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Coro Polifonico Città di Ventimiglia

By Jean

Coro Polifonico Città di Ventimiglia

Il Coro Polifonico Città di Ventimiglia è una istituzione nel panorama culturale del Ponente Ligure. La sua fondazione risale infatti al 1970. Nasce come coro liturgico con il nome di Coro San Secondo, in omaggio al Patrono della Città di confine, e con il tempo ha esteso il suo repertorio a diversi generi musicali: religioso, lirico e folkloristico. In seguito, dal 1985, sotto la direzione del Maestro Romano Pini, noto tenore già membro del Coro intemelio Giuseppe Verdi, amplia ulteriormente i propri orizzonti e il proprio organico, cui si unisce, come accompagnatore musicale, il Maestro Francesco Muratore, fino al 1989. Da quegli anni il Coro è stato ambasciatore della città di Ventimiglia non soltanto in Liguria ma anche in Piemonte, Lombardia, Emilia e, fuori dei confini nazionali, in Francia, nel Principato di Monaco e in Germania. Risale al 1991 la prima collaborazione con l’orchestra sinfonica di Sanremo, in occasione del bicentenario mozartiano. Nel 1992, per i cinquecento anni dalla scoperta del nuovo mondo, registra due brani in omaggio a Cristoforo Colombo, per la raccolta intitolata L’emigrante, edita da ricordi. Nel 1993 e 1994 la città di Nizza accoglie il coro al Centre Universitaire Méditerraneén, alla

presenza delle autorità Italiane e Francesi. In molte occasioni il Coro ha partecipato a eventi di beneficenza promossi da associazioni come la Croce Rossa, i Donatori di Sangue, la Croce Verde e il Lyon’s Club, nonché da parecchi comuni dell’entroterra ligure.

L’anno 2000 segna una tappa importante, per il Coro. Oltre a una nuova collaborazione con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, nella Città dei Fiori e in tournée a Savona e Parma, è stato invitato a esibirsi in Germania, nella bavarese Landshut, ottenendo grande successo e reiterati inviti. E anno dopo anno, in crescendo, il Coro ha raccolto sempre più gradimento coi suoi concerti in Italia e oltre confine, restando sempre aperto a nuovi appassionati.

Costituito da circa 50 elementi, tra coristi, solisti e musicisti d’accompagnamento, nei concerti, sempre molto seguiti, offre un programma che prevede generalmente una prima parte di lirica e una seconda di musica leggera (operetta, evergreen e altro).

Particolarmente apprezzate le esecuzioni dello Stabat Mater di Rossini, Te Deum, Regina Coeli e Ave Verum, di Mozart e alcuni tra i più importanti brani del Peer Gynt di Grieg.

Il Coro Polifonico si avvale attualmente della preziosa collaborazione dei musicisti Adriana Costa, Antonio Puntillo e Cecilia Pini. La tecnica vocale è affidata per il settore femminile a Jacqueline Pini, moglie del Maestro Romano Pini, che sovrintende alla tecnica vocale corale e all’insegnamento degli spartiti, occupandosi per finire della direzione dei coristi e dei musicisti in occasione delle rappresentazioni.

Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia

By Jean

Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia

L’associazione Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia nasce nel 2008. Fondatore e Presidente, il Maestro Prof. Franco Cocco.

Colonna portante dell’Associazione è la Scuola di Musica “A. Biancheri”, con il principale obbiettivo di avvicinare i giovani al mondo delle sette note.

Il percorso di studio prevede Propedeutica per i giovanissimi, Teoria, Solfeggio Parlato, Solfeggio Cantato, Solfeggio Ritmico, Lettura della Partitura, lezioni per tutti i tipi di strumento e Canto, a cura di insegnanti qualificati.

Tra le attività principali, la preparazione degli allievi a sostenere gli esami nei vari Conservatori Statali (Paganini di Genova, Giuseppe Verdi di Torino, ecc… ).

La Scuola, inoltre, rilascia a fine corso certificati di frequenza validi anche per ottenere punteggi di credito formativo presso le Scuole Superiori.

Durante l’anno scolastico si tengono prove per Musica d’Insieme a cadenza settimanale.

Per tutto il percorso musicale, i ragazzi possono inserirsi nelle file dell’Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia, dando loro la possibilità di confrontarsi direttamente con il pubblico attraverso concerti o sfilate di vario genere, sia a Ventimiglia che nei comuni limitrofi, toccando anche la vicina Francia. Ad oggi vanta un organico che supera i cinquanta elementi, tutti ragazzi provenienti dalla Scuola.

L’orchestra è formata da strumenti a fiato (flauti, trombe, tromboni, bassotuba, clarinetti e sassofoni) pianoforte e percussioni.

L’età dei musicisti è compresa tra i 10 e i 25 anni: molti degli allievi possono vantare di far parte di orchestre di alto livello.

L’Orchestra si esibisce spesso per beneficienza, a favore di strutture locali socialmente utili, e ogni anno celebra la fine dei Corsi con un concerto molto seguito al Teatro Comunale della Città di confine.

Il concerto, in programma domenica 9 dicembre a Ventimiglia, nell’Oratorio di Sant’Agostino, a Ventimiglia, proporrà:

  • Jingle Bells
  • Last Christmas
  • Concerto di Aranjuez per tromba (Luigi Cocco) e piano (Eugenio Cocco)
  • I Love Paris
  • Con te partirò (solista, il tenore Carmine Buono)
  • Emporio Waltz
  • We Are the World
  • The Lion King
  • What a Wonderful World (tromba Deborah Pirrone, piano Eugenio Cocco)
  • Hawaii Five-O Theme
  • Happy Christmas
  • White Christmas (solista, il tenore Carmine Buono)
  • Jingle Bells (arrangiamento, Prof. Mirco Rebaudo)
Antonio De Curtis, in Arte Totò

By Jean

Cinquant’anni senza Totò…

L’Associazione Antonio De Curtis in arte Totò nasce con la consapevolezza di dover restituire respiro ad uno degli artisti più grandi del ‘900. Una memoria viva nel cuore del pubblico di oggi come del passato, che ha amato e ama la sua straordinaria capacità di generare risate e, con la stessa semplicità, di regalare intensi spunti di riflessione.

L’Associazione, la cui anima si esprime grazie alle due donne De Curtis, Liliana ed Elena, promuove e patrocina attività ispirate al genio creativo e all’humanitas di Antonio De Curtis. Un continuo studio dell’uomo, non solo di Totò l’attore, il comico, la maschera, ben noto a tutti, ma anche del De Curtis musicista, scrittore, poeta e pensatore, punto di riferimento per addetti ai lavori, operatori culturali, per le istituzioni e non ultimo i fan, il suo amato popolo. Il gruppo di lavoro si propone inoltre di agevolare e rendere produttivo l’entusiasmo di chiunque voglia ricordarlo, onorarlo o semplicemente amarlo attraverso rassegne, premi, attività culturali, il cinema, la televisione, il teatro, il web grazie a una costruttiva collaborazione che può contare, per ogni iniziativa, sull’ufficialità della famiglia De Curtis. Difensori sempre del valore artistico del Totò/De Curtis pensiero, l’allegria come diritto, dono da elargire a tutti a prescindere dalla malinconia della sua scomparsa, dalla miseria, dalla patina del tempo, dalle pene e dall’obbligo stesso di essere allegri.

Per rendergli onore, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’Associazione ha ideato e allestito la mostra Totò Genio, che ripercorre la grandezza di uno dei maggiori interpreti italiani del Novecento, un artista a tutto tondo, una figura poliedrica, non solo attore di cinema e teatro, ma poeta e autore di canzoni indimenticabili.

Il principe de Curtis era molto affezionato ai suoi scritti, che probabilmente considerava lo specchio più autentico della sua anima malinconica e notturna: «Non c’è nessuna discrepanza — diceva — tra la mia professione (che adoro) e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto».

Attraverso documenti personali, cimeli, lettere, disegni, costumi, fotografie, installazioni e testimonianze, Totò Genio propone un viaggio indietro nel tempo, e racconta la vita, le passioni e gli amori del Maestro.

Si possono ammirare i disegni realizzati da Pier Paolo Pasolini per la Terra vista dalla luna, episodio del film Le streghe interpretato da Totò, i disegni di Federico Fellini, che in lui vedeva un artista senza tempo, fino ad arrivare a quelli realizzati negli anni ’50 da Ettore Scola per la rivista satirica Marc’Aurelio.

E ancora sono esposti i disegni realizzati da fumettisti celebri come Crepax, Pratt, Manara, Onorato e Pazienza, una serie di fotografie che ritraggono Totò insieme ai grandi personaggi del Novecento e una poesia scritta da Paolo Conte e dedicata al grande interprete napoletano.

Un’ampia sezione della mostra è dedicata al suo rapporto con il cinema, che lo ha visto protagonista di 97 film, e ripercorre la sua lunga carriera attraverso i manifesti e le fotobuste che lo hanno reso celebre al grande pubblico.

Il suo rapporto con il teatro è raccontato e rivisitato attraverso i costumi di scena, filmati d’epoca e installazioni multimediali.

Un aspetto meno noto di Totò è il suo rapporto con la pubblicità, in cui fu testimonial di alcuni prodotti italiani di quegli anni, come la Lambretta e la Perugina, che lo scelse come volto per pubblicizzare il suo famoso Bacio.

La mostra racconta anche il suo legame fortissimo con Napoli, la sua città d’origine, e il suo grande amore per gli animali, in particolare per i cani, passione che condivideva con la compagna, Franca Faldini. Attraverso foto private, documenti originali e giornali d’epoca viene descritto un Totò più privato, un uomo generoso che amava prendersi cura degli animali e delle creature più indifese.

Non mancano infine le sue poesie, come la celebre ‘A livella e le sue canzoni, come Malafemmena, da lui composta nel 1951 e poi declinata in centinaia di versioni.

Chiude la mostra la sezione Nessuno mi ricorderà, dedicata ai suoi funerali, che furono tre, il primo a Roma, il secondo a Napoli e il terzo nel Rione Sanità a Napoli, in cui era nato. Attraverso fotografie, filmati storici provenienti dall’Archivio Luce e dalla Rai, giornali e ricordi, viene raccontato il meraviglioso addio che Napoli ha rivolto al suo più grande artista.


“Una pioggerella minutissima cadeva lenta e tediosa, un giovane di media statura, vestito dimessamente con indosso un cappotto verde militare attraversava piazza dei Cinquecento da piazza Risorgimento, con le mani sprofondate nelle tasche immerso in chissà quali tristi pensieri”.

Era il 1922 e Antonio percorreva a piedi quella strada avanti e indietro da quasi un mese, dal giorno in cui era entrato, senza nessun compenso, nella compagnia di Umberto Capece, al teatro Salone Elena…

Ma partiamo dall’inizio: le sette del mattino del 15 febbraio del 1898.

In un freddo e spoglio appartamento al secondo piano di un palazzo di antica nobiltà, nel rione partenopeo che oggi si chiama Sanità, nasceva Antonio De Curtis.

Era un dedalo di vie triste e chiassoso, rifugio di mariuoli e poveracci, mentre poco lontano l’urbanizzazione incalzava la periferia della città.

L’atto ufficiale riporta lapidario: “Figlio di Anna Clemente, di anni diciotto, casalinga domiciliata a Napoli e di uomo celibe non parente né affine”.

Era molto bella, Nannina, ed aveva 17 anni quando rimase incinta. Nella modestissima casa dove mise alla luce quel figlio destinato a grandi cose, vivevano già in cinque: lei, la madre Teresa e quattro fratelli. La sua gravidanza era il frutto di una relazione illegittima con Giuseppe De Curtis, spiantatissimo rampollo di una nobile casata decaduta. Il padre, l’arcigno marchese Luigi, gli aveva tassativamente proibito di sposare una popolana, e lui, pur amandola, aveva obbedito, cercando di tenere segreto il loro rapporto. Ma Anna non ne faceva mistero. Uno dei primissimi ricordi di Antonio sarà l’odore della cipria di cui Nannina si cospargeva il volto prima di salutarlo per recarsi dal suo amato. Proprio in uno di quei saluti lo soprannominerà Totò.

Antonio cresce per lo più con Teresa, una siciliana corpulenta che si occupa dei quattro figli e di quel nipotino senza un padre ufficiale, a cui dispensa attenzioni e tenerezze. L’infanzia trascorre senza un regalo per Natale o per il compleanno, ma freddo e miseria sono scaldati dall’amorevole dolcezza della nonna. Totò porterà sempre per mano quel misero scugnizzo, che da grande asseconderà in ogni capriccio, come per restituirgli ciò che la vita gli aveva sottratto. Una maschera comica con un mondo di sofferenza dentro, ma anche riconoscenza per ciò che infine aveva meritatamente ottenuto. Sarà proprio il ricordo delle sue radici e gli stenti patiti a conservarlo sempre disponibile ad aiutare gli altri, soprattutto i giovani, facendo di lui non solo un grande artista, ma un uomo d’incredibile generosità, come sa essere solo chi ha conosciuto la fame vera, si è fatto da solo e non si nasconde dietro falsi pudori.

Gli abiti che Totò bambino indossava per andare a giocare nei vicoli erano ricavati da vecchi vestiti della mamma, a tinte vivaci e fantasie femminili. Un paio di pantaloni con delle grandi rose rosse gli valsero un giorno il titolo canzonatorio di femminiello. Lui si strappa di dosso gli abiti, resta in mutande e improvvisa una scenetta con mosse tanto curiose a dileggio dei fastidiosi che questi ammutoliscono prima, esplodono in fragorose risate poi, e infine lo applaudono, mentre lui con una camminata dinoccolata e disarticolata, che anticipa il futuro, si allontana riscattato.

Nel 1904 Totò compie sei anni e viene iscritto a scuola, uno scugnizzo svogliato dalla pagella disastrata. Passa molto tempo in casa, paludato in una mantellina bianca, a officiare finte messe che lo pongono già al centro di un ideale palcoscenico. Quando gira nel rione, dove può incontrare ogni genere di umanità, ama studiare e assimilare peculiarità e stranezze dai passanti che più lo colpiscono. Ma la scuola è per lui una detenzione e già in quarta viene retrocesso in terza. Solo grazie all’energia della madre riesce a conquistare la licenza elementare, che per i tempi è comunque un titolo di studio. Il padre decide d’iscriverlo alle ginnasiali al Collegio Cimino in via San Giovanni a Carbonara, dove studiano i figli dei poveri. E lì finirà la sua esperienza scolastica, anche perché è chiaro che preferisce studiare la vita. I genitori decidono così di mandarlo a lavorare: passa da garzone a imbianchino, ma dipingere le case dei ricchi lo avvilisce, rifiuta le mance che gli vengono offerte e appena può fugge con qualche amico all’osteria di Don Aniello, bighellonando con gli scugnizzi del rione e facendosi beffe di qualche mal capitato che imita alla perfezione. Le sue giornate trascorrevano senza un reale scopo, con il lavoro puntualmente ricusato. Totò sa di avere qualcosa da esprimere a modo suo, da raccontare e, assistendo alla rappresentazione di numeri di varietà nei teatrini napoletani, sente risvegliarsi in sé l’istinto che darà forma alla sua intera esistenza.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. Antonio si arruola, impaziente di allontanarsi dall’ambiente familiare e dagli insuccessi già riscossi. Viene assegnato al XX reggimento di stanza a Pavia. Ci vuole poco per capire che anche la vita militare non fa per lui. Comincia a simulare malesseri di ogni tipo, irritando i superiori che, dopo poche settimane, lo spediscono per punizione al 182° Battaglione di fanteria, pronto a partire per la Francia con un reparto di soldati marocchini. La prospettiva lo spaventa. L’unica soluzione appare la fuga, e la sola occasione per attuarla è la sosta ad Alessandria del treno che lo sta portando in Francia. Simula così una crisi di qualche misteriosa malattia e viene creduto. Lo trasferiscono all’ospedale militare, mentre il convoglio parte senza di lui. Ma non è ancora l’ora della libertà: appena rimesso in forze viene trasferito all’88° Reggimento di stanza a Livorno, dove finalmente, mentre il conflitto volge al termine, si conclude la sua avventura, la prima dettata da una decisione avventata.

Nella caserma di Livorno Totò inventa la geniale esclamazione “Siamo uomini o caporali?” ispirata da uno di quei rigidi militari di carriera che godono nel rendere difficile la vita dei poveri soldati, vessandoli con umiliazioni, punizioni e offese. Nasce una sera, mentre gli fa il verso in una forma di riscatto verso la prepotenza gratuita, e viene accolta dai commilitoni con grandi risate e applausi.

L’entusiasmo che sente d’aver suscitato nonché la sua marziana fisicità sono la spinta decisiva a intraprendere la carriera artistica, nella consapevolezza che l’esasperazione dei particolari, le movenze disarticolate, la capacità di sovvertire l’ordine sociale e deridere i potenti gli procurano un pubblico grato e appassionato.

Nel 1922 il marchese Giuseppe de Curtis, con la morte del padre, riconosce Antonio e decide di regolarizzare la situazione sposandone la madre e riunendo la famiglia. Si trasferiscono tutti a Roma e Antonio trova impiego presso il modestissimo Teatro Salone Elena, nella compagnia di Umberto Capece. Viene assunto, come usava con i novizi, con l’accordo che non avrebbe ricevuto compenso giacché gli si dava già l’occasione d’imparare. Capece era uno degli ultimi epigoni della commedia dell’arte e si limitava a spiegare alla compagnia un canovaccio a cui attenersi dieci minuti prima dello spettacolo. Gli attori imparavano un repertorio di battute, scherzi e invettive da adattare di volta in volta alla situazione. Forse grazie all’imprinting di questo periodo o a un’innata attitudine, per Totò sarà sempre un’abitudine stravolgere, riadattare ed elaborare non solo ogni copione, ma ogni rappresentazione che lo vedrà partecipe.

Sul palcoscenico era una maschera sfrenata e farsesca, travolgente e divertentissima, e il pubblico iniziava a riconoscerlo e apprezzarlo, con la sua bombetta, i pantaloni troppo corti e i calzini colorati.

Antonio prendeva parte alle rappresentazioni da un mese, un mese senza paga nella speranza che Capece lo scritturasse in pianta stabile. Quel giorno pioveva a dirotto e non aveva voglia di tornare ancora a casa a piedi, così gli chiese i soldi per il tram. L’impresario per tutta risposta lo licenziò. Ebbe giusto il tempo di raccogliere le sue cose in un foglio di giornale legato con una cordicella e di veder salire sul palco un altro a prendere il suo posto. La pioggia era cessata quando uscì per l’ultima volta dal Salone Elena, ma il freddo pungeva e la strada del ritorno era lunga. Una vecchina rattrappita dall’artrite arrostiva castagne e lui si avvicinò per scaldarsi, senza un quattrino per comprarle. Ma la donna riconobbe in lui l’attore che la faceva tanto ridere e gli regalò qualche caldarrosta. Un ricordo dolce in una giornata piena di malinconia.

Dopo la compagnia Capece, Antonio inizia a lavorare al Teatro Diocleziano, ma ne viene allontanato perché mette in ombra un altro comico. Capisce così che deve passare al varietà per esibirsi da solo. Seguono tempi duri in cui solo il sogno di diventare attore gli permette di resistere ai morsi della fame, allo scoramento di dipendere dai genitori e ai continui rifiuti. Prende il coraggio a due mani e decide di presentarsi a uno degli impresari più temuti ed esigenti del tempo: Don Peppe Jovinelli. Nel suo teatro avevano trovato successo Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Armando Gill, e molti altri. Antonio si propone senza elemosinare e, sfoggiando un’impavida quanto recitata sicurezza, mette in scena un’imitazione di Gustavo De Marco che lo fa assumere. Dopo una settimana, in tutta Roma si parla dell’omino elastico che strabuzza gli occhi e si arrampica sul velluto del sipario per avvincere un pubblico che lo ripaga con fragorose acclamazioni.

È il 1928, un periodo felice perché inizia il successo e il riconoscimento del padre lo rende a tutti gli effetti marchese, senza più la necessità di nascondersi dietro nomi d’arte per nascondere gli illeciti natali. Della nobiltà Totò aveva il pallino. Forse il desiderio di trasmettere i titoli nobiliari ai futuri figli lo convinse a chiedere di adottarlo al principe Caracciolo, suo assiduo e spiantato spettatore. Non bastò lo sdegnoso ed ennesimo rifiuto a demotivarlo. Con caparbietà propose l’adozione a un altro nobile napoletano di antico lignaggio, Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, anch’esso caduto in miseria, in cambio di un vitalizio. Totò ottenne il riconoscimento dal vecchio marchese quando aveva già compiuto trentacinque anni. Da non avere un padre, ora ne aveva addirittura due e poteva fregiarsi del titolo di Principe di Bisanzio diventando: Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. La sua vita stava cambiando, come se qualcuno avesse dato un colpo al caleidoscopio della sua esistenza rimescolandone forme e colori. E qui entra in gioco il barbiere Pasqualino, il cui negozio in via Frattina era frequentato da artisti di ogni genere da oltre quarant’anni. Ogni sera, finito il lavoro, Pasqualino si tirava a lucida e andava al vicino Teatro Umberto. Un afoso giorno d’estate Totò entrò nella bottega per farsi la barba, e il proprietario riconobbe in lui il giovane comico napoletano che recitava con grande successo allo Jovinelli, e che nulla convinse a sfilare il paltò… in realtà, era un modo per nascondere i calzoni rotti. Dopo un anno di barba e capelli erano diventati amici e Pasqualino decise di aiutarlo. I gestori del Teatro Umberto erano clienti abituali e lui iniziò incessantemente a tessere le sue lodi, a parlare del successo che il pubblico gli tributava e del tutto esaurito che ogni Teatro si sarebbe assicurato scritturandolo. Tanto disse e tanto fece che il Cavalier Cataldi lo accontentò, accogliendo Totò al Sala Umberto. Era la svolta tanto agognata. Quando il macchinista chiamò i cinque minuti per l’entrata in scena dell’amico, un commosso Pasqualino corse in platea a godersi il pubblico in delirio per quel marziano napoletano che disarticolava il corpo e con la fantasia faceva del linguaggio espressione buffa e sempre nuova. L’acclamazione dei bis fu l’assicurazione per gli anni a venire. Il racconto degli spettacoli di questo nuovo artista si diffuse ovunque. Ormai il suo successo poteva solo crescere, ma per tutta la vita Totò provò la latente paura che un capriccio del pubblico potesse precipitarlo nuovamente nei meandri della solitudine e degli stenti. Per sua stessa ammissione accetterà anche film mediocri per l’impossibilità emotiva di rifiutare proposte e restare inattivo. Ma andiamo avanti.

