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Orchestra Giovanile del Ponente Ligure “Ligeia”

By Jean

Orchestra Giovanile del Ponente Ligure “Ligeia”

Orchestra Giovanile del Ponente Ligure “Ligeia”

L’Orchestra Giovanile del Ponente Ligure “Ligeia” nasce ad Imperia nel 2011 grazie alla volontà e all’impegno di un gruppo di musicisti ed amanti della musica. Formata da giovani musicisti dagli otto ai vent’anni, è un laboratorio musicale dove i ragazzi, con il supporto di qualificati maestri preparatori, sviluppano ed accrescono le loro esperienze musicali, affinando la tecnica concertistica.
L’Orchestra Ligeia non è una scuola di musica ma un laboratorio di formazione orchestrale: ciascun musicista deve, pertanto, proseguire lo studio dello strumento presso il proprio maestro preparatore, all’interno della propria scuola di musica di appartenenza, al fine di garantire un costante progresso tecnico e qualitativo.
L’organico dell’Orchestra è diviso in tre sezioni, a seconda del livello tecnico dei ragazzi: Primavera, Base e Master. La sezione Primavera è formata dai più giovani e costituisce un vero e proprio vivaio di futuri musicisti, volto ad alimentare gli altri due nuclei dell’orchestra. La sezione Base comprende quei giovani che hanno il piacere di condividere l’emozione di fare musica d’insieme. La sezione Master è costituita dai ragazzi tecnicamente più maturi, in grado di suonare anche come solisti.
Attualmente l’organico comprende 43 musicisti tra cui: 19 violini, 1 viola, 7 violoncelli, 1 clarinetto, 4 flauti, 1 saxofono, 1 tromba, 6 pianoforti, 3 chitarre.
A condurre l’Orchestra sono, attualmente, 7 professionisti altamente qualificati, che seguono passo passo la preparazione dei giovani musicisti: Sezione violini: M° Alfonso Moretta (presidente in carica), M° Giovanni Sardo; sezione violoncelli: M° Vincenzo Malacarne; sezione contrabbassi: M° Giancarlo Bacchi; sezione fiati: M° Marco Moro; sezione pianoforti: M° Nicola Giribaldi; direzione d’orchestra: M° Massimo Dal Prà.
Maestri preparatori e genitori si impegnano affinché questo progetto, unico nel suo genere nel Ponente Ligure, costituisca un vero e proprio percorso educativo, basato sul gioco di squadra e sul volontariato.

Alcuni numeri possono rendere meglio l’idea del grande lavoro e della preparazione della Ligeia:
É un’orchestra di giovani: età media dei musicisti 14 anni!
Si rinnova continuamente: ad ogni stagione i “veterani” che lasciano la compagine vengono immediatamente sostituiti da giovanissimi che, inserendosi nel gruppo Primavera, vanno a costituire la forza della Ligeia: in continua crescita.
Sul palco, 100% giovani!
Un repertorio in continua evoluzione, che ad ogni stagione si arricchisce di brani nuovi, dai classicissimi a quelli scritti ed arrangiati espressamente per la Ligeia.
Oltre 120 ore di prove all’anno, per lo più a sezioni, ovverosia suddivisi per strumento e per sezioni d’orchestra, con un eccellente rapporto allievo/maestro preparatore: solo così si garantisce un’alta formazione orchestrale.
Oltre una dozzina di concerti all’anno, sia in Italia che all’estero, abbinando sempre al contenuto strettamente musicale anche aspetti sociali e culturali.

L’Orchestra, oltre ad esibirsi nelle principali città del Ponente Ligure, ha già tenuto numerosissimi concerti in Italia (tra cui Firenze, Alessandria, Genova, Milano, Roma) e all’estero (Praga, San Pietroburgo, Banja Luka, Avignone, Città del Vaticano) avviando così scambi culturali e di amicizia con altre realtà musicali giovanili. Dal 2015 la Ligeia ha stretto una fattiva collaborazione artistica e culturale con la Sandnes Kulturskole Ung Symfoni, orchestra giovanile della città norvegese di Sandnes, con la quale ha già tenuto una serie di concerti in Italia, mentre nel 2016 si è esibita con il coro giovanile della Scuola St. Columban della città tedesca di Friedrichshafen, a suggello del positivo scambio interculturale tra realtà musicali giovanili.
Tra i numerosi impegni dell’Orchestra è da segnalare l’importante progetto dal titolo “Musica senza confini” realizzato in collaborazione col Conservatorio Antonio Vivaldi di Alessandria.
Dal 2015 la Ligeia è referente provinciale e principale partner dell’Orchestra Giovanile Regionale Ligure, voluta dal Conservatorio Nicolò Paganini di Genova, con la quale i musicisti della Ligeia si sono esibiti presso la sala Nervi, in Vaticano, al cospetto di Sua Santità Papa Francesco.
La composizione del Consiglio Direttivo in carica è la seguente: Presidente: M° Alfonso Moretta; Vice-presidente: dott. Claudio Geranio; Segretario generale: sig. Marko Kurtinovic; Tesoriere: dott.ssa Annalisa Sasso; Consigliere: M° Nicola Giribaldi.

L’Orchestra

Violini: Salwa Amillou, Lorenzo Ansaldi, Vittoria Bottini, Lucia Bruna, Viginia Carpena, Giovanni Casano, Alessandro Favaro, Irene Geranio, Marko Kurtinovic, Denise Lanza, Marta Maisano, Simone Montana, Gabriele Orsogna, Matteo Pirrone, Luigi Pranzo, Lisa Sasso, Simone Schermi, Benedetta Trucco, Valentina Valepiano.
Viole: Deferro Giorgia
Violoncelli: Giulia Benedetti, Martina Brizio, Nicolò Coppola, Mara Giribaldi, Chiara Pissarello, Leonardo Poli, Carola Spinelli.
Clarinetto: Martin Porrovecchio.
Flauti: Irene Freguglia, Elena Moriano, Aurora Pulinetti.
Saxofono: Alessandro Cuzari.
Tromba: Andrea Scomazzon.
Pianoforti: Silvia Canova, Marina Cintelli, Federico Gino, Fabrizio Mancini, Debora Orsino, Jean-Marc Romano.
Chitarre: Marco Canzoniere, Federico Tala, Gabriele Tala.

In occasione dell’inaugirazione del Ponente International Film Festival 2016, l’Orchestra sarà diretta dal M° Roberto de Mattia.

A mano libera

By Jean

A mano libera

A mano libera

A mano libera è un cortometraggio delicato e toccante, nella sua semplicità, e affronta un tema molto attuale: la nuova incomunicabilità tra le persone, figlia della tecnologia, che dietro un’apparente continua condivisione tra le persone, le tiene distanti, pur se vicine fisicamente.

Come racconta la giovane autrice, Monica Bruschetta “nasce alla fine di un bellissimo percorso intrapreso con il corso di Filmaking, organizzato dal Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Simone Caridi e Riccardo di Gerlando. L’idea nasce da una canzone che riporta l’attenzione a quello che abbiamo perduto, senza quasi rendercene conto:  l’amore per la scrittura, per la musica, per la vita reale. Immersi in un mondo digitale in cui dobbiamo essere sempre connessi, in realtà siamo totalmente sconnessi da ciò che ci accade intorno e ci perdiamo gesti, colori ed emozioni. Il corto  è stato girato nel comune di Badalucco, grazie alla disponibilità del gestore del Bar la Piazza, in una sola, intensa giornata di lavoro. In principio era nato con i dialoghi ma si è trasformato in un corto muto dove lo spazio è tutto occupato dalle immagini, dai gesti, dove il messaggio passa soprattutto attraverso gli sguardi”.

L’intensità di questa opera prima, in fondo un “saggio di fine corso”, colpisce fin dai primi fotogrammi, e si sviluppa nell’attesa di qualcosa nell’aria, che si rincorre tra un tavolino e l’altro del bar, e avviluppa i vari avventori, ognuno come perso nel suo mondo, pur se accanto a qualcuno. Fino al tocco finale, affidato all’ingenua consapevolezza di un bambino.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 5’25’’
Regia: Monica Bruschetta
Operatori: Simone Caridi, Riccardo di Gerlando, Eleonora Reggiani, Sonia Mureddu Cast: Sam Nazionale, Mauro Gambino, Luca Buonasorte, Nicoletta Cino, Carlo De Lucia, Francesco Viale, Ilenia Campione, Matilde Siri.

A regola d'arte

By Jean

A regola d’arte

A regola d’arte

Una bella storia, legata al mondo della diversità, in cui il giovane protagonista riesce a oltrepassare i limiti della sindrome di Down grazie alla sensibilità e all’amore per l’espressione artistica. Così, il suo non essere “uguale” si trasforma in speciale unicità e in una genuina e ironica capacità di cogliere il senso del reale, senza artificiose sovrastrutture. Semplice ed essenziale, la trama: Sandro, un ragazzo down appassionato d’arte, e lui stesso fantasioso artista va a visitare una piccola mostra, nel suo paese, che espone dipinti visionari e simbolisti. Vi trova due esemplari di presunti esperti, intenti a valutare un disegno, sproloquiando su bizzarre interpretazioni. Ma lui, a suo modo, ne coglie la vera essenza… pur se incompresa dai sedicenti critici e dall’amico custode della galleria. Sandro, ispirato dalla visita e dalla… Gazzetta dello Sport,  torna e casa e finisce il collage ispirato a L’urlo di Munch cui stava lavorando.

A regola d’arte è il più recente cortometraggio del giovane regista sanremese Riccardo Di Gerlando. Un autore che la narrazione emotiva della vita, con le sue difficoltà e bellezze e che ha alle spalle una lunga fila di opere apprezzate e premiate in Italia e nel mondo. Coadiuvato dalla consueta, validissima troupe (Marco di Gerlando, Simone Caridi e Giancarlo Pidutti) e dallo sceneggiatore Nicola Licchi, ha firmato l’ennesimo lavoro sensibile e accurato fin nei minimi dettagli, ricco di spunti e riflessioni, mediati dal sorriso con cui si segue Sandro, il protagonista, attore già apprezzato nei precedenti 33 giri (2012) e L’amore incompreso (2013). Al suo fianco, nei panni del guardiano, il carismatico Anselmo Nicolino, spesso presente nei film di Riccardo Di Gerlando e di Sanremo Cinema. Il corto è stato girato nello splendido borgo di Badalucco, nell’entroterra del Ponente Ligure.

Notevole, la colonna sonora originale di Matteo Consoli, con la fisarmonica di Carlo Ormea.

Premi e riconoscimenti

Award of Merit IndieFEST Film Award – La Jolla (San Diego, California, USA)
2° Place International Independent FF Publicystyka – Kędzierzyn-Koźle (Poland)
2° Classificato Francavilla Film Festival – Francavilla di Sicilia (Messina, Italia)
3° Classificato Gioiosa in Corto – Gioiosa Marea (Messina, Italia)
Menzione Speciale Youtube Short Film Festival – Roma (Italia)

Selezioni

Official Selection Bluenose-Ability Film Festival (BAFF) – Halifax, Nova Scotia (Canada)
Official Selection IndieWise Film Festival – (Florida, USA)
Official Selection Cinema Touching Disability Film Festival – Austin (Texas, USA)
Official Selection Mikro Festival Amaterskog Filma – Belgrado (Serbia)
Selezione Ufficiale Festival del Cinema Nuovo – Gorgonzola (Milano, Italia)
Selezione Ufficiale Corto Corrente Festival – Fiumicino (Roma, Italia)

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 10’56’’
Soggetto, Regia e Montaggio: Riccardo Di Gerlando
Cast : Marco Pingiotti, Anselmo Nicolino, Elio Markese, Franco La Sacra, Marinella Rambaldi
Pittrice opera e collage: Sheila Rossin
Enti collaboratori: Associazione ArteSenzaConfini di Badalucco
Edy Santamaria, Fabrizio Ozenda, Pasquale Murachelli
Opere esposte: Francesco Mancini, Angelo Mancini, Edy Santamaria
Location: Badalucco ART Gallery,  Associazione Artesenzaconfini

Gli occhi del mondo

By Jean

Gli occhi del mondo

Gli occhi del mondo

La storia è semplice. Racconta della visione di un bambino, dallo sguardo reso neutrale dalla purezza, che vede tutto ciò che lo circonda come qualcosa da scoprire. Ma questo bambino rimane nascosto, e l’apparenza potrebbe ingannare. Chi sarà questa figura? E chi sono le persone che sfilano davanti ai suoi occhi? E cosa rappresenta quel palloncino? Tutto ciò per far capire che davanti a lui siamo tutti uguali, ed è li che si personifica il mondo: io non sono differente da un altro nella realtà che ci circonda, sono sempre io, una persona, capace di grandi cose se lo vuole.

Girato su una spiaggia di Arma, il Lido Idelmery, questo corto è il saggio finale del corso di Cinematografia del Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Riccardo di Gerlando e Simone Caridi. Opera prima di una giovanissima e promettente aspirante filmaker, la sedicenne Eleonora Reggiani, che racconta così la sua esperienza: “Il percorso che mi ha portato alla realizzazione de Gli occhi del mondo mi ha fatto crescere molto, e mi ha permesso di conoscere attori meravigliosi, persone con cui ho un contatto ancora adesso. Ho imparato cosa vuol dire dirigere un cast, scrivere una sceneggiatura, e per fortuna ero affiancata da persone più esperte che mi hanno seguita. Per questo progetto, che doveva essere semplice ma diretto, ho scelto come interpreti ragazzi e adulti provenienti da diverse esperienze cinematografiche e teatrali, ma anche persone che si non si erano mai cimentate davanti a una telecamera, risultando comunque molto efficaci. Inoltre, i ragazzi più giovani, anche miei coetanei, hanno fatto amicizia con gli adulti e questo è servito a rendere l’atmosfera sul set meno tesa e quindi a ottenere un lavoro finale migliore. Per me portare a termine questo lavoro è stata la dimostrazione che per fare qualcosa in cui si crede si trova sempre un modo, anche se la strada può sembrare difficile. Dopo quell’esperienza non ho mai smesso di sognare qualcosa di più grande, e non ho mai smesso di scrivere, soprattutto! Spero di realizzare il mio sogno, un giorno…”.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Regia: Eleonora Reggiani
Cast: Matilde Siri, Edoardo Tomatis, Mauro Arneri
Durata: 2’15”

La storia di Spet

By Jean

La storia di Spet

La storia di Spet

La famiglia Carepet (anagramma di petcare, ovvero cura degli animali domestici, in inglese) di adottare un cucciolo dal canile municipale. Peccato che nessuno, in famiglia, malgrado il cognome, abbia la benché minima esperienza di animali domestici, o sia davvero preparato ad affrontare una simile responsabilità. Ma la voglia di salvare una creatura da una vita in gabbia, se non addirittura da una triste fine, è più forte di ogni dubbio e perplessità. Solo la più piccola della famiglia, Lisa, ha seguito un corso di lezioni intitolato A Scuola di Petcare, ed è perfettamente in grado di prendere in mano la situazione. Così, si aggiunge alla famiglia il piccolo Spet. All’inizio il cucciolo è un po’ dispettoso e irrequieto, ma viene amorevolmente accudito ed educato dai bambini, che decidono di prendersi la responsabilità di farlo diventare un cagnolino modello, mettendo in pratica quello che hanno imparato sui banchi di scuola.

Visti i risultati positivi, il tenero Spet parte per Parigi con i Carepet al completo. Quando arrivano nella Ville Lumière, però, il piccolo si perde e non riesce ritrovare i padroncini. Per fortuna, un passante nota la bestiola sperduta e la ferma, legge la targhetta attaccata al collare con il suo nome e  il numero di telefono della sua famiglia. Solo che quando finalmente riesce a parlare con il signor Carepet, c’è un problema di comunicazione: il signore francese non parla italiano, e l’italiano non parla francese… Ma l’amore si esprime in un linguaggio universale: il salvatore di Spet ha un’intuizione e gli passa il microfono, i signori Carepet riconoscono la “voce” del loro beniamino e si precipitano a riprenderlo.

Alla fine, una volta riuniti, tutti possono godersi la vacanza, e ritornare poi a casa sani e salvi.

I particolari

Il cortometraggio è frutto dell’immaginazione e del lavoro di gruppo degli allievi della I B presso la Scuola Primaria di Cernusco sul Naviglio (Plesso Don Milani). La classe ha vinto il concorso Come diventare amici per sempre (How to become lifelong friends), riservato alle Scuole Primarie di tutta Italia che hanno preso parte al progetto A scuola di PetCare, ideato e organizzato dalla Giunti Progetti Educativi con il sostegno di Purina Nestlè PetCare.

