategica fin dai tempi più antichi. Le navi arrivavano da ogni angolo del mondo conosciuto, e quasi sempre imbarcavano gatti perché cacciassero i topi. Così nei secoli sono arrivati felini di ogni razza, dai pelosissimi norvegesi ai soriani, dai certosini ai ginger-cat e così via… fino al famoso gatto nuotatore di Van, dagli occhi di due colori diversi. I gatti di questa città sono saliti alla ribalta quando il presidente Obama, nel viaggio in Turchia del 2009, fece visita a Santa Sofia e vide un bel micione tigrato – il famoso Gli – camminare indisturbato tra navate e gallerie millenarie sotto gli occhi del premier turco Erdogan. Non seppe resistere alla tentazione di accarezzarlo, un’immagine che fece il giro del mondo. Da quel momento ci si è accorti che sono dappertutto, anche nel Gran Bazar, fotografati dai turisti come curioso simbolo di una città speciale. Perfino gli organizzatori dei campionati mondiali di basket del 2010 hanno scelto come mascotte un simpatico gattone chiamato Bascat.
Nella vastità della metropoli, ogni gatto, kedi in turco, ha il suo quartiere, le sue abitudini, i suoi riti. Oltre alle sembianze, si distinguono anche per il carattere, ognuno è un “personaggio” diverso, come evidenzia il film, che ne racconta alcuni.
Sari è una soriana rossa e bianca, madre esemplare che vive vicino alla Torre di Galata e passa le giornate davanti a un negozio, finché non ottiene cibo da portare a i suoi cuccioli. Bengu, invece, è una dolce creatura dalla pelliccia grigia che ha conquistato gli operai della zona industriale e vive dispensando fusa ovunque vada. Aslan, dal pelo lungo e la criniera folta, soprannominato “Little Lion”, è il custode del porto, addetto a tenere lontani i topi da un ristorante, che lo ripaga con ottimo pesce fresco. Poi c’è Psikopat, dal pelo corto bianco e nero, la matta di Samatya, uno dei quartieri più antichi della città. Si fa rispettare dalle persone, dai cani randagi e soprattutto dal marito, di cui è incredibilmente gelosa. Psikopat se la gioca con Gamsiz, il bullo simpatico di Cihangir, la zona degli artisti. Tutto il contrario di Deniz, docile e coccolone, che ha preso il nome dal calciatore recentemente aggredito da una squadraccia di ultras di Erdogan. Lui è la mascotte del mercato biologico, dove vive raccogliendo coccole e sonnecchiando tra scatole di tè. Infine, Duman, un damerino educato che abita in uno dei quartieri più eleganti di Istanbul e ha, come tutti, il suo ristorante preferito. Ma a differenza degli altri, Duman è un gatto a modo, non entra anche se la porta è aperta, si limita a chiedere cibo bussando delicatamente alla finestra.
Dunque, raffinate signore, provocanti donzelle, vecchi bisbetici, carismatici capi e gentili giovanotti, i gatti assomigliano alle persone molto più di quanto pensiamo. Ceyda Torun li osserva riflettendo sui nostri vizi e virtù, dialogando con loro in un intenso gioco di sguardi. La macchina da presa sembra accarezzarli, immortalando la loro eleganza nella luce di albe e tramonti, celebrandone il mistero sullo sfondo della sua amata Istanbul. Due mesi di riprese con macchine fotografiche per gatti (eh, si esistono…) e droni, per avere sia scene in soggettiva che viste panoramiche sui tetti, scorci di suggestivi vicoli in salita e percorsi in mare su un traghetto, con qualche spazio anche per gli umani, che raccontano storie personali legate ai felini, con una semplice morale: se sei capace di apprezzare la compagnia di un gatto, di un fiore o di un uccellino, allora il mondo è tuo.
Dice la regista: “Spero che questo film faccia sentire lo spettatore come se gli si fosse posato un gatto sulle ginocchia inaspettatamente, facendo le fusa, costringendolo – perché impossibilitato a muoversi senza lasciar andare quella morbidezza – a pensare alle cose a cui non ha il tempo di pensare normalmente”.
Un film godibile, poetico, interessante e divertente, da suggerire anche a chi non è un “gattaro doc”.

Scheda tecnica

Regia: Cedya Torun
Cast: Bülent Üstün
Produzione: Turchia/USA, 2018
Titolo originale: Kedi
Durata: 80’

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Wojtek, l’orso soldato
Wojtek, l’orso soldato
Un fiore vero
Un fiore vero
U su'
U su’
The present
The present
The other pair
The other pair
Quel giorno
Quel giorno
Mi chiamo Giancarlo Catino
Mi chiamo Giancarlo Catino
Le lacrime sanno sorridere
La smorfia
La smorfia
It's my road
It’s my road
Il pescatore
Il pescatore
Gli occhi del mondo
Gli occhi del mondo
Giovanni Burlando's vision
Giovanni Burlando’s vision
Genova
g e n o v a
Chebet
Chebet
I parenti del Frantoio Nero
I parenti del Frantoio Nero
Calceide
Calceide — Quando lo sport diventa avanspettacolo
Bobby
Bobby
A mano libera
A mano libera
4 Avril 1968
4 Avril 1968
Un profilo per due
Un profilo per due
Tuo Simon
Tuo Simon
Succede
Succede
Storm Rider — Correre per vincere
Storm Rider — Correre per vincere
Sergente Rex
Sergente Rex
Savva
Savva
Rudolf
Rudolf, alla ricerca della felicità
Ricomincio da noi
Ricomincio da noi
Quanto basta
Quanto basta
Ogni cosa è illuminata
Ogni cosa è illuminata
Ma révolution
Ma révolution
L'isola dei cani
L’isola dei cani
Il quartetto Novecento
Il quartetto Novecento
Kedi — La città dei gatti
Kedi — La città dei gatti