Nel 1929, Eugenio Aulicino gestiva il Teatro Nuovo di Napoli. Era un uomo lungimirante con il bernoccolo degli affari, e uno dei principali protagonisti della vita artistica partenopea del tempo. La sua idea del Teatro era fatta di innovazione, senza perdere di vista i profitti. Aveva così deciso di svecchiare la compagnia stabile (che offriva spettacoli perfetti ma sempre simili: commedie comiche tratte dal repertorio di Eduardo Scarpetta) inserendo parentesi musicali e un nuovo attore, Totò, la cui fama gli era giunta da La Spezia, dove il comico andava in scena con la compagnia di Achille Maresca. Gli propose una scrittura per tre spettacoli musicali: Messalina, I tre moschettieri e Bacco Tabacco e Venere (saranno in realtà molti di più). Totò non se lo lasciò ripetere due volte e firmò un contratto di trecento lire, un compenso astronomico per l’epoca. Per il Nuovo fu un successo senza precedenti, con palchi e loggioni prenotati con settimane di anticipo. Una di quelle serate clamorose, il 13 dicembre 1929, in platea c’era Eugenia Castagnola, a tutti nota come Liliana. Antonio aveva l’abitudine di scegliere ogni sera da dietro il proscenio una dama per cui recitare, come gli eroi dei tornei medievali. Liliana era una femme fatale con un corpo perfetto e una chioma corvina che nascondeva la cicatrice d’un colpo d’arma da fuoco, ultimo gesto disperato di un amante prima di suicidarsi. Era al Nuovo proprio per vedere Totò, che se ne innamorò al primo sguardo. Ne nacque una storia appassionata. Lui la raggiungeva tutte le sere dopo lo spettacolo nella pensione per artisti dove alloggiava, e lei ricambiava con un amore sincero. Mentre la loro storia diventava di pubblico dominio e sempre più profonda, tra passione, gelosie reciproche e scenate, Totò si rese conto che nel momento della sua affermazione artistica un rapporto così stretto avrebbe limitato la sua libertà d’azione. Così, le comunicò che sarebbe partito per una tournée da solo. La notte tra il 3 ed il 4 marzo 1930 una macchina percorse per diverse ore i vicoli di Napoli con a bordo una Liliana disperata e un Antonio dilaniato tra l’amore e la consapevolezza di doversi allontanare per seguire il destino, ovunque lo avesse condotto. Tornata nell’angusta prigione della sua stanza, dopo aver scritto una lettera all’amato, Liliana si tolse la vita ingerendo un flacone di sonniferi. Da allora riposa nella tomba dei principi De Curtis, vicino al suo Totò, come un membro della famiglia.

Nel 1935 una canzonetta raccontava all’Italia il sogno di guadagnare mille lire al mese: già nel 1931 Antonio De Curtis li guadagnava in una sera. La morte di Lilia, come la chiamava nell’intimità, era avvenuta un anno prima, lasciandogli un dolore schietto e un vuoto affollato di sensi di colpa. Finché, a Firenze, incontra Diana Bandini Rogliani Lucchesini…

Per l’attore era un rito arrivare in teatro molto presto e chiudersi in camerino per leggere, dormicchiare sull’immancabile divano, ripassare la parte che puntualmente avrebbe stravolto, e infine tracciare con una matita nera sotto gli occhi due righe dritte e tramutarsi cosi da Antonio in Totò. Chi lo conosceva sapeva quanto non ridesse, non facesse battute, non amasse il rumore: sembrava impossibile che nei cinque minuti prima dell’ingresso in scena riuscisse a trasformarsi nel funambolo dei sipari, il mimo disarticolato che il pubblico adorava. In una di quelle sere, un attore di prosa andò a vederlo, con la moglie e la cognata non ancora sedicenne. Diana dirà poi di averlo trovato “non brutto ma buffo, perché la sua faccia si componeva di pezzi belli, messi insieme in maniera bizzarra, ma soprattutto di due occhi grandi e malinconici”.

La ragazza era nata in Libia ed era orfana di padre. Secondo il costume dell’epoca, la madre aveva stimato che il modo migliore di impartirle una buona educazione fosse chiuderla in collegio. Era in vacanza presso la sorella quando venne condotta in teatro a vedere quel nuovo comico napoletano… Totò è subito colpito dalla fresca bellezza della fanciulla, e dalla sua straordinaria somiglianza con il volto di una pubblicità molto in voga all’epoca, che era solito guardare trasognato. Gli sembra un segno del destino. Le vacanze estive stavano per finire, e Diana non sopportava l’idea di lasciare l’artista gentile che le mandava quotidianamente mazzi di fiori, così scappò per raggiungerlo. Totò non si scompose nel vederla arrivare con un leggero bagaglio fatto in fretta per non destare sospetti: ai carabinieri spiegò che non si trattava della vittima di un rapimento, ma di sua moglie. Iniziarono una vita randagia di teatro in teatro, in cui Totò la chiudeva in casa per gelosia, ma lei era tanto innamorata da accondiscendere alle sue stranezze pur di renderlo felice. Lui infilava bigliettini nello stipite della porta per verificare che Diana non uscisse mentre era in scena, le permetteva di indossare solo in casa vestiti giudicati troppo vistosi, metteva borotalco sulla soglia per controllare che in sua assenza non fosse entrato nessuno. Fu tra un teatro e l’altro e una bizzarria e l’altra che arrivò sua figlia Liliana, chiamata così in onore della donna che per il suo amore si era uccisa.

La bimba nasce all’Hotel Ginevra, in via della Vite, in una stanza che Totò aveva fatto apprestare appositamente perché non trovava igienico che si nascesse in un ospedale “dove la gente va e viene e succede di tutto”. Amandola come il suo tesoro più prezioso, le donerà ogni benessere, e lei crescerà ereditandone, oltre alle fattezze, lo humor e la generosità.

Totò sposa Diana il 6 marzo 1935, nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Ma nel fluire apparentemente tranquillo di una delle tante sere famigliari propone alla moglie di separarsi per verificare la forza della loro unione. Convissero nella stessa casa per più di dieci anni, malgrado il dispiacere che rodeva il cuore di Diana. Liliana intanto fioriva in una bella donna di cui aveva gli slanci, i capricci e le pretese. Fu iscritta all’Assunzione, uno dei migliori istituti della capitale, ma a seguito delle sue lamentele per la lontananza, Totò propose a Diana di tornare a casa, non come moglie ma come madre dell’adorata figlia. Avrebbe dovuta crescerla colta e onesta fino al giorno del suo matrimonio. Solo a quel punto anche lei avrebbe potuto ricostruirsi una vita. Liliana ancora oggi afferma quanto il padre volesse essere perdonato per le continue e sempre più bizzarre conferme dell’amore che pretendeva, del suo tenerle nascoste come si fa con i tesori, in un tentativo inconsapevole di proteggerle da tutto. Diana gli rimase a lungo vicina come la migliore delle mogli anche nei momenti più difficili. Quando, nel 1940, poco prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, al rientro da Massaua Totò subì il distacco della retina e fu operato d’urgenza, gli fu accanto giorno e notte con tenera dedizione, tenendogli la mano mentre era costretto a rimanere bendato. Ma la gelosia di Totò era un mostro sempre pronto a colpire. Sentendo che Diana si era allontanata un momento, credendolo assopito, si strappò le bende per controllare dove fosse, compromettendo il risultato dell’operazione. Stanca delle continue scenate e della mancanza di fiducia, l’ex moglie decise di accettare la corte dell’avvocato Tufaroli e, con un anticipo di qualche mese, ruppe la promessa fatta di restare vestale del focolare domestico finché Liliana non si fosse sposata. Lui non glielo perdonò mai.

Totò era fatto di paure radicate e invincibili convincimenti, ma anche di commoventi slanci umani. Non riuscì mai a essere insensibile al dolore degli altri. Sosteneva ospizi, orfanotrofi, infilava nottetempo banconote sotto le porte dei bassi accompagnato solo dal fedele autista Caffiero, inviava rette mensili a uno sciuscià di Napoli… Un giorno il destino gli fece incontrare la vecchina che quindici anni prima, nei suoi giorni più cupi, lo aveva sfamato regalandogli le caldarroste. La donna non lo riconobbe ma lui, che ne conservava un indelebile ricordo, le donò una bella somma di denaro. Un’altra volta, negli anni Cinquanta, passeggiando sul lungomare di Santa Marinella, vide dei bambini poverissimi mezzi nudi ed infreddoliti. Gli ricordarono la sua infanzia misera e, commosso, regalò loro l’equivalente di cinquantamila lire. Totò nutrì per tutta la vita una vera passione per gli animali, in particolare per i cani, che vedeva come bambini teneri ed indifesi che in più non potevano nemmeno lamentarsi. Con lui vivevano riveriti il cane Peppe, nominato Visconte, e il pappagallo Gennaro che era Barone ed era libero di svolazzare per ogni stanza.

In Totò convivevano lo scugnizzo povero e il nobile benestante. Quando tornava a casa, si vestiva di un’eleganza curata sempre nei minimi particolari, con un risultato serioso molto distante dalla maschera farsesca che indossava in teatro. Da buon napoletano era superstizioso e viveva in una dimensione in cui cose e numeri avevano una loro valenza. Odiava il 13 e e il 17 e non accettava né camere d’albergo, né posti riservati in treno o altro che avessero quei numeri. Stava alla larga da quelli che riteneva jettatori e non prendeva mai decisioni di martedì e di venerdì. Estremo nella capacità di amare, donare, credere e ottenere, ma anche di smisurata gelosia, era dedito a irrinunciabili abitudini come il fumo e i caffè, che infine lederanno il suo immenso cuore nonostante la sua grande vitalità.

Un discorso particolare riguarda il rapporto di Totò con la politica. Non rendeva pubbliche le sue inclinazioni, forse perché non ne aveva di chiare, nella convinzione che la soluzione ai mali di ciascuno non potesse provenire da un partito piuttosto che da un altro. Men che meno l’idea stessa di militanza si addiceva alla sua innata indolenza e alla sua concezione di vita epicurea. È però storicamente compito del buffone di corte irridere il potere, e così anche Totò, nonostante i tempi fossero tutt’altro che ispirati dall’ironia, ebbe il coraggio di schernire Mussolini e lo stesso Hitler in una scenetta che riecheggiava quelle del Grande Dittatore di Chaplin.

Erano gli anni delle camicie nere e della censura. Totò era un conservatore che simpatizzava per la monarchia ma non fu di certo un fascista. Con la sua innata passione per l’osservazione delle piccole manie e peculiarità delle persone, era impossibile che non fosse attratto da personaggi caratterizzati e caratterizzanti come Hitler o Mussolini. Nulla comprova le sue propensioni dell’epoca ma scimmiottare il potere con ironia divertiva molto il pubblico. E lui non si sottraeva, malgrado i rischi. Pochi pochi giorni dopo il fallito attentato a Hitler, si presentò in scena con dei ridicoli baffetti tra l’ilarità della folla.

Appena tornato a casa squillò il telefono e una voce anonima gli annunciò che era in partenza a suo nome un telegramma di convocazione al comando di polizia ed era già stato firmato un ordine di cattura per lui, Eduardo e Peppino De Filippo. Totò, trafelato, si precipitò al teatro Eliseo, dove i fratelli De Filippo mettevano in scena Il berretto a sonagli di Pirandello, per avvisarli che c’erano anche i loro nomi nella lista nera dei tedeschi. Lui si rifugiò presso una coppia di amici e ammiratori, i coniugi De Sanctis, all’estrema periferia di Roma. Tutto andò bene fino a quando una piccola folla di fan radunatasi nella via rese palese che il nascondiglio segreto non era più tale. Totò decise di tornare dai genitori, che non si erano mai spostati dalla città, si trincerò in casa e lì rimase fino al 4 giugno, giorno della liberazione della Capitale.

Poco prima che scoppiasse la guerra, Totò era ancora un illustre sconosciuto, al di là del teatro. Ma presto venne richiesto dal cinema. Forse alla ricerca di uno Charlot italiano, Ludovico Bragaglia voleva affidargli un film, ma non era facile far digerire un attore d’avanspettacolo a un produttore, finché non arrivò Gustavo Lombardo. Dal 1937 al 1967 interpreta 96 film, dopo l’esordio di Fermo con le mani. Fu con San Giovanni decollato che la critica consacrò una sua interpretazione. Sceneggiato da Cesare Zavattini, non fu solo un buon successo di pubblico, ma gli riservò il plauso di quegli intellettuali che invece lo osanneranno solo dopo la morte. Nel film è presente con un cameo anche l’amatissima Liliana ed è d’infinita tenerezza lo sguardo del padre sulla figlioletta che lavora con lui per la prima ed ultima volta (Liliana riceverà come compenso una bambola).

Arriva quindi il tempo delle collaborazioni famose e felici, come con Anna Magnani, cui può affiancarsi senza perdere la sua inconfondibile identità.

Fu poi la volta di Eduardo De Filippo. In nome dell’antica amicizia lavorò gratis nel suo Napoli Milionaria. Tra il 1949 e il 1950 interpretò altri nove film, tra i quali alcune parodie: Totò cerca moglie, Figaro qua, Figaro là, Le sei mogli di Barbablù, 47 morto che parla, tutti diretti da Ludovico Bragaglia. Poi L’imperatore di Capri di Luigi Comencini, Tototarzan e Totò le Mokò di Mario Mattoli, Yvonne la nuit di Giuseppe Amato, Totò cerca casa di Steno e Mario Monicelli, un’efficace parodia del neorealismo sulla crisi degli alloggi che suscitò l’indignazione della censura. Questi film (quale più quale meno) ebbero un buon successo tra il pubblico ma non tra i critici, che non gradivano il suo stile surreale. Eppure Antonio non abbandonerà mai quel sentimento di rivolta del sottoproletariato che combatte per la vita senza mai identificarsi con il ceto borghese, una satira che emerge dall’osservazione del reale, dell’umanità. E lì emerge il personaggio che con garbo ed educazione, ma anche con scaltrezza, si emancipa dall’ingiustizia. La spinta recitativa di Totò è tutta reale: a teatro parlerà sempre in napoletano, come nei suoi scritti sui temi che gli stanno a cuore. L’uso della sua lingua natale aggiunge afflato e personalizzazione, mentre al cinema appartiene la lingua italiana. Sul set gli manca l’abbraccio del pubblico, lo sguardo della dama per cui inventare nuove trovate ogni sera (tanto che per farlo lavorare al meglio la troupe deve applaudire alla fine dei ciack) la telecamera lo mette a disagio e finge di ignorarla, continuando a improvvisare come sul palcoscenico. Ma il cinema garantisce maggiori e più rapidi guadagni, si può ripetere una scena e, forte della convinzione che non si possa far ridere al mattino, per contratto gira solo tra le 13 e le 21. Anche se coltiverà sempre il desiderio di film non comici, accetta di tutto perché i produttori lo vogliono così, in pellicole che costano poco e rendono molto.

Il 1951 fu un anno importante per la carriera cinematografica dell’attore. Dopo il successo di Totò cerca casa, venne richiamato da Steno e Mario Monicelli per il ruolo iconico di Ferdinando Esposito in Guardie e ladri, al fianco di uno dei suoi amici più cari e delle sue migliori “spalle”, capace di rispondere colpo su colpo alle sue improvvise battute, Aldo Fabrizi. Totò era all’inizio riluttante, il ruolo offertogli era finalmente reale, diverso dai suoi precedenti personaggi e inserito in un contesto decisamente più drammatico. Il film ebbe inizialmente problemi con la censura, ma appena uscito nelle sale fu un successo unanime: alti incassi, grande apprezzamento di pubblico e plauso inatteso da parte della critica. Nello stesso anno interpretò, sempre per la regia di Monicelli e Steno, Totò e i re di Roma, l’unico film che lo vide recitare con Alberto Sordi.

Nel 1952 fu premiato con un nastro d’argento per Guardie e ladri. L’opera venne presentata al Festival di Cannes, dove si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura. Questo è anche l’anno in cui collaborò a Siamo uomini o caporali?, la sua autobiografia curata da Alessandro Ferraù ed Eduardo Passarelli, che si ferma alla morte di Liliana Castagnola. Diverrà buon amico di Pasolini che, riempendo il gap sociale e generazionale, lo fa recitare nei suoi film più impegnati. Antonio accoglie nella rigida dimora dalle stanze silenti l’intellettuale omosessuale che sa scorgere l’attore introspettivo e colto dietro al personaggio e gli regala finalmente un nuovo ruolo. È come se venisse riscoperto per la prima volta, purtroppo davvero tardi.

La prima opera realizzata insieme fu Uccellacci e uccellini, che Totò accettò senza condividere appieno il suo personaggio e la poetica del regista. Fu una delle rare occasioni in cui gli venne riconosciuto in vita un reale valore artistico. Venne chiamato anche da Nanni Loy per Il padre di famiglia, con Manfredi, nel ruolo di un anziano anarchico che vive vendendo calzini e mutande ai compagni della sinistra. Purtroppo, Totò riuscì a girare solo la prima scena (per spiacevole casualità, quella d’un funerale) e morì due giorni dopo.

Il cinema, se non gli diede le soddisfazioni del teatro, gli permise d’interrompere il suo perenne peregrinare, di vivere in una bella casa ai Parioli, svegliarsi a suo piacimento e stancarsi di meno. E portò anche un nuovo amore, con un incontro fortuito, in quel 1952 di profondi cambiamenti.

Dopo il duplice matrimonio di Diana con Tufaroli e di Liliana con Buffardi, Totò chiuse per qualche tempo i rapporti con entrambe e si trincerò in un invincibile scudo di malinconia. Fu la copertina d’un settimanale, Oggi, a mettergli davanti una giovane attrice, Franca Faldini (che gli rimarrà accanto per quindici anni di amore e rispetto reciproco). Le mandò subito un mazzo di rose con un biglietto: “Guardandola mi sono sentito sbottare in cuore la primavera”. Poi le telefonò per invitarla a cena, ma la ragazza accettò solo quando Totò ebbe modo di farsi presentare. La Faldini, appena ventunenne, era da poco tornata dagli Stati Uniti, dove aveva preso parte al film Attente ai marinai! con Dean Martin e Jerry Lewis.

Dopo essersi frequentati per circa un mese annunciarono il loro fidanzamento. Ma la loro relazione non arrivò mai al matrimonio, anzi fu più volte sull’orlo di essere troncata, per le profonde differenze caratteriali e i trentatré anni che li dividevano. La loro convivenza creò scandalo all’epoca. La stampa li definiva “pubblici concubini” tanto che, a un certo punto, furono costretti a fingere un matrimonio all’estero, cui in pochi credettero. Il successo gli sorrideva e Franca era in attesa di un bambino. L’idea di diventare padre a 56 anni anziché preoccuparlo gli dava forza ed entusiasmo. L’avrebbero chiamato Massenzio se fosse stato maschio. Ma la vita aveva in serbo una brutta sorpresa… Franca era all’ottavo mese di gravidanza quando accusò forti dolori. Fu subito ricoverata e le venne diagnosticata una tossicosi gravidica. I medici misero Antonio davanti a una scelta dolorosa: salvare la madre o il bambino. Lui scelse Franca.

Qualche anno dopo Totò, vinto dalla nostalgia, accetta di esibirsi al Sistina, con l’impresario Remigio Paone, nello spettacolo A prescindere, che registra per settimane il tutto esaurito, mentre il destino gli sta preparando un altro tiro mancino. Durante le repliche si ammalò di polmonite virale. Avrebbe dovuto restare a letto, ma per non lasciare ferma la compagnia, e senza ascoltare le preghiere di Franca, si imbottì di antibiotici e andò a teatro. Mentre aspettava di entrare in scena, crollò. I biglietti furono rimborsati alla folla vociante e a Totò furono intimate due settimane di riposo assoluto. Ma il pensiero dei compagni che avrebbero perso il lavoro se la tournée fosse saltata, gli fece decidere di riprendere lo spettacolo. Portò a termine le recite a Milano e nelle altre città finché presto si ritrovò a fare i conti con la fatica imposta al suo corpo debilitato. La tragedia si consumò sul palcoscenico del Politeama di Palermo. La figlia Liliana lo aspettava dietro le quinte e dopo lo sketch di Napoleone, Totò uscendo di scena le disse: “Sono cieco, non ci vedo più”. Totò rientrò e nessuno si accorse dell’accaduto perché tagliò le scene, scaricando la tensione in una mimica selvaggia che fece andare in delirio il pubblico. Uscì più volte a ringraziare, in un Teatro illuminato a giorno che non vedeva più. Fece la passerella di corsa, con tutta la compagnia che lo seguiva, sapeva e tremava. Le recite furono sospese per sempre. A Napoli seppe che un occhio era stato compromesso anni prima dal distacco della retina, nell’altro erano intervenute decine di piccole emorragie. Ma Totò fu forte come sempre, si adattò alla nuova situazione e riprese a lavorare, perché gli avevano detto che quel po’ di vista che aveva recuperato gli sarebbe rimasta. Al rientro a casa pianse quando non poté vedere Gennaro, il pappagallo cavaliere che gli volava incontro dal trespolo.

Era la primavera del 1967. Il fedele Caffiero entrò nella sua stanza per fargli ascoltare l’attesa registrazione de La livella (la sua poesia più conosciuta), ma lo trovò prostrato. Accusava disturbi gastrici così forti che Franca avvertì Liliana, poi chiamò la produzione per comunicare che Totò non era in grado di recarsi sul set. Lo stava imboccando con un po’ di cena per non farlo affaticare, quando lui lanciò un urlo straziante. Era il primo di una serie di infarti che si susseguirono, accompagnati da lancinanti dolori e da grida. Caffiero fu mandato in tutta fretta all’ospedale Santo Spirito a procurare dell’ossigeno mentre il cardiologo si affaccendava tra iniezioni e flebo. Totò riuscì a fare un cenno a Franca perché si avvicinasse per dirle: “Sono stato bene assai con te, Ravachol”. Verso le due e mezza, resosi conto che la fine era vicina, si strappò dal viso la maschera dell’ossigeno, gli elettrodi e la flebo. Un’ora dopo il suo cuore cedette definitivamente e spirò. La nera signora, come Totò chiamava la morte, non l’aveva mai preoccupato, anzi spesso aveva immaginato le sue esequie, scherzandoci sopra. Con i primi risparmi aveva comprato una cappella per sé e la sua famiglia, con una targa che riportava la sua data di nascita e in bianco quella di morte. La salma fu vegliata per due giorni, a Via dei Monti Parioli 4, e le principali personalità dello spettacolo sfilarono per dirgli addio, anche i suoi detrattori in vita. Migliaia di romani, persone semplici mescolate a grandi attori e intellettuali, si avvicendarono silenziosi nel lungo corridoio che immetteva nella camera da letto. Anche il vento, dalla finestra aperta, giungeva ad accarezzare dolcemente Totò che, in giacca blu e pantaloni di flanella chiari, si accingeva davvero ad uscire di scena con l’eleganza che lo aveva sempre contraddistinto.