Il regista Ugo Murgia è nato a Cagliari nel 1967. Dopo la  laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze, lavora per il teatro Lirico di Cagliari. Nel 1994 si trasferisce in Francia, dove si specializza nella manifattura di accessori e sculture in resina e latex presso il CFPTS (Centre de Formation aux Techniques Professionelle du Spectacle). Nel 1996 viene assunto dall’Atelier Decor Opéra Garnier e collabora con il designer Ariel Malka, sperimentando nuove tecniche per video musicali in animazione. Rientrato in Italia, allo studio Melazeta of Modena, sperimenta la Flash animation, e sviluppa programmi e progetti per il web e le reti televisive nazionali. Dal 2005, in qualità di artista creativo, collabora alla creazione e realizzazione di cartoni animati per la TV. Nel 2008 è co-autore della serie Dixiland (26 episodi da quattro minuti, per Rai Fiction), che nel 2009 riceve una nomination all’ Annecy International Animated Film Festival come miglior serie pilota per la televisione dedicata i più piccoli.

Scheda tecnica

Italia, 2013
Titolo originale: La storia di Spet
Regia: Ugo Murgia
Animazione: Mupistudio
Illustrazioni: Francesco Fagnani
Durata: 4’25”

Nell@ Rete

By Jean

Nell@ Rete

Nell@ Rete

Nella sua semplicità, questo cortometraggio racconta in modo convincente una storia di bullismo come tante, purtroppo sempre più diffuse, spesso anche tra bambini piccoli, come in questo caso. La pericolosità della banalità, della cattiveria che è soprattutto stupidità. La degenerazione di uno scherzo iniziale, che diventa una bravata, e rischia di trasformarsi in una tragedia, e poi è troppo tardi per pentirsi, o chiedere scusa…

Pietro si trasferisce con la mamma da Napoli a un piccolo paese del Salernitano. Quando arriva nella nuova scuola, i compagni non lo accolgono bene: sarà l’aspetto da cittadino, saranno le pronte risposte alle domande del maestro, che lo trasformano subito nel “secchione”, sarà perché i ragazzi e i bambini spesso sospettano di persone e cose sconosciute. E l’insicurezza, proprio come per tanti uomini che picchiano le compagne, rende aggressivi e pericolosi.

Pietro diventa quindi il bersaglio delle prepotenze e degli scherzi pesanti dei compagni, subito pubblicati su YouTube. Il bambino non osa parlarne con la madre, ma si sfoga con Anna, l’amichetta del cuore rimasta a Napoli, che cerca di consolarlo e di consigliarlo per il meglio. Nel  frattempo le cose a scuola peggiorano di giorno in giorno, finché i piccoli bulli non mettono crudelmente e incoscientemente a rischio la vita di Pietro, chiudendolo in uno scatolone e spingendolo giù da un pendio. Anche questa prodezza viene documentata, ed è la salvezza di Pietro, perché Anna vede il filmato per caso, avvisa la madre, che chiama la polizia e la mamma di Pietro.

Fortunatamente, con l’intervento di un elicottero, il bambino viene salvato e la disavventura si conclude con pochi danni, una nuova consapevolezza e il pentimento e le scuse del gruppo di bulletti. Soprattutto una lezione: si deve sempre e comunque denunciare qualsiasi forma di violenza, superando la paura, perché il bullismo è un reato punibile per legge.

Tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo corto non sono professionisti, ma semplici allievi della scuola primaria e media di Cetara, e qualche adulto, che hanno voluto dare il loro contributo alla denuncia di una piaga sempre più diffusa. Anche il regista, la produzione, i tecnici hanno prestato la loro opera senza scopo di lucro.

Pubblicato il 19 dicembre 2013, il cortometraggio Nell@ Rete è stato realizzato nel 2011/2012 dall’Associazione Costiera Immagine di Cetara, nel Salernitano, in collaborazione con Image Art, di Matteo Giordano. Scritto da Matteo Giordano e Alfonso Finiguerra (che interpreta il maestro) e diretto dallo stesso Giordano e da Tommaso D’Auria (che si vede nei panni del bidello) ha riscosso un buon successo online e di  pubblico, nei tour tra le scuole per promuovere la lotta al bullismo.

Scheda tecnica

Regia: Matteo Giordano, Tommaso D’Auria,
Cast: Vittorio D’Emma, Miriam Pappalardo, Pietro D’Emma, Rossella De Boris, Alfonso Esposito, Salvatore Giordano, Tommaso D’Auria
Italia, 2011 – 2012
Durata: 16’06”

Quand ils dorment

By Jean

Quand ils dorment

Quand ils dorment

È una pellicola immaginata e realizzata con grazia, quella della giovanissima regista marocchina Maryam Touzani, con poche ed essenziali linee guida a comporre un’opera delicata e commovente. La tenerezza della vicendaT, narrata attraverso gli occhi di una bambina che, con disincanto e dolcezza, viene a contatto per la prima volta con il tema della morte, trasporta lo spettatore in un’atmosfera di assoluta poesia cinematografica.

È una storia al femminile, di una mamma, Amina, e di una figlia, Sara, divise tra la il rispetto della tradizione dei riti funebri e l’amore per il padre e nonno, Hashem, morto all’improvviso. Le regole impongono infatti che solo i familiari dello stesso sesso del defunto possano avvicinarsi al suo corpo prima della sepoltura.

Amina è rimasta vedova ancora giovane con tre bambini da crescere. Il suo unico sostegno è Hashem, legatissimo alla nipotina più piccola, un po’ dispettosa e vivace come tutti i bambini, ma tanto, tanto sensibile…

Un brutto giorno, però, anche Hashem  le lascia improvvisamente. Sara, che ha solo sei anni ma le idee già molto chiare nella sua testa di bambina, non vuole rinunciare a salutare per un’ultima volta quel nonno che le ha fatto da padre. Proprio non ci sta a seguire delle regole che le vietano di stare per l’ultima volta accanto alla persona a cui, dopo la mamma, ha voluto più bene, al suo amico, confidente e compagno di giochi.

Tale è la sua determinazione che è pronta a sfidare le regole religiose della tradizione islamica , soprattutto il divieto assoluto alle donne anche solo di sfiorare un defunto maschio. Perciò, quando le viene proibita la veglia, aspetta. Poi, a notte fonda, “quando tutti dormono”, si sdraia accanto al suo caro nonnino, come faceva ogni sera, gli racconta la sua giornata e passa un’ultima notte fra le sue braccia. E’ un momento particolarmente emozionante, perché mostra la perseveranza di una bambina nell’amore, la sua caparbietà nell’infrangere leggi incomprensibili, la lucidità nel capire che niente può né deve ostacolare i sentimenti. E, se succede, certi divieti si possono e si devono infrangere, soprattutto quanto sono inspiegabili al cuore. La piccola Sara, unica presenza femminile a salutare Hashem, è la rappresentazione della donna di domani, la speranza di un futuro diverso, certamente migliore.

La Regista

Maryam Touzani nasce nel 1980 a Tangeri, in Marocco, città nella quale trascorre l’infanzia. Dopo essersi laureata alla London University ritorna in Marocco e inizia a lavorare come giornalista, specializzandosi in cinema. Quand ils dorment è il suo primo cortometraggio.

Scheda tecnica

Marocco, 2012
Titolo originale: Quand ils dorment
Regia e Sceneggiatura: Maryam Touzani
Cast: Nouhaila Ben Moumou, Mohamed Achab, Fatima-Ezzahra El Jouhari, Oussama Kaychouri, Naima Louadni, Abdesalam Bounouacha
Durata: 18’

Safi, the Little Mother

By Jean

Safi la petite mère

Safi la petite mère

Safi, otto anni, vive in un villaggio del Burkina Faso, perduto nella polvere rossa del Sahel. Un giorno, all’improvviso, tutto per lei cambia tragicamente. La mamma muore di parto dando alla luce un fratellino e le antiche superstizioni tribali riemergono minacciose, poiché la tradizione vuole che anche il bimbo venga eliminato per allontanare il malocchio. Riti la cui origine si perde nella notte I tempi e contro i quali non riescono a vincere il buon senso e la pietà umana. Safi, però, con la forza della sua innocenza scevra di pregiudizi, riesce fortunosamente a salvare il bimbo e fugge verso la città, che non ha mai visto, per trovare in qualche modo riparo alla crudeltà degli adulti. Un ambiente nuovo, una situazione durissima per una bimba di otto anni con un neonato appeso alla schiena… Curiosità e paura, coraggio e timidezza, stanchezza e determinazione: tanti stati d’animo contrastanti convivono nella piccola madre. Poi come per miracolo, il destino cambia per i due bambini: dopo aver conosciuto la stolidità di chi accetta passivamente retaggi crudeli perché imposti dalla tradizione, scopriranno anche la forza miracolosa della solidarietà. Non solo Safi troverà una nuova famiglia, ma nel microcosmo del mercato incontrerà anche tante straordinarie mamme pronte ad allattare il suo fratellino.

Safi, la Piccola Madre è un cortometraggio di fiction che intende raccontare un aspetto di un paese, il Burkina Faso, ricco di diverse tradizioni culturali. Ognuna delle circa 70 etnie che lo compongono possiede un patrimonio antichissimo di usanze, arti, rituali ma anche un retaggio di superstizioni che fanno ancora oggi sentire il loro peso nella vita quotidiana. È comunque dalla conoscenza e dall’integrazione delle diverse popolazioni che il Burkina ha saputo trovare la sua coesione. Il film vuole essere un piccolo contributo a questo processo di scoperta reciproca.

Così spiega il regista: “Per scrivere questa sceneggiatura ho preso spunto da una vicenda realmente accaduta. Presso le popolazioni di etnea Samou vige l’usanza di uccidere i bambini nati dalle donne morte di parto per allontanare dalla comunità il malocchio (carestie, epidemie,  siccità, morti ingiustificate). Nel mio film ho voluto mescolare liberamente gli aspetti delle diverse culture: per la parte rurale ho scelto un villaggio di etnia Gourounsi, con la ricchezza della sua architettura Kasséna, nota in tutto il mondo per le affascinanti case color ocra, dipinte dalle donne del posto secondo disegni simbolici tramandati da secoli. Anche durante la cerimonia funebre per la donna morta di parto vediamo alternarsi le diverse tradizioni del paese con i vari rituali che la animano. Ci sono i cacciatori Bobò, con i particolari fucili che riescono quasi miracolosamente a far sparare riempiendoli solo di acqua e sabbia; i fabbri stregoni incaricati in tutte le etnie di fronteggiare gli spiriti malvagi; gli uomini mascherati che entrano ballando in maniera forsennata, in trance, posseduti dagli spiriti invisibili della foresta.” 

Scheda tecnica

Francia –  Italia – Burkina Faso, 2004
Versione originale: mooré, francese, sottotitolato italiano
Regia: Rasò Ganemtoré
Durata: 29’

By Jean

Secchi

Secchi

Questa è la storia di Gianenzo. Undici anni appena compiuti, diciotto centimetri di altezza. Primo classificato nazionale juniores di: scacchi, disegno, canto, solfeggio, aritmetica, pianoforte e chimica. Il tutto a pari merito con i suoi acerrimi nemici,  si intende. Lui, che fino al terzo anno di asilo era stato il reginetto della classe, si ritrova da ormai cinque anni a combattere contro due colossi della sua portata: la magnetica Luigifausta e l’imperturbabile Pancraziomaria. L’esame di quinta elementare è alle porte e nessuno dei tre sembra intenzionato a cedere. Chi si aggiudicherà il primo posto sul podio dei Secchioni di classe?

Così racconta il regista, Edo Natoli: “Un anno e mezzo fa ho capito che era arrivato il momento di provare a mettere in pratica quello che ho imparato sui set. Ho deciso di provare a far vivere una storia che ho scritto. Non ho cercato finanziamenti, ho creato i miei protagonisti e, per la gioia di mia madre, ho trasformato il salotto di casa in un mini teatro di posa. Pensavo: e che ci vorrà? Tranquilla mamma, un paio di settimane e rimetto tutto apposto… Un anno e mezzo di delirio casalingo. Secchi è un cortometraggio in stop motion a costo zero nato grazie alla generosità di amici e parenti che in un anno e mezzo di lavoro costante mi hanno aiutato con entusiasmo e voglia di dare il massimo ricevendo nient’altro che la mia più profonda gratitudine”.

Edo Natoli si può definire un enfant prodige: nato a Roma nel 1983, a 13 anni debutta al teatro Argentina con Il borghese gentiluomo di Molière, seguono negli anni successivi collaborazioni e spettacoli in teatri nazionali e stranieri. Recita in diverse serie televisive tra cui Raccontami. Nel 2010 è uno dei protagonisti nel film di Mario Martone, Noi credevamo. L’anno seguente lavora nell’esordio teatrale di Paolo Virzì, Se non ci sono altre domande. Nel 2012 fa parte del cast di Troppo amore (Liliana Cavani) e di Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana). Nello stesso anno è protagonista in teatro con L’amavo più della sua vita (Cristina Comencini). Dal 2006 collabora come assistente alla regia per spot, videoclip e film di Gabriele Muccino, Maria Sole Tognazzi, Paolo Virzì e Luca Guadagnino. Nel 2012 firma la co-regia con Paolo Briguglia della trasposizione teatrale del libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.

Una sorridente curiosità: per la produzione, nei credits si cita una fantomatica “chi fa da sé fa per tre production”, che ovviamente non esiste… o meglio, si chiama Edo Natoli.

Scheda tecnica

Regia e sceneggiatura: Edo Natoli
Narratore: Pierfrancesco Favino
Stop motion
Italia, 2013
Durata: 12’

The Long Way Down

By Jean

The Long Way Down

The Long Way Down

Se si vuole parlare di razzismo, e condannarlo come è giusto che sia, non è sempre necessario usare toni seri e severi… A volte può bastare un piccolo film, basato su un’idea geniale: quella di inserire nello spazio ristretto di un ascensore i rappresentanti di tutto il mondo, o quasi. Un mondo in miniatura, con i suoi abitanti, i loro pregi, difetti e tratti caratteristici.

A un artista può bastare un ascensore per parlare di uguaglianza e creare un’opera densa di humour e di suspence. Due elementi ideali per colpire la fantasia di qualsiasi spettatore, e raccontare una realtà complicata con un sorriso appena accennato sulle labbra.

Abu Dhabi, 59° piano di un grattacielo. In un corridoio camminano in direzione opposta due eleganti uomini d’affari. Uno dei due, l’arabo Aly, distratto dal telefono e da una tazza di caffè in mano, si scontra con l’occidentale Ed e gli rovescia addosso la bevanda bollente. Ed si infuria, iniziano a rinfacciarsi ogni sorta di luogo comune e infine arrivano alle mani, al punto che deve intervenire una guardia di sicurezza che li spinge nell’ascensore affinché litighino altrove.

Decidono di risolverla “fra uomini”, ma per arrivare nel garage, sede prescelta della scazzottata,  il percorso è lungo, le fermate molte e i bollenti spiriti si raffreddano. Aly fa a Ed una piccola gentilezza, Ed è troppo ben educato per non apprezzare. E mentre iniziano a conoscersi, un atto di comune solidarietà verso un anziano ospite dell’hotel li unisce e ogni ostilità svanisce. Ma nel frattempo, a causa di un errato passa-parola, la squadra di sicurezza del palazzo li scambia per terroristi e durante la discesa, piano dopo piano, la notizia ingigantisce e si fa sempre più seria…

Non si può che apprezzare questo corto, scritto e girato benissimo. I dialoghi serrati e intelligenti giocano divertiti sugli stereotipi nazionali dei vari ospiti che salgono e scendono dall’ascensore: l’indiano paziente e serafico, l’americana cicciona e sguaiata, la ragazzina orientale isterica, la solenne famiglia saudita. Solo alla fine delle riprese il regista egiziano Yasser Howaidy, medico passato ormai da vent’anni al cinema, si è reso conto che fra attori e troupe tecnica avevano partecipato persone di ben 25 Paesi. Un bell’esempio di come i confini a volte servano più ad unire che a dividere.