Solo grazie a una provvidenziale intercessione, dato che era considerato un pubblico peccatore, il 17 aprile, nella Chiesa di Sant’Eugenio alle Belle Arti, ebbe luogo una semplice cerimonia funebre, la benedizione della bara deposta in terra, secondo l’uso riservato ai nobili, sotto la statua di Papa Pacelli. Nel rispetto della sua volontà, le esequie vennero celebrate in assoluta umiltà e silenzio. Nella tarda mattina dello stesso giorno, il suo corpo venne trasportato a Napoli, dove già all’uscita dall’autostrada lo aspettava una folla della più varia umanità per inginocchiarsi e salutarlo al suo passaggio. La cerimonia venne celebrata nella chiesa del Carmine Maggiore, davanti al mare, mentre nella piazzetta, nei vicoli adiacenti, nei quartieri intorno la gente si radunava per accompagnarlo. Non appena il carro funebre arrivò, scaturì un applauso e un Nino Taranto commosso e provato disse: “Totò, Napoli t’ha fatto l’ultimo esaurito”. La salma venne inumata al Cimitero del Pianto, dove tuttora riposa vicino ai genitori, a Massenzio e Liliana Castagnola.

Ma non poteva finire così… Anche il rione Sanità doveva tributare un omaggio anche solo ideale al suo celebre figlio.

Dopo tre mesi cominciarono a circolare per Napoli cartoncini d’invito a un terzo funerale, e uno di questi giunse anche a Liliana e Diana, insieme alla prenotazione in un grande albergo cittadino.

Tutti sapevano che il corpo di Totò riposava al cimitero del Pianto, ma era il gesto in sé che importava. La funzione venne officiata in una chiesa a due passi dalla sua casa natale, San Vincenzo, poi la bara vuota uscì, accolta da un lungo applauso.

“Per la capacità che aveva di farci ridere nonostante tutto meriterebbe di esser fatto santo” ebbe a dire Fellini.

La tomba di Totò è una delle più visitate d’Italia, a lui vengono indirizzati bigliettini che riportano fiduciose preghiere e mani sconosciute portano fiori freschi di continuo. Dopo cinquant’anni la sua grandezza vive ancora in ognuno di noi, nei gesti, nelle parole, nei motti che quotidianamente usiamo e che neanche sappiamo essere stati inventati dal suo genio creativo per quanto ci sembrano proprietà della nostra cultura. Dobbiamo ringraziarlo perché ha creato qualcosa che continua a tenerci compagnia, a insegnarci un educato ma ugualmente irriverente e geniale umorismo. Il tempo è stato galantuomo con lui e non ha sbiadito la sua immagine. Forse, come diceva, chi ha la ventura di essere personaggio vivo, può infischiarsene della morte perché non muore più. Ci piace pensare che se dovesse lui stesso concludere in merito all’argomento della sua dipartita, risponderebbe a modo suo: “Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a Lutto!” (Due cuori tra le belve).

(Estratto per gentile concessione dalla biografia pubblicata sul suo sito ufficiale “Antonio De Curtis, in arte Totò” )

A spasso con Bob

By Jean

A spasso con Bob

A spasso con Bob

Quando James Bowen, un giovane senzatetto londinese con problemi di dipendenza da alcool e droghe e di mera sopravvivenza trova rannicchiato davanti alla porta del suo alloggio popolare un gatto rosso, indifeso e ferito, non immagina quanto la sua vita stia per cambiare. James è solo al mondo, non può contare su una famiglia o un lavoro e sbarca il lunario suonando la chitarra davanti al Covent Garden e a stazioni della metropolitana. Pur consapevole che un animale in difficoltà sia l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno, non sa restare indifferente davanti a quel batuffolo bisognoso d’aiuto. Gli dà un nome, Bob, e gli apre le porte del suo cuore. L’amore che lui conosce è fatto di indipendenza e rispetto, così, quando con pazienza e tenerezza riesce a farlo guarire, lo lascia libero di andare per la sua strada, convinto di non rivederlo più. Ma il bel gattone non mostra alcuna intenzione di separarsi dal nuovo amico umano ed inizia a seguirlo ovunque. Tale è la sua caparbia ostinazione che James, felicemente, si arrende… È l’inizio di una meravigliosa amicizia e di una serie di singolari, divertenti e a volte pericolose avventure che trasformeranno il futuro di entrambi.

I particolari

Un uomo solo e senza prospettive incontra un gatto, di cui si prende cura. E il gatto riconoscente lo “adotta”, offrendogli una seconda, insperata possibilità. Due esistenze randagie che, con la reciproca assistenza, cambiano il loro destino, diventando famose in tutto il mondo. È la bella storia vera raccontata in questo film, il cui soggetto è tratto dal bestseller A spasso con Bob (Sperling & Kupfer), pubblicato nel 2012 dal suo protagonista, James Bowen: giovane chitarrista vagabondo, schiavo dell’eroina, con le tasche vuote e il sogno infranto di una carriera da rocker. Fino all’incontro con il magnifico gatto rosso, battezzato Bob in onore del diabolico furfante della serie cult Twin Peaks, di David Lynch. Tutti coloro che hanno sempre ritenuto il cane il miglior amico dell’uomo, scopriranno in questo film quanto i piccoli, misteriosi felini siano capaci d’identico amore e tenero attaccamento, espressi nel modo discreto che li caratterizza. Non si stupiranno invece gli estimatori di queste meravigliose creature, che sembrano in grado di vedere “oltre” con straordinaria sensibilità. Quanto al protagonista umano, James, ha vissuto sulla sua pelle il lato positivo di una realtà (per altri versi inquietante e letale) in cui i social possono decidere della vita o della morte di qualcuno. La presenza di Bob accanto a lui, anzi, sulla sua spalla come il famiglio di una strega, lo ha magicamente trasformato in una specie di eroe moderno, da uno dei tanti invisibili accanto a cui si passa frettolosi, indifferenti ai drammi che quasi sempre li accompagnano amaramente. Il bellissimo gatto fulvo che non si stacca mai da quel giovane artista di strada, le loro immagini riprese coi cellulari e caricate su YouTube, hanno fatto la differenza, anzi, il miracolo. Da quel primo incontro fortuito e il gesto di generosità che ne è spontaneamente scaturito, Bowen ha preso il coraggio per dare il via a un nuovo inizio, senza dimenticare chi e ciò che era stato: oggi può permettersi una vita più che serena, ma gli piace spenderla lavorando per i senzatetto, umani e animali. Dietro alla macchina da presa, troviamo il canadese Roger Spottiswoode, che ha firmato blockbuster come Sotto Tiro, Turner e il casinaro, Air America e uno dei James Bond movie con Pierce Brosnan, Il domani non muore mai. Grazie al suo solido mestiere ha confezionato un prodotto onesto e godibile, evitando la trappola di un’eccessiva edulcorazione, tipica dei film americani per famiglie. Anche la Londra che fa da sfondo alla vicenda non è la città da cartolina che viene sempre proposta al cinema, va oltre i soliti scenari iconici, dipingendo una metropoli dai giusti chiaroscuri, fatta di strade, quartieri popolari come Tottenham e stazioni dell’Underground. Nella versione cinematografica, la forza della storia racchiusa nel libro viene lievemente stemperata da aggiunte mai citate nel testo ma plausibili, forse per renderla più appetibile agli spettatori: una ragazza di cui innamorarsi, un amico in overdose, un conflitto con la famiglia. Il protagonista, Luke Treadaway è perfetto nel ruolo del bravo ragazzo sfortunato e si fa seguire con affettuosa e addirittura intenerita partecipazione nelle sue peripezie, nel corso delle quali incontra violenza e intolleranza ma anche persone generose e sensibili. Tutte amorevoli tessere di un edificante, sorridente e a volte drammatico mosaico che diventa un inno alla vita e alla possibilità dei miracoli, tanto più prezioso perché vero. “ Bob e io eravamo anime ferite, ci siamo incontrati dopo aver toccato il fondo e ci siamo aiutati a curare le ferite delle nostre esistenze” ha scritto James Bowen, accendendo la speranza nel bello e nel buono che a volte capitano, proprio come in un film di Natale di Frank Capra. Ma in questo caso l’angelo ha il buffo aspetto di un gattone dalla pelliccia color zenzero…

Curiosità

Il primo dei libri scritti da Bowen su Bob, cui ne sono seguiti altri sei, si è rivelato uno straordinario successo: è stato pubblicato in trenta paesi, con sette milioni di copie vendute in tutto il mondo, tradotto in diciotto lingue, al ventitreesimo posto, al momento, nella classifica dei bestseller in Inghilterra negli ultimi quarant’anni. Per il regista Roger Spottiswoode è la terza produzione in cui il coprotagonista è un animale. Prima di collaborare con Bob ha diretto il dogue de Bordeaux di Turner e il casinaro e l’orso polare de Il mio amico Nanuk. “È stato meraviglioso girare nuovamente a Londra. Con una squadra fantastica siamo riusciti a utilizzare tutte le location citate nel libro. Oltre a Bob, sul set era presente anche Bowen, a dare una mano. Lo stesso Bob non solo è stato straordinario nell’interpretare se stesso (è lui, in tutta la sua bellezza, il gatto sulla spalla del protagonista) ma ha anche aiutato i “colleghi” in ogni modo possibile” ha dichiarato Spottiswoode. Come un vero grande attore ha avuto l’ausilio di altri cinque felini, controfigure professioniste che lo hanno sostituito nelle scene più difficili. Alla prima londinese solo lui si è permesso il lusso di snobbare la bellissima Kate Middleton durante l’evento Action on Addiction, organizzato per il recupero dalle dipendenze. La duchessa di Cambridge, accarezzandolo, non sapeva bene come interpretare il suo umore, ovvero se le sue fossero fusa di compiacimento o se stesse soffiando infastidito. Bowen ha commentato divertito che il suo micione si atteggiava a “Re della scena”. Gli attori sono tutti inglesi Doc, poco conosciuti in Italia ma perfetti per l’ambientazione londinese. Il protagonista Luke Treadaway, poco somigliante a Bowen ma con lo stesso appeal che ispira simpatia, aveva precedentemente recitato nel film di Angelina Jolie Unbroken, e nella serie tv di Sky Atlantic, Fortitude, di cui sta girando la seconda stagione. Il produttore del film, Adam Rolston, ha raccontato: “Quando ho letto per la prima volta A street Cat named Bob non immaginavo che sarei stato proprio io a portarlo sul grande schermo. Ero semplicemente l’ennesimo lettore travolto da quel racconto di speranza, amicizia e unione contro le avversità. Ma l’idea di quanto potesse essere meravigliosa quella storia trasformata in film non mi ha abbandonato per tre anni, finché alla fine ci sono riuscito… Non riesco a ricordarmi molti altri libri che descrivano in modo così franco la condizione dei senzatetto e la disperazione creata dalla dipendenza. Credo che l’onestà di James abbia toccato tantissimi cuori, oltre al mio, ed ecco la ragione del suo successo… Quando ho conosciuto Bob ho pensato che fosse il gatto più calmo e cool che mai si potesse incontrare”. James Bowen adesso ha trasformato la sua lunga esperienza da senzatetto nell’occasione di occuparsi socialmente di chi continua ad affrontare le difficoltà della vita. Con il sostegno di numerose associazioni, che hanno coadiuvato anche il lancio del film, come The Big Issue, Action on Addiction, la Croce Blu e altre, è in prima linea per la difesa degli umani e degli animali in difficoltà, per far sì che abbiano, come lui e il suo Bob, una seconda chance. Girando per le strade di Londra non è difficile incontrare i due amici inseparabili, quando non sono in giro per il mondo a presentare i libri che li hanno resi famosi e amati. Bob ha una sua pagina Facebook, e migliaia di fans che gli mandano piccole sciarpe di ogni foggia e colore, sfoggiate con l’allure di una vera star.

Scheda tecnica

Regia: Roger Spottiswoode
Cast: Luke Treadaway, Ruta Gedmintas, Joanne Frogatt, Beth Goddard, Bob
Produzione: Gran Bretagna, 2016
Titolo originale: A Street Cat Named Bob
Durata: 103’

Il mio amico Nanuk

By Jean

Il mio amico Nanuk

Il mio amico Nanuk

Ci sono amore e dedizione dietro Il mio amico Nanuk, c’è il mal d’Artico di Brando Quilici, figlio dell’altrettanto famoso Folco, la sceneggiatura scritta con Hugh Hudson, i dettagliati storyboard da sottoporre alla produzione, l’estenuante ricerca di finanziamenti e i viaggi in Cina per conoscere il cucciolo d’orso da affiancare al protagonista umano. Ci sono i ricordi di una vita a girare documentari e il desiderio di varcare i confini del reportage attraverso il coinvolgimento di una mano esperta in sequenze di azione.

Ci sono le meravigliose sequenza artiche girate da Quilici, che lasciano lo spettatore a bocca aperta per la loro assoluta bellezza (roba da National Geographic, per capirci). In un parola, c’è il sogno di un uomo-bambino diventato realtà.

Ma Luke e Nanuk, uniti nel pericoloso viaggio verso Cape Resolute e mamma orsa, parlano anche al cuore degli adolescenti, perché nella nostra storia c’è un’altra piccola storia: il romanzo di formazione di un ragazzo che sposa il rischio e diventa uomo.

E non solo, perché questa storia è anche altro: una parabola su come i giovani maschi, soprattutto se privi di una figura paterna, devono avventurarsi nel mondo uscendo da sotto l’ala protettiva delle madri, e di come le madri devono imparare a fidarsi dello spirito di avventura dei propri figli. Questo messaggio non va a scapito dell’importanza dell’educazione materna: infatti Luke cerca di riportare Nanuk alla sua mamma perché sa che sarà lei, per i primi due anni e mezzo, ad insegnarli tutto quello che gli servirà per sopravvivere.

«Questa è la storia di una grande amicizia», esordisce la voce fuori campo di Luke, ed è vero.

Perché Il mio amico Nanuk è innanzitutto il tenero resoconto minuto per minuto della straordinario rapporto di affetto e complicità che si crea fra il ragazzo e l’orsetto (ma anche fra l’interprete umano e quello animale). Vediamo Luke e Nanuk giocare, rotolarsi insieme, scambiarsi il cibo, e più volte è l’orsetto a venire in soccorso del ragazzo, non viceversa.

Ma raccontiamo la storia dall’inizio…

Una storia che inizia a Devon, nei territori nord occidentali del Canada.

Madison Mercier, una ricercatrice esperta di natura, sta partendo per un viaggio di ricerca sulle tracce di un branco di beluga (il balenottero bianco) che ogni anno si spostano in una zona ben precisa. Durante la sua assenza, i suoi due figli, Abbie e Luke, resteranno con la zia che viene appositamente dalla città per prendersi cura di loro.

Da quando ha perso il marito in un tragico incidente due anni addietro, Madison è diventata particolarmente protettiva nei confronti dell’avventuroso figlio maschio. Quella sera, a casa di Luke, una femmina di orso polare attacca il loro garage. I ranger locali la sedano e notano che l’animale è già stato allontanato dalla città in precedenza. La prassi prevede che venga trasportata fuori città in elicottero la mattina seguente e che nel caso in cui dovesse avvicinarsi di nuovo alla città, dovranno prendere provvedimenti. Quando i Ranger se ne vanno, Luke scopre il motivo del tentativo di intrusione dell’orsa: il suo cucciolo è rimasto intrappolato nel garage. Luke lo porta dentro casa e tenta di nasconderlo in camera da letto. Il vivace cucciolo è rumoroso e pieno di energie e i due vanno immediatamente d’accordo ma la zia di Luke non vede di buon occhio l’amicizia tra i due e insiste affinché Luke “se ne liberi”.

Luke però, che ha perso da poco il padre, solidarizza immediatamente con il cucciolo d’orso ed è determinato a non consegnare il piccolo orfano alle autorità locale perché sa che finirebbe allo zoo. Decide quindi che la sua missione sarà quella di riportarlo alla mamma.

Lo porta quindi da Muktuk (Goran Visnjic), una guida locale e migliore amico del suo defunto padre. Il giorno del tragico incidente sul ghiaccio che gli è costato la vita, il papà di Luke era proprio con Muktuk e da quel giorno la famiglia di Luke lo ritiene responsabile dell’accaduto e per questo ha interrotto ogni rapporto con lui. Luke invece ricorda quello che suo padre gli diceva sempre: «se sei nei guai o hai un problema rivolgiti a Muktuk». Ed è proprio ricordando le parole del padre che il “nostro” chiede a Muktuk di aiutarlo a portare a termine il suo piano: insieme dovranno attraversare la calotta artica e sfidare i pericolosi elementi naturali per arrivare con il cucciolo a Cape Resolute, nell’estremo nord del Paese, dove i Ranger hanno trasportato la sua mamma.

La storia di Luke e Nanuk è raccontata in modo semplice, a portata di bambino, anche se le situazioni di pericolo in cui il ragazzo si ritrova (spesso per propria imprudenza) sono piuttosto ansiogene. Ma il viaggio iniziatico dei due amici in mezzo ai ghiacci ha un bel respiro narrativo, ci fa conoscere un mondo meraviglioso popolato da una nutrita fauna polare e una popolazione, quella eschimese, saggia e gentile.

E l’ avventura dei due piccoli protagonisti viene narrata da Spottiswoode e Quilici con il rispetto di chi studia da vicino il comportamento di una specie e l’accortezza di chi, nell’invenzione, immortala un momento di autentica intimità.

Ripresi da vicino in un agitarsi di mani e zampe, o da lontano, come puntini colorati in un gigantesco universo bianco, bambino e orso sono la quintessenza della tenerezza, dell’affetto senza filtri, del senso di protezione. I registi hanno avuto la buona idea di riprenderli al naturale, senza effetti digitali e sfruttando, come si faceva ai vecchi tempi, i momenti più vivaci e creativi.

È tutto vero, insomma, in questa favola ecologista che mostra amore e rispetto per la natura e incoraggia gli uomini, grandi e piccoli, a non avere paura, e a non arrendersi mai. A cominciare dalla piaga del riscaldamento globale che sta mettendo a repentaglio la vita di molte specie dei climi freddi.

Il riscaldamento globale, ormai lo sappiamo tutti, sta causando gravi ripercussioni su ogni tipo di ecosistema terrestre, compreso quello artico, all’interno del quale si muovono gli orsi polari. Cercando disperatamente cibo, questi orsi si spingono fino ai villaggi dell’Artico, avvicinandosi pericolosamente agli umani che, ovviamente, devono tenere costantemente sotto controllo la cosa, riportando, quando possibile, gli animali indietro nel loro habitat. Altre volte, purtroppo, la soluzione è più drastica.

Il mondo moderno sta ormai prendendo il sopravvento sulle regioni polari: è un dato di fatto. Possiamo fare qualcosa a riguardo? Quilici accenna alla questione, ma non fa la morale, non mette in bocca a un personaggio arringhe e polemiche, esorta solo lo spettatore a pensarci, coinvolgendolo con i panorami mozzafiato e la dolcezza dell’amicizia di due cuccioli appartenenti a due razze diverse. La sua preoccupazione la cogliamo nel peregrinare degli orsi adulti o nello scioglimento dei ghiacci che hanno portato al sacrificio della vita del padre di Luke, tanto tempo prima.

Curiosità

Alle riprese artiche ha partecipato anche Doug Allan, tre Emmy Awards per la serie Il pianeta vivente e Life in the freezer della BBC.

Il progetto è stato presentato al produttore americano Jake Eberts, Premio Oscar per film quali Gandhi, Balla coi lupi e Momenti di Gloria. Con lui, vengono trovati i finanziatori internazionali e uno sceneggiatore come Hugh Hudson (regista Premio Oscar per Momenti di Gloria). Nel settembre 2012 Jake Eberts, malato da tempo, viene a mancare poco prima dell’inizio della produzione e il film viene dedicato alla sua memoria. Dopo la scomparsa dell’amico e collega, Hugh Hudson preferisce tirarsi indietro dal progetto.

Il film del 2014 nasce da un’idea di Brando Quilici, documentarista che per anni ha lavorato per il National Geographic e per Discovery Channel. Quilici, dopo aver pubblicato per Sperling & Kupfer un romanzo omonimo, ha contribuito alla regia.

La regia del film inizialmente era stata affidata a Hugh Hudson, che per motivi personali rinunciò all’incarico per essere sostituito da Roger Spottiswoode. Ma nella realizzazione della pellicola è stato importante anche il cameraman specializzato nelle riprese nelle zone polari, Doug Allan.

Il film è girato interamente tra il Canada e le isole Svalbard cogliendo gli orsi nel loro habitat naturale.

Per la realizzazione del film si è cominciato a lavorare un anno e mezzo prima con i sopralluoghi, mentre le riprese sono dovute necessariamente durare 32 giorni perché c’era il rischio che l’orsetto crescesse troppo.

Il cucciolo di orso star del film si chiama Pezoo ed è nato nel Polar Ocean World di Pechino.

Scheda tecnica

Regia: Roger Spottiswoode, Brando Quilici
Cast: Dakota Goyo, Goran Visnjic, Bridget Moynahan, Kendra Leigh Timmins, Russell Yuen, Matt Connors, Duane Murray, Racine Bebamikawe, Jacqueline Loewen
Produzione: Italia, Canada, U.S.A. , 2014
Durata: 90’

Iqbal — Bambini senza paura

By Jean

Iqbal — bambini senza paura

Iqbal — bambini senza paura

Ci sono bambini, in qualche angolo del mondo, che vivono una vita molto diversa da quella dei bambini occidentali. Ci sono bambini che non sanno di essere bambini; o meglio, lo sanno benissimo, ma non hanno alternative al destino che qualcun altro su questa terra decide per loro.

Ma c’è anche qualche bambino che ha il coraggio di ribellarsi a un destino che qualcun altro ha scritto per lui, e di lottare a nome di tutti i bambini meno fortunati che ci sono nel mondo.

Quella che vi raccontiamo è una storia vera, liberamente tratta da Storia di Iqbal, romanzo di Francesco D’Adamo e riscritta per il grande schermo a misura di bambino, che tratta temi importanti all’altezza di sguardo dei bambini.

Girato da uno dei più importanti registi nel campo dell’animazione come Michel Fuzellier e da un autore e produttore iraniano di valore come Babak Payami, è un film che non è solo utile ma qualcosa di più: è necessario. Ed è realizzato con la collaborazione dell’UNICEF.

Iqbal, un ragazzino sveglio e vivace di dieci anni, vive a Kardù, un piccolo villaggio in qualche parte povera del mondo. È bravo in disegno. Ha imparato dal nonno l’arte di annodare i tappeti soprattutto i ricercatissimi Bangapur, che richiedono gusto raffinato, senso artistico, abilità e dita sottili. Vive con il fratello Aziz e la madre Ashanta, donna coraggiosa che provvede alla famiglia in assenza del marito emigrato in cerca di lavoro. Con l’inseparabile compagna, la capretta Ragià che lo segue ovunque, Iqbal trascorre le sue giornate disegnando e divertendosi a giocare a calcio con una palla rappezzata in compagnia degli amici.

Le avventure, o meglio le disavventure, di Iqbal cominciano il giorno in cui il medico prescrive ben 16 dollari di medicine per Aziz, malato di polmonite. Ma i soldi non ci sono. Ed è allora che il nostro piccolo eroe sente che deve sostituire il papà e prende una decisione senza dirlo a nessuno: parte nottetempo per il mercato di Mapur per vendere la sua capra.

A Mapur sono guai: quando Iqbal vede il macellaio non vuole più vendere Ragià e si caccia nei pasticci, inseguito dal minaccioso macellaio. La sua fuga rocambolesca e disperata mette sottosopra l’intero mercato. Viene salvato da un viscido quanto gentile lestofante, Hakeem, che si offre di comprargli le medicine per Aziz: in cambio, dovrà lavorare nella fabbrica di tappeti del suo amico Guzman. “Per quanto tempo dovrà lavorare?” La risposta rimane sospesa. Intanto lui gli procurerà le medicine per Aziz e questa è la cosa più importante. Hakeem da par suo non mantiene la parola e dopo aver rivenduto per un sacco di dollari Iqbal a Guzman, se ne torna ai suoi sordidi affari.

Guzman riconoscendo subito le doti di Iqbal, si impegna a consegnare un tappeto speciale, un Bangapur ai coniugi Flat, ricchi antiquari inglesi. Il bambino viene così costretto in un capannone sporco e freddo dove si trovano tappeti, telai e un gruppo di piccoli lavoranti: Fatima, Emerson, Maria, Ben, Salman e Karim. Bambini di età diverse ma con storie simili, tutte legate alla povertà. Iqbal non può far altro che cominciare a tessere il suo tappeto e … pensare a come venirne fuori.

Superata qualche diffidenza iniziale, il rapporto con i suoi compagni di sventura si fa più amichevole e nel gruppo comincia a farsi strada una coscienza nuova della loro condizione di “schiavi per sempre”. Iqbal, però, non si dà per vinto: una volta resosi conto che il debito non si esaurirà mai malgrado le promesse di Guzman, comincia a elaborare un piano per liberare i suoi piccoli amici e consentire a tutti di tornare a casa…

Iqbal — bambini senza paura è un film che merita di essere visto nell’età della scuola primaria, una fiaba colorata in cui gli elementi drammatici non prevalgono mai sulla dimensione fantastica e favolistica, che è anzi sapientemente potenziata dal ricorso, in diversi momenti, alla messa in scena dei sogni di Iqbal. Le sequenze oniriche, caratterizzate da disegni dall’estrema semplicità grafica e cromatica (dallo stile diverso da quello del resto del film), sono spesso suggestive. Merita una menzione particolare quella in cui i fili della trama del tessuto si trasfigurano grazie alla libera immaginazione del piccolo protagonista.

Il prevedibile lieto fine — giusto e necessario in ottica didattica — è affidato a un discorso che Iqbal è invitato a tenere in un’aula gremita, di fronte a una platea di adulti. Chiamato a leggere un testo retorico preconfezionato, il bambino prima tentenna, poi abbandona il testo, e il suo discorso spicca il volo sgorgando genuino dalla sua diretta esperienza. Il film si chiude in tal modo con il rovesciamento dell’ottica didattica canonica, che vede i bambini seduti in un’aula ad ascoltare in silenzio. Qui sono gli adulti a dover trarre insegnamento da un bambino. Un elemento che suggella l’impostazione del film, rivolto ai coetanei di Iqbal, e suggerisce, attraverso la figura di un piccolo eroe, come, in determinate circostanze, siano gli adulti a dover imparare dai bambini.

Note sui registi

Michel Fuzellier è un animatore francese dalla vasta esperienza nel settore (collaboratore di lunga data di Enzo d’Alò), qui alla sua prima esperienza come regista di un lungometraggio.

Babak Payami appartiene a quella generazione di cineasti iraniani emersa sul finire degli anni ‘90 (Bahman Ghobadi il nome probabilmente più importante) sulla scia dei vari Kiarostami, Makhmalbaf, Panhai, Naderi. Tutti, nel decennio successivo, hanno a vario modo subito l’oppressione del regime iraniano, vedendosi in molti casi costretti a lavorare all’estero. Payami, arrestato nel 2003 alla fine delle riprese de Il silenzio fra due pensieri, da allora aveva smesso di dirigere, pur essendo rimasto legato al mondo del cinema con diverse attività condotte a livello internazionale, e spesso in Italia.

Una nota malinconica, e una piccola considerazione

Iqbal Masih, bambino pakistano, è assurto a simbolo della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile, dopo essersi prima liberato e, nel giro di tre anni, assassinato (appena dodicenne!), in circostanze non chiarite, nel 1995.

Iqbal — bambini senza paura è una fiaba. E se da un lato la trasfigurazione in fiaba è utile alla causa della sensibilizzazione dei più piccoli a un tema così importante, il rovescio della medaglia è che l’adulto che dovesse accompagnare il bambino — e che non conoscesse né la vicenda reale di Iqbal, né la realtà dello sfruttamento del lavoro minorile nel mondo (legata non certo solo al mercato dei tappeti, ma alle più prestigiose multinazionali, magari per produrre anche giocattoli), ebbene questo adulto si trova di fronte a uno scenario eccessivamente edulcorato e, paradossalmente, è portato a sottostimare lo stesso tema che il film vorrebbe sottoporre alla sua coscienza.

La principessa e l’aquila

By Jean

La principessa e l’aquila

La principessa e l’aquila

Tra le famiglie nomadi che d’estate tornano sui monti Altai per trascorrervi i mesi caldi, c’è anche quella di Aisholpan, una ragazzina kazaka discendente da un’antica stirpe di addestratori di aquile. Il suo grande sogno è percorrere la strada degli antenati e concorrere nella competizione annuale denominata Golden Eagle Festival. Sotto la guida del padre, riuscirà a imparare l’antica arte riservata per tradizione agli uomini, a catturare e addestrare un aquilotto tutto suo, e a partecipare infine all’evento tanto atteso, che mette ogni anno in gara i più grandi addestratori della Mongolia.

I particolari

Una piccola protagonista per un grande esempio di coraggio, energia e ambizione. Aisholpan, a soli tredici anni, ha le idee molto chiare sul suo destino. Crede fermamente di avere “nel sangue” il diritto di seguire la tradizione millenaria che il suo popolo tramanda di padre in figlio e intende diventare la prima addestratrice di aquile da caccia. A differenza delle amiche non ha mai avuto paura dei rapaci, né di arrampicarsi su una cima altissima per raggiungerne i nidi. Infatti, pur ostacolata dai saggi del suo popolo, che temono di concederle un pericoloso precedente (è una donna e le donne sono più deboli, è meglio che stia a casa a preparare il the, e comunque il matrimonio le toglierà tutti grilli dalla testa…) la ragazzina riesce con silenziosa dignità a dimostrare di essere non solo all’altezza, ma persino superiore a cacciatori maschi più esperti di lei. Grazie agli insegnamenti del padre, supera la pericolosa prova di iniziazione, nel gelo delle montagne: la cattura dell’aquilotto appena svezzato che diverrà il suo compagno di vita. Dovrà crescerlo, educarlo, farlo volare e portarlo a caccia fino a quando sarà il momento di restituirlo alla sua libertà. E mentre il documentario segue le vicende di Aisholpan, dipinge gli usi e i costumi di un affascinante popolo rurale in un ambiente straordinario ma ostile, luoghi lontanissimi da una civiltà “cittadina”, dove tutto è difficile e per andare a scuola si resta lontani da casa e dalla famiglia per cinque giorni su sette. Una condizione di isolamento che per la ragazza si accentuerà nel periodo di training con la sua aquila, in compagnia del padre, su e giù dal cavallo e dai monti Altai, nell’estremo nord della Paese meno popolato del mondo. Eppure, la vivrà con naturalezza e consapevolezza, senza nulla togliere a una femminilità che sta sbocciando e l’obbiettivo del regista cattura proprio sulla soglia del passaggio dalla purezza e trasparenza emotiva dell’infanzia alla matura determinazione dell’età adulta. Costruita intorno al Golden Eagle Festival, l’opera di Otto Bell (all’esordio nei lungometraggi) non è improntata alla rincorsa del momento topico in tempo reale, anche se la fortuna gliene offre un paio di grande portata, ma è il frutto di un lavoro di osservazione, immersione e costruzione. La linearità del racconto è una scelta felice, perché la semplicità viene compensata dalla forza delle scene d’azione e dall’accecante bellezza del contesto naturale, quasi di un altro pianeta. Un tocco in più e sarebbe sembrato artefatto, uno in meno e il risultato sarebbe stato povero. In prima lettura trasmette un messaggio molto evidente: ognuno può inseguire i propri sogni e diventare ciò che vuole, se agisce con passione e buona volontà, ma più in profondità sottintende che una donna può fare qualsiasi cosa faccia un uomo. L’impresa della ragazzina simpatica e intelligente, oltre che bella, decisa ad andare oltre le convenzioni perché ci crede davvero, sembra una fiaba inventata per incoraggiare le bambine a diventare ciò che desiderano. Invece, il suo sogno realizzato, immortalato in modo poetico e toccante, è l’esempio concreto degli eccezionali effetti della volontà. Tutti i personaggi contribuiscono a creare quadri esteticamente perfetti, con le carnagioni arrossate dal freddo e gli abiti di pelliccia. E la scelta di questa caccia particolare rende la verità del loro rispetto per la natura: per assicurarsi la sopravvivenza non serve andare oltre le effettive necessità. Quanto all’alato e orgoglioso cacciatore, in fondo riceve in dono una possibilità, perché le aquile operano inflessibili selezioni nei nidi, eliminando i pulcini più fragili. Otto Bell, inglese d’origine ma newyorkese d’adozione, venuto a conoscenza di questa bambina prodigio da un servizio fotografico della BBC, si è precipitato in Mongolia a riprenderne la storia, seguendola fino al momento catartico del trionfo nella gara. Partendo fortunatamente dall’inizio, non ha avuto bisogno di ricorrere a ricostruzioni del pregresso con filmati di repertorio. La forma scelta è quella di una contaminazione straordinariamente ben confezionata tra documentario e fiction, con la voce fuori campo affidata a una narrazione in terza persona. Predomina l’io narrativo dei diversi personaggi, che presume un lavoro di drammaturgia e di sceneggiatura. E la narrazione passa anche attraverso i volti e le espressioni, come quelle scontente dei saggi del villaggio, umiliati dalla vittoria di Aisholpan. Tra gli altri, spicca il momento della cattura dell’aquilotto, che riflette tutte le esitazioni e i rischi di quella situazione. Le inquadrature professionali di padre e figlia in arrampicata sulla montagna si alternano a quelle tremolanti, riprese dalla ragazzina con una piccola telecamera, come in una sua soggettiva. Comprotagonisti sono gli sterminati paesaggi naturali della Mongolia, spesso in campi lunghissimi, con gli esseri umani minuscoli come puntini. Per andare incontro alla sensibilità del pubblico occidentale, le uccisioni degli animali, come i conigli e le volpi, secondo pratiche assolutamente normali nella civiltà contadina, non vengono mostrate.

Curiosità

Così ha dichiarato Otto Bell, autore di 1515 documentari girati in tutto il mondo: “Non puoi scegliere quando la tua più grande avventura avrà inizio, programmare una data o un itinerario. Le immagini di quella ragazza angelica abbracciata a un’aquila reale e le imponenti montagne a fare da sfondo mi hanno folgorato. Dopo pochi giorni ero già in viaggio per incontrare Aisholpan e la sua famiglia. Mi sono ritrovato seduto per terra nella yurta (in mongolo Ger), l’abitazione mobile in cui vivono, a bere tè con latte. Lo stesso pomeriggio, il 4 luglio 2014, ero con padre e figlia a prelevare l’aquilotto dal nido. Le sequenze girate quel primo giorno sono stati il modello su cui abbiamo lavorato nei successivi sei momenti di riprese durante l’anno, tra cui il Festival delle Aquile nell’ottobre del 2014 e la Caccia Invernale nel febbraio 2015. Di conseguenza non è stato necessario nessun artificio durante il montaggio finale, tutto era già adeguato al flusso narrativo del film. ”Lo staff, composto da due a cinque persone, tra direttore della fotografia, assistente operatore, tecnico del suono e produttore, doveva trasportare ogni giorno un carico di 700 kg di macchinari ed equipaggiamento, spostandosi con un biturbo a elica per raggiungere la zona più remota della catena montuosa. La maggior parte del girato è in 4K, mentre le immagini del paesaggio sono state catturate con un drone S1000 e un elevatore, trasportato in un borsone per lo snowboard. È stato anche costruito un Eagle Mount personalizzato, partendo da un’imbracatura per cani, per le panoramiche e le riprese dall’alto. Dietro ogni scena ci sono state braccia rotte, incidenti d’auto e molta confusione, a una temperatura intorno ai 50 gradi sotto zero. La Mongolia si estende su una superficie più grande di Francia, Germania e Spagna messe insieme, ma è abitata da meno di 3 milioni di persone. I Kazaki sono una tribù nomade musulmana e cacciano con l’aiuto delle aquile reali da duemila anni. I cacciatori selezionano i pulcini con occhi e artigli più forti, solo le femmine, più grandi e aggressive di natura, e per creare un forte legame le sfamano direttamente dalle loro mani. Nel giro di alcune settimane l’animale è in grado di riconoscere il richiamo del suo addestratore. Le aquile reali possono raggiungere una lunghezza tra i 75 e gli 88 cm, per un peso medio di 6/7 kg e un’apertura alare di circa 2 metri e mezzo, e si lanciano sulle prede (volpi e cuccioli di renne e lupi) a 100 miglia all’ora. Possono vivere fino a 30 anni, ma è tradizione che i cacciatori le lascino libere quando raggiungono l’età riproduttiva. È usanza lasciare la carcassa di una pecora su una collina come offerta di commiato. Oggi al mondo ci sono solo 250 cacciatori con le aquile. La maggior parte risiede nella regione mongola di Bayan Ulgii, da cui si spostano tre o quattro volte all’anno per seguire i pascoli. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016. Successivamente in molti altri festival cinematografici internazionali, tra cui quello di Toronto e di Londra. L’edizione italiana del film, con la voce narrante di Lodovica Comello, cantante, attrice e doppiatrice, è stata presentata in anteprima a Biografilm Festival — International Celebration of Lives 2017. Composta da Jeff Peters, la colonna sonora del documentario vede il contributo della cantante australiana Sia con il brano Angel by the Wings. I Wonder Pictures distribuisce in Italia il meglio del cinema biografico e documentario. Nella sua line-up film vincitori dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui i premi Oscar Sugar Man e Citizenfour, il gran premio della giuria a Venezia The Look of Silence e il pluripremiato Dio esiste e vive a Bruxelles, campione d’incassi per il cinema d’essai.

Scheda tecnica

Regia: Otto Bell
Cast: Aisholpan Nulgaiv, Rys Nulgaiv, Daisy Ridle
Produzione: UK, Mongolia, USA, 2016
Titolo originale: The Eagle Huntress
Durata: 87’

La ragazza delle balene

By Jean

La ragazza delle balene

La ragazza delle balene

Chi ha visto l’altro noto film neozelandese Once were warriors (1994) conosce un aspetto del dramma che la popolazione Maori ha dovuto affrontare in seguito all’arrivo dei coloni dal vecchio continente e che è costato loro quasi l’annientamento, perdita di cultura, lingua e tradizioni.

La ragazza delle balene tocca sotto certi aspetti la stessa tematica, concentrandola nella figura di Koro, fortissimamente tradizionalista proprio per reazione alla quasi totale scomparsa dell’identità del popolo Maori.

Il film tuttavia è molto diverso dal ritratto di disperata violenza urbana che ne aveva fatto Lee Tamahori.

La sceneggiatrice e regista Niki Caro parte dal piccolo libro dello scrittore Witi Ihimaera La balena e la bambina ricavandone uno struggente ed emozionante spaccato sia di sbandamento culturale che di crisi di rapporti all’interno di un nucleo familiare. Con tatto e sensibilità squisitamente femminili racconta questa storia evidentemente sentendola nel profondo, anche a causa dell’altro tema che domina l’intera vicenda, ovvero quello del ruolo riservato alle donne all’interno del mare, il luogo d’incontro. Più in generale è una riflessione sul valore delle tradizioni ma anche del come le stesse possono trasformarsi in trappole, quando la rigidità delle convenzioni diventa un freno per l’evoluzione, per l’andare avanti: il leader atteso sin dall’inizio è forse già arrivato, ma non nella forma che ci si aspettava.

L’elemento più interessante del film è il ribaltamento di un meccanismo narrativo classico: non è più il prescelto, o il discepolo di turno a rifiutare in un primo momento gli insegnamenti del suo anziano insegnante o protettore ma, al contrario, l’anziano a non accettare l’eletto.

Un ribaltamento che porterà addirittura i due a scambiarsi i ruoli…

Il motivo del rifiuto? L’eletto è un’eletta, e per giunta ha undici anni.

Tra leggenda e realtà la storia de La ragazza delle balene ci trasporta nel modo dei Maori, i primi colonizzatori della Nuova Zelanda, e del loro capostipite che, come racconta la leggenda, raggiunse le coste dell’isola sul dorso di una balena, dopo che la sua canoa era affondata.

E la tradizione vuole che da allora il capo della tribù sia un uomo, scelto tra i primogeniti delle famiglie del villaggio.

Ma che succede se invece di un bambino, nasce una bambina ?

Il film vuole far capire come i pregiudizi sono sbagliati e pericolosi fino a ritorcersi contro gli stessi personaggi che li impongono. Paikea, la bambina sopravvissuta, deve combattere fino allo stremo delle forze per farsi accettare dal nonno, che la rifiuta in quanto primogenita femmina. E la testardaggine del nonno Porourangi non gli fa vedere la straordinarietà che ha davanti agli occhi.

Rimasta sola dopo che il fratellino suo gemello è morto con la mamma durante il parto, Paikea trascorre la sua infanzia a scusarsi di essere sopravvissuta soprattutto con il nonno Koro capo tribù frustrato per la mancanza di un nipote maschio e dal fatto che suo papà, dopo la morte della moglie, per il dolore si sia rifugiato all’estero, dove è diventato uno scultore di successo, sfuggendo al suo destino da predestinato.

Paikea, al contrario del padre, resta legata al suo mondo e alle tradizioni Maori, e per questo decide di non seguire il padre il Germania e impara invece ad usare le tecniche di combattimento con la taiaha e i canti Maori; tutto questo di nascosto, perché il tutto va contro le tradizioni custodite gelosamente e testardamente dal nonno, convinto che le donne non possano diventare capo villaggio, e che non abbiano forza e coraggio a sufficienza, e che non siano in grado di assumere determinati ruoli.

Un nonno un po’ maschilista, insomma, per amore delle tradizioni, che solo alla fine capirà che anche le tradizioni possono cambiare e che il suo successore può anche essere una donna che ha dentro di sé tutta la fierezza di un popolo.

Una sera, il canto malinconico di Paikea attira un branco di balene, che rischiano di morire sulla spiaggia.

Sarà la ragazzina, montando a cavallo del capobranco, a riportarle verso il largo e la salvezza, a rischio della propria vita. E saranno le balene ad aiutare Paikea a conquistare il rispetto del nonno, così come furono le balene ad aiutare l’antico avo a raggiungere le coste della Nuova Zelanda.

La ragazza delle balene è un film delicato che si snoda attraverso il racconto della piccola Paikea, che ci conduce per mano in un mondo a noi quasi sconosciuto e ci svela le sue tradizioni. Il film scorre via veloce, accompagnato da una fotografia eccezionale, particolarmente efficace nel momento del ritrovamento delle balene arenate sulla spiaggia ed una colonna sonora scritta dall’australiana Lisa Gerrard (Premio Oscar per Il Gladiatore), le cui composizioni rarefatte e sognanti sono perfetto commento ad un film particolarmente ricco di emozioni e che trova nelle sequenze ambientate sulle spiagge della Nuova Zelanda i suoi momenti più belli.

Si tratta già di un piccolo classico, un piccolo evento cinematografico, che non a caso ha ricevuto due Premi del pubblico a due festival importanti e geograficamente distanti come quelli di Toronto e San Sebastian. Forse perché parla di temi molto sentiti come l’emarginazione, il pregiudizio, il rapporto tra adulti ed adolescenti o forse soltanto perché è un buon film, uno di quelli che riescono ad arrivare al cuore dello spettatore e a creare emozioni che restano.

Scheda tecnica

Regia: Niki Caro
Sceneggiatura: Niki Caro
Interpreti: K. Castle-Hughes, R. Paratene, V. Haughton, C. Curtis, G. Roa
Produzione: Nuova Zelanda/Germania 2002
Titolo Originale: The Whale Rider
Durata: 104’

Lamb

By Jean

Lamb

Lamb

La prima volta non si scorda mai. Soprattutto quando è un’esperienza felice come Lamb. Un film talmente profondo e commovente da meritarsi di entrare — primo film etiope nella storia del Cinema — nella selezione ufficiale del Festival di Cannes, nella sezione Un certain regard e di essere selezionato per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero 2015.

Un’opera prima sorprendente per sensibilità di sguardo e padronanza dei mezzi espressivi, realizzata da Yared Zeleke (lungo apprendistato a New York, alla cattedra di Todd Solondz) e interpretata dal piccolo ma grandissimo Rediat Amare.

È la storia di una pecora da salvare, e degli stratagemmi che il suo padroncino metterà in atto per riuscire nel suo scopo. E quel bambino, nella nostra storia è Ephraïm, che vive con il padre e una pecora color nocciola in un villaggio del Nord Etiopia. La madre invece è morta da poco, dopo l’ultima carestia che ha colpito quella regione del Paese.

Ephraïm è un ragazzino sui generis per gli standard locali: in un Paese in cui le incombenze domestiche sono di esclusiva pertinenza delle donne, lui ha l’hobby della cucina, per la quale sembra avere una dote innata. Per non dire del suo rapporto con la pecorella, cui dà un nome — Chouni — e tratta come fosse un cagnolino. Quando però il padre decide che è ora di trasferirsi ad Addis Abeba per cercare un lavoro e il figlio viene affidato a dei parenti che vivono lontano tra le montagne della regione del Gondar, le particolarità di Ephraïm non vengono più tollerate ma trattate come “difetti” da correggere. Il ragazzo non deve avvicinarsi ai fornelli bensì lavorare con lo zio sui campi. Il problema è che Ephraim non è un buon contadino ma possiede un talento nascosto: è un cuoco eccellente. Ed è proprio questa sua straordinaria abilità che lo farà guardare con occhio “diverso” dai cugini. Un giorno, però, suo zio gli dice che la povera Chouni dovrà essere sacrificata nel giorno della Croce Santa, la prossima festa religiosa, per poi essere consumata da tutta la famiglia.