Il regista

Nato e cresciuto in Egitto, una laurea in medicina, Yasser Howaidy ha abbandonato la professione medica nel 1992 per dedicarsi al cinema, sua grande passione. Assistente regista per diversi documentari, cortometraggi e film per il grande schermo come The Days of Sadat e Il giovane Alessandro Magno, nella sua filmografia più recente spiccano il documentario Story of Lorica e il cortometraggio The Long Way Down, vincitore di numerosi premi, fra cui:
Arab Screen Independent film Festival 2012: Premio Speciale della Giuria
Salento International Film Festival 2013: Premio della Giuria
Festival del Cinema  Africano, Asiatico e America Latina (FCAAL) 2013:  Premio “Il Razzismo è una brutta Storia”
Festival del Cinema  Africano, Asiatico e America Latina (FCAAL) 2013: Premio “ISMU” per il miglior cortometraggio a valore pedagogico

Scheda tecnica

Egitto – Emirati Arabi, 2012
Regia e sceneggiatura di Yasser Howaidy
Cast: Nicolas Forzy, Rohan Vanmala, Rajeev Dalwani, Ghassan Al Katheri, Jamal Iqbal, Iyad Qasem
Durata: 12’

The Present

By Jean

The Present

The Present

Jake passa tutto il suo tempo incollato ai videogiochi. Chiuso nella sua stanza, con le tapparelle abbassate, unica luce lo schermo del monitor, unico sottofondo il rumore della battaglia. Da solo. Senza distinguere il giorno dalla notte. Con il joystick stretto fra le mani e lo sguardo perduto,  come alienato, rapito, distaccato dal mondo. Ma un giorno la sua mamma entra in casa con un regalo per lui. All’inizio il ragazzo non bada a quel pacco, perso com’è a continuare la partita. Poco dopo, però, scopre il suo contenuto. E’ un cane. Un cucciolo a tre zampe. Ma la disabilità non frena il suo entusiasmo e la voglia di giocare. Prova ad attirare l’attenzione di Jake in tutti i modi. Solo che il ragazzo non ne vuole sapere di quella creatura imperfetta e concentra tutta la sua attenzione e il suo tempo sulle perfezione espressa nei videogiochi. Il cagnolino non si perde d’animo e, alla fine, la  sua tenacia viene ricompensata. Il si avvicina al cucciolo, in un gesto finalmente affettuoso. Perché fra loro c’è un’intesa speciale, che non si può nascondere, che unisce. Afferra le sue stampelle e si dirige verso la porta di casa per uscire, per andare a giocare con il nuovo amico.

The present (Il dono) è un cortometraggio di animazione ispirato da un fumetto brasiliano di Fabio Coala e realizzato come tesi da Jacob Frey, uno studente della prestigiosa Scuola di Cinema Bade-Wurtemberg, a Ludwigsbourg in Germania. In quattro minuti, con estrema delicatezza, prova a mettere in discussione il rapporto che ciascuno di noi può avere con il mondo della disabilità.

Malgrado la brevità, non mancano i colpi di scena e le emozioni, che si svelano in modo inaspettato, sottile ma molto coinvolgente. Dalla sceneggiatura fino alla direzione, passando per l’animazione 3d e la musica, tutto funziona alla perfezione, tanto che, rivedendo il film più volte, ad ogni visione emergono sempre nuove sfumature e particolari. Evidentemente anche nell’era della velocità, dei tempi brevi e delle poche parole sui social, si può continuare a pensare, a commuoversi, a farsi toccare il cuore. Infatti, il video condiviso sulla rete sta raccogliendo milioni di visualizzazioni..

Jacob Frey, giovane cineasta tedesco ancora sconosciuto al grande pubblico, ha impostato il suo lavoro sul tema del sociale, nello specifico sull’universo degli handicap. E con quest’opera incantevole colpisce nel segno, conciliando due fragili realtà che troppo presto hanno dovuto confrontarsi con gli ostacoli della vita, insegnando che non bisogna mai arrendersi. E che forse, insieme, si è più forti. Giustamente conteso da più di 180 festival internazionali, questo piccolo capolavoro, definito dai media “un gioiello”, si è aggiudicato 50 premi in Europa, Asia, Stati Uniti e Sudamerica.

Scheda tecnica                                         

Germania, 2014
Regista: Jacob Frey
Musica composta da: Tobias Buerger
Scritto da: Fabio Coala
Sceneggiatura: Jacob Frey
Cast: Quinn Nealy, Samantha Brown
Durata: 4’19”

A royal night out

By Jean

A Royal Night Out

A Royal Night Out

Londra, 8 maggio 1945. È il giorno seguente la sconfitta dei nazisti da parte degli Alleati. Il sovrano britannico Giorgio VI si sta preparando allo storico discorso col quale parlerà al suo popolo via radio, dopo l’annuncio della vittoria da parte di Winston Churchill. Ma non è  l’unico problema che il Re si trova ad affrontare… Infatti, a  Buckingham Palace la famiglia reale si sta confrontando  nel classico conflitto generazionale, reso più difficile dal ruolo che rivestono i suoi membri: le figlie, le principesse Elizabeth (futura regina) e Margaret, vorrebbero strappare ai genitori il permesso di unirsi alla gente che festeggia nelle strade della città, salutando la fine tanto desiderata del conflitto mondiale con musica e danze liberatorie, ma soprattutto con la ritrovata serenità e tanta gioia di vivere e speranza.

La mamma è contraria, ma il padre propone un compromesso, concedendo alle ragazze di recarsi al ballo che si terrà la sera stessa, all’Hotel Ritz. A un patto: la scorta di due guardie reali e il rientro  a casa all’una in punto. Appena arrivate alla festa, però, la ribelle ed esuberante  Margaret, approfittando della confusione, riesce a sfuggire alla sorveglianza e si eclissa, confondendosi con il popolo festoso. La principessa Elizabeth si lancerà disperata alla ricerca della sorella, affrontando avventure che, prima di uscire dal suo nido dorato, non avrebbe mai immaginato…

I particolari

Partendo da una sceneggiatura di Dalton Trumbo, nel 1954 William Wyler raccontò in Vacanze Romane la breve fuga di una principessa che si regalò una pausa dai doveri reali, divertendosi a girare per la città in vespa con un affascinante giornalista e ballare sulle rive del Tevere, per poi rientrare nei ranghi. Sei decenni dopo, l’inglese Julian Jarrold omaggia l’illustre predecessore con una commedia “tutta in una notte”, ipotetico sequel de Il discorso del Re. Nel film di Tom Hooper avevamo infatti lasciato Giorgio VI combattere con la balbuzie per diventare un sovrano di giusta autorevolezza. Avevamo anche fatto la conoscenza delle piccole Elizabeth e Margaret, che però rimanevano in secondo piano. In questo film le ritroviamo cresciute e desiderose di festeggiare, insieme all’intera città di Londra, la fine delle ostilità. Gli appassionati di storia della Corona sanno che la futura regina e sua sorella minore la sera dell’8 maggio 1945 uscirono per davvero, ma si limitarono ad andare al Ritz, scortate da una truppa di ufficiali, e non vissero nessuna rocambolesca avventura. Ma si sa che trasformare la verità per renderla simile a una favola è tra i compiti di un artista… Così nasce questa briosa commedia degli equivoci, intrigante, divertente e sicuramente fiabesca. Tra i suoi pregi, lo stile e l’atmosfera  volutamente retrò, ricostruiti con accuratezza in un’operazione affettuosamente nostalgica. Con lo stesso spirito, il regista sceglie la musica giusta (il jazz), il look perfetto per le due protagoniste (stupende in chiffon rosa) e il ritmo più adatto (sostenuto, con inseguimenti a bordo di autobus o tra folle oceaniche). Ne deriva un senso di gaia confusione che ricorda le commedie sofisticate americane degli anni d’oro, ed esprime la profondità del sollievo dopo il dramma, come sublimazione del dolore di aver perso tante giovani vite. Una sofferenza particolarmente “nelle corde” di Jack, disertore della Royal Air Force che accompagna Elizabeth in cerca della sorella e critica il dorato isolamento dei regnanti, inconsapevoli degli orrori in battaglia. Ma il ragazzo in uniforme, pur consapevole di certi limiti, non sa resistere al fascino della principessa e si lascia travolgere dalla giostra scatenata che, girando sempre più veloce, ci porta ancora più indietro nella storia del cinema, ai tempi delle gag del muto. Situazioni forse superficiali  ma divertenti, in cui l’ingenuità delle sorelle reali (all’epoca di 19 e 14 anni, ma “invecchiate” per le esigenze del racconto) le fa cacciare in guai e pericoli, anche paradossali, da cui puntualmente si salvano. Si ride, ci si incanta davanti alla loro graziosa ingenuità, si spera in risvolti romantici che poi, per forza di cose, in quel periodo non possono ancora concretizzarsi.  Grandioso il cast, brillante ma anche in grado di rivelare nascoste profondità.

Concettualmente lontana da  The Queen, cui è stata accostata, l’opera di Jarrold è infine un atto d’amore nei confronti di Londra, in cui i rigidi inquilini di Buckingham Palace convivono con la  vibrante energia che la città sprigiona e si può avvertire anche nei nostri giorni. Una gioiosa macchina di pace dal sapore vagamente Disneyano, arricchito da una  sensibilità tutta contemporanea, che rende il film scoppiettante e molto gradevole, dal primo all’ultimo fotogramma.

Curiosità

La pellicola prende spunto da un episodio realmente accaduto in gioventù alla Regina Elisabetta che, insieme alla sorella Margareth, partecipò a una festa all’Hotel Ritz nel giorno della Vittoria

Era la loro prima uscita da Buckingham Palace. Entrambe rientrarono dopo la mezzanotte.

Il regista inglese Julian Jarrold è noto per aver già diretto Becoming Jane e Ritorno a Brideshead.

Sarah Gadon è attrice feticcio di Cronenberg.

Jack Reynor è un attore irlandese già visto nel Macbeth con Fassbender..

Rupert Everett veste i panni del re Giorgio VI, sovrano del Regno Unito fino al 1952.

Il film è uscito nelle sale inglesi proprio  l’8 maggio 2015, in occasione del 70º anniversario della vittoria inglese nella seconda guerra mondiale.

Citazioni

Nel film, il messaggio alla Nazione pronunciato da Rupert Everett nei panni di Giorgio VI è lo stesso che recita Colin Firth nella pellicola di Tom Hooper Il discorso del re.

“La mamma ha detto di no.” “Che tipo di no?” “ Assolutamente no in nessunissimo caso. La vita che viviamo non è interamente nostra, lo sai.” “Pensa che andrò a finire su qualche copertina tra le braccia di un marinaio ubriaco?” “ Probabile…”

“Cosa c’è di speciale nell’uscire?” “Non lo sapremo mai se non lo facciamo!”

“Caduti in guerra? Caduti è solo un banale eufemismo.”

“Scarpe fatte a mano? Famiglia benestante?” “ Ce la caviamo.”

“Lascia che ti dica che tutta la mia famiglia ha servito in questa guerra.” “ Sandwich, forse.”

“Avete visto mia sorella? È come me, solo più bella!”

“Mi spiace per i soldi, non è una cosa a cui la mia famiglia pensa.” “ La mia ci pensa di continuo, tocca lavorare per vivere.”

“Un soffio di libertà e si sono volatilizzate…”

“Lei sarà anche un capitano, ma io sono una principessa.”“Mi hai mentito tutta la notte solo perché sei una principessa e sai che puoi ottenere tutto quello che vuoi.” “No, io sono stata solo me stessa nella notte più straordinaria della mia vita.” “ Giusto perché tu lo sappia, mia mamma ha finito i tappeti rossi.”

Scheda tecnica

Regno Unito, 2016
Titolo originale: A Royal night out
Regia: Julian Jarrold
Cast: Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson

Thriller

By Jean

Thriller

Thriller

Possono i sogni di un bambino alleviare i problemi degli adulti? A questa domanda risponde il regista Giuseppe Marco Albano con il suo cortometraggio Thriller.

In una Taranto martoriata dai veleni di quell’acciaio che, nel corso degli anni, ha distrutto l’ambiente ed innumerevoli vite umane, si muove il piccolo Michele (interpretato magistralmente da Danilo Esposito) studente svogliato con un grande sogno: andare in televisione a ballare il moonwalk di Michael Jackson. Ma il suo desiderio si scontra con una realtà ben più seria: il padre e il fratello, che lavorano all’ILVA, proprio il giorno in cui Michele ha un provino a Roma devono prender parte a un’importante mobilitazione in fabbrica. Se nessuno potrà accompagnarlo negli studi televisivi della capitale, il suo sogno sarà destinato a morire.

Il ragazzo però non si perde d’animo. Proprio grazie alla sua passione per Michael Jackson riesce a trasformare agitazioni sociali, lotte per il lavoro e preoccupazioni per la salute dei cittadini, in un mondo immaginario popolato da zombie. E se nel finale del video originale gli zombie erano solo la rappresentazione delle paure della protagonista, questa volta ad interpretare il ruolo dei morti viventi sono proprio i lavoratori delle acciaierie, tristemente consapevoli di essere quotidianamente a rischio di tumore ai polmoni, per colpa di quel mostro chiamato ILVA che ha già ucciso fin troppe volte.

I particolari

Di Taranto e dei suoi problemi d’inquinamento legati all’ILVA se ne è parlato tanto, sia in TV che al cinema e non è mai abbastanza, vista la gravità della situazione. Il regista Giuseppe Marco Albano lo fa però da un punto di vista diverso: quello di un ragazzino che, nonostante le preoccupazioni familiari, continua a credere al suo sogno. Originale la scelta di mescolare scene di vita quotidiana (dal pescatore che si rammarica, alla fabbrica che ha causato così tanti problemi alla città) ad immagini di ballo del giovanissimo interprete, davvero molto bravo.

Rimbalzando tra i desideri della mente di questo giovanissimo visionario, spensierato e divertito, a quelli del padre e dei suoi colleghi, stanchi e combattuti tra la paura di una possibile disoccupazione e il terrore dei tumori provocati dal lavoro in fabbrica, il regista gioca con i generi, trovando il giusto equilibrio fra documentario, dramma e grottesco.

Tante le citazioni sparse lungo la narrazione: dal richiamo al singolo di Jackson, Bad,  a La classe operaia va in paradiso, di Petri, manifesto della lotta operaia, fino alla danza finale tratta da Thriller, indimenticabile videoclip diretto da John Landis.

E straordinariamente efficaci sono le scene del balletto conclusivo di cui sarebbe un peccato svelare i dettagli, rovinando la sorpresa…

Albano trova una chiave nuova e differente per fare luce su un dramma contemporaneo che da anni affligge il meridione, affidando allo sguardo di Michele la speranza verso un futuro più limpido, lontano dal grigiore delle nubi tossiche..

Curiosità

L’inizio del film è parlato “in lingua originale”, cioè in dialetto locale, con i sottotitoli in italiano

Il regista, Giuseppe Marco Albano nasce a Cisternino da padre pugliese e madre lucana, cresce a Bernalda, dove consegue la maturità scientifica ed inizia ad occuparsi di cinema da autodidatta. Successivamente si trasferisce a L’Aquila, dove frequenta l’Accademia internazionale per le arti e le scienze dell’immagine. In seguito frequenta la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Parma.

Tra i suoi lavori, i cortometraggi Il cappellino, presentato in Festival Italiani ed Internazionali, XIE ZI, finalista al Giffoni Film Festival 2010 e tra i finalisti dei Nastri d’Argento 2011, Stand by me, candidato nella cinquina dei David di Donatello 2011 come Miglior Cortometraggio Italiano e vincitore del Nastro d’Argento 2012. Del 2011 è invece il suo primo lungometraggio dal titolo Una domenica notte. Ha anche vinto il Premio Troisi come regista emergente italiano.

Nel 2014 produce, scrive e dirige il cortometraggio Thriller, presentato in prima assoluta al Giffoni Film Festival 2014. Il corto, ambientato interamente a Taranto, riceve oltre 60 riconoscimenti nazionali, fra cui il premio al miglior film corto della 8° edizione del Festival Internazionale del Film Corto “Tulipani Di Seta Nera” 2015, e internazionali, ma soprattutto vince il prestigioso David di Donatello 2015 per il miglior cortometraggio.

Nel 2015 riceve, inoltre, il Premio Rodolfo Valentino come giovane talento del cinema italiano.

Nel 2016 è il direttore artistico dei Soundies Awards, di Casa Sanremo. Il contest, destinato alle case discografiche che partecipano al 66º Festival della Canzone Italiana, diviso in due sezioni (Campioni e Nuove Proposte) premia il miglior videoclip italiano dell’anno tra i brani in concorso.

Scheda tecnica

Italia, 2014
Sceneggiatura e Regia: Giuseppe Marco Albano
Cast: Danilo Esposito, Antonio Gerardi, Anna Ferruzzo, Giuseppe Nardone
Durata: 14′

Tre piccole storie africane

By Jean

Tre piccole storie africane

Tre piccole storie africane

Il cortometraggio si sviluppa in tre episodi di circa cinque minuti ciascuno e, come esplicitato ironicamente nel titolo originale, si pone come strumento educativo per introdurre i bianchi, i toubab, alla cultura africana e, al contempo, come ironica ma profonda provocazione.

Sul piano stilistico, le storie sono molto semplici, rendendo così ancora più immediato il messaggio. Filo conduttore è il tema della relazione interculturale scorretta, basata sull’etnocentrismo. Ogni episodio si presenta come una favola, richiamando così la tradizione orale africana, e come tutte le favole ha una morale, che accomuna i racconti con un filo conduttore che parla di comunicazione, ma soprattutto di comprensione reciproca: ovvero, un’amara lezione su come non ci si dovrebbe comportare nell’incontro con l’altro e “l’altrove”.

Il primo episodio, I bianchi si divertono,  condanna un atteggiamento di superiorità e insensata prepotenza da parte degli occidentali nei confronti di qualcosa che è loro sconosciuto, ovvero le tradizioni antiche e rituali. Un uomo anziano si appresta a celebrare un rito, l’ultimo della sua vita, in quanto sente che la fine è vicina. Emerge il contesto animista che fonda un legame indissolubile tra la terra e il cielo, il finito e l’infinito, i vivi e gli antenati, la vita e la morte, l’individuo e la sua comunità di appartenenza. L’uomo, ancora cosciente di sé, si prepara ad accettare il momento del passaggio estremo, e attraverso una celebrazione di purificazione conferma la propria fede nel Grande Spirito e il personale impegno per il bene sociale e la pace. Dall’intimità dell’anima, nel buio del raccoglimento e della notte, dalla capanna si eleva, con la voce fuori campo, la semplice preghiera del protagonista e la scena si apre piano piano alla luce, attraversa il villaggio, si solleva da terra fino ad arrivare nel cielo limpido e pacato. Non a caso la preghiera termina con un’invocazione alla pace. Poi lo sguardo cinematografico si sposta sugli occhi e sul viso, segnati dall’età e dal tempo, dell’uomo. Immaginiamo che attraverso il sacrificio della capretta che  sta per acquistare utilizzando tutti i suoi averi, simboleggiati dai cauri, tradizionali conchiglie africane, intenda invocare un trapasso sereno. Un rito che elabora la paura della morte sia per chi vi si prepara sia per coloro che vi assistono. Ma la cerimonia non avrà luogo e la favola ci spiega con amarezza il perché. Gli occhi fissi del vecchio in primissimo piano, nella sequenza finale,  riflettono l’impossibilità di dare continuità a una tradizione, lo sgomento per una azione violenta e ingiusta, il rammarico per non aver da dire nulla ai bambini che assistono alla scena, la delusione per uno scontro arbitrario fatto quasi per gioco da persone prepotenti,  che continuano la loro corsa, incuranti del disastro che hanno creato. In questo episodio è ben rappresentata la distanza tra due culture, anche in seno alla spiritualità e alla concezione della vita. Diversi percorsi di riflessione sono tracciati dagli altri due episodi: in Buona fortuna Trophy, viene simpaticamente riproposto il convenzionale differente modo di intendere e vivere il tempo per gli occidentali e gli africani. I primi come i maratoneti sempre e dovunque frettolosi e dinamici, gli altri, al pari dei massi rocciosi, rilassati e stabili. I figli del giaguaro richiama infine, in modo forse più diretto,  il legame con le tradizionali favole africane che spesso hanno per protagonisti gli animali, con tutti i pregi, i vizi e difetti umani. L’episodio condanna l’atteggiamento spregiudicato di alcuni speculatori occidentali che tentano di appropriarsi, seppur temporaneamente, delle proprietà altrui, pensando di poter ripagare il prestito con qualche paccottiglia di seconda mano.

Scheda tecnica

Costa d’Avorio – Francia, 1999
Lingua originale francese con sottotitoli italiani
Titolo originale: Trois fables a l’usage des blancs en Afrique
Regia: Luis Marquès, Claude Gnakouri
Cast: Wayata Sora, Mathurin Nahounou, Arnaud Gallibert, Soro Solo
Durata: 17’                  

La pelote de laine

By Jean

Un gomitolo di lana

Un gomitolo di lana

La violenza sulle donne è senza dubbio un tema doloroso per chiunque abbia un minimo di coscienza sociale. Sono anni che l’Occidente si batte e lotta contro questa piaga, la peggior forma di vigliaccheria che si possa esercitare nei confronti di un essere più debole (così come contro i bambini, gli anziani, i disabili e anche gli animali) con campagne di sensibilizzazione ed educazione, leggi più severe e un maggior controllo, cercando di coinvolgere anche il mondo Orientale. Un mondo tradizionalmente chiuso, anche suo malgrado. Perché la violenza non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica, più subdola e sottile, spesso invisibile ma non per questo meno odiosa. Così si esprime chi ha un potere dato dalla prepotenza, a volte dall’ignoranza, e dalla paura di perdere un predominio. E quando si sente minacciato, si “difende” manifestando diffidenza e chiusura, rifiutando il confronto. Coercizioni che vengono esercitate prevalentemente sulle donne, più deboli per ragioni fisiche, culturali e geografiche.

Per fortuna ci sono altre donne, sfuggite alle maglie di questa sottile oppressione, pronte a denunciare con coraggio e anche con ottimismo determinate situazioni ancora in essere.

Riallacciandosi a un filone caro alla cinematografia magrebina, Fatma Zamoum sviluppa in modo originale il tema della condizione della donna musulmana, in bilico tra sottomissione ed emancipazione dal potere maschile. E se in tanti film la denuncia dell’oppressione e del maschilismo viene ricondotta a una lucida accusa all’integralismo politico e religioso, qui i riferimenti all’Islam sono assenti.

La pelote de laine è una storia di coppia, di determinazione, collaborazione e audacia femminile e di paura e insicurezza maschile. Di chiusura mentale, ma anche di allegria e ottimismo.

Fatiha e Mohamed sono algerini immigrati in Francia con i figli, nel 1974. Mentre lui va in fabbrica, lei accudisce la casa e i bambini e  si apre con tante speranze alla nuova realtà. Ma amaramente scopre che non può neanche varcare una porta tenuta chiusa a chiave dal marito, nel timore che possa “perdersi”, andandosene in giro da sola per la città. La severità dello sguardo e il silenzio di Fatiha fanno capire che qualcosa è cambiato in Mohamed, che nella loro terra d’origine le cose andavano diversamente e che la svolta è stata segnata dal loro arrivo in Francia, dall’avere oltrepassato confini culturali altrui. Per Mohamed il sistema di vita occidentale si pone come una minaccia all’integrità del suo equilibrio familiare, anche per colpa della cattiva influenza dei compagni di lavoro. Per Fatiha, invece, è un’opportunità insperata. Pazientemente, la giovane donna aspetta che il marito prenda consapevolezza della loro nuova realtà e ci si adatti, ma chi rifiuta quello che non conosce per paura di perdere il proprio ruolo di potere non può apprezzare i cambiamenti né riconoscerne la positività. Anzi, l’uomo, completamente trascinato da una scontentezza incomprensibile, comincia persino a bere, arrivare a casa tardi ed essere prepotente. Sarà la fantasia a sostenere Fatiha, unita alla voglia di non adeguarsi a schemi mentali irrigiditi. E l’amore ad aiutarla a costruire un rapporto tenero e allegro con il figlio. Gioca, ride, si veste in tuta e trasforma la piccola casa nella banlieau parigina in una dimora degna di essere vissuta. Si inventerà stratagemmi, instaurerà un’amicizia inattesa con una vicina francese, fatta di… gomitoli di lana, comprensione e complicità, e cambierà i colori del suo mondo. Perché l’universo femminile è creativo, pieno di risorse e provvido di solidarietà e alleanze. Quello maschile è pressoché assente, incapace di mediare e foriero di conflittualità.

È questa la provocazione lanciata dalla regista, che può essere utile per rivisitare le tematiche dell’emancipazione femminile e riaprire un discorso di genere su un livello più paritario.

Un discorso ancora difficile in alcuni angoli del Mondo, ma forse qualcosa sta cambiando. Al di lá del contesto algerino, il film fornisce spunti per una destrutturazione degli stereotipi sulla donna musulmana e lancia una speranza sulla formazione delle nuove generazioni. Il futuro infatti è Said, cresciuto tra le maglie del dialogo e della solidarietà.

La regista

Fatma Zohra Zamoum è nata nel 1967 a Bordj-Ménaïel (Algeria), in un villaggio circondato da terre fertili a cinque chilometri dal mare.

Nel 1988, dopo il diploma alla Scuola Superiore di Belle Arti ad Algeri, si trasferisce  a Parigi approfittando  della doppia nazionalità algerina e francese. Nella Ville Lumière si iscrive alla Sorbona, dove nel 1995 consegue una laurea in Studi Cinematografici e Audiovisivi.

Da quel momento in poi la sua vita si divide fra due grandi passioni: il cinema e la pittura. Fino a che il cinema non prende il sopravvento, e Fatma comincia a dedicarsi alla scrittura di sceneggiature per corti e lungometraggi e alla regia di documentari e corti, finora autofinanziati.

Sempre alla ricerca di nuovi stimoli culturali, ha inoltre pubblicato due romanzi, A’ tous ceux qui partent (1999) e Comment j’ai fumé tous mes livres (2004) oltre a diversi saggi sulla pittura

Attualmente insegna Storia dell’Arte all’Università di Marne-la-Vallée.

La Pelote de Laine è il suo primo lavoro “importante”, cui hanno fatto seguito nel 2009 il primo lungometraggio Z’har e nel 2011  Combien tu m’aimes.

Ad oggi, La Pelote de Laine è il suo maggior successo in campo cinematografico, vincitore di premi come:

Montréal International Film Festival 2006: Menzione della Giuria – Categoria Regard sur le Monde

Journées Cinématographiques de Carthage 2006: Tanit d’argent nella sezione cortometraggi

Festival du Film Court Francophone di Vaulx-en-Velin 2007: Premio della stampa

Fespaco 2007: Prix spécial ville de Ouagadougou, Prix Spécial de l’Espoir

Festival Cinema Africano d’Asia e America Latina 2006: Menzione speciale della giuria del concorso cortometraggi africani

Premio CEM-Mondialità/COE al Miglior Cortometraggio

Scheda tecnica

Algeria – Francia, 2006
Titolo originale: La pelote de laine
Regia: Fatma Zohra Zamoum
Cast: Fadila Belkebla, Mohammed Ourdache, Sofiane Ahsis, Louise Danel, Gil Morand et Didier Morvan
Durata: 14’

Vivo e veneto

By Jean

Vivo e veneto

Vivo e veneto

Un ragazzo nero è seduto di fronte a un’officina, il padrone bianco arriva e con un fischio lo fa alzare. Sembra l’inizio di un racconto sulla discriminazione e il razzismo, fin troppo frequenti nella realtà, invece il giovane viene invitato ad entrare e gli viene offerto un lavoro, con la formula “tu hai bisogno, io ho bisogno”, ed è tutt’altra storia.

Una storia che racconta di un biciclettaio padovano e del suo nuovo apprendista africano. Fra loro, l’unico mezzo di comunicazione è il dialetto veneto, usato dall’artigiano per insegnare allo straniero l’arte delle piccole riparazioni. Tra una chiave del dieci scambiata prima per un cacciavite e poi per un pappagallo, proverbi non capiti, inevitabili e buffi equivoci, la convivenza si rivela, come facilmente si può supporre, difficile (anche con l’aiuto di Moliere) ma, in ogni caso, non impossibile. E il dialetto, da apparente elemento di chiusura verso l’altro, diventa invece veicolo d’integrazione grazie a una trama che si snoda fra incomprensioni e situazioni a tratti comiche,  per poi sfociare in un’amicizia. Questi gli ingredienti del cortometraggio Vivo e Veneto,  interpretato dal brillante attore padovano Valerio Mazzucato e da Moses Kibuuka, per la prima volta sullo schermo.

I particolari

Un bianco e un nero in bianco e nero = integrazione.

È proprio questa la missione del corto di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni: spiegare che la voglia di integrazione batte e abbatte tutte le barriere delle diversità, unisce ciò che la società divide, dà dignità e valore all’essere umano.

Per queste e altre motivazioni Vivo e veneto si è aggiudicato il Premio Reset-Dialogues on Civilizations per il dialogo interculturale al Capalbio Internatiol Short Film Festival, una soddisfazione che diventa doppia, considerando che il lavoro di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni è stato scritto, girato e montato in 10 giorni, durante il Workshop Cinema Lab 2013 di Kinocchio, che aveva come tema provocatorio “L’integrazione non fa notizia”. Senza sminuire il valore e la potenza del contenuto, sempre importante e attuale, non si può non mettere in risalto una forma da intenditori di cinema: il bianco e nero, insieme scarno ed elegante, e i dialoghi, semplici ma incisivi, rimandano inevitabilmente a un primo Jim Jarmusch (citazione forse azzardata, ma non esagerata), un po’ scanzonato alla Daunbailò e un po’ surreale, come nella strana coppia di Dead Man.

Come precisano i registi, l’idea di sviluppare il tema dell’integrazione partendo dall’ironia a tratti feroce della terra veneta, è nata dall’osservazione del quotidiano. Per gli stranieri, in molti ambienti di lavoro, l’incapacità di comprendere le regole che vengono impartite è all’ordine del giorno e non è raro che i ritmi di produzione prevedano, senza tante gentilezze, che si debba fare, prima di capire. Ma sono sufficienti piccoli gesti per venirsi incontro e abbattere il pregiudizio.

Così ha dichiarato Francesco Bovo: “Sento sempre più spesso parlare di immigrazione senza controllo e di aumento della criminalità a seguito degli intensi flussi migratori, e più percepisco forme di cattiveria nei confronti della diversità, più mi accorgo di paradossi quasi grotteschi nel considerare l’immigrato. Sento discorsi come: li rispedirei tutti a casa, tranne il mio vicino che è una bravissima persona e mi offre sempre il caffè,  oppure: li rispedirei tutti in Cina ‘sti cinesi, tranne quello del mio baretto di fiducia che mi fa sempre il grappino dopo pranzo. Con questo voglio dire che se tanti si soffermassero anche solo ad ascoltarsi si renderebbero conto di quanto basti veramente poco per smettere di essere razzisti”.

Francesco Bovo (Monselice, 1985) si laurea in Scienze delle Spettacolo e della produzione multimediale al DAMS di Padova. Parallelamente al cinema, si appassiona anche al teatro, lavorando come tecnico luci e audio presso il Teatro delle Maddalene. Tra le sue fonti di ispirazione Stanley Kubrick, Tim Burton e David Fincher.

Alessandro Pittoni (Padova, 1984) si laurea in Economia presso l’Università di Padova. Dal 2011 riveste il ruolo di Responsabile Marketing & Eventi nell’associazione no-profit Cineforum Antonianum, storico filmclub patavino. Attualmente lavora come producer e autore di contenuti video brandizzati.