Ephraïm inizia perciò a pianificare la grande fuga per mettere in salvo se stesso e la sua amata pecora.

Qualche piccola considerazione…

Per tutta la durata del film, Yared Zeleke non perde mai di vista il suo “agnellino”, accostandolo con tenerezza disarmante ed elevandolo al rango di altri suoi mirabili coetanei del mondo del cinema, dal piccolo Antoine Doinel dei Quattrocento colpi al caparbio Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino.

Un indifeso mollato da tutti (la madre, il padre, la cugina, persino la pecora), disperatamente bisognoso d’amore, costretto a muoversi tra le regole degli adulti e quelle dei più forti. Ed è a dir poco eccezionale il lavoro che Zeleke ha saputo effettuare in questo suo primo lungometraggio, in cui riesce ad ottenere dai suoi attori, sia professionisti sia dilettanti, una performance ad altissimo livello. Splendide le inquadrature e lo scenario in cui si svolge una storia all’apparenza molto semplice, ma che rivela invece, all’occhio dell’attento spettatore, una profondità inaspettata, unita a una freschezza e a una sincerità narrativa davvero ammirevoli.

Girato con grande maestria sul maestoso sfondo delle montagne dell’Etiopia meridionale, Lamb è il commovente e coinvolgente racconto di quello che un essere umano — non importa l’età — è pronto ad affrontare per diventare padrone del proprio destino.

Uno struggente racconto di formazione attraversato da dolorosissime fitte di solitudine, amplificate da panoramiche mozzafiato che Zeleke ci regala di questo angolo d’Africa inedito (grazie anche alla collaborazione della direttrice della fotografia, la canadese Josee Deshaies).

E se per noi spettatori è una bellissima favola, per Yared Zeleke è un nuovo punto di partenza, una promettente opera prima, che offre un scorcio originale e nuovo sulla quotidianità etiope, in un tributo d’amore per la sua terra d’origine.

Il regista

Yared Zeleke è nato in Etiopia nel 1978. Ha conseguito una laurea in Sviluppo Internazionale presso l’Università Clark negli Stati Uniti, e ha studiato cinema alla New York University, laureandosi in scrittura e regia. Ha lavorato per molte organizzazioni non governative negli Stati Uniti, Etiopia, Namibia e Norvegia, prima di intraprendere la carriera di regista. Yared ha scritto, prodotto, diretto e montato numerosi documentari (Allula) e corti di fiction (Housewarming). In Etiopia, suo paese natale, ha curato documentari per l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite. Nel 2015, Yared ha completato il suo primo lungometraggio, Lamb, girato sugli altipiani del Nord Etiopia.

Scheda tecnica

Regia: Yared Zeleke
Sceneggiatura: Yared Zeleke,
Géraldine Bajard
Interpreti: Rediat Amare, Kidist Siyum, Welela Assefa, Surafel Teka, Rahel Teshome, Indris Mohamed
Produzione: Etiopia, Francia, Germania, Norvegia, Qatar 2015
Durata: 94’

Ma révolution

By Jean

Ma révolution

Ma révolution

Quando l’eco della Primavera Araba arriva fino al cuore di Parigi, molti scendono per le strade della capitale a manifestare il loro sostegno. Ma non il quattordicenne Marwann. Nonostante le sue radici tunisine, è troppo occupato a gestire i problemi dell’adolescenza: rendersi indipendente dai genitori, essere popolare a scuola e attirare l’attenzione della bellissima Sygrid, che lo ignora. Ma una sera il ragazzo si imbatte per caso in una manifestazione e un giornalista lo fotografa. Il giorno successivo, il suo volto compare sulla prima pagina del più importante quotidiano francese. Senza volerlo, diventa l’eroico simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini a Parigi e, di conseguenza, il ragazzo più figo della scuola. Per conquistare il cuore della ragazza di cui si è innamorato, Marwann si cala nel ruolo del rivoluzionario e, mentendo, si diverte e seduce, finché le sue manipolazioni non stravolgono il sentimento di appartenenza della sua famiglia. Comincia così un viaggio alla scoperta di sé, dell’amore e, forse, di un autentico legame con la sua terra d’origine.

I particolari

Per raccontare più dettagliatamente questo bel film d’esordio, è interessante riportare le parole del giovane regista.

Ramzi Ben Sliman nasce a Parigi tra la seconda crisi del petrolio e l’ascesa al potere di Francois Mitterrand. Studia econometria presso le ENS di Parigi. Prima di girare Ma révolution ha insegnato matematica a livello universitario. Adatta e dirige Lo straniero di Albert Camus presso il Teatro Studio 14 a Parigi e realizza due cortometraggi. La sua passione per il cinema è un “male di famiglia”, perché inizia grazie a suo padre, un proiezionista itinerante. La sala di proiezione è stata la sua scuola e la spinta a fare quel passo in più, assecondando la sua creatività.

Così racconta: “Inizialmente ciò che ha acceso il mio desiderio di fare il film è stato lo sconvolgimento storico della primavera araba. Mohamed Bouazizi, un semplice venditore ambulante tunisino, risponde alla violenza del potere dandosi fuoco pubblicamente alla maniera dei monaci buddisti. Questo sacrificio individuale e isolato fa scoppiare la scintilla che porterà alla caduta del tiranno. Come un eroe romantico, questo giovane tunisino ha aperto inconsapevole la porta della storia. Il personaggio di Marwann nasce da questa idea vista a rovescio: l’adolescente trae vantaggio da un evento storico di portata mondiale solo per attirare l’attenzione di Sygrid, di cui è follemente innamorato. Il film nasce anche da un desiderio più intimo: la rivoluzione ha messo in discussione ciò che pensavo di essere, un francese figlio di immigrati tunisini.

Con molto entusiasmo ho preso parte, nelle strade di Parigi, alle manifestazioni che celebravano la caduta di Ben Alì, spinto dal profondo e incerto sentimento di appartenere ad un paese che non conosco poi così bene. Questi eventi hanno risvegliato le mie origini. Ho riscoperto dentro di me la Tunisia dopo una specie di ibernazione. Ho dovuto cercare un equilibrio in questa mia nuova identità: tunisino, francese, entrambi, né uno né l’altro. Poco a poco, mentre scrivevo la sceneggiatura, ho finalmente preso atto della complessità del senso di appartenenza e l’ho espresso nel percorso di Marwann. La Francia è il suo paese. È il luogo in cui è riconosciuto, atteso e amato. La sua lingua madre è il francese, la lingua della sua quotidianità ma, in senso etimologico, è anche quella che parla la sua mamma, l’arabo tunisino. L’appartenenza è quindi per me sia il luogo in cui si è amati, sia le lingue che parliamo e che ci rendono ciò che siamo… È proprio in questo incrocio che si muovono il protagonista e la sua famiglia. Così il viaggio che Marwann compie in Tunisia non è uno sradicamento ma neppure un ritorno. È ciò che fanno i nomadi: attraversare linguaggi e sentimenti culturali differenti, cercando di rispondere alle domande che hanno tormentato Ulisse ed Enea: quando saremo finalmente a casa? Qualche mese dopo la caduta di Ben Alì sono andato in Tunisia come Marwann e i suoi genitori. Mi sono sentito coinvolto dall’energia che si era creata. Stava nascendo uno Stato nazionale grazie alla vittoria del popolo sulla dittatura. La Tunisia era diventata una terra di persone in cerca di libertà, esploratrice di ideali, non era più un problematico ancoraggio genealogico. Quindi ho scaraventato Marwann in questo tourbillon. Il ragazzo deve controllare i suoi sentimenti, capire, fare esperienza. In questo modo, grazie a ingenue menzogne, trova l’amore, per la prima volta dimostra interesse per la politica e le sue radici, si rivolta contro i genitori, riconosce i suoi errori. Insomma, cresce”.

Riassumendo, La mia rivoluzione è un’opera prima che, dal 2016 ad oggi, si è fatta strada di festival in festival: dalla Berlinale, nella sezione Generation, a Milano, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina nella sezione Where the future beats, al Giffoni, nella sezione Generator +13.

Un piccolo e dolce film dedicato al primo amore e al futuro, nelle sue diverse accezioni: il futuro di una nazione, che rimane sullo sfondo, il futuro di una generazione e quella dei figli e nipoti di migranti, che non possono provare un legame forte per un paese mai visto. Soprattutto, il futuro di un ragazzino che sta diventando grande ed è alle prese coi sentimenti. Efficaci e coinvolgenti i protagonisti, Samuel Vincent (Marwann) e la solare Annamaria Vartolomei (Sygrid). Degni di nota il cameo della bella Lumna Abzal (la donna che canta) e il pensieroso Samir Guesmi, padre di Marwann.

Nei suoi 80 minuti, che scorrono con grande piacevolezza, il film regala una bel racconto di formazione, oltre ad offrire con delicatezza profondi spunti di riflessione sulle migrazioni e sul concetto di appartenenza, con un ritmo ondivago come l’amore che narra. Se la prima parte corre veloce e trascina lo spettatore nel microcosmo del giovane eroe, intenerendo e convincendo, la seconda presenta occasioni non sfruttate legate agli adulti che lo circondano. Piccole e leggere sbavature assolutamente perdonabili in un’opera d’esordio, che dipinge nel complesso un quadro delizioso, con i suoi drammi d’amore e la nostalgia per una stagione della vita difficile ma tanto ricca di emozioni. Le vibrazioni e l’ardore sembrano palpabili e lasciano un segno nel cuore.

Uno di quei titoli che solo i festival riescono a farci scoprire e amare.

Scheda tecnica

Regia: Ramzi Ben Sliman
Cast: Samuel Vincent, Anamaria Vartolomei, Lubna Azabal, Samir Guesmi
Produzione: Francia, 2016
Titolo originale: Ma révolution
Versione originale: francese, arabo, sottotitoli in italiano

Durata: 80’

Molto forte, incredibilmente vicino

By Jean

Molto forte incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino

Oskar Schell, un ragazzino geniale, appassionato di astrofisica, inventore, suonatore di tamburino e pacifista, è uno degli orfani dell’11 settembre.

L’amatissimo padre, scomparso nel crollo delle torri gemelle, lo ha lasciato con un immenso senso di colpa, una missione incompiuta e troppe domande, ma anche una certezza: non deve smettere di cercare qualsiasi cosa che addolcisca il dolore della perdita. Con il genitore aveva un rapporto magico, perché lo incoraggiava a combattere i suoi limiti, in particolare la paura di socializzare, inventando cacce al tesoro speciali adatte alla sua speciale intelligenza. Un anno dopo l’attentato, Oskar scopre per caso, nascosta in un vaso nell’armadio del padre, una chiave unita ad un nome, Black, e si convince che sia un indizio lasciato appositamente per lui. Inizia così a cercare tutti i 427 Black di New York, nell’ostinata speranza di trovare il custode dell’ultimo messaggio del padre. In questa lunga e coraggiosa peregrinazione tra le strade della Grande Mela e tra le sue fobie, aiutato dalla nonna e dal suo anziano, enigmatico inquilino (che dal bombardamento di Dresda ha scelto di non parlare, comunicando solo per iscritto e con un sì e un no tatuati sulle mani) incontra un variegato universo di persone sopravvissute alla tragedia, proprio come lui. Questo lo porterà a crescere e a rivalutare gli affetti che gli restano, prima tra tutti la madre, a scoprirne di nuovi e a comprendere che il suo adorato papà in qualche modo gli resterà sempre accanto.

I particolari

La tragedia dell’11 settembre e il suo impatto doloroso sul mondo, hanno spesso fornito spunti per racconti cinematografici. In questo caso viene affrontata in modo diverso, più emotivo, attraverso gli occhi di un ragazzino geniale e tormentato che si dibatte tra il desiderio di ritrovare il tempo felice prima del “giorno peggiore” e la spinta ad andare oltre, cercando risposte che in fondo erano proprio lì, a portata di mano. Una forma di sindrome del sopravvissuto, molto pesante da sopportare per un bambino già problematico, che ha perso non solo un padre ma anche un maestro di vita, un incoraggiamento, un punto fermo che credeva inamovibile e invece gli è stato strappato senza ragione. Quando, nel 2005, la giovane rivelazione della letteratura americana, Jonathan Safran Foer (famoso per la miscela esplosiva tra dramma e ironia espressa nel primo romanzo autobiografico Ogni cosa è illuminata, anch’esso trasposto al cinema) pubblica Molto forte, incredibilmente vicino, costringe in qualche modo a fare i conti con l’elaborazione di uno dei più grandi lutti della storia del Paese. Raccontando il viaggio di un undicenne precoce e sensibile, fragile ma geniale, tra i meandri della metropoli, ma soprattutto tra quelli del suo cuore e della sua mente, lo scrittore descrive un poliedrico intrecciarsi di storie raccolte nel tempo e realmente accadute che, se non sanno trovare una logica all’illogicità della violenza gratuita, cercano di trovare la chiave per continuare a vivere. Una chiave che diventa reale tra le mani del protagonista Oskar, abituato dal padre a combattere i suoi limiti scovando tracce e indizi per risolvere i misteri che il quotidiano potrebbe nascondere. Come il fantomatico sesto quartiere di New York, la cui ricerca si spegne tra le macerie del World Trade Center. Il regista Stephen Daldry si ritrova il libro tra le mani e resta colpito dal personaggio di Oskar, dalla sua soggettività fatta di intelligenza insolita e comportamenti ossessivi, assimilabile a una forma di autismo conosciuta come sindrome di Asperger. Il suo modo di esplorare il mondo con un mix di ingenuità e intuizione, terrore e coraggio, incomprensione delle emozioni altrui e bisogno di capire si esprime attraverso pensieri casuali, ricordi e fantasie improvvise che modificano la sua esistenza. L’interesse di Daldry per questo aspetto della vicenda lo porta ad approfondire il dramma vissuto da circa tremila bambini rimasti improvvisamente orfani l’11 settembre, consultando esperti ed associazioni come Tuesday Children, che segue i familiari delle vittime, e ascoltando le registrazioni delle ultime telefonate tra genitori e figli, in quel tragico giorno. Questo diventa il nodo centrale del film: i sempre più drammatici messaggi sulla segreteria telefonica lasciati da Thomas Schell alla famiglia, e i conseguenti sensi di colpa nel figlio. Certo, la scelta di condensare il racconto cinematografico intorno alla figura di Oskar, pur nel giganteggiare dell’interprete, Thomas Horn (un plauso va anche allo straordinario doppiatore italiano, Luca Baldini) toglie parte della coralità e dell’originalità espressa nel libro, e ne limita la parte ironica mantenendone solo rare scintille, che comunque alleggeriscono il dramma. Nell’altalena di emozioni che riserva, la parte più riuscita del film è senza dubbio l’esplorazione della città da parte di Oskar e dell’anziano inquilino (ruolo magistralmente interpretato da Max Von Sydow ) che si scoprirà avere un ruolo importante nella vita della stravagante nonna… La strana coppia cammina, prende i mezzi pubblici che tanto spaventano il ragazzino, bussa alle porte di sconosciuti, e intanto inventa un rapporto emotivo e affettivo, tra le isteriche esplosioni verbali dell’uno e i potenti silenzi dell’altro. Una comunicazione complicata ma profonda che li renderà entrambi migliori e più forti. Belle le apparizioni in flash back del padre, un luminoso e illuminato Tom Hanks. Lievemente in secondo piano la figura della madre, una sofferente ma combattente Sandra Bullock, che si scoprirà regista occulta e attenta osservatrice dell’ultima caccia a un tesoro, incredibilmente vicino. Superata la delusione nello scoprire che non non c’era niente (o forse tutto… ) da scoprire, la fine riporta all’inizio: Oskar decide di raccogliere i vari indizi, le cartine e i ritagli di giornali riguardanti la sua avventura e farne un libro, che avrà ovviamente il titolo Molto forte, incredibilmente vicino.

Curiosità

Il film è una coproduzione tra Paramount Pictures e Warner Bros. La stesura della sceneggiatura è stata affidata ad Eric Roth, vincitore dell’Oscar per Forrest Gump, e autore di grandi successi come Alì, Munich, The Good Shepherd e Il curioso caso di Benjamin Button. Per trovare l’interprete dell’undicenne protagonista si sono svolti dei casting a livello nazionale. La parte è stata affidata a Thomas Horn, giovanissimo vincitore del quiz televisivo Jeopardy! e per la prima volta sullo schermo. L’unica parte recitata in precedenza era quella della cavalletta in una recita scolastica. Il regista Stephen Daldry ha firmato capolavori come Billy Elliot e The Hours.

Il film ha ottenuto due candidature agli Oscar 2012 come miglior film e miglior attore non protagonista (Max Von Sydow). È stato distribuito nelle sale statunitensi dalla Warner Bros. limitatamente dal giorno di Natale del 2011, e in modo capillare il 20 gennaio 2012, in modo da poter concorrere agli Oscar di quell’anno. L’intenzione iniziale era però di distribuire la pellicola in concomitanza con il decimo anniversario dell’11 settembre. Alcune delle location newyorkesi in cui è stato girato il film: Brod Channel Island, Central Park e i JC Studios di Brooklyn. La costumista è la leggendaria Ann Roth. Il suo lavoro è stato tanto eccellente che Zoe Caldwell, la nonna di Oskar nel film, ha affermato di aver compreso il suo personaggio solo dopo aver indossato il costume di scena. Così descrive Oskar il suo stato d’animo, la spinta interiore alla ricerca che avrebbe cambiato la sua vita: “Se il sole esplodesse non ce ne accorgeremmo per otto minuti, il tempo che impiega la luce ad arrivare fino a noi. Per otto minuti il mondo sarebbe ancora illuminato e sentiremmo ancora caldo. Era passato un anno dalla morte di mio padre e sentivo che i miei otto minuti con lui stavano per scadere. ”Nel suo viaggio, i compagni inseparabili antiansia di Oskar sono: una maschera antigas, un tamburello, un nastro adesivo, un binocolo, un diario di bordo, la macchina fotografica del nonno, un fischietto di sicurezza, il libro A Brief History of Time, di Stephen Hawkind, un cellulare, biscotti e il messaggio del padre “non smettere di guardare”.

Scheda tecnica

Regia: Stephen Daldry
Cast: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max Von Sydow, Zoe Caldwell
Produzione: USA, 2011
Titolo originale: Extremely Loud and Incredibly Close
Durata: 129’

Sing Street

By Jean

Sing Street

Sing Street

Sono gli anni Ottanta, e ci troviamo a Dublino. Per il teenager Conor “Cosmo” Lalor la vita non è rose e fiori. Sono tanti e diversi i problemi con cui si ritrova a fare i conti, soprattutto gli scontri tra i genitori in odore di divorzio e le difficoltà economiche, causa di sgraditi cambiamenti. Come la scuola pubblica di matrice rigidamente cattolica in cui è costretto a trasferirsi, dall’esclusivo liceo privato che i suoi non possono più permettersi. Vi si trova male da subito, scontrandosi col bullismo dei compagni e l’ostilità dei professori, che non condividono la sua visione del mondo. Tutto cambia quando conosce la bella Raphina, aspirante modella più grande di lui. Il desiderio di conquistarla lo porta a fingersi membro di un gruppo pop, per poterla invitare a far parte del video di una band che non esiste ancora… In effetti il ragazzo è musicalmente dotato, ma fino a quel momento suonare la chitarra era solo un mezzo per non sentire le liti dei genitori. La nuova, forte motivazione della rivalsa e la paura di sfigurare con la ragazza che gli ha fatto girare la testa, lo spingono a formare davvero una street band con gli amici, appassionati di musica ma sprovveduti tecnicamente. Così, per amore, scatta la passione. E il riscatto da una vita amara, che si può riprendere in mano per cambiarla, anche con l’affettuoso supporto del fratellone “filosofo” Brendan, grande estimatore del rock.

I particolari

Amore, vita e musica sono gli ingredienti di un film impossibile da guardare senza sorridere: di tenerezza, nostalgia, complicità e puro divertimento. Un gradito ritorno per il regista del toccante e pluripremiato Once e del romantico Tutto può cambiare, il dublinese John Carney, che qui descrive con dolcezza e malinconia l’amata ma amara terra d’origine e un mondo che gli è molto familiare, per la storia personale e i trascorsi da musicista. Facile immaginare che la chitarra di Conor “Cosmo” assomigli al basso che suonava nella band The Frame, all’inizio degli anni Novanta. Il periodo in cui si colloca la storia coincide con il successo mondiale del pop britannico, quando Londra rappresentava il sogno per i giovani irlandesi, immersi in un’atmosfera decadente e immaginifica che il sound del tempo ben rappresentava. Happysad, come nel film viene definito il gruppo storico The Cure…

In questo lavoro pregevole, punto fermo nel genere teen-musical-romance-dramedy, si coglie un magico equilibrio tra leggerezza e profondità.

Rielaborando il proprio vissuto e la profonda tradizione anglosassone del romanzo di formazione, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca: sonorità e look che i giovani protagonisti si cuciono addosso, prima di seguire la loro originalità di simpatici e ingenui teenager, che hanno trovato nella strada una palestra umana ed educativa. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street (che si ricollega anche al nome della scuola cristiana Synge Street, frequentata nella finzione filmica da Conor e, nella realtà, molti anni prima, dal regista… ).

“I’m a futurist” si ostina a ripetere Conor, ignaro delle connotazioni culturali che si attribuisce ma effettivamente proiettato con i suoi amici verso un futuro oltre e altrove, lontano dalle difficoltà che incatenano le famiglie d’origine. Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe: mostrando sincere ribellioni, amori acerbi, speranze intatte e sogni folli, naviga sicuro e delicato attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Il riscatto arriva attraverso l’impegno nel creare qualcosa che valga, anche attraverso esibizioni, canzoni e videoclip. Per Conor significa soprattutto la decisone di lasciare finalmente la città natia per Londra, dove tentare seriamente di intraprendere la carriera di musicista, accanto alla sua amata Musa. E mentre le vicende più lievi si snodano, in sottofondo si delineano temi socialmente importanti, come la disoccupazione e la conseguente necessità di emigrare, oltre a un certo oscurantismo clericale che si evidenzia nei criteri educativi e nell’impossibilità legale di divorziare.

Lodevole il cast di giovani attori, più o meno conosciuti, che contribuiscono a rendere questo film un piccolo gioiello, per certi versi paragonabile allo splendido Billy Elliott di Stephen Daldry. Particolarmente efficace il protagonista, l’esordiente Ferdia Walsh-Peelo.

Curiosità

Le canzoni originali sono curate dallo stesso John Carney, e da Gary Clark, cantautore scozzese che negli anni Ottanta scrisse brani come Mary’s Prayer, una delle hit più amate del decennio in Inghilterra e Irlanda. Della colonna sonora fanno parte brani iconici dei migliori gruppi musicali dell’epoca, come The Cure, A-Ha, Duran Duran, The Clash, Hall & Oates, Motorhead, Joe Jackson, Spandau Ballet, Adam Levine e The Jam, raccolti in un album pubblicato dalla Decca.

Il film, come il precedente Tutto può cambiare, è dedicato al fratello di Carney, Jim, scomparso nel 2013, a cui è ispirata la figura del fratello maggiore del protagonista.

Al termine delle riprese di Tutto può cambiare, Carney è andato nello studio dublinese del produttore musicale Kieran Lynch per parlare di Sing Street. Lynch ha ingaggiato il tastierista Graham Hendrson, il batterista Karl Papenfus e il fratello chitarrista Ken Papenfus, con cui Carney, alla chitarra, e l’amico bassista Eamonn Griffin, si trovavano una volta a settimana per lavorare alla colonna sonora.

Walsh-Peelo è stato scelto tra cento candidati per la sua “assurda sicurezza personale” e un’innata ilarità, oltre che per i precoci studi da soprano alla Wexford Opera House, un tour con la Opera Theatre Company per Il Flauto Magico e la bravura nel suonare il pianoforte. Anche gli altri protagonisti del film hanno avuto esperienze musicali: la controparte di Cosmo, Eamon, Mark McKenna, è nella realtà uno studente del college musicale BIMM a Dublino, e figlio di un musicista; Ben Carolan, il piccolo Darren, a otto anni ha partecipato al programma televisivo inglese The Late Late Toy Show, per poi recitare a teatro in produzioni di Paddington Bear e Oliver Twist; Conor Hamilton, ovvero Larry, aveva già un nutrito pubblico sul suo canale YouTube; Percy Chamburuka, l’interprete di Ngig, è un aspirante rapper, membro della band ProFound.

Per tutta la durata delle riprese, Carney ha affittato una sala prove a Dublino per far esercitare i ragazzi. Per far sì che tutto risultasse verosimile, Carney e Clark li hanno incoraggiati suonare male, come un gruppo di teenager alle prime armi, dimenticando di essere i migliori musicisti da studio d’Irlanda. Soprattutto nella parte iniziale della sceneggiatura, la cover di Rio dei Duran Duran doveva essere brutta. Quindi, l’estrema bravura dei musicisti è stata quella di sembrare esecutori sprovveduti, imprecisi, stonati e fuori sync.

Tra gli artisti che lo hanno ispirato nella scrittura della sceneggiatura, il regista ha citato Frankie Goes To Hollywood, Level 42, Joy Division, The Cure, David Sylvian, Japan, That Sounds Like This, Gang of Four e altri gruppi inglesi che vedeva nel programma televisivo inglese Old Grey Whistle Test. Gli U2 erano stati contattati, ma i loro impegni hanno impedito una vera collaborazione, anche se Bono e Edge hanno fornito molti spunti.

I più giovani del cast hanno dovuto seguire piccole lezioni di storia della musica pop. Carney ha mostrato loro video emblematici degli anni Ottanta perché capissero come si vestivano, cantavano e si muovevano gli artisti su un palco e davanti a una telecamera.

Per seguire l’evoluzione dei Sing Street, ogni canzone del film è stata scelta come esempio dei differenti stili di scrittura e di canto del periodo. La band passa infatti per diverse fasi: prima la canzone in stile Duran Duran, poi Hall & Oates, poi Cure ed Elvis Costello.

Tra i riconoscimenti, il premio a Jack Reynor come miglior attore non protagonista all’Irish Film and Television Award.

Scheda tecnica

Regia: John Carney
Cast: Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Bointon, Aidan Gillen, Jack Reynor
Produzione: Irlanda, 2016
Titolo originale: Sing Street
Durata: 106’

The Mirror Never Lies

By Jean

The Mirror Never Lies

The Mirror Never Lies

La dodicenne Pakis vive nell’arcipelago indonesiano di Wakatobi, in un piccolo villaggio abitato per lo più da gente di etnia Bajo.

Dopo la sparizione del padre in mare, la ragazzina non si è rassegnata, aggrappandosi alla speranza di vederlo tornare. Non smette di credere in un’antica leggenda del suo popolo, secondo cui esiste uno specchio capace di mostrare il ritorno di coloro che sono scomparsi tra le onde. Questo la porta in contrasto con la madre Tayung, che la spinge ad affrontare la realtà. Amica e confidente del giovane vicino di casa, Lumo, Pakis attira l’attenzione di Tudo, un ricercatore di Jakarta che, a poco a poco, cambia la sua vita e quella della madre…

I particolari

Capita spesso che la prima parola a essere associata all’arte cinematografica sia “immaginazione”, accompagnata da “finzione”, nella sua accezione di creazione fantastica. È qui che entra in campo il gioco di parole col termine inglese “to lie”. In questo lungometraggio d’esordio di Kamila Andini, tratteggiato con la delicatezza che si addice a una favola ecologista, lo specchio non può mentire (Biancaneve docet… ). E come in ogni favola che si rispetti, l’elemento magico s’insinua nella trama per arricchirla e colorare di nuove sfumature anche luoghi già immaginati. Un lirismo misto alla semplicità attraversa il racconto, che racchiude in sé speranza e dolore, sullo sfondo di paesaggi di una bellezza straordinaria.

Uno specchio e una ragazzina, due essenze totalmente diverse ma in qualche modo legate l’una all’altra: un essere vivente che prova paure ed emozioni e si nutre della speranza nel ritorno dell’amatissimo padre, e un oggetto inanimato, persino banale, che delle persone riflette le caratteristiche esteriori, ma non le emozioni che provano, la loro anima… Ma tanta è la forza che comunica attraverso l’antica leggenda che racchiude, da isolare l’incompresa Pakis dai suoi coetanei, persa nel suo mondo di illusioni.

Un altro protagonista della vicenda è il mare, che può essere generoso o crudele, aiutarti o strapparti l’anima, come ha fatto con lei. Pakis trascorre la maggior parte del tempo accanto a quella possente entità naturale, il grande specchio del mondo, eppure l’ha tradita, decidendo di lasciarla con un pezzo di cuore in meno a guardare le sue onde possenti infrangersi sulla riva.

Ecco, se volessimo racchiudere la storia del film in poche parole, diremmo che è come il libro della vita di una ragazzina fermo sempre sulla stessa pagina, in cui è scritto: ”Voglio rivedere mio padre. ”

Neppure Tayung, la mamma, con la sua affettuosa presenza, riesce a farle accettare che il padre non può tornare e che sarebbe ora di buttare via lo specchio, perché ormai non ha più senso.

L’unico a cui si possa aggrappare è Lumo, un amico che per lei prova qualcosa di più forte ed è pronto a difenderla in ogni circostanza, restandole accanto e confortandola come può.

Un brutto giorno, anche il padre di Lumo scompare in mare per sempre, ed è allora che il ragazzo comprende come l’ostinazione dell’amica sia solo un modo per non affrontare la realtà.

Un inatteso cambiamento arriva con Tudo, uno studioso di delfini di Jakarta che affitta la camera del padre di Pakis e che in modo diverso, e con diverse prospettive, sconvolgerà la sua vita e quella di Tayung. All’inizio è una presenza molesta, per la ragazzina, soprattutto quando capisce che la madre ne è affascinata, ma col tempo impara ad accettarlo, perché le fa capire come sia meglio sorridere che restare a piangere sul passato. Ma sarà solo quando l’amico Lumo le porterà un pezzo di legno con il suo nome inciso, e lei lo riconoscerà come un frammento della barca del padre, che Pakis finalmente comprenderà di averlo perso per sempre. Lasciando scivolare in mare lo specchio, si lascerà anche alle spalle il passato, aprendosi al mondo e a una nuova vita, accettando così di diventare grande.

In questa sua opera prima, Kamila Andini mette in scena uno dei temi ricorrenti nella letteratura e nel cinema: l’abbandono del padre (in questo caso involontario) e il tentativo della figlia ancora piccola di elaborare il lutto della perdita.

Per renderlo al meglio, la regista indonesiana cerca una nuova luce, e ci riesce, grazie a una messa in quadro che pone al centro la bambina e la natura, non mero sfondo paesaggistico ma co-protagonista, determinante nel rapporto con Pakis, nel far entrare lo spettatore nel modus vivendi della popolazione Bajo fino ad assurgere alla terza funzione di veicolo del messaggio ecologista (esemplificativa, la scena dei bambini che raccolgono le bottiglie dalla spiaggia).

Memore degli insegnamenti di suo padre — il regista Garin Nugroho impegnato socio politicamente — Kamila Andini rende i bambini il motore di The Mirror Never Lies, in coesistenza con la vita pulsante dell’Oceano.

Quasi in simbiosi con Pakis, in un tenero corteggiamento, l’amico Lumo, che presto condividerà il destino ricorrente con cui la loro gente cerca da sempre di convivere.

I Bajonesi hanno fatto del mare la loro casa, vivono in capanne costruite su palafitte sull’acqua potendo contare solo sulla pesca. Quando Tayung perde il marito (Atiqah Hasiholan) l’unica risorsa di sostentamento, oltre alla raccolta di vongole e alghe marine per la vendita, è la trasformazione della sua camera ad uso pensionistico. Ed è così che arriva “lo straniero”. Tudo (Reza Rahadian), biologo marino di Jakarta, approdato sull’isola per studiare i delfini, finisce per attrarre in modo diverso la bambina e sua madre, ma allo stesso tempo diventa l’elemento “altro” che mina l’equilibrio familiare.

Col dipanarsi della narrazione si intrecciano due filoni: quello naturalistico-ecologico con quello dei rapporti padre/madre e figlio, uomo e donna. Con la forza della semplicità, il film sottolinea il contrasto tra l’innocenza infantile, visibile anche nell’esternazione dei sentimenti, e la rappresentazione del desiderio che Tayung sente crescere verso l’uomo che sta prendendo il posto del marito non solo in casa ma anche nel suo cuore.

Risulta di difficile comprensione il gesto della donna di coprirsi il volto con una crema bianca, quasi a voler nascondere la sua femminilità con una maschera. Un ruolo ben decifrabile assume invece lo specchio, regalato a Pakis dal padre e a cui la ragazzina si aggrappa, sperando di veder comparire il suo volto grazie a un rituale magico. Di riflesso, viaggia nell’acqua cristallina (straordinaria la fotografia subacquea nella barriera corallina, degna di National Geographic) tra sogni e realtà, facendo pace col suo antico nemico e scoprendo che “tutto ciò che riguarda il mare è il suo futuro”.

Curiosità

Wakatobi è il nome di un arcipelago indonesiano situato nell’area di Sulawesi Tenggara. Wakatobi è un acronimo delle quattro isole principali che lo formano: Wangi-wangi Island, Kaledupa, Tomia e Binongko.

L’intera regione è un parco marino protetto. Le isole sono anche famose come la più grande barriera corallina in Indonesia, seconda solo alla Grande Barriera Corallina in Australia. Le comunità locali hanno aderito al piano di conservazione, vietando la pesca illegale e altre attività dannose per l’ambiente.

Kamila Andini, figlia del regista indonesiano di fama internazionale Garin Nugroho, inizia dirigendo documentari per gruppi ambientalisti, e in seguito lavora in ambito televisivo e realizza video musicali.

Presentata con grande successo in Europa al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2012 nella sezione Generation KPlus e vincitrice del Premio Giovani Talenti al Mumbai Film Festival 2011, l’opera prima di Kamila Andini ha ottenuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo, dal Tokio International Film Festival nel 2011, al Taipei Film Festival e all’Hong Kong International Film Festival nel 2012.

Scheda tecnica

Regia: Kamila Andini
Cast: Atiqah Hasiholan, Reza Rahadian, Gita Novalista, Eko, Zainal
Produzione: Indonesia, 2011
Titolo Originale: Laut Bercermin
Durata: 100’

Tutto quello che vuoi

By Jean

Tutto quello che vuoi

Tutto quello che vuoi

Dopo i riusciti Scialla! e Noi 4 Francesco Bruni fa centro anche con questo splendido terzo film, confermando la sua spiccata capacità di raccontare il difficile rapporto tra adolescenti e adulti.

Ci teneva molto, anche perché la storia del film è in buona parte autobiografica: nasce infatti da un vissuto familiare questa nuova prova di regia, che si colloca al vertice della filmografia di Francesco Bruni, da sempre regista e sceneggiatore di qualità.

Suo padre è da qualche anno affetto dal morbo di Alzheimer e ha progressivamente sviluppato una regressione verso il passato che ha fatto divenire ‘reali’ persone e accadimenti che avevano avuto luogo decenni prima. Uno di questi risaliva all’epoca del cosiddetto ‘passaggio del fronte’ in Toscana nel corso della salita degli americani verso il Nord durante la seconda guerra mondiale.

Da questo episodio è nata in Bruni l’idea del film nel quale si percepisce ad ogni battuta la sua straordinaria capacità di scrittura attenta, in ogni situazione, ad evitare le secche della retorica e la melassa del sentimentalismo. Bruni ci porta a passeggiare insieme a questo anziano signore a cui la malattia non ha fatto perdere la signorilità del gesto e la sensibilità del poeta.

Lo fa grazie a uno straordinario Giuliano Montaldo che dà corpo, con l’adesione umana che ha sempre avuto come regista, a un Giorgio che è costantemente ‘vero’ a differenza degli anziani sopra le righe che il cinema made in Usa ci ha propinato negli ultimi anni incrinando (con la loro complicità) la fama di attori come, tanto per non fare nomi, Robert De Niro.

Cosa hanno in comune Alessandro, un ventenne coatto e disadattato che passa le giornate tra la play-station e il cazzeggio al bar, e Giorgio Ghelarducci, un anziano poeta, elegante e gentile, affetto da Alzheimer? Cosa avranno mai da dirsi due generazioni tanto diverse e lontane?

Apparentemente nulla. Anzi, non si sarebbero mai incontrati se Alessandro non fosse stato costretto ad aiutare Giorgio accompagnandolo nelle sue passeggiate pomeridiane. Eppure a volte ciò che sembra inconciliabile nasconde sorprese e potenzialità inespresse. E quello che poteva essere uno scontro tra generazioni si rivela un incontro, un percorso di crescita e di maturazione.

Alessandro, giovane trasteverino sconclusionato, passa le sue giornate al bar con gli amici, tra imprecazioni, pochi interessi e molto tempo perso. Giorgio, invece, è un poeta che a causa della malattia vive in una sorta di confuso presente: i ricordi remoti affiorano più nitidi e improvvisi della realtà, con il buffo susseguirsi di difficoltà mnemoniche e un’eleganza d’altri tempi. È un letterato, un intellettuale, nato a Pisa 85 anni fa, grande amico di Sandro Pertini (di cui porta sempre con sé una sua foto), che ha combattuto a fianco degli Alleati nell’ultima guerra mondiale.

Un bel contrasto con Alessandro che, invece, è un ragazzo di 22 anni, rozzo e ignorante — l’unica cosa che legge è il Corriere dello Sport — che ha smesso di studiare e non ha ancora deciso cosa fare della sua vita e, nel frattempo, spaccia nel quartiere.

Un impianto presentato come classico — l’incontro tra diverse generazioni — che sembra riproporre un tema affrontato non di rado dalla cinematografia recente, prende inaspettatamente una direzione nuova quando il ragazzo sarà costretto ad accettare, non senza storcere il naso, un lavoro come accompagnatore dell’anziano, affetto da Alzheimer. Giorgio farà breccia nel cuore del giovane, sostituendo il nichilismo gretto della mancanza di prospettive con lunghe conversazioni e sigarette proibite, in un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca di un misterioso tesoro.

Dopo l’iniziale diffidenza, pian piano Alessandro si avvicinerà a Giorgio, scoprendo la bellezza della poesia e vicende storiche che prima ignorava.

Perché, alla fine, il giovane protagonista è un ragazzo come tanti, come quelli che abitano nelle nostre case o nella casa accanto, come non li vorremmo ma come diventano, nel vuoto di stimoli culturali che non sappiamo contrastare. Un ragazzo fondamentalmente buono, anche se nemmeno lui lo sa, alla ricerca di una “guida” che lo accompagni nel suo percorso di crescita e maturazione (fra l’altro, ha perso la mamma quando era ancora piccolo e ha un rapporto tutt’altro che semplice col padre e la sua nuova compagna).

E l’anziano Giorgio è un “nonno” come i nostri, come li ricordiamo, come li rimpiangiamo, con un po’ di agiografia, talvolta, e con immenso affetto.

La malinconia persino divertente della confusione senile che incontra la furia di un’adolescenza renitente alla maturità.

L’incontro è raccontato con grande delicatezza, la figura del vecchio che ha attraversato la storia con dolore e leggerezza e inizia piano a svanire è recitata in un modo superbo.

Tra le passeggiate al parco, i vuoti di memoria e i confusi ricordi che affiorano nella mente di Giorgio nascerà tra i due un reciproco sentimento di affetto. La complicità nella condivisione di spassosi momenti ludici e la scoperta di misteriosi segreti bellici faranno virare la storia verso un road movie in cui Giorgio, Alessandro e i suoi scapestrati amici andranno alla ricerca, inconsapevolmente, di se stessi e della propria strada.

Metaforicamente il testimone della memoria che Giorgio sta progressivamente perdendo viene passato ad Alessandro, che potrà così affrontare il futuro con una nuova coscienza rivitalizzata dagli insegnamenti dell’amico poeta. Un passaggio generazionale tra nonni e nipoti significativo, oggi quanto mai necessario.

Le belle commedie hanno la peculiarità di essere leggere e al tempo stesso profonde. Strappano sorrisi e risate, ma con garbo e senza volgarità. Commuovono con delicatezza, con la naturalezza della vita vissuta.

Tutto quello che vuoi è tutto questo. Un piccolo grande film che racconta una storia semplice, di quelle che accarezzano il cuore.

Qualche piccola considerazione…

Non ci vuole molto, seguendo le vicende del film, a capire che Francesco Bruni ironizza tristemente sulla cultura nel nostro paese. La poesia sta morendo e le nuove generazioni vivono di videogame dai quali non imparano niente. La casa del poeta è un museo nel quale gli amici di Alessandro cercano il televisore e un presunto ricco tesoro, invece che i versi scritti nelle pagine e sui muri. Un elemento interessante ed originale del film è che la figura dell’educatore sia affidata ad un anziano che nemmeno è cosciente di esercitare tale ruolo. Altrettanto notevole è l’assunto che la perdita della memoria abbia creato in Giorgio “nuova” memoria che affascina il ragazzo e gli consentirà di conoscere meglio il proprio interlocutore.

Allora la cultura è morta secondo il regista? Forse no, visto che poi ci viene regalata anche qualche speranza. Persino una alla settima arte, quando si vedono gli amici di Zoe che imbiancano una vecchia sala cinematografica in Trastevere.

… e una curiosità

Fa da scenario alla storia l’appartamento in un villino vicino a Villa Sciarra, a Roma, collegato dalla scala del Tamburino con Trastevere, che ben rispecchia la differenza tra la tipologia residenziale “signorile” di Monteverde e quella popolare trasteverina.

Scheda tecnica

Regia: Francesco Bruni
Cast: Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni
Produzione: Italia, 2017
Durata: 106’

Un gatto a Parigi

By Jean

Un gatto a Parigi

Un gatto a Parigi

Tra i tetti di Parigi si aggira un gatto dalla doppia vita, Dino. Di giorno è il compagno fedele di una bimba, Zoe, che ha smesso di parlare dopo l’assassinio del padre. È accudita da una governante (dal comportamento sospetto… ) perché la madre, Jeanne, commissario di Polizia, è troppo spesso assente per lavoro, impegnata in particolare in una lotta senza quartiere al mafioso Victor Costa, boss della cosca locale e responsabile della morte del marito.

Dino esce di casa dalla finestra, nel cuore della notte, quando la padroncina dorme, per andare a trovare Nico, una sorta di scalcinato ladro gentiluomo che saltella proprio come un felino sui doccioni di Notre Dame, penetrando negli alloggi altrui in cerca di facile refurtiva e preziosi.

Ladruncolo e gatto sono uniti dallo stesso spirito d’indipendenza e libertà, che li vede insieme nelle quotidiane scorribande sotto la luna. Ma quando albeggia, Dino torna ad infilarsi tra le lenzuola dell’amata Zoe. Finché una notte la bambina segue curiosa il suo gatto nel percorso sui tetti, diventando suo malgrado la scomoda testimone di un losco affare in cui sono coinvolti proprio Victor Costa e la baby sitter. Il malvivente la scopre e riesce a catturarla e Dino e Nico dovranno darsi da fare per strapparla alle sue grinfie e riportarla sana e salva dalla madre Jeanne.