Scheda tecnica

Italia, 2014
Sceneggiatura e Regia: Francesco Bovo, Alessandro Pittoni
Cast: Valerio Mazzucato, Moses Kibuuka
Durata: 8′

Paulette

By Jean

Paulette

Paulette

In un casermone squallido, nella periferia degradata di una metropoli francese, vive Paulette, un’anziana signora che, rimasta vedova (per combinazione l’11 settembre 2001) fatica a sbarcare il lunario con la sua magra pensione. Con il  marito ha infatti perso anche la brasserie che assicurava a entrambi una vita dignitosa. Amareggiata dagli sgraditi sviluppi di una vecchiaia che immaginava  più serena, si consuma nell’odio: detesta tutto e tutti, ma soprattutto gli immigrati (il suo ex locale è stato rilevato dai cinesi…) e tra loro in particolare quelli di colore. Vive come uno smacco del destino il fatto che due di loro siano capitati proprio nella sua famiglia: il genero Ousmane, detto “sbucciabanane”, e il suo unico nipote Leo, “la scimmietta”, che malgrado i tentativi di farsi voler bene viene sempre maltrattato. In un certo senso, pur avvelenata da un razzismo di bassa lega, milioni di pregiudizi, e soprattutto le tasche vuote, la situazione potrebbe essere anche sopportabile per la politicamente scorretta Paulette, se non le capitasse tra capo e collo l’ennesima sciagura: il pignoramento dei mobili, ma soprattutto dell’adorata televisione. Ormai il fondo è raggiunto. La sua principale preoccupazione diventa studiare un modo per recuperare ciò che le è stato sottratto. E mentre quest’esigenza si fa sempre più impellente, sempre meno le rimorde la coscienza nell’esaminare opzioni poco legali. Ad ispirarla, gli spacciatori del quartiere, che sembra non abbiano problemi di soldi. Carpendo senza ritegno informazioni al genero, che oltre ad essere negro è pure poliziotto, propone i suoi servigi a Vito, il boss locale: perché non utilizzarla come insospettabile pusher? Dopo la prima reazione, ovviamente negativa, Vito si lascia convincere. Ed ecco Paulette, col suo cesto in paglia da brava massaia, proporre “roba” per la strada, dapprima goffa poi sempre più spigliata. Difatti, gli affari vanno a gonfie vele e il boss la rifornisce sempre più spesso e abbondantemente. Quel  “lavoro straordinario” la distoglie dalle solite attività al centro anziani e le amiche iniziano a sospettare qualcosa di strano dietro la sua ritrovata brillantezza economica.

Quando, per colpa di Leo, un po’ di hashish finisce nell’impasto di una torta, Paulette scopre un universo… e, come pasticciera di lunga esperienza, non ha problemi a scoprire e proporre agli entusiasti consumatori sempre nuove ricette. Inoltre, lavorando in casa, non si espone più alle violente vendette dei “colleghi”, che hanno visto calare vertiginosamente gli incassi a causa sua. Non potendo più tacere sulla nuova attività con le  tre migliori amiche, invece che rimproveri trova un’inattesa complicità. A tutti, come appare evidente, piace il facile guadagno. Nell’ambiente,  la pasticceria casalinga di Paulette inizia ad essere sulla bocca di tutti, tanto da arrivare alle orecchie di Taras, il capo di Vito, che le propone di vendere i suoi dolcetti alle scuole primarie.

Ma la vecchia bisbetica senza scrupoli di poco tempo prima non esiste più: nel frattempo ha fatto pace col nipotino, che le ha salvato fortunosamente la vita. Il rifiuto non resterà impunito. Mentre con le amiche e Leo si concede un lussuoso week end al mare, gli sgherri di Taras le devastano la casa e, al loro ritorno, rapiscono il bambino. La paura dura poco: la banda viene sgominata dalla polizia grazie alle indagini di Ousmane, che aveva intuito qualcosa di losco dietro alle stranezze della suocera. Tutto è cambiato, per Paulette, che archivia pregiudizi e intolleranza diventando lei stessa migrante: con tutto il suo gruppo di lavoro parte infatti per l’Olanda, dove spopolerà con una nuova, elegante pasticceria Coffee Shop.

I particolari

Ispirato a un episodio di cronaca, il film affronta i problemi di convivenza e sopravvivenza in una multietnica banlieue attraverso il ritratto ironico della sgarbata  e  xenofoba Paulette, il contrario della nonnina comme il faut. Viene subito in mente il paragone con L’erba di Grace, di Nigel Cole,  ma le due eroine non si somigliano affatto: quanto la britannica ha classe e fascino, leggerezza e sex appeal, la francese ha un brutto carattere, è poco attraente e ancor meno simpatica. Eppure… piace.

Sviluppata dal regista Enrico con alcuni allievi del corso di sceneggiatura, questa commedia sulla precarietà dei valori ruota attorno alla protagonista burbera e incattivita, pronta a gettarsi nella criminalità per non rinunciare alla dignità. La incarna in modo straordinario Bernadette Lafont, già scelta per ruoli impegnativi  da Truffaut, Miller e Chabrol tra gli altri. L’attrice, al suo ultimo lavoro, giganteggia tra i compagni di cast, compresa la grande Carmen Maura, icona di Pedro Almodovar.

Divertente, a tratti comico, con un sottofondo amaro, il  film cala una vicenda improbabile in un contesto del tutto verosimile, ironizzando su disagi e difficoltà del tirare a campare ma senza sconfinare in territori troppi scomodi.  Un filo di coraggio in più avrebbe trasformato una simpatica Black Comedy  in qualcosa di memorabile. La scelta di non andare  oltre si palesa con un fiabesco happy end, pur senza tradire del tutto la denuncia sociale sulla condizione degli anziani, la solitudine, l’impoverimento economico ed affettivo. Ma Nonna Spinello,  come viene chiamata dai  clienti Paulette, è solo per amore e ragionevolezza che rientra nei ranghi. in fondo, non è così disdicevole che in una storia hashish e vecchi merletti  prevalgano alla fine i buoni sentimenti. Quasi tutti…

Curiosità

Il film è il risultato del corso di sceneggiatura e scrittura  tenuto da Jérôme Enrico, presso l’ESEC, una scuola di cinema francese. L’idea di base, sviluppata durante un laboratorio di scrittura, appartiene alla studentessa Bianca Olsen che, insieme ai colleghi Laurie Aubenal e Cyril Rambour, ha lavorato per un anno alla storia (in parte vera) di una vecchia signora che, vivendo in una grande città, si lancia nel commercio della cannabis per riuscire ad arrivare a fine mese, supportata da un gruppo di amiche di età compresa tra i 60 e gli 80 anni.

Modello di riferimento di Enrico e degli sceneggiatori è la commedia sociale italiana del secondo dopoguerra, con qualche spunto che ricorda il cinema di Ken Loach.

Il nome di Bernadette Lafont è legato soprattutto alla Nouvelle Vague e a registi come François Truffaut, Claude Chabrol e Jean Eustache. All’età di 74 anni, accetta di interpretare un personaggio che nasconde la cordialità e la gentilezza dietro la scontrosità di chi sa di non aver più nulla da perdere. Accanto a lei, si muovono un gruppo di giovani attori professionisti, con in testa Paco Boublard, impegnati a interpretare i membri della banda di spacciatori di città, e un trio di attrici dalla consolidata carriera come Françoise Bertin, Dominique Lavanant e Carmen Maura (fino alla fine in predicato per la parte di Paulette), prestatesi a rivestire i panni delle componenti della “banda”.. André Peverne interpreta invece la parte di Walter, un tombeur dotato di una certa classe e di un certo fascino e la cui divertente presenza permette di raccontare al meglio la trasformazione fisica e morale di Paulette. Per il personaggio di Walter, il regista Jérôme Enrico non ha fatto mistero di essersi ispirato a un suo zio.

Parlando di film che coinvolgono anziane signore sopra le righe, a Marianne Faithful era andata paradossalmente meglio: in Irina Palm scopriva “il talento di una donna inglese” riciclandosi in una professione ben più umiliante, ma per un fine nobile come salvare la vita a suo nipote.

Citazioni

“Signora, qual è il suo nome?” “Alzheimer”

“Nonna, perché non mi vuoi bene?” “Perché sei negro!”

Scheda tecnica

Francia, 2012
Regia: Jérôme Enrico
Cast: Bernadette Lafonte, Carmen Maura, André Penvern, Dominique Lavanant

The Crow's Egg

By Jean

Crow’s egg

The Crow’s egg

India. Chennai. Due fratellini, “Piccolo Uovo di Corvo” e “Grande Uovo di Corvo”, (per la loro passione di rubare e poi mangiare le uova dai nidi dei corvi) vivono in una bidonville con la madre e la nonna e contribuiscono alla sopravvivenza della famiglia raccogliendo il carbone che cade dai treni merci. L’arrivo di un televisore (regalato dal governo ai proprietari di una carta annonaria che vivono sotto la soglia di povertà) nella loro baracca stravolge la vita dei ragazzi. Ancora di più la visione dello spot di una pizza, che li spingerà a iniziare una singolare avventura con un unico obiettivo: mangiare la pizza tanto pubblicizzata da un popolare attore, dannatamente costosa per le loro inesistenti finanze.

I particolari

Questo primo lungometraggio del giovane regista Tamil, parla dell’India degli slums. Si tratta di quartieri della periferia metropolitana, particolarmente poveri, costituiti da abitazioni misere e fatiscenti. Molti romanzi di Dickens, per fare un esempio, sono ambientati negli slums  di Londra.

Racconta della miriade di persone che ci vivono, anzi sopravvivono, affrontando  enormi difficoltà  tutti i giorni, bambini compresi. Per ognuno è una sfida continua, sempre differente, per non soccombere all’amara sorte che sembra segnata. I due piccoli protagonisti del film, facendosi chiamare “Grande Uovo di Corvo” e “Piccolo Uovo di Corvo”, nonostante la madre non lo accetti, affermano con testardaggine la loro giovane presunta identità. Ci dicono fin da subito che esiste la realtà, quella vera, ma esiste anche una realtà diversa, quella del possibile, per la quale vale la pena di lavorare e faticare, nel vero senso della parola.

Il film si apre su un interno, con il risveglio del più piccolo che bagna il letto nella sua casupola di cemento e latta,  a sottolineare un’identità di bambino come tanti, con le paure e il confronto con la crescita, calata in una situazione di estrema difficoltà economica e familiare: il padre in carcere e la severità della madre, stremata dagli sforzi per dare da mangiare  ai suoi figli e all’anziana suocera.

Poi la macchina da presa fugge all’esterno, inseguendo i due ragazzini nel loro girovagare per la baraccopoli e svolgere quel lavoretto che sostituisce la scuola troppo costosa. In un ambiente sporco, duro, ostile, incontrano i loro pari, piccoli e grandi, tutti impegnati ad inventarsi un modo per andare avanti. Il loro habitat è uno  spazio esteso ma ben delimitato, chiuso da cancelli, barriere fisiche ma ancor più barriere mentali e sociali, spesso inquadrato dall’alto a mostrarcene la finitezza. Al di fuori, il mondo dei privilegiati, per esempio il ragazzino ricco che incontrano continuamente, limitandosi a guardarlo attraverso le inferriate o scambiare qualche parola, senza entrare veramente in contatto. Per i due fratelli più che una forma di relazione diventa fonte di invidia e sconforto, ma anche di stimolo, per avvicinarsi con mille stratagemmi al loro obbiettivo: comprarsi una pizza.

Perché anche nella loro casa è arrivata la tv, con il suo mondo di bellezze e bontà irraggiungibili, come l’apertura di una pizzeria proprio al confine della loro baraccopoli: un locale bello, pulito e impossibile.

Quella pizza tanto desiderata finisce per incarnare il desiderio assoluto, ma anche il bene e il male di un mondo globalizzato, che si presenta uguale per tutti e democratico, ma invece sa solo amplificare le distanze tra ricchi e poveri, quando non si macchia di strumentalizzazione politica e corruzione. O di semplice ma violenta emarginazione, terribile nella sua banalità.

Il regista non prende posizione di fronte alla spiacevole vicenda di cui diventano protagonisti i ragazzini ma, senza cadere nel moralismo o nel didascalico, si mette semplicemente nei loro panni, guardando questo mondo brutto e cattivo con i loro occhi ingenui, sì, ma capaci di riconoscere ciò che è buono e giusto. E regalando loro, dopo fatiche e dispiaceri, un meritato happy end. 

Curiosità

Il regista Manikandan nasce nel 1982 in un piccolo villaggio nello stato Tamil Nadu, a Chennai, in India. Proprio dove si svolge il film, insomma. Si laurea in ingegneria automobilistica, ma presto si rende conto che la sua vera passione è il cinema. Firma il cortometraggio d’esordio, Wind, nel 2010. Crow’s Egg è il suo primo  lungometraggio.

Il popolare attore indiano Silambarasan, detto Simbu, ha accettato di prendere parte al film in un cameo in cui interpreta se stesso. Partecipa alle riprese anche un altro attore molto noto in India, Babu Antony. I due giovani protagonisti sono invece esordienti.

Il film fu selezionato per essere proiettato al 39º Toronto International Film Festival, ed ebbe la sua prima mondiale nel settembre 2014, ricevendo una standing ovation. Ma l’apprezzamento per l’opera prima di questo ex fotografo di matrimoni è stato universale, per la sua saggia e piacevole leggerezza nell’affrontare un tema così difficile, la sua brillantezza, la sensibilità e l’intelligenza.

Non raccolse solo il beneplacito della critica, ma anche il gradimento del pubblico, che lo fece diventare campioni d’incassi al botteghino.

Premi e riconoscimenti

Premio Atalanta – Bergamasca Calcio e Unigasket nell’ambito del Festival del Cinema Africano, dell’Asia e America Latina 2015, organizzato a Milano dall’associazione Centro Orientamento Educativo.
Premio della Giuria al Festival Regard du Monde di Rouen.

Scheda tecnica

India, 2014
Titolo originale: Kaaka Muttai
Lingua originale Tamil, con sottotitoli in italiano
Regia: M. Manikandan
Cast: Ramesh, J. Vignesh

Mascarades

By Jean

Mascarades

Mascarades

La provincia algerina è abitata da gente capace di vivere intensamente, affrontare i problemi e fronteggiare i divertenti malintesi della sorte. È il mondo descritto dal regista Lyes Salèm in Mascarades.

Siamo in un piccolo villaggio dell’altopiano dell’Aurès, in Algeria, in cui gli  abitanti si scambiano sentimenti di solidarietà e invidia, così come accade in tutte le piccole comunità.

Mounir Mekbek è un uomo orgoglioso e sicuro di sé. Il suo sogno è essere apprezzato dai concittadini per ciò che vale. E’ anche molto attento alle apparenze, minacciate dall’unico neo della sua famiglia: Rym, la sorella narcolettica che si addormenta all’improvviso, scatenando l’ilarità e l’imbarazzo dei presenti. La ragazza è bella, ma per questo suo “difetto” fatica a trovare un aspirante marito. Anzi, a detta di tutti in paese, è destinata a restare zitella. Invece, di lei è innamorato e ricambiato Orgueilleux, il migliore amico di Mounir. Ma quest’ultimo, che con l’amico forma una bella coppia di fannulloni, ha altre aspirazioni per la ragazza. Vuole tacitare i sarcasmi dei paesani trovandole un marito benestante, possibilmente straniero. E’ disperato per la sua malattia, tanto da affermare che, se servisse a farla guarire, sarebbe persino disposto a mangiare un maiale.

Una notte, tornando dalla città ubriaco, Mounir annuncia che un ricco uomo d’affari straniero ha chiesto la mano di Nym. La clamorosa (e fantasiosa) notizia si diffonde in fretta, trasformando lui e la sua famiglia nell’oggetto delle gelosie e dei pettegolezzi di un intero paese.

Per non sfigurare, Mounir deve tener fede alla sua dichiarazione e comincia i preparativi per il matrimonio…

I particolari

Il racconto cinematografico analizza il rapporto tra un piccolo villaggio e il resto del mondo. Si conoscono gli abitanti attraverso un personaggio che non si vede mai, e si nota come a volte la relazione con il mondo esterno possa diventare profondamente immaginativa.

La scelta della malattia di Rym, la narcolessia, serve a rappresentare l’intera Algeria, ritratta come un Paese addormentato. In questa chiave di lettura la figura di Orgueilleux, l’innamorato di Rym, diventa un personaggio simbolo del rinnovamento di questa Algeria che sogna (come succede spesso ai narcolettici), e vive con passione (il suo amore per  la fidanzata) impegnandosi a suo modo a uscire da una situazione di immobilità (rappresentata dal viaggio). La narcolessia è forse la metafora più pertinente con l’idea che il regista ha dell’Algeria di oggi: vivace, intelligente, con molti sogni in testa,che non riesce a realizzare perché si addormenta.

Divertente l’episodio del goffo tentativo di trarre vantaggio da un equivoco nato dalla voce di Rym: è fidanzata con un australiano, anzi no con un canadese, anzi no con uno svedese. La leggenda di essere la futura sposa di un pretendente bellissimo si ingrandisce e come tutte le bugie si stravolge durante il passaparola: “so solo che alloggia in un hotel quattro stelle, quindi deve essere ricco”, dice uno del paese. Eppure la soluzione è semplice. Rym può guarire solo con la medicina universale: l’amore.