I particolari

Splendido, immaginifico, poetico, ironico, colto, questo primo lungometraggio realizzato da due artisti dell’animazione, Felicioli e Gagnol, inventori di uno stile personale e inconfondibile. Interamente disegnato a mano, con tecniche classiche, racchiude pittura espressionista, Matisse, Modigliani e Picasso, e ispirazioni dai disegnatori Lorenzo Mattori e Jacques de Loustal, ma anche dal cinema noir americano. Tutti elementi che concorrono a inventare un mondo sospeso tra sogni e incubi, tra infanzia ed età adulta. La casa di produzione è la francese Folimage di Bourg-lès-Valence, una delle più interessanti del settore, fondata nel 1981 e diretta da Jacques Rémy Girerd, regista e produttore. Tra le sue caratteristiche, dopo una partenza dedicata alla sperimentazione “passo uno”, la realizzazione di una nutrita serie di corti che privilegiano il 2D, resistendo alle lusinghe della computer grafica. Per arrivare agli straordinari risultati del film, sono state disegnate oltre 700 tavole, consentendo una grande libertà di espressioni dei personaggi, osservabili da diverse angolazioni. In termini tecnici: due anni di scrittura e progettazione e tre di lavorazione, sei disegnatori all’opera e un approccio completamente artigianale. Frutto di elaborazioni successive, Un gatto a Parigi nasce dalla passione per il romanzo giallo e il cinema noir, tradotta in un contesto dove l’inconscio di una psiche adulta riesce a penetrare nell’immaginario infantile, trovando un punto di contatto tra desideri e incubi. L’elemento onirico condivide lo stesso piano della realtà, elaborando un concetto proprio della cultura surrealista: non si comprende se siano le allucinazioni di Jeanne a rendere Costa un mostro o se è lo stesso malvivente ad assimilare il proprio Io a uno spaventoso Golem, visualizzato come un feticcio africano. E la stessa Jeanne ha i lineamenti di Jeanne Hébuterne, dipinta da Modigliani nel 1918 nel Ritratto di ragazza dai capelli rossi. Tra le sequenze da sottolineare, quella al buio in cui Nico libera la piccola Zoe, esplicito riferimento a un pioniere dell’animazione francese, Émile Cohl, e al suo lavoro più conosciuto, Fantasmagorie, disegnato nel 1908 con tratti neri su fogli bianchi, proiettati successivamente in negativo e qui riproposti per rendere la soggettiva di Dino, capace come tutti i gatti di vedere al buio. Il genere fiaba horror caratterizza i momenti in cui Zoe viene inseguita nello zoo, ispirandosi al film The Night of the Hunter di Charles Laughton, e anche nel rocambolesco finale tra i gargoyle di Notre Dame, bizzarra fusione tra il mondo Disney de Gli Aristogatti e La carica dei 101 e il King Kong di Cooper e Schoedsack. Ma il magico tocco che cattura il pubblico adulto, in un contesto in cui il riferimento culturale per i più piccoli cambia di situazione in situazione, assume varie sfumature. Esempio da citare è l’apertura, che cita Murnau e l’espressionismo tedesco, diluendosi a poco a poco nella fluidità di un mondo totalmente fiabesco. Anche Parigi si trasforma in un luogo fantastico in cui si fondono caratteri di altre città europee, prima tra tutte Valencia. Notevoli, l’attenzione e la delicatezza dedicate alla descrizione dei caratteri. Il mutismo di Zoe e il suo rapporto con la mamma sono trattati con grande sensibilità. E così Nico dal gran cuore, al di là del suo sopravvivere di espedienti men che onesti. Tanto che il destino scrive per lui un futuro meno avventuroso ma più appagante. Non mancano le situazioni lievi e divertenti, come è giusto che sia. Al micio Dino, un vero gatto non umanizzato, che non parla ma ronfa e soffia, graffia e si fa accarezzare, fa arrabbiare il cane del vicino e vaga libero tra due padroni, tocca il ruolo di poetico trait d’union tra il suo mondo e quello degli umani, e lo svolge con una nonchalance da perfetto felino della Ville Lumière… Per tutti questi elementi, Un gatto a Parigi si configura come una splendida sfida al tentativo di ghettizzare a un target infantile il pubblico di riferimento dell’animazione contemporanea. Una sfida che lascia il segno, proprio come il suo protagonista.

Curiosità

Un gatto a Parigi può vantare una nomination agli Oscar 2012 come miglior film d’animazione. Felicioli e Gagnol hanno iniziato alla Folimage, alla fine degli anni ‘80, con i cortometraggi. Tra gli altri, dieci per la serie televisiva Le tragédies minuscules, incentrata appunto sulle piccole tragedie del quotidiano, con personaggi immersi in un’iperrealismo di piani sbilenchi e false prospettive, frutto di un attento studio delle avanguardie storiche e di altri autori contemporanei francesi. Così ha detto Alain Gagnol: “Da grande fan del cinema americano ho inserito citazioni che i cinefili sapranno cogliere: una conversazione tra gangster che richiama Scorsese, i teppisti che fanno baldoria per assegnarsi dei soprannomi stravaganti, come in Le iene, e un tributo emozionante a La morte corre sul fiume. ”

Scheda tecnica

Regia: Jean Loup Felicioli, Alain Gagnol
Produzione: Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, 2010
Titolo originale: Une vie de chat
Durata: 70’

A mano libera

By Jean

A mano libera

A mano libera

A mano libera è un cortometraggio delicato e toccante, nella sua semplicità, e affronta un tema molto attuale: la nuova incomunicabilità tra le persone, figlia della tecnologia, che dietro un’apparente continua condivisione tra le persone, le tiene distanti, pur se vicine fisicamente.

Come racconta la giovane autrice, Monica Bruschetta “nasce alla fine di un bellissimo percorso intrapreso con il corso di Filmaking, organizzato dal Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Simone Caridi e Riccardo di Gerlando. L’idea nasce da una canzone che riporta l’attenzione a quello che abbiamo perduto, senza quasi rendercene conto:  l’amore per la scrittura, per la musica, per la vita reale. Immersi in un mondo digitale in cui dobbiamo essere sempre connessi, in realtà siamo totalmente sconnessi da ciò che ci accade intorno e ci perdiamo gesti, colori ed emozioni. Il corto  è stato girato nel comune di Badalucco, grazie alla disponibilità del gestore del Bar la Piazza, in una sola, intensa giornata di lavoro. In principio era nato con i dialoghi ma si è trasformato in un corto muto dove lo spazio è tutto occupato dalle immagini, dai gesti, dove il messaggio passa soprattutto attraverso gli sguardi”.

L’intensità di questa opera prima, in fondo un “saggio di fine corso”, colpisce fin dai primi fotogrammi, e si sviluppa nell’attesa di qualcosa nell’aria, che si rincorre tra un tavolino e l’altro del bar, e avviluppa i vari avventori, ognuno come perso nel suo mondo, pur se accanto a qualcuno. Fino al tocco finale, affidato all’ingenua consapevolezza di un bambino.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 5’25’’
Regia: Monica Bruschetta
Operatori: Simone Caridi, Riccardo di Gerlando, Eleonora Reggiani, Sonia Mureddu Cast: Sam Nazionale, Mauro Gambino, Luca Buonasorte, Nicoletta Cino, Carlo De Lucia, Francesco Viale, Ilenia Campione, Matilde Siri.

A regola d'arte

By Jean

A regola d’arte

A regola d’arte

Una bella storia, legata al mondo della diversità, in cui il giovane protagonista riesce a oltrepassare i limiti della sindrome di Down grazie alla sensibilità e all’amore per l’espressione artistica. Così, il suo non essere “uguale” si trasforma in speciale unicità e in una genuina e ironica capacità di cogliere il senso del reale, senza artificiose sovrastrutture. Semplice ed essenziale, la trama: Sandro, un ragazzo down appassionato d’arte, e lui stesso fantasioso artista va a visitare una piccola mostra, nel suo paese, che espone dipinti visionari e simbolisti. Vi trova due esemplari di presunti esperti, intenti a valutare un disegno, sproloquiando su bizzarre interpretazioni. Ma lui, a suo modo, ne coglie la vera essenza… pur se incompresa dai sedicenti critici e dall’amico custode della galleria. Sandro, ispirato dalla visita e dalla… Gazzetta dello Sport,  torna e casa e finisce il collage ispirato a L’urlo di Munch cui stava lavorando.

A regola d’arte è il più recente cortometraggio del giovane regista sanremese Riccardo Di Gerlando. Un autore che la narrazione emotiva della vita, con le sue difficoltà e bellezze e che ha alle spalle una lunga fila di opere apprezzate e premiate in Italia e nel mondo. Coadiuvato dalla consueta, validissima troupe (Marco di Gerlando, Simone Caridi e Giancarlo Pidutti) e dallo sceneggiatore Nicola Licchi, ha firmato l’ennesimo lavoro sensibile e accurato fin nei minimi dettagli, ricco di spunti e riflessioni, mediati dal sorriso con cui si segue Sandro, il protagonista, attore già apprezzato nei precedenti 33 giri (2012) e L’amore incompreso (2013). Al suo fianco, nei panni del guardiano, il carismatico Anselmo Nicolino, spesso presente nei film di Riccardo Di Gerlando e di Sanremo Cinema. Il corto è stato girato nello splendido borgo di Badalucco, nell’entroterra del Ponente Ligure.

Notevole, la colonna sonora originale di Matteo Consoli, con la fisarmonica di Carlo Ormea.

Premi e riconoscimenti

Award of Merit IndieFEST Film Award – La Jolla (San Diego, California, USA)
2° Place International Independent FF Publicystyka – Kędzierzyn-Koźle (Poland)
2° Classificato Francavilla Film Festival – Francavilla di Sicilia (Messina, Italia)
3° Classificato Gioiosa in Corto – Gioiosa Marea (Messina, Italia)
Menzione Speciale Youtube Short Film Festival – Roma (Italia)

Selezioni

Official Selection Bluenose-Ability Film Festival (BAFF) – Halifax, Nova Scotia (Canada)
Official Selection IndieWise Film Festival – (Florida, USA)
Official Selection Cinema Touching Disability Film Festival – Austin (Texas, USA)
Official Selection Mikro Festival Amaterskog Filma – Belgrado (Serbia)
Selezione Ufficiale Festival del Cinema Nuovo – Gorgonzola (Milano, Italia)
Selezione Ufficiale Corto Corrente Festival – Fiumicino (Roma, Italia)

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 10’56’’
Soggetto, Regia e Montaggio: Riccardo Di Gerlando
Cast : Marco Pingiotti, Anselmo Nicolino, Elio Markese, Franco La Sacra, Marinella Rambaldi
Pittrice opera e collage: Sheila Rossin
Enti collaboratori: Associazione ArteSenzaConfini di Badalucco
Edy Santamaria, Fabrizio Ozenda, Pasquale Murachelli
Opere esposte: Francesco Mancini, Angelo Mancini, Edy Santamaria
Location: Badalucco ART Gallery,  Associazione Artesenzaconfini

Ferdinand The Bull

By Jean

Ferdinand The Bull

“C’era una volta nella Spagna solatia un piccolo toro che si chiamava Ferdinando. Lui era diverso dagli altri torelli che correvano, saltavano e si prendevano a testate: gli piaceva accucciarsi sotto un albero di sughero, ad annusare i fiori. Con il passare degli anni diventò molto grosso e molto forte. I suoi compagni volevano combattere nell’arena di Madrid, ma Ferdinando no, continuava a stare seduto nel suo posto preferito in mezzo agli amati fiori. Un giorno cinque uomini andarono a selezionare gli animali più grandi, forti e feroci per la corrida. Tutti i tori iniziarono a fare a gara per essere scelti. Non Ferdinando, a cui non importava. Ma, tornando sotto il suo albero, inavvertitamente si sedette sopra una vespa: dal dolore cominciò a correre sbuffando e muggendo come impazzito. I cinque uomini lo videro e urlarono di gioia, portandolo via su di un carro per il combattimento. Ferdinando il feroce venne annunciato in grande stile: ci fu la parata, i banderilleros, i picadores e infine arrivò il matador, e dagli spalti gli venne lanciato un mazzo di fiori. Quando Ferdinando corse in mezzo all’arena, tutti pensarono con paura che si sarebbe battuto all’ultimo sangue, invece si sedette mansueto ad annusare quei fiori. Il matador, furioso, fece di tutto per convincerlo a combattere, lo supplicò e infine si mise a piangere, perché non poteva dimostrare il suo valore, ma lui restò seduto ad annusare. Così venne riportato a casa, e per quel che si sa, sta ancora là, tranquillo, sotto il suo albero di sughero, ad annusare i fiori. Ed è molto felice. ”

Così narra la voce fuoricampo di questo meraviglioso cortometraggio e così sarebbe bello che fosse, nella realtà.

I particolari

Alla fine degli anni Trenta la gloriosa serie Disney delle Silly Symphonies (Sinfonie allegre) che per un decennio aveva incantato il pubblico, giunse al suo capolinea, dopo diverse fasi evolutive. All’inizio la grande protagonista era la musica, poi toccò alla trasposizione di fiabe e leggende universali e infine a predominare fu la sperimentazione pura, in vista delle meraviglie che di lì a poco sarebbero arrivate sul grande schermo. Con l’uscita di Biancaneve e i sette nani, nel 1937, nacque il nuovo filone dei lungometraggi, che monopolizzò gli sforzi dei più grandi artisti dello studio: ma i creativi avvertivano ancora l’esigenza di realizzare cortometraggi che raccontassero altre storie, un po’ fuori dagli schemi. Così lo stesso Walt Disney inventò un’etichetta-ombrello per permettere la realizzazione di cortometraggi fuori serie: gli special cartoon. Ferdinand the Bull è il primo titolo di questa nuova categoria. Il pubblico dell’epoca probabilmente faticò a distinguerlo da una delle Silly Symphonies, tuttavia lo short aveva un sapore differente.

Non è più la musica, infatti, a raccontare la storia, bensì la voce di un narratore. Inoltre, la vicenda è piuttosto strutturata e maggiormente incentrata sull’umorismo. L’idea per Ferdinand the Bull viene da un libro illustrato, scritto da Munro Leaf e disegnato da Robert Lawson: The Story of Ferdinand, uscito nel 1936. Un libro che non passò inosservato: all’indomani della guerra civile spagnola, i sostenitori di Francisco Franco lo vietarono, mentre nella Germania nazista rientrò nel novero dei titoli che Hitler ordinò di bruciare, per il chiaro messaggio pacifista. Ebbe miglior fortuna nell’Unione Sovietica di Stalin, in cui venne accettato come unico libro per l’infanzia non comunista, e in India, dove Mahatma Gandhi lo definì il suo libro preferito.

La versione disneyana è molto fedele al testo originale, sia nella narrazione sia nelle immagini, riprendendo le inquadrature e i paesaggi tratteggiati dallo scrittore, integrati con altro ottimo materiale. Pur adottando uno storytelling disteso e contemplativo, in linea con il temperamento del protagonista, Ferdinand The Bull non rinuncia a una buona dose di umorismo. Non più legati al registro delle Silly Symphonies, gli artisti si concedono una maggior libertà, ad esempio in scene come quella in cui la madre di Ferdinando guarda in camera, interdetta dall’esser stata definita dal narratore “una vacca“ o dall’utilizzo massiccio di caricature.

A questo proposito non si può fare a meno di citare il corteo che precede la corrida. Nell’arena vediamo sfilare uno dopo l’altro alcuni leggendari animatori dello studio come Ham Luske, Jack Campbell, Fred Moore, Art Babbit e Bill Tytla, mentre il ruolo, piuttosto ridicolo, del matador è affidato (a sua insaputa) allo stesso Walt Disney. Chiude la parata il suo valletto, autocaricatura del vero responsabile di questo easter egg: il grandissimo Ward Kimball. Quando Disney si accorse di esser stato ritratto nel cortometraggio, Kimball negò di essersi ispirato a lui, ma la somiglianza è evidente.

Ferdinand the Bull fu un vero trionfo per gli studios, che si aggiudicarono così un altro Oscar, nel 1939, il primo non ottenuto grazie ad una Silly Symphony.

Curiosità

Il toro Ferdinando torna nel 1985 per mano del fumettista italiano Romano Scarpa. L’artista veneziano riprende il personaggio, per renderlo protagonista insieme a Paperino e Zio Paperone della simpatica Venezia e i Tesori De’ Paperoni, in cui i paperi visitano la città lagunare. In tale occasione Scarpa regala a Ferdinando una nuova casa, annoverandolo tra gli animali della fattoria di Nonna Papera.

Nella versione italiana, il doppiaggio dei personaggi è stato affidato a voci famose: Maria Saccenti è la madre di Ferdinando, Cesare Polacco il toro gentile, Pino Locchi il narratore.

Scheda tecnica

Regia: Dick Rickard
Produzione: USA, 1938
Titolo originale: Ferdinand The Bull
Durata: 8’

By Jean

Kanye Kanye

Kanye Kanye

«La storia di questo mio piccolo film, Kanye Kanye, pieno di allegria e buonumore è ispirata a un libro del dottor Seuss (per chi non lo sapesse il Dr. Seuss — alias Theodor Seuss Geisel — è stato uno scrittore e fumettista statunitense, autore di più di 60 libri per bambini, fra cui Il Grinch e Ortone e i piccoli Chi)» ha dichiarato in un’intervista il regista Miklas Manneke. «Questo libro, The Sneetches, parla di un gruppo di piccole creature dalla pelle gialla che viene emarginato perché considerato diverso. Questa storia che pare scritta per i lettori più piccoli, è stata invece riconosciuta universalmente come un’allegoria contro il razzismo. Ecco, questo è esattamente ciò che ho cercato di fare con il mio film. Raccontare una storia un po’ assurda, divertente, sulla discriminazione, la divisione, la separazione, in una parola l’apartheid, dettata dalla follia degli uomini. ».

Vincitore di numerosi premi nel suo Paese e nei principali festival cinematografici internazionali, Kanye Kanye, (che letteralmente significa “assieme”) racconta la storia di un piccolo paese alla periferia di Johannesburg.

Piccolo, sì, ma anche di più, visto che è diviso in due per una stupida querelle che rasenta l’assurdo.

Tutto cominciò tanti anni fa, quando due amici di vecchia data — Mpho e Mpho — si ritrovarono a discutere animatamente sulla qualità di due mele, e su quale delle due fosse la migliore: la mela rossa o quella verde, senza riuscire a trovare una risposta o una soluzione al loro dilemma.

Questa discussione provocò la scissione più grave che la cittadina avesse mai avuto in tanti anni di storia, e Kanye Kanye venne divisa da una “linea” bianca per definire i due diversi territori e i loro abitanti. Chiunque pensava che fosse migliore la mela verde sarebbe andato ad abitare nella parte verde della città, in una casa verde e si sarebbe vestito sempre e solo di verde, mentre chi era convinto che fosse più buona la mela rossa sarebbe andato a vivere nella zona rossa della città, in una casa rossa, vestendo solo abiti rossi…

Se non che, un bel giorno di tanti anni dopo Thomas, un adolescente del lato verde, si innamora di Thandi, una ragazza che abita nel lato rosso della città.

Potrà l’amore della coppia superare i vincoli sociali e le divisioni storiche?

È straordinaria la leggerezza con cui questo cortometraggio affronta un tema così importante, portando alla luce con un sottile velo di ironia problematiche del mondo contemporaneo e del passato recente, quali l’etnocentrismo e la paura per tutto ciò che è diverso. Da qui la convinzione che la propria ‘mela’ sia la migliore, il non essere neanche disposti ad assaggiare una ‘mela’ che non sia la nostra.

Thomas e Thandi sono un po’ il Romeo e la Giulietta africani, ma a differenza dei due innamorati shakespeariani non hanno paura di nascondersi, anzi, sono disposti a sfidare chi crede che le due parti non possano mischiarsi.

Anche negli anziani del villaggio, ascoltando le conversazioni dei due giovani, sorgono spontanee domande come «In fondo a chi importa di una discussione su una stupida mela?». «Perché noi dovremmo essere semplici burattini di qualcuno di superiore che ha deciso delle nostre vite?».

«Ho sempre pensato che l’approccio con cui la platea internazionale guardava le storie ambientate nelle città sudafricane fosse tendenzialmente negativo» continua Manneke. «Come se per il resto del mondo una storia ambientata in Sudafrica debba per forza parlare di una realtà fatta solo di povertà, violenza, una diffusa criminalità, e poco altro. È vero, la storia di questo Paese purtroppo racconta anche di un profondo razzismo, di discriminazioni, di divisioni razziali. Ma non solo. La gente che nasce in Sudafrica — come nel resto del mondo — impara a vivere, ad amare, a crearsi un futuro, in questo Paese. E molti di loro sono anche felici di essere nati e di vivere qui, ed è proprio questo, che vi volevamo raccontare».

Cortometraggio squisito e conciso, che riesce, più di tanti altri film di tre ore a far riflettere su questioni importanti e contemporanee nella società africana, come l´apartheid che tra le principali leggi che costituivano il sistema aveva ai primi posti quella secondo la quale i matrimoni interrazziali erano proibiti.

Emozionante e diretto, coinvolgente e leggero Kanye Kanye trasmette per immagini un messaggio che arriva dritto al cuore, lasciando un numero di spunti non indifferente sui cui riflettere. E così rossi e verdi arrivano a un punto di mediazione, e chissà che questo non possa succedere anche nel nostro mondo.

Il regista

Miklas Manneke è un giovane regista e sceneggiatore sudafricano. Si è laureato alla prestigiosa South African School of Motion Picture Medium and Live Performance (AFDA). Il suo esordio avviene con il corto E-lectricity, girato durante il terzo anno di Accademia.

Kanye Kanye sta ottenendo numerosi premi in diversi festival internazionali.

Filmografia

Cortometraggi:

  • 2014 — Kanye Kanye
  • 2012 — E-lectricity

Premi

2014 — Portsmouth Film Festival: Miglior Cortometraggio / FESTICAB Film Festival: Miglior Cortometraggio / RiverRun International Film Festival: Miglior film narrativo studenti / Festival International du Court-métrage Etudiant de Cergy-Pontoise: Premio del Pubblico / Cinesud Film Festival: Premio del Pubblico per il miglior cortometraggio / Chicago International Film Festival: Premio del Pubblico / SAFTA: Miglior Film

Scheda tecnica

Regia: Miklas Manneke
Sceneggiatura: Miklas Manneke, Charles Ryder
Cast: Gundo Ramulifho, Bongeka Sishi
Sudafrica, 2014
Durata: 26′

L’aurora che non vedrò

By Jean

L’aurora che non vedrò

L’aurora che non vedrò

Un uomo di mezza età si lascia rapire dalle immagini di filmini d’epoca (fine anni ’50) in bianco e nero, proiettati sullo schermo di un grande salone privato, di cui si intuisce un glorioso passato. I video ci restituiscono il ricordo di una donna che fa familiarizzare il figlioletto di 6 anni con una piccola cinepresa, oggetto per lui ancora sconosciuto. La madre inizia quindi a riprendere scene di giochi e azioni varie fra lei e il piccolo, brevi momenti di tenerezza quotidiana, miscelando l’intimità familiare all’educazione all’uso della macchina da presa. Una delle sequenze al chiuso vede il bambino rincorrere la donna, ancora una volta per gioco e per amore. A un tratto però la donna crolla al suolo, vittima di un malore. L’uomo in sala allora avanza verso lo schermo, cercando un contatto fisico con lei, fino ad entrare nella realtà virtuale del vecchio filmato, incrociando il bambino, che invece ne esce. Da questo momento, le azioni dell’uomo sono tutte all’interno del filmino, quindi apparentemente impossibili, dato il salto spazio-temporale. Costui prende in braccio il corpo esanime e avanza verso la cinepresa, come a voler portare la madre, persa 50 anni prima, nella realtà attuale. Sul suo volto appare un neo, attraverso cui riconosciamo il bimbo dei filmati nell’uomo ormai adulto. La proiezione infine si blocca, segnalando la rottura della pellicola e lasciando immaginare l’uomo prigioniero dello schermo. Il posto a sedere, nel grande salone di famiglia, è ormai vuoto.