Perché nonostante le differenze, le difficoltà, gli inganni, la povertà, lo stesso Mounir è felice e ama la moglie follemente. Segno d’amore sono, ad esempio, i loro balletti metaforici quando sono arrabbiati, oppure quando si tirano asciugamani e coperte. E’ la dimostrazione dell’importanza del matrimonio, sia quello felice di Mounir, sia quello che sarà altrettanto gioioso della sorella col suo amato Orgueilleux.

Il film è allegro, divertente, calzante, mai spiazzante. Unisce la modernità alla tradizione. Il regista riesce a muovere gli attori e le comparse con un ritmo perfetto. Utilizza l’ironia per legare i personaggi fra loro, e una fotografia solare fa risaltare la vivacità dei caratteri.

Curiosità

Il film è stato girato interamente in Algeria, a sud-est di Algeri, prima che inizi il deserto. “Ho scelto questo posto” ha dichiarato il regista, “perché volevo che il film ricordasse almeno un po’ un regista italiano che amo molto: Sergio Leone”.

Nell’idea originaria, la storia si doveva svolgere in una giornata, con una trama semplice: un uomo vuol far sposare la sorella a un fidanzato inesistente. Lavorando alla sceneggiatura, le cose si sono evolute.

Il regista ha scelto il titola Mascarades perché riflette la vicenda del protagonista, Mounir, e di tutti gli altri abitanti del villaggio, che accolgono la finzione e stanno al gioco.

Ma il termine Mascarades (Mascherate) evoca da una parte finzione e divertimento, dall’altra la serietà e persino la gravità che celano. In effetti il film richiama entrambi gli aspetti: l’allegra commedia ma anche una pungente satira della società.

Spiega il regista: “Essendo legato al teatro, ne traggo ispirazione per il mio lavoro nel cinema. Ad esempioil Coro, nella tragedia greca, era un personaggio a pieno titolo, rappresentava la voce del popolo end era in grado di trarre degli insegnamenti da ciò che avveniva nella vicenda. Ho cercato di realizzare lo stesso effetto in questo film con la musica, collaborando con l’autore della colonna sonora in questa logica. La musica conosce Mounir e le sue vicissitudini, e sa anche come andrà a finire. Allegra, frizzante, ma non sottolinea mai l’umore del personaggio perché interviene un tempo prima, anticipando ciò che accadrà”.

Il film è stato accolto molto bene in Algeria e in molti Paese Arabi, dal pubblico e dalla stampa.

Lyes Salem è nato nel 1973 in Algeria. Attore teatrale, televisivo e cinematografico, ha studiato Lettere Moderne alla Sorbona.

Premi e riconoscimenti

Festival di Namur 2008, Premio del Pubblico e della Giuria Giovani; Festival del Cinema Francofono di Angoulême 2008, Gran Premio della Giuria; Dubai Film Festivl 2008, Premio Muhr per il miglior film arabo, Premio Fipresci; Fespaco 2009, Terzo Premio Lungometraggio Etalon de Bronze.

Scheda tecnica

Algeria – Francia, 2008
Versione originale: arabo, francese con sottotitoli in italiano
Regia: Lyes Salem
Cast: Lyes Salem, Sarah Reguleg, Mohamed Bouchaib, Rym Takoucht
Durata: 92’

Africa United

By Jean

Africa United

Africa United

Il mondiale di calcio è stato un grande evento sportivo, mediatico e politico, che ha travolto e infiammato il continente africano, coinvolgendo ovviamente anche il cinema, di finzione e non. Pochi mesi dopo la fine del mondiale, il film della regista esordiente inglese Debs Gardner-Paterson, Africa United  ha conconquistato il pubblico dell’ultimo festival di Toronto, tanto che la proiezione si è conclusa con una standing ovation. Un bel successo, per questa coproduzione anglorwandese, che racconta la storia di cinque bambini e dei loro sogni, girato tra Rwanda, Sudafrica e Burundi. Un paese, quest’ultimo, praticamente ignorato fino a questo momento dall’industria cinematografica. .

Africa United inizia in Rwanda, dove la madre della regista è cresciuta. Dudu, un bambino orfano dell’aids, prepara un pallone con un preservativo, una busta di plastica e uno spago. Fabrice, una promessa del calcio appartenente alla classe media, è amico di Dudu e della sua sorellina Beatrice che sogna di diventare un medico. Un giorno Fabrice è notato da un talent scout in cerca di giovani calciatori per rappresentare l’Africa alla cerimonia inaugurale dei mondiali a Johannesburg. Il talent scout gli dice di presentarsi per un’audizione a Kigali, la capitala rwuandese. Dudu e Beatrice decidono di partire con Fabrice alla volta del Sudafrica e del sogno della World Cup, ma salgono sull’autobus sbagliato e non arrivano a Kigali: da questo momento inizia la loro avventura attraverso l’Africa. Un viaggio lungo e affascinante che li porterà ad ampliare il loro team con l’aggiunta di altri due membri, Celeste, una giovane prostituta, e George, un ex bambino soldato scappato dalla Repubblica Democratica del Congo.

I particolari

Africa United, che è il nome scelto dai ragazzi per la loro squadra, è un road movie nel quale elementi fiabeschi si mescolano all’estremo realismo di alcune situazioni e non a caso l’avventura dei bambini viene riletta e poi raccontata da Dudu alla sorellina Beatrice e a tutti i loro amici: una storia nella storia che la Gardner-Paterson ha scelto di mettere in scena con una tecnica d’animazione che aiutasse lo spettatore ad identificarsi con lo sguardo di Dudu sul mondo. I cinque protagonisti rappresentano ognuno l’archetipo di un aspetto o di un problema che caratterizzano il continente africano, ancora difficile da decifrare e in continua evoluzione: Dudu e la piccola Beatrice incarnano il dramma dell’HIV, Celeste rappresenta la piaga della prostituzione minorile, George è l’esempio di un’altra realtà violenta, quella dei bambini soldato e infine c’è Fabrice che sogna di diventare calciatore e che viene da una famiglia agiata, può studiare e possiede un cellulare.

Dudu, Fabrice, Beatrice, George e Celeste attraversano sette paesi africani e compiono un viaggio quasi impossibile, durante il quale superano ostacoli, si scontrano con il mondo corrotto degli adulti, si dividono, imparano a conoscersi e uniscono le loro speranze allo scopo di realizzare un sogno. Africa United è una fiaba nella quale gli orchi e i draghi sono rappresentati dal mondo degli adulti mentre i bambini rappresentano la speranza per un futuro migliore. Una soluzione didascalica che riesce comunque a coinvolgere e commuovere anche grazie all’interpretazione dei piccoli attori non professionisti e in particolare al volto espressivo e accattivante del giovanissimo Eriya Ndayambaje che interpreta Dudu.

Scheda tecnica

Gran Bretagna- Rwanda, 2010
Titolo originale: The World Cup
Regia: Deborah ’Debs’ Gardner-Paterson
Cast: Emmanuel Jal, Eriya Ndayambaje, Roger Nsengiyumva, Sanyu Joanita Kintu, Sherrie Silver
Durata: 88’

Il mistero del gatto trafitto

By Jean

Il mistero del gatto trafitto

Il mistero del gatto trafitto

L’ingenuo mammone Clinton vive una rassicurante quotidianità fatta di routine, in una sorta di perenne adolescenza. Vende giocattoli davanti a casa, accudito in tutto e per tutto e completamente dipendente dalla madre, ironicamente consapevole della sua “diversità” tanto da non dare peso a certe sue pretese infantili. Clinton si è adagiato serenamente nella mancanza di autonomia, compensato dal legame profondo con il suo gattone grigio, un anziano certosino di nome Moisey, davanti al quale tutto il resto perde importanza. Si può quindi immaginare lo choc e lo sconforto che prova per la morte improvvisa del piccolo amico, trovato trafitto da una freccia. Il ragazzo non se ne fa una ragione e intende vendicare il povero micio trovando il suo assassino. Inizia così a indagare. D’altronde, diventare un detective è il suo sogno nel cassetto… Per prima cosa assilla lo sceriffo Hoyle che, frequentando la madre, si è meritato tutto il suo disprezzo. Ovviamente, non si accontenta del modus operandi del rappresentante della legge. A lui non interessano le prove o la razionalità, vuole solo scovare il responsabile del delitto che lo ha tanto addolorato per ritrovare un po’ di pace. Conduce quindi le investigazioni  seguendo le ossessioni, ma anche le sue intuizioni, che lo portano a sospettare della bella Greta, una ragazza che vive in un ospizio, in una camera inspiegabilmente tappezzata con le foto del suo Moisey. Ma il motivo, che scoprirà presto, è semplice: il gatto, che la ragazza chiamava Orazio, apparteneva anche a lei. Dopo l’iniziale baruffa, i due padroni del micio assassinato decidono di unire gli sforzi per trovare il colpevole, scoprendo risvolti sorprendenti e cacciandosi in un mare di guai.

I particolari

Il mistero del gatto trafitto è una classica commedia thriller, apparentemente lineare, eppure aggrovigliata come un gomitolo di lana dopo essere stato usato come giocattolo da un micio. A partire dall’iniziale e roteante flash back, la regista Gillian Greene ricama con mano lieve e felice una trama che, tutt’altro che ingenua come potrebbe apparire, si dipana in un vortice un po’ folle, sempre in divenire, sempre sorprendente nei suoi risvolti anche velenosi. C’è ben altro, dietro la morte dell’innocente gattone, un mosaico di cui si scoprono lentamente le tessere e di cui tira le fila Ford, il titolare dei grandi magazzini della città. Nel rimescolare continuo dei fatti, ogni personaggio nasconde e poi palesa una doppia personalità, o subisce una mutazione: la madre accondiscendente esprime una nuova severità, i commessi del centro commerciale, apparentemente collocati tra i cattivi, si scoprono vittime del sistema, Greta oscilla tra la seduttrice poco di buono e la purezza fatta donna, lo stesso protagonista, a mano a mano che ci si dirige verso la fine del film, acquista sicurezza e maturità, anche fisica. Una sapiente sceneggiatura crea un equilibrio ben bilanciato tra antipatie personali e reali colpevolezze, facendo credere fino a un attimo prima della conclusione che tutto potrebbe essere frutto dell’immaginazione di Clinton.

Lui, il fulcro della storia, tenero Peter Pan sognatore, a volte disarmante altre irritante, mosso dall’amore incondizionato per il suo amico a quattro zampe e dalle fissazioni che chiunque, sano di mente, avrebbe abbandonato, si fa benvolere e convince. Grandioso l’attore che ne veste i panni, Fran Krantz, esperto di ruoli bizzarri e sopra le righe (Dollhouse e Quella casa nel bosco). Un giallo disciolto in una Black Comedy folle ma ammaliante, simpatico, spiazzante, a confermare la teoria che anche dietro vicende apparentemente insignificanti può nascondersi un mistero. Si nota la zampata del produttore Sam Raimi, e si ascolta volentieri una colonna sonora che ben accompagna quadri fotografici perfetti, attrazioni amorose e sensuali, vendette commerciali, nonsense, e li amalgama in una ricetta da gustare con piacere, un sorriso e, magari, un bel micio, vivo e vegeto,  sulle ginocchia…

Curiosità

È il primo film diretto da Gillian Green, moglie di Sam Raimi.

Il Mistero del gatto trafitto è stato girato tutto a Los Angeles, tranne una scena realizzata in un famoso locale, l’Avignone’s bar di Montrose, sempre in California.

Si possono enumerare molte citazioni indirette della cinematografia internazionale, nella pellicola, tutte a sottolineare la passione per le storie fantastiche, i gialli e l’investigazione del protagonista. A casa di Clinton infatti, si possono notare i video di Il mago di Oz, Quarto Potere, Testimone d’accusa, La donna che visse due volte, Un’adorabile infedele, I Goonies, Timecop, indagini dal futuro e Vampires. Appesi alle pareti, i poster di L’alibi sotto la neve, Crimine silenzioso, Anatomia di un omicidio, Omicidio a luci rosse, Rapina record a New York.

Scheda tecnica

Stati Uniti, 2014
Titolo originale: Murder of a Cat
Regia: Gillian Greene
Cast: Fran Krantz, Nikki Reed, Greg Kinnear, J.K. Simmons
Durata: 100’

Felix

By Jean

Felix

Felix

Può un ragazzino vivere nel ricordo di un padre che quasi non ha conosciuto, e conciliare il suo amore per il jazz con gli scrupoli di una mamma che invece non vuole che lui “perda tempo” con la musica? Può un ragazzino che si trova all’improvviso catapultato, grazie a una borsa di studio, in un mondo a lui estraneo, tra piccoli snob che lo considerano meno di niente, sopravvivere e stravolgere quello che sembra un disegno del destino? Può e deve, come insegna questo film.

Il quattordicenne Felix Xaba sogna di diventare un sassofonista come il suo defunto padre Zweli, ma nel frattempo suona il flauto e combatte con la madre Lindiwe, convinta che il jazz sia la musica del diavolo e sicura che, se continuerà a suonare, il ragazzo finirà proprio come il padre: un fallito che butterà via tutti i suoi giorni, i suoi sogni e il suo denaro in una taverna dietro l’altra, prima di morire ancora giovane per abuso di superalcolici.

Le ambizioni di Lindiwe per il futuro di suo figlio non prevedono il jazz, ma il ragazzo continua a suonare di nascosto.

Quando ottiene una borsa di studio, Felix lascia gli amici della borgata, da cui è molto rispettato, per frequentare una scuola privata elitaria nella quale, invece, tutti lo considerano un poveraccio da quattro soldi e dove una banda di piccoli bulli, capitanati da Junior Junior, gli rende la vita impossibile.

Tra le umiliazioni continue da parte dei compagni e l’incomprensione da parte  della mamma, che gli vieta di suonare, Felix trova conforto solo in compagnia di un vecchio musicista ambulante un po’ ubriacone, Bra Joe, che si esibisce al sassofono fuori dalla locanda del quartiere. E un bel giorno viene a sapere che faceva parte del gruppo di suo padre, i Bozza Boys, un tempo la migliore e più famosa jazz band di Cape Town.

A scuola, la notizia di un’audizione per il concerto jazz annuale è la svolta che fa scattare in Felix una gran voglia di riscatto. Purtroppo, il primo provino è un disastro, perché il nostro giovane eroe non sa leggere la musica, e nemmeno suonare il sassofono.

Per fortuna, Mrs. Cartwright, la sua insegnante di Inglese, convince il professore di musica, Mr. Murray, a concedergli una seconda possibilità.

Armato del vecchio sassofono del papà, il “nostro” corre a cercare l’aiuto di Joe, che coinvolge in questa nuova avventura musicale anche Fingers Fortuin, un altro componente della Bozza Boys Band ormai un po’ avanti negli anni.

Insieme inizieranno un corso di solfeggio, lettura di spartiti e sassofono “full immersion” per il figlio del loro vecchio amico, che non solo imparerà a suonare lo strumento di suo padre, ma anche molte verità sulle sue radici, il suo passato e la musica che ha accompagnato tutta la sua vita.

Quando mamma Lindiwe scopre che Felix prende lezioni dal vecchio suonatore ambulante amico del marito, esplode in una collera incontrollabile. Sequestra al figlio il sassofono, lo porta al banco dei pegni e proibisce al ragazzo di avere qualsiasi contatto con Joe, o con la musica Jazz.

Per tutta risposta, Felix rintraccia di nascosto tutti i componenti della Bozza Boys Band e, con l’aiuto di Joe, li convince a tornare insieme per una serata alla taverna della loro amica Peggy. Lo scopo è raccogliere i fondi per riscattare il sax dal banco dei pegni. La serata è un successo sotto tutti i punti di vista.

Felix ricompra il sassofono e stupisce Mr. Murray alla seconda audizione, che supera brillantemente. Adesso fa parte dell’orchestra per il concerto di fine anno, ed è al settimo cielo per la felicità… per lo meno finché non dà la buona notizia alla mamma. Lei infatti, delusa dal suo comportamento ambiguo, rifiuta e strappa l’invito in mille pezzi.

Solo dopo essersi confidata con il pastore del coro Gospel di cui fa parte, si renderà conto che la musica, qualunque musica, è un dono di Dio, e che sta facendo un torto terribile a suo figlio. Nel frattempo anche i due fratellini di Felix le fanno capire che se non li lascerà andare al concerto, loro non le vorranno più bene e non la considereranno più la loro mamma. Così, Lindiwe si convince. Felix è commosso, quando la vede nel pubblico, con i suoi fratelli più piccoli che l’accompagnano, e molto emozionato nell’annunciare una sorpresa…

Una tromba suona dietro le quinte. Felix scosta il sipario, fa entrare tutti i Bozza Boys sul palco e insieme improvvisano un numero jazz dal ritmo incredibile, che conquista tutta la platea.

Il concerto di fine anno, quindi, non solo si confermerà come un trionfo, ma riconcilierà Lindiwe con la musica e il ricordo di Zweli, che ormai non c’è più.

I particolari

È grazioso, questo film che ricorda un po’ la storia di Billy Elliot, spostata dal mondo del balletto a quello del jazz. Certo, la trama non è particolarmente originale, ma colpiscono alcune tematiche sviluppate nel racconto, come il classismo stupido e a tratti addirittura violento, e lo snobismo che fa accettare persone di un altro colore quando queste ricoprono ruoli importanti nella società.

Molto bella la fotografia, e molto bravi i ragazzi, nessuno escluso, a cominciare dal protagonista, interpretato dal piccolo Hlayani Jr. Mabasa per finire con la bella e brava Linda Sokhulu (mamma Lindiwe), famosa star della televisione, qui alla sua prima prova in un lungometraggio.

Curiosità

Roberta Durrant è direttore creativo/produttrice per il cinema e la televisione. Nella sua brillante carriera ha diretto e prodotto per le reti televisive sudafricane molte serie di fiction e telefilm che hanno avuto un duraturo successo e vinto diversi premi. Gode inoltre di una ottima reputazione nell’industria cine-televisiva per le sue capacità di insegnare e sostenere giovani autori, aspiranti scrittori, registi, e produttori.

Felix è il primo film sudafricano scritto, diretto, girato e prodotto al femminile dall’avvento della democrazia nel Paese, nel 1994: ci sono voluti quasi vent’anni perché un gruppo di sole donne potesse girare un lungometraggio…

Scheda tecnica

Regia: Roberta Durrant
Cast: Hlayani Jr Mabasa, Linda Sokhulu, Dame Janet Suzman, Thapelo Mofokeng, Royston Stoffels, Nicholas Ellenbogen, Andre Jacobs, Elvis Mahomba, Okwethu Banisi, Joseph Hughes, Joshua Wyngaard, Joshua Samson, Wonga Fasi, Wesley Lerwill, Langley Kirkwood
Sudafrica, 2013
Durata: 94’

The Lady in the Van

By Jean

The Lady in the Van

The Lady in the Van

La vicenda è ambientata verso la metà degli anni Settanta, in un lindo ed elegante quartiere dell’alta borghesia londinese. L’atmosfera che vi si respirava solo poco tempo prima è turbata da un’inquietante presenza che i suoi abitanti chic & snob mal sopportano. Si tratta di Miss Mary Shepherd, una scontrosa ma altrettanto eccentrica e arzilla signora, con la fastidiosa peculiarità di vivere in un furgone scassato, un Bedford ridipinto di un giallo accecante, che parcheggia volta per volta davanti alle diverse dimore. La donna, dal passato oscuro e dall’intenso “profumo”, turba la tranquillità e il superficiale senso estetico dei perbenisti con il suo malconcio abitacolo, ma incuriosisce uno dei recalcitranti vicini, il commediografo Alan Bennett, che si ritrova ad offrirle, quasi suo malgrado, una sistemazione nel vialetto davanti a casa. A poco a poco, tra due persone così diverse, l’anziana homeless e il raffinato intellettuale, s’instaura una insolita quanto consolidata forma di convivenza, che si protrarrà per 15 anni. In questo lungo lasso di tempo, nonostante l’amicizia, la donna riuscirà a mantenere molti segreti. Solo dopo la sua morte, Bennet scoprirà che da giovane fu una delle più brillanti allieve del pianista Alfred Cortot, che suonò Chopin in un famoso concerto, che provò a farsi suora, fu fatta internare dal fratello, ma riuscì a fuggire, e che un incidente con il suo van in cui fu coinvolto un motociclista la ossessionava, tanto da farla vivere con i sensi di colpa e la paura di essere arrestata.

I particolari

Ambientata tra il 1974 e il 1989 in una via di Camden Town, il quartiere a Nord di Londra famoso per la scena punk rock, i pub e il mercato preferito dai modaioli appassionati di shopping e bizzarrie, la storia autobiografica scritta da  Bennett ne mostra un aspetto molto diverso, tutto villette a schiera e buon vicinato. Al centro della commedia, approdata al palcoscenico al cinema sempre per la regia di Hytner, c’è il rapporto di complessa e conflittuale amicizia realmente vissuta tra lo scrittore (interpretato da Alex Jennings) e una senzatetto dal passato misterioso, straordinariamente religiosa e totalmente avviluppata in un amore – odio per la musica, Miss Shepherd. Le presta il volto una sempre straordinaria Maggie Smith, impareggiabile nelle sequenze più stereotipate come in quelle più intense. La sistemazione nel viale d’ingresso della casa di Bennet, che doveva essere solo temporanea, si trasforma in lunghi anni di anomala coabitazione, ma soprattutto in un rapporto complesso fatto di piccoli e grandi gesti, liti che culminano con porte di casa o sportelli di furgone sbattuti, con il sottofondo di un affetto celato da entrambi. Le ragioni del duraturo successo della pièce teatrale, che fanno presagire altrettanto gradimento nelle sale cinematografiche, sono evidenti: prima tra tutte la felice commistione tra un irresistibile humor corrosivo di chiara matrice britannica e, a seguire, una capacità descrittiva di caratteri e situazioni sostenuta da interpreti di altissimo livello. La trasposizione sul grande schermo è stata comunque una scommessa, benché affidata a un veterano nel campo (questo è il suo terzo adattamento da Bennett, dopo La pazzia di Re Giorgio III e Gli studenti di Storia): non era facile gestire un plot minimale e un testo breve senza rovinarne le peculiarità. Il regista ci riesce in buona parte, scomponendo i tempi della narrazione e ricorrendo a flash back: ovvero, l’evento traumatico dell’incidente fa da incipit, così si scoprono subito le ragioni dello stato mentale e la reale natura di Miss Shepherd. La scelta toglie intensità drammatica alla vicenda, ma aggiunge linearità all’intreccio a favore della narrazione, e lascia spazio ad elementi surreali, come la visione di un Dio barbuto (di chiaro stampo Pythoniano) e la moltiplicazione dei Bennett: il narratore e il protagonista, assolutamente identici. Una duplicazione che pone l’accento sulla comicità, in una confezione e una direzione dallo stampo televisivo, dove per televisivo si intende il lusinghiero standard della BBC…

Da notare la fotografia luminosa che rende bene la Londra di quegli anni, più pulita di ora, già multietnica e mai eccessiva. La colonna sonora asseconda la passione per il pianoforte della protagonista. Nella realtà e nel racconto, Bennett scoprirà tutti i segreti della bizzarra vecchietta solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1989. Questo lo spinse a scrivere il libro su di lei.

Curiosità

Il vero Alan Bennet appare alla fine del film in un cameo, arrivando in bicicletta per l’apposizione della targa commemorativa in memoria di Miss Shepherd.

Il teatro per i londinesi, che si tratti di un musical o di un dramma shakespeariano,  è una cosa seria. Una parte imprescindibile della vita culturale, con platee presenti nella quasi totalità dei quartieri. Ce n’è uno in particolare, però, il celebre West End, che rappresenta una piccola isola felice per tutti gli amanti del palcoscenico, incastonata nel cuore stesso della città, a due passi da Piccadilly Circus e Trafalgar Square. E per anni, proprio sulle assi di uno di quei teatri, il Queen’s Theatre, è andato in scena, dal 1999, The Lady In The Van, diretta, come il film, da Nicholas Hytner, nominata al 2000 Olivier Awards come Play of the Year. Ma non fu solo portata in scena. La storia fu adattata anche per la radio, in un drama del 2009 sulla BBC.

Le riprese sono state effettuate dove effettivamente la vicenda si ambientò, Gloucester Crescent in Camden Town. Molti di coloro che ne furono testimoni, decenni or sono, vivono tuttora là.

Durante un montaggio che mostra il passaggio degli anni, Miss Shepherd decora il suo furgone con la Union Jack e con fotografie della Regina Elisabetta II. Questo a indicare che era il 1977, l’anno del Giubileo della Regina.

Tre degli attori di questo film furono anche interpreti della serie di Harry Potter: Maggie Smith, Jim Broadbent e Frances de la Tour. Peraltro, è la prima volta in cui appaiono insieme, al di fuori della fortunata serie.

Il Premio Oscar Maggie Smith veste i panni di Miss Shepherd per la terza volta: sul palcoscenico, alla radio e ora sul set. Durante la conferenza stampa di presentazione, l’attrice ha affermato che alla sua età (81 anni) è stato faticoso girare le scene aggrovigliata in un furgone, e per questo è stata un’esperienza del tutto nuova rispetto a quella teatrale, pure interpretando lo stesso personaggio.

Per Alan Bennett, suo coetaneo, “è una benedizione essere ancora in grado di lavorare, e questa energia è dovuto soprattutto dalle persone che ti circondano”. Lo stesso ha svelato alla stampa quanto i soldi non fossero rilevanti per Miss Shepherd, tanto che, ripulendo il furgone dopo la sua morte, ha trovato fra le cianfrusaglie spicci e banconote per un valore di 600 pounds (quasi 1000 euro).

Il regista Nicholas Hytner ha raccontato che, essendo Camden Town diventato uno dei centri della movida londinese, un lunedì all’inizio delle riprese ha sorpreso una coppia in amorevole atteggiamenti che aveva dormito durante il week-end all’interno del furgoncino utilizzato nel film.

Citazioni

Alan Bennett: Le case del quartiere sono state costruite come ville per la borghesia vittoriana. E i loro scantinati sono ora allargati da coppie liberali in apparenza, ma non è facile nella loro nuova prosperità. “Colpa”, per riassumere in una parola. Significa che, in misura diversa, tollerano Miss Shepherd perché le loro coscienze si sentono assolte dalla sua presenza.

Scheda tecnica

Regno Unito, 2015
Durata: 104’
Regia: Nicholas Hytner
Cast: Maggie Smith, Alex Jennings, Roger Allam, Deborah Findlay

Si e Sai

By Jean

Si e Sai

Si e Sai

La tranquilla cittadina di Bordighera, ridente Città delle Palme del Ponente Ligure, in un tardo pomeriggio d’estate viene sconvolta da un efferato delitto: in un aiuola dei giardini pubblici viene scoperto il cadavere di una giovane donna. Per incastrare il colpevole servono i professionisti dell’indagine scientifica, la squadra di “Si e Sai”, capitanata da Gilberto Grissino, Orazio Cazio e Mac Donald.

Se ne vedranno delle belle, tra situazioni sorprendenti, protagonisti e comprimari improbabili e suggestive location.

I particolari

Parodia al pesto della famosa serie poliziesca televisiva CSI, scritto come si pronuncia, immaginato e diretto con pochi mezzi ma tanta determinazione da Luca Viale Grossi Bianchi, appassionato di cinema e teatro e attore, il lungometraggio trasporta con ironia lo spettatore nella Liguria più scanzonata, un Ponente popolato da personaggi caricaturali come il comandante della polizia Lino Be, l’anatomopatologo Angelo della Morte e la criminologa Rina Cata. Nata per scherzo da un’idea del regista e produttore e dei suoi amici, l’opera amatoriale e soprattutto goliardica ha raccolto un buon successo alla “prima”, lo scorso settembre, ovviamente a Bordighera. In una escalation di humor demenziale, il film targato Arziglia’s (un quartiere bordigotto) regala settanta minuti di quella spensieratezza tipica di una serata conviviale, all’insegna di un angosciante quesito: quando ci scappa il morto, chi lo inseguirà?

Curiosità

Luca  Viale Grossi Bianchi è nato a Sanremo nel 1986, e vive a Bordighera.

Il regista sta pensando al sequel e ha lanciato un appello per trovare fondi, al fine di rendere la produzione del secondo film più semplice della prima, girata tra il 2013 e il 2015, ma con molti rallentamenti. “L’idea è nata ovviamente guardando la serie tv” spiega. “Mi piace sdrammatizzare, avevo voglia di fare qualcosa di divertente, su quello stile. Per me è stata una bella esperienza e una sfida con me stesso. Alla fine sono contento, finirlo è stato di per sé un bel successo”.

La produzione, che ha impegnato una folta schiera di sceneggiatori, operatori, attori e collaboratori di vario genere, tutti entusiasticamente volontari, ha fatto passare nel film una serie di personaggi “del posto”, locali, bar, negozi, case private, inserendosi nel tessuto locale vero con passione, oltre che ironia, e fotografando Bordighera in tutte le sue componenti paesaggistiche e urbane.

Divertente la parodia dei nomi dei protagonisti delle vere serie di CSI: Gilberto Grissino, alias Gilbert Grissom (CSI Las Vegas), Orazio Cazio, alias Horatio Caine (CSI Miami), Mac Donald, alias Mac Taylor (CSI New York).

Special guest stars: il gruppo musicale genovese I Trilli e il noto attore e regista sanremese Enzo Mazzullo.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Regia: Luca Viale Grossi Bianchi
Cast: Luca Viale Grossi Bianchi, Fabio Quaranta, Daniele Leonetti, Andrea De Stefanis, Mauro Bozzarelli, Daniela Lanzoni, Enzo Mazzullo
Durata: 70’

Si può fare

By Jean

Si può fare

Si può fare

Milano, 1983. Il sindacalista Nello, uomo dai forti valori etici ma appassionato di terziario e modernità, si ritrova a una svolta lavorativa destinata a cambiargli la vita, anche se ancora non lo sa. Dopo aver scritto un libro sul mondo del mercato, considerato politicamente scorretto da compagni e dirigenti, ma in fondo solo troppo avanti per quei tempi, viene infatti catapultato per punizione in una realtà a lui assolutamente sconosciuta: la Cooperativa 180, una delle tante sorte dopo la legge Basaglia per accogliere i pazienti psichiatrici, dimessi alla chiusura dei manicomi.

Dopo il disorientamento iniziale e alcuni attriti, sia con i medici sia con i problematici ospiti, e grazie al sostegno di Sara, con cui vive una turbolenta ma intensa relazione, Nello recupera il suo spirito d’iniziativa. Deciso a svolgere l’inatteso incarico con i criteri e le regole che ha sempre applicato, fa di tutto per coinvolgere i recalcitranti assistiti e far loro comprendere in cosa consista davvero la cooperazione e la dignità del lavoro. In un’assemblea in cui tutti prendono la parola ed esprimono idee e possibilità, si giunge alla decisione di abbandonare le attività assistenziali ed entrare sul mercato reale come posatori di parquet. Ogni paziente ricoprirà un ruolo secondo le proprie attitudini manuali e caratteriali. La partenza non è facile. Il primo incarico fallisce per inesperienza (abbiamo sbagliato perché abbiamo fatto, li consola Nello) ma dopo aver ottenuto l’appalto dall’atelier di moda dove Sara sogna di diventare stilista, la cooperativa decolla. Ha riscosso infatti un grande successo la soluzione inventata da Luca e Gigio, pazienti – artisti fantasiosi, che suppliscono all’imprevista fine del materiale utilizzando gli scarti del legno per uno straordinario mosaico.

Ma nascono anche i primi problemi di carattere medico. Si fanno sentire stanchezza, demotivazione, frustrazione, e Nello intuisce una soluzione: serve ridurre i farmaci, che ai più nuocciono all’umore e alla produttività. Il direttore sanitario Del Vecchio si oppone, così, con l’aiuto di uno psichiatra più aperto alle novità, il basagliano Furlan, e grazie a dei fondi europei, la cooperativa si trasferisce in una specie di residenza protetta alternativa, in cui i pazienti imparano a badare a loro stessi e alle loro esigenze, economiche, di sussistenza ma anche emotive. Ma non tutto fila liscio…  Il giovane Gigio si innamora di Caterina, una ragazza cui ha rinnovato il parquet, ma le sue illusioni si scontrano brutalmente con la realtà. Il suo suicidio sprofonda Nello (che nel frattempo non ha saputo risolvere i suoi stessi problemi familiari) nella disperazione, convinto di aver sbagliato tutto. I pazienti tornano nel vecchio centro, sotto la supervisione di Del Vecchio, che ammette però il loro generale miglioramento e decide di continuare su quella strada.

Il sindacalista, superato lo smarrimento e i sensi di colpa, recupera il suo amore di sempre, rientra a capo della cooperativa, coinvolge gli ospiti di altri centri psichiatrici e tutto riparte alla grande, con la commessa per decorare le fermate della metropolitana di Parigi.

I particolari

Si può fare è uno di quei film che lasciano il segno, colpendo dritto al cuore. Al di là del suo valore cinematografico e attoriale, può ben definirsi commedia civile, ma soprattutto umana, affrontando temi seri come il disagio mentale, lo stigma verso i  “pazzi”, i paradossi della società, il recupero di esseri umani alla deriva, le difficoltà di comunicazione tra le persone, anche quelle “normali”, con la leggerezza di un sorriso in sottofondo, un dolce disincanto che lega lo spettatore ai personaggi con umana empatia e affetto.

Diretto con mano delicata da Giulio Manfredonia (Non dirlo al mio capo, Tutto tutto niente niente, La nostra terra, Qualunquemente , Fratelli detective, È già ieri, Sono stato negro pure io) che lo ha scritto a quattro mani con Fabio Bonifacci (sceneggiatore di E allora Tango, Tandem, Ravanello Pallido, Notturno bus, Lezioni di cioccolato, Amore, bugie e calcetto) si ispira alle storie vere delle cooperative nate negli anni ottanta per dare lavoro ai pazienti, liberati dai manicomi ma vittime del caos che seguì, i primi tempi, la Legge 180. In particolare la “Noncello” di Pordenone, che in realtà ha avuto uno sviluppo differente: il sindacalista – direttore infatti era stato assunto nel 1990 con un compenso annuale di 56 milioni di lire, quando la cooperativa aveva circa 400 soci e fatturava 7 miliardi l’anno.

Regia e sceneggiatura non enfatizzano la drammaticità di alcune situazioni, piuttosto la stemperano  a favore di un clima arioso, a tratti francamente comico, che diverte ma nello stesso tempo fa riflettere. E sullo sfondo, disegnata con la stessa misura, anche di mezzi, una Milano da bere pre Tangentopoli, con la sua varia fauna di arrampicatori, snob e pseudo artisti.

Claudio Bisio, geniale nel ruolo di Nello, crea un protagonista sospeso tra amore e cinismo, democrazia e senso degli affari, generosità e individualismo. Un’ottima prova, anche corale, che vede tutti (compreso il regista) impegnati a ricreare un ambiente credibile  nel quale far muovere un ensemble di “matti” talmente autentici, senza compiacimenti, senza edulcorarli o creare macchiette, da strappare un applauso.

D’altronde, come dichiarava Basaglia, “la follia è una condizione umana, in noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.

Curiosità ed errori

Il film è dedicato alle oltre 2500 cooperative sociali esistenti in Italia e ai 30000 soci diversamente abili che vi lavorano.

Si tratta dell’ultimo film per il grande schermo prodotto da Angelo Rizzoli a distanza di quindici anni dal precedente Padre e figlio (1994) e il primo a nome della Rizzoli Film a distanza di trent’anni da Dimenticare Venezia (1979).

Gigio e Caterina, al loro primo appuntamento, vanno a vedere al cinema Ritorno al futuro.

Claudio Bisio ha dichiarato che, per prepararsi meglio alla parte, ha visto e rivisto più volte Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Roberto Forza, direttore della fotografia e Marco Belluzzi, scenografo, compaiono come attori in due ruoli minori; il primo interpreta uno dei compagni sindacalisti di Nello, con il quale discute nella scena di apertura, il secondo interpreta il fratello di Sara nella scena in cui i soci della cooperativa svolgono il loro primo lavoro.

Il film presenta alcune analogie con Amore, bugie e calcetto, sempre del 2008,  scritto da Bonifacci e diretto da Luca Lucini: in entrambi sono presenti Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e Andrea Bosca; in tutti e due il personaggio di Bisio di cognome si chiama Trebbi; infine, le due scene d’apertura sono molto simili tra loro: in Amore, bugie e calcetto Bisio sbatte la mano sul tavolo, nell’altro un compagno sindacalista di Nello sul tavolo sbatte il suo libro.

Citazioni

“Che ruolo può avere all’interno di una società uno che non parla ed il cui curriculum è misero? Il Presidente!” (Nello)

“Io non gli do ragione solo perché sono matti. Li ho sempre trattati alla pari. Se mi fanno incazzare, mi incazzo: questo è rispetto.” (Nello)

“Ti hanno votato contro, non hai capito che è la tua vittoria più bella?” (Dottor Furlan)

“Noi facciamo tutto con gli scarti, questa è una cooperativa di scarti.” (Ossi)

“Siamo matti, mica scemi.” (Luca)

“Desidera fare l’amore con me? No? Grazie lo stesso.” (Fabio)

“Lei ha sbagliato con Gigio. Ma tutti sbagliamo. Se le avessi dato retta dall’inizio avremmo collaborato e forse non sarebbe successo, e quindi è anche colpa mia. È colpa del dottor Furlan. Di Luca che ha fatto la rissa, della ragazza che l’ha baciato… e che facciamo? Ci mettiamo tutti a letto? Quindi la pianti; i sensi di colpa non servono a niente. Impari la lezione e si rimbocchi le maniche.” (Dottor Del Vecchio)

Premi e riconoscimenti

David di Donatello 2009: Premio David Giovani a Giulio Manfredonia
Nastro d’Argento 2009: miglior soggetto a Fabio Bonifacci
Globo d’Oro 2009: miglior produzione a Angelo Rizzoli

Scheda tecnica

Italia, 2008
Regia: Giulio Manfredonia
Cast: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele Di Virgilio

Soul Boy — L'anima mangia la paura

By Jean

Soul Boy — L’anima mangia la paura

Soul Boy — L’anima mangia la paura

Non è male chiudere l’anno con questa opera prima della 31enne Hawa Essuman, prodotta e supervisionata da un mentore d’eccezione come il tedesco Tom Tykwer (Lola corre, Profumo, The International). In fondo possiamo considerarlo un film natalizio (in Germania è uscito il 2 dicembre) e offre una prospettiva certamente diversa da Un altro mondo di Muccino jr., parzialmente girato nello stesso slum di Kibera, in Kenia. Il protagonista Abila ha forse qualche anno in più di Charlie, ma nessuno lo porta via dal suo inferno verso la dorata Europa, anzi, il destino gli riserva la possibilità di dimostrare a se stesso e agli altri il proprio valore e la propria dignità.

Tutto parte quando una mattina, risvegliatosi da un incubo nel negozio-abitazione che divide col padre, Abila (14 anni) trova l’uomo ancora a letto e in preda a uno strano torpore. Riesce solo a capire che la causa di questo malessere è una donna. La madre sarta non gli dà ascolto, solo la coetanea Shiku (Leila Dayan Opou), che è di etnia Kikuyu mentre lui è Luo, si offre di aiutarlo a scoprire come risuscitare il padre. Ben presto, Abila capisce che il padre è vittima di Mama Akinyi (Rose Adhiambo), una nyawawa (spettro), che per vendetta contro gli uomini lo ha sedotto e gli ha portato via l’anima. Facendosi coraggio, la incontra e convince la donna a dargli l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio: se supererà in 24 ore le sette prove che si richiedono in genere a uomini fatti, potrà riscattare l’anima del padre.

Seguito da Shiku, Abila attraversa in lungo e in largo il grande slum e affronta prove fisiche e morali estreme pur di riuscire nel suo intento. Arriverà a salvare la vita a un ladro che rischiava il linciaggio e a una bambina bianca che rischiava di morire soffocata, ma alla fine sarà solo grazie a un intervento decisivo di Shiku che potrà superare la sfida con la paura della morte, evocata nell’incubo della prima sequenza. Imparerà a conoscere i propri limiti e a superarli, che fuori di Kibera abitano famiglie bianche ricche ma non necessariamente felici, e che i nyawawa sono rancorosi ma di parola.

I particolari

Soul Boy è una favola iniziatica dagli intenti esplicitamente didascalici. Ad interessare però è soprattutto il progetto che sta dietro il film, i suoi ipotetici sviluppi e le prospettive che si aprono per la debuttante regista. Essuman è nata ad Amburgo nel 1980 da genitori ghanesi ma è cresciuta a Nairobi. La sua carriera è iniziata nel 2006 con il documentario Through My Eyes sulla generazione ruandese post genocidio, poi ha lavorato nel 2007 da assistente nella serie tv Makutano Junction, e in seguito ha realizzato tre corti (Cold War, Coming Out, The Lift). Il progetto di Soul Boy è nato nel settembre 2008 su iniziativa di Tom Tykwer e della moglie Marie Steinmann, da anni attiva come volontaria negli slum di Nairobi con una ONG inglese (Anno’s Africa): si trattava di girare, con la società di produzione di Tykwer (One Fine Day Films) e in collaborazione con una società locale (la Ginger Ink) un film a basso costo, con una troupe ridotta all’osso, e un cast tecnico artistico da formare e reperire proprio nello slum di Kibera. Con una sceneggiatura scritta dal keniota Billy Kahora, la lavorazione ha avuto appena una settimana di preproduzione e si è svolta dal 17 novembre al 1 dicembre 2008.

Presentato in anteprima a gennaio al Göteborg International Film Festival, il film ha avuto una buona accoglienza in festival maggiori (Rotterdam, Berlino) mietendo premi a Rotterdam e Leuven e riscuotendo interesse in numerosi festival di interesse panafricano e non solo. In Italia è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema Africano di Verona, dove ha vinto il Premio del pubblico. Un successo che non stupisce, vista l’efficacia del plot e dell’impianto registico, sostanzialmente scolastico, con una alternanza di campi/controcampi e totali, vivacizzati qua e là da scene d’azione con macchina a mano, ma sostenuto da un buon ritmo, nonostante il metraggio poco consueto (il film dura 61’). Difficile discernere dove comincia il talento dell’una e dove finisce la padronanza tecnica dell’altro. Bisognerà attendere la prossima prova di Essuman.

Certo, gli autori omettono di interrogarsi sulle ricadute di alcune scelte che fanno problema: tutti i film ancorati su protagonisti teenager finiscono per riportare  inevitabilmente all’imago infantilistica del continente nero, rafforzata qui dal riferimento archetipico alle trame dei racconti iniziatici e, per soprammercato, dall’enfasi sull’elemento magico. È possibile tuttavia anche leggere questi elementi alla luce di una legittima volontà di essere popolari, ovvero di mantenere una possibilità di interazione col pubblico locale keniota e dell’Africa Orientale. Del resto, l’immagine di Kibera che emerge da Soul Boy nulla concede a una recente tendenza del cinema transnazionale, che in Brasile hanno definito slumxploitation, in cui rientra ad esempio The Millionaire. Inoltre, il film lancia messaggi importanti in direzione del dialogo inter etnico, in un paese ancora lacerato dall’eredità degli scontri avvenuti a inizio 2008.

In ogni caso, Tykwer e compagna sembrano conquistati dal mal d’Africa, se è vero che dopo questo, è nato un altro progetto più strutturato e permanente di formazione e promozione (Film Africa!), che ha messo in cantiere un nuovo lungometraggio, diretto da David Tosh Gitonga e dal titolo provvisorio Nairobi Half Life. Comunque lo si voglia giudicare, si tratta dell’ennesimo segnale di vitalità che arriva dal quadrante orientale del continente nero, finalmente valorizzato anche da autori e critici europei e riconosciuto come fucina di talenti e non solo come sfondo esotico per megaproduzioni straniere.

Scheda tecnica

Germania – Kenya, 2010
Regia: Hawa Essuman
Cast: Samson Odhiambo, Leila Dayan Opou, Krysteen Savane, Frank Kimani, Joab Ogolla, Lucy Gachanja, Katherine Damaris, Kevin Onyango Omondi, Calvin Shikuku Odhiambo, Nordeen Abdulghani
Durata: 61’

The Help

By Jean

The Help

The Help

Corre l’anno 1963 e siamo nel cuore profondo degli Stati Uniti, il Mississippi, esattamente a Jackson. Eugenia “Skeeter” Phelan, è la rampolla di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri. Tornata a casa fresca di laurea, ottiene un lavoro nel piccolo quotidiano cittadino, ma il suo obbiettivo è più ambizioso. Diversamente dalle coetanee, già tutte sposate con figli, lei desidera realizzarsi come persona e non come casalinga. Vuole diventare scrittrice. Ha in mente un progetto importante, da proporre a una casa editrice di New York, con il sostegno dell’influente Miss Stein. Skeeter, giovane donna dalla mente aperta e proiettata verso il futuro, si ritrova suo malgrado sprofondata in una realtà ancorata al passato che la sconcerta e amareggia, caratterizzata da razzismo e pregiudizio. Trova ad esempio anacronistico, e soprattutto ingiusto,  il trattamento umiliante e discriminatorio subito dalle molte afroamericane assunte come domestiche nelle famiglie bianche abbienti. Ad esempio Aibileen Clark: una vita passata a crescere bambini non suoi, mentre il suo unico figlio le è stato strappato da un incidente sul lavoro, in cui nessuno lo ha soccorso. È, in fondo, la vera mamma della bambina di cui si occupa, figlia dell’immatura Elisabeth. Oppure  Minny Jackson, dal carattere particolarmente spinoso, sposata a un uomo violento e madre di cinque figli, per cui la vita è un giogo pesante e doloroso. È proprio questo il punto focale del libro che Skeeter vorrebbe pubblicare: la condizione umana e sociale di queste donne indispensabili alle capricciose e spesso perfide datrici di lavoro, e forse proprio per questo maltrattate, raccontandola attraverso il loro punto di vista. Qualcosa di mai fatto prima.

Aibileen, nonostante dubbi e timori, accetta di aiutarla, finendo per coinvolgere anche Minny, licenziata per aver utilizzato il bagno anziché andare fuori, come suo dovere. Il gesto, in realtà causato da una tempesta che impediva di uscire di casa, polemizzava con la recente decisione delle famiglie bianche di assegnare bagni separati alle persone di colore in servizio presso le loro case. Skeeter raccoglie testimonianze e sottopone i primi manoscritti a Miss Stein. La donna è incuriosita e la spinge ad approfondire e arricchire il racconto coinvolgendo altri testimoni, perché sia pubblicato.

Minny, nel frattempo, è assunta dalla fragile Celia Foote, casalinga inesperta ma dal gran cuore, e soprattutto immune dal razzismo dell’élite locale, che infatti la emargina. Poco le importa perché sono altri problemi ad affliggerla: le molte gravidanze interrotte da aborti naturali, dolorosamente taciuti al marito. Intanto si moltiplicano gli episodi di violenza e intimidazione contro gli afroamericani, una situazione pericolosa in cui Skeeter non trova altre donne disposte a raccontare le angherie subite, neppure in forma anonima.

Questo fin quando, a seguito del brutale assassinio dell’attivista nero Medgar Evers, la presa di coscienza supera la paura. Incoraggiate dalle imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili di Martin Luther King, sono tante le testimoni che decidono di collaborare, assicurando al libro, The Help,  la pubblicazione e il successo. Skeeter divide i guadagni con le donne che l’hanno aiutata e ristabilisce il rapporto con la mamma malata, che in sua assenza aveva cacciato l’amatissima e anziana “Mamie” Constantine per futili motivi. Rotto il fidanzamento con l’uomo che non sapeva rinunciare al conformismo per amore, la ragazza lascia Jackson e si trasferisce a New York per seguire il sogno della sua vita. E le protagoniste della storia? Per loro, il lato negativo della gratificazione morale ed economica è affrontare le ritorsioni dei datori di lavoro.

Nonostante nomi ed ambientazione diversi dagli originali, le corrispondenze con le persone reali infatti vengono presto a galla. Ad essere infuriata è soprattutto Hilly, la “padrona” di Minny, che si riconosce nella descrizione di un episodio particolarmente imbarazzante: aver mangiato una torta non esattamente di cioccolata, preparata dalla domestica per vendicarsi del licenziamento. Non sapendo più come colpirla (nel frattempo si è trasferita dai Foote insieme ai figli), Hilly istiga l’amica Elizabeth a cacciare  Aibileen, universalmente riconosciuta come l’artefice dell’ormai popolarissimo libro, con la falsa accusa di aver rubato alcune posate d’argento. Tra le lacrime della bambina e la totale passività della sua mamma, la donna, dopo aver esecrato l’odio che rende Hilly una vittima di se stessa, esce dalla casa con fiera dignità per vivere