Il regista

Mimmo Mongelli è nato a Bari. Attore e regista, diplomato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha studiato e lavorato con Ronconi, Trionfo, Bolognini, Camilleri, De Bosio e Gregoretti in produzioni di prosa, opera, televisione e cinema. Dall’83 ha firmato numerose regie (video teatrali e d’arte, documentari, corti e lungometraggi) portando i suoi lavori in prestigiosi contesti internazionali. Come autore ha scritto testi originali, adattamenti e traduzioni per teatro, radio, televisione e cinema. Dall’86 a oggi ha diretto numerosi laboratori di recitazione con professionisti e dilettanti (tra quest’ultimi alcune comunità di Rom e di detenuti). Docente a Roma in scuole di recitazione finanziate dalla Regione Lazio ed in Puglia in corsi intensivi di recitazione, ha coordinato la didattica e il saggio finale del Progetto Teatro Giovanile Pugliese, Corso di Formazione Professionale per Attori della Regione Puglia con i fondi UE. È docente di Regia e linguaggi cinematografici, Storia dello spettacolo, Storia della musica e del teatro musicale, Storia della scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha collaborato con riviste di interesse culturale per i temi inerenti il teatro ed ha ideato e curato la collana di Drammaturgia Contemporanea per la casa editrice “Il Ventaglio” di Roma. Ha diretto diverse compagnie teatrali e spazi di attività culturali e di spettacolo a Roma ed in Puglia. Ha collaborato con la Presidenza del Teatro Petruzzelli e del Teatro Stabile di Roma. Nel 2003 ha diretto e scritto il soggetto e la sceneggiatura del film La casa delle donne (sostenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) ora sul web con oltre tre milioni di visualizzazioni. Presiede il Levante International Film Festival — Festival Internazionale di Cinema Indipendente della città di Bari, e organizza numerose rassegne cinematografiche all’estero (Canada, Stati Uniti, Australia, Romania, Albania, Macedonia, Bulgaria, etc. ). È amministratore unico della società di produzione cinematografica 7th Art International Agency, per la quale ha prodotto il documentario Le donne della Torre Pelosa, il mediometraggio Watch! e il corto Lontani dalla Luna. I suoi ultimi lavori cinematografici sono il lungometraggio Outis Suite (2014), libera trasposizione dell’Odissea di Omero e la docufiction Franco Marcone: un uomo in piedi e la signora vestita di nebbia su un caso di cronaca nera legato alla mafia foggiana. In questi mesi è impegnato nella pre-produzione del documentario sugli immigrati di successo italo-canadesi Italiani anche noi. Il corto in 3D L’Aurora che non vedrò è stato prodotto per la Lucana Film Commission, accolto e premiato in numerosi Festival.

Scheda tecnica

Regia: Domenico Mongelli
Cast: Antonella Maddalena, Marcello Rubino, Roberto Rubino
Produzione: Italia, 2015
Durata: 10’35’’

Lazare

By Jean

Lezare — Per oggi

Lezare — Per oggi

Lezare ha la struttura del racconto morale, costruito come una rigorosa concatenazione di cause ed effetti, ma con la curiosa variante che Abush, il piccolo protagonista è insieme eroe (è con lui che simpatizziamo dall’inizio del film) e malfattore (è lui a distruggere ciò che la comunità si è sforzata di costruire). Il conflitto narrativo è dunque giocato soprattutto tra individuo (Abush) e comunità, dove la fame e il disagio di uno finiscono per distruggere il bene di tutti.

Da un punto di vista tematico sono toccati alcuni dei problemi più scottanti del contesto in cui il film è ambientato: fame, desertificazione, senso del bene comune. Il film è girato con una nitidissima fotografia digitale che esalta i colori vivi e privilegia inquadrature molto drammatico. Anche il montaggio è fortemente incalzante. Il contrasto tra la sofisticata tecnica cinematografica e la povertà dell’oggetto rappresentato può sembrare stridente, ma serve a far passare il messaggio.

Il regista

Zelalem Woldemariam, regista e produttore etiope, con il suo primo film, The 11th Hour, vince nel 2005 numerosi premi nei Festival internazionali. Fonda in quel periodo la Zeleman Production, una casa di produzione etiope che realizza documentari, film per la tv e programmi radiofonici. È inoltre direttore di un Festival di cortometraggi ad Addis Abeba. Attualmente sta cercando i finanziamenti per aprire una scuola di cinema in Etiopia.

Filmografia

  • The 11th Hour, 2005, lungometraggio
  • Lezare, 2010, cortometraggio

Premi

Tarifa African Film Fest 2010 (Premio della Giuria Giovane per il miglior cortometraggio), Giornate Cinematografiche di Cartagine 2010 (Tanit di bronzo per i cortometraggi), Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina 2011 (Menzione Signis e Premio Cem Mondialità).

Scheda Tecnica

Regia: Zelalem Woldemariam
Cast: Yemeserach Gambero, Mesfin Alemu, Binyam Teshome, Fantu Mandoye
Produzione: Etiopia, 2010
Titolo originale: Lezare
Durata: 14’
Versione: amarico con sottotitoli in italiano
Distribuzione in Italia: Fondazione COE — Centro Orientamento Educativo

 

Nyerkuk

By Jean

Nyerkuk

Nyerkuk

Nyerkuk è il secondo cortometraggio del regista sudanese Mohamed Kordofani. Un piccolo film diviso in due, un prima e un dopo. Il cortometraggio si apre su una tavoletta del Corano ancora da scrivere, come sembra ancora tutta da scrivere la giovane vita di Adam, che scorre serena nonostante la guerra, con il padre, nel loro villaggio. A simboleggiare questa serenità, sono le scene avvolte in una calda luce bianca. Ma per Adam cambia tutto con la morte del genitore, sotto le bombe. Il piccolo scappa in città, dove finisce nelle mani di uno sfruttatore che lo costringe, con altri coetanei, a lavorare o rubare per lui. Qui inizia il secondo film. La luce diventa plumbea e fredda come Adam, che è costretto a sostituire un padre amato con un padre padrone, verso cui è riverente e indifferente allo stesso tempo. Non è così per una sua amica, che mette in discussione quello che stanno facendo, che parla di haram contro halal, e insinua il concetto di giusto o sbagliato. Questo suscita il rifiuto di Adam, perché lo riporta ai tempi passati in cui la religione e il Corano erano parte di lui, mentre nel presente non gli appartengono più.

Finché, per rinascere, deve fare una scelta violenta ma anche un passo verso la liberazione e la fuga, più da qualcosa che verso qualcosa. Ma in fondo la violenza lo ha sempre accompagnato, prima come rumore di fondo, da cui era possibile estraniarsi ed essere protetto grazie alle cure e all’insegnamento del padre, poi come minaccia sulla sua esistenza, infine come unica arma di difesa possibile per giustificare l’apparente indifferenza di Dio verso i poveri e i disperati. Così diventa anche il motore del suo riscatto.

Un film duro sull’infanzia violata, sui bambini che non sono più bambini, perché cresciuti troppo in fretta, vittime di violenza anche quando ne sono gli autori. E, in sottofondo, un macro evento come una guerra che appare infinita e che continua, anche da lontano, ad allungare la sua ombra sugli innocenti e forse sempre lo farà. Così, anche solo scappare è combatterla.

Il regista

Mohamed Kordofani nasce a Khartoum (Sudan) dove si laurea in ingegneria aeronautica e parallelamente porta avanti la carriera di regista e produttore. Pur essendosi trasferito a 28 anni in Bahrein, il suo lavoro da cineasta resta focalizzato sulla realtà sociale sudanese. Il suo primo cortometraggio Gone from Gold, viene selezionato nel 2015 all’Alexandria film festival.

Nyerkuk è stato presentato in prima mondiale alle Journées cinématografiques de Carthage.

Filmografia

  • Gone for Gold, 2014
  • Nyerkuk, 2016

Premi

Journées cinématografiques de Carthage 2016; Red Carpet Film Festival 2016; Sudan Indipendent Film Festival 2017; Premio Arnone Bellavita Pellegrini Foundation al 27º Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano.

Scheda tecnica

Regia: Mohamed Kordofani
Cast: Fakhreldin Tariq, Khaed Abu Ashar, Ahmed Sidahmed
Produzione: Sudan, 2016
Durata: 19’
Versione: arabo con sottotitoli in italiano
Distribuzione in Italia: Fondazione COE — Centro Orientamento Educativo

By Jean

Piper

Piper

Uno stormo di piovanelli sta cercando cibo sulla spiaggia, correndo a beccare la sabbia quando l’onda si ritira. Un adorabile pulcino, Piper, che si tiene in disparte timoroso, viene amorevolmente incoraggiato dalla mamma a unirsi ai suoi simili. Mentre sta provando a imparare la tecnica giusta, ignaro della potenza delle onde, ne viene improvvisamente travolto. Sballottato e inzuppato si spaventa tanto da tornare al nido e non volerne più sapere di lasciarlo per avvicinarsi al mare. Ma quando vede un gruppo di paguri scavare più in profondità sulla riva per non essere trascinati via dalla corrente, imita il loro comportamento e scopre un nuovo bellissimo mondo sotto la superficie dell’acqua, dove il cibo abbonda. Il piccolo Piper si rassicura e comprende che, con un po’ di coraggio nel cambiare le cose, tutto può andare per il meglio. Per se stesso, e per il suo stormo.

I particolari

Dolcezza, profondità e sorprendente livello tecnico caratterizzano questo corto prodotto da Pixar Animation Studios, arrivato nelle sale insieme a Alla ricerca di Dory. La storia di un minuscolo piovanello alle prese con le prime difficoltà della vita, della sua mamma, del loro stormo e di un gruppo di paguri diventa la storia di tutti noi, quando con la giusta motivazione superiamo le paure che ci paralizzano, impedendoci di crescere e andare avanti nel nostro percorso.

L’ispirazione per questo piccolo capolavoro che ha intenerito il mondo è venuta al regista, Alan Barillaro, durante una delle quotidiane corse sulla spiaggia, a poche centinaia di metri da Emeryville California, sede degli Studios. Osservando il comportamento degli uccelli sulla riva dell’oceano ha trovato l’idea giusta per un breve apologo che vuol mostrare agli adulti, oltre che ai bambini, nella doppia lettura da sempre caratteristica della bella animazione, che con un po’ di perseveranza, anche attraverso i più duri frangenti, ce la si può fare, ottenendo risultati inattesi.

Come in molti dei cortometraggi Disney — Pixar, c’è molta più profondità di quanto ci si potrebbe attendere da un’opera che dura solo pochi minuti.

Piper mi ricorda l’infanzia” ha raccontato Barillaro. “I giovani dovrebbero avere la possibilità di esplorare il mondo e fare degli errori”.

Tecnicamente sopraffino, è anche una rappresentazione fedelissima di come gli uccelli e l’oceano si muovano davvero. Sembra incredibile che non si tratti di rendering digitale di gabbiani, vongole e granchi. Sorprende l’abilità degli autori anche nel rendere veri i minimi particolari, come le differenti sfumature della sabbia, con tonalità che variano dall’arancione al marrone e al bianco, o quelle del mare che appare talmente reale da suscitare stupore. Non c’è stato bisogno di frasi o dialoghi per comunicare, con incantevole nitore, una storia in grado di arrivare al cuore degli spettatori solo con il potere delle immagini.

Ma, in sottofondo, rende tutto più magico un tappeto sonoro di Adrian Belew, storico membro dei King Crimson.

Curiosità

Piper ha vinto l’Oscar 2017 come miglior cortometraggio d’animazione e l’Annie Awards per il miglior soggetto per un corto d’animazione.

Alan Barillaro è entrato a far parte Pixar nel 1997 lavorando al film A Bug’s Life. Ha anche lavorato su Monsters & co. , Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, Ratatouille, WALL-E, Brave, Monsters University e i cortometraggi Jack-Jack Attack, Igor e Stu — Anche un alieno può sbagliare. Il regista ha rivelato che originariamente aveva iniziato a giocare con il personaggio di Piper come un test, ma è stato incoraggiato a continuare a lavorare sul progetto dal suo mentore Andrew Stanton, regista di Alla ricerca di Nemo.

L’intero film doveva essere narrato dal punto di vista di un piovanello che è alto 10 centimetri. Per capirlo, lo staff creativo ha visitato decine di spiagge californiane, il più spesso possibile, in modo da catturare emotivamente la storia nel modo corretto. Il regista è anche andato alle Hawaii con una telecamera Go-Pro per ulteriori ricerche.

Le pietre di paragone della narrazione per Barillaro sono l’illustratore Rockwell Kent e i dipinti classici.

Una delle cose che rende unico Piper è che tutto al suo interno è un personaggio: non c’è solo l’uccellino come protagonista, ma anche le onde e le bolle.

Il corto è stato realizzato con la stessa tecnica usata per Il viaggio di Arlo: per ogni uccellino, in modo da caratterizzarne le diverse personalità, sono state animate, collocate e modellate a mano dai quattro ai sette milioni di piume.

Scheda tecnica

Regia: Alan Barillaro
Produzione: USA, 2016
Titolo originale: Piper
Durata: 6’

By Jean

Rincoman

Rincoman

Il liceale Simone è diventato, suo malgrado, una star del web. I video di cui è protagonista impazzano su YouTube e i suoi followers fanno persino richieste sul contenuto dei successivi. Peccato siano il risultato di una vera e propria persecuzione messa in atto nei suoi confronti da un branco di perfidi compagni di classe, che lo hanno eletto bersaglio della loro vigliaccheria e non perdono occasione per umiliarlo, così, per puro divertimento. Ma anche le persone più miti possono nascondere un lato oscuro e quelle che sembrano perfette vittime sacrificali, un giorno, possono ribellarsi.

Perché quella scritta col pennarello indelebile sulla fronte, Rincoman, è proprio la goccia che fa traboccare il vaso…

I particolari

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi: è l’indifferenza dei buoni. ” La famosa massima di Martin Luther King in bianco su nero apre il cortometraggio, e già racchiude la storia che verrà raccontata e la condanna non solo per le misere bravate dei bulli, ma anche per la stolta indifferenza di chi assiste, dai compagni di scuola agli stessi docenti.

L’opera punta il dito contro i barbarici modelli adolescenziali che contaminano le aule e i corridoi dei licei, concentrandosi, più che sulle persecuzioni, sugli effetti psicologici che queste producono nelle vittime. Una situazione estrema può spingere un bravo ragazzo a compiere un gesto estremo? E la violenza è la risposta giusta alla prevaricazione? Secondo la saggezza, e questo piccolo grande film, “occhio per occhio dente per dente” non può considerarsi la giusta panacea, perché reagendo ai mostri con gli stessi strumenti si rischia di trasformarsi in mostri peggiori. La sequenza finale pone più di un interrogativo, in un crescendo di tensione che tiene fino all’ultimo lo spettatore con il fiato sospeso.

Il cortometraggio è l’opera più recente della genovese Scuola di Teatro e Cinema per ragazzi ZuccherArte, affermata e premiata a livello nazionale e internazionale, e impegnata in un ruolo non solo artistico e culturale ma anche educativo.

Rincoman è stato selezionato presso la 47ª edizione del Giffoni Film Festival nella sezione internazionale Elements +10, aggiudicandosi un posto tra gli otto finalisti, su 4500 opere pervenute da tutto il mondo. A Giffoni ha ottenuto un ottimo riscontro di pubblico e critica, tanto che la stessa homepage del prestigioso Festival ha pubblicato la notizia del suo lancio sul web. Lo scopo è metterlo a disposizione di enti e scuole che si occupano a vario titolo del problema del bullismo in generale e del cyberbullismo in particolare. In questo caso, internet e il cinema, in sinergia, possono essere un ottimo strumento di sensibilizzazione per i giovani e giovanissimi su quella che è diventata una piaga sociale.

I registi

Marco Di Gerlando è nato nel 1980, a Sanremo. Diplomato in Regia presso la Scuola d’Arte Cinematografica di Genova. Con i suoi cortometraggi ha ottenuto più di cento selezioni internazionali e ha vinto numerosi premi tra cui il Miglior Corto Europeo all’Opuzen Film Festival (Croazia, 2014), l’Award of Excellence agli Accolade Global Film Competition (Usa, 2014) e agli Indie Fest Film Awards (Usa, 2014). Nel 2015 il suo corto La Mosca è stato selezionato tra i sei finalisti nella sezione internazionale Elements +6 del Giffoni Film Festival. Conduce laboratori di cinema per ragazzi e adulti, ha all’attivo diversi premi nazionali di rassegne di Cinema per le scuole tra cui il primo premio assoluto, sezione Cinema, al Globe Educational Festival 2010 e 2012, il premio Rai al Sottodiciotto Film Festival di Torino del 2012 e il primo premio l’anno successivo.

Ludovica Gibelli, attrice e regista, ha lavorato per anni per il teatro e la danza. Ha studiato pedagogia teatrale all’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Diplomata in Teatro Educativo alla S. E. T. E. e in regia presso la Scuola di Cinema Zuccherarte di Genova, è responsabile dei progetti per l’infanzia La Botteguccia della Fantasia. Con i cortometraggi realizzati nell’ambito dei corsi da lei condotti ha vinto numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio MyGiffoni al Giffoni Film Festival.

Scheda tecnica

Regia: Marco Di Gerlando, Ludovica Gibelli
Staff: Simone Costa, gli allievi della scuola di cinema per ragazzi Zuccherarte
Produzione: Italia, 2017
Titolo originale: Rincoman
Durata: 16’

By Jean

U sù

U sù

Un uomo, su una Mini Minor rossa che ha visto tempi migliori, attende impaziente che un benzinaio, “il Sordo” (u Su’) capisca che deve fargli il pieno. E pure di fretta, perché c’è da fare un viaggio importante. Bisogna arrivare in tempo. La benzina c’è, anche se annacquata, si può partire. La vecchia auto fa le bizze, si ferma, riparte, attraversa la città incrociando vari personaggi, dai Carabinieri al prete, a una ciurma di ragazzini irrispettosi… Ha una destinazione, un uliveto perso nella campagna, tra il color argilla della terra bruciata e l’argento degli alberi ritorti. L’uomo ha un invisibile e silenzioso passeggero, al quale parla delle sue ossessioni: il caldo, la benzina annacquata dal Sordo, una sigaretta che vorrebbe disperatamente fumare e, soprattutto, la neve… “Puoi far nevicare all’inferno?” chiede invano al misterioso compagno di viaggio. È il suo sogno, vedere i fiocchi bianchi danzare nel cielo. Gli sembra impossibile, gli sembra troppo tardi, ma certi desideri, a volte, possono avverarsi…

I particolari

La poetica della diversità, al di là degli inferni personali e di quelli intorno, con i loro cancelli chiusi che non sanno fermare l’immaginazione, libera di viaggiare fino a un paradiso innevato. È questo il cuore di un corto, firmato dall’attore e regista bitontino Mimmo Mancini, che ne ha toccato molti, lasciando un gusto dolceamaro nello spettatore, soprattutto nel finale.

Le immagini scorrono, accompagnate dalla musica toccante (fresca, la definisce il protagonista… ) di un altro bitontino, Pasquale Abaticchio, tra le stradine e le case antiche di una Bitonto affascinante e la bellezza accecante e bruciata dal sole della campagna pugliese, coi suoi uliveti secolari. Il protagonista racconta, ride, si dispera, prega e infine sembra arrendersi, nel suo ritorno verso la realtà. Un bambino che non è mai cresciuto, che parla a Gesù come a un amico e non riesce a smettere di sognare, anche da un auto ferma su quattro sassi davanti al luogo “diverso” in cui bisogna rientrare, alla fine della giornata. Il portone tra due mondi si chiude dietro un’umanità che non abbandona, forse, la speranza. Dentro, la vita riprende a scivolare seguendo un altro tempo. Fuori, malgrado il sole splenda ignaro, inizia piano a nevicare…

U Su’, straordinariamente interpretato dello stesso regista (d’altronde attore di successo, a teatro, al cinema e in tv) tocca le corde emotive con forza e tenerezza, mentre si segue un viaggio che non si capisce fino alla fine dove porterà. Una fotografia vivida fa da sottofondo, dipingendo paesaggi di mediterranea bellezza. La narrazione passa dall’ironia alla commozione senza mai calcare la mano, anche nella scena più dolorosa dell’abbraccio al vecchio albero, pura poesia.

Non a caso, nella motivazione del primo premio ricevuto al Levante Film Fest nel 2008, nella sezione Experience, si legge “per i suoi valori poetici, espressivi, la sapienza delle riprese e la notevole prova attoriale del protagonista”. Un piccolo capolavoro che ha convinto la critica e piace al pubblico per l’attenzione riservata alle difficoltà di vivere una realtà parallela (un’attenzione per gli “ultimi” che Mancini indica tra le priorità del suo lavoro) e la cura nella realizzazione.

Il regista

Mimmo Mancini nasce a Bitonto il 18 maggio 1960. Inizia la carriera artistica a diciassette anni, con un corso teatrale, a Bari, e debutta con alcune compagnie locali. Nel 1984, la prima tournée nazionale con Carlo Hintermann e Bianca Toccafondi. Trasferitosi a Roma dopo varie esperienze di studio, teatro, cabaret, televisione e radio, scrive e interpreta due spettacoli di grande successo, Non venite mangiati e Vi faremo sapere. In teatro ricopre ruoli in molti spettacoli di successo e anche in televisione gli affidano ruoli in fiction e film come L’attentatuni, La guerra è finita, L’uomo sbagliato, Il Maresciallo Rocca, Distretto di polizia. Per il cinema partecipa ad Arriva la bufera di Daniele Lucchetti, Colpo di Luna di Alberto Simone (menzione speciale al Festival di Berlino 1995), A domani di Gianni Zanasi (in concorso alla 56ª Mostra di Venezia), Ospiti di Matteo Garrone, Lacapagira di Alessandro Piva, Il caimano di Nanni Moretti. Ha all’attivo la regia di quattro cortometraggi, di cui ha curato anche il soggetto e la sceneggiatura: Sul mare luccica e Arroganti, girati in pellicola, U su’ e Direzione Obbligatoria girati in HD.

Ameluk segna il suo esordio alla regia cinematografica.

Scheda tecnica

Regista: Mimmo Mancini
Cast: Mimmo Mancini, Anna Ferruzzo, Davide Marmone
Produzione: Italia, 2008
Durata: 17’

Coro Polifonico Città di Ventimiglia
Coro Polifonico Città di Ventimiglia
Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia
Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia
Antonio De Curtis, in Arte Totò
Cinquant’anni senza Totò…
A spasso con Bob
A spasso con Bob
Il mio amico Nanuk
Il mio amico Nanuk
Iqbal — Bambini senza paura
Iqbal — bambini senza paura
La principessa e l’aquila
La principessa e l’aquila
La ragazza delle balene
La ragazza delle balene
Lamb
Lamb
Ma révolution
Ma révolution
Molto forte, incredibilmente vicino
Molto forte incredibilmente vicino
Sing Street
Sing Street
The Mirror Never Lies
The Mirror Never Lies
Tutto quello che vuoi
Tutto quello che vuoi
Un gatto a Parigi
Un gatto a Parigi
A mano libera
A mano libera
A regola d'arte
A regola d’arte
Ferdinand The Bull
Ferdinand The Bull
Kanye Kanye
L’aurora che non vedrò
L’aurora che non vedrò
Lazare
Lezare — Per oggi
Nyerkuk
Nyerkuk
Piper
Rincoman
U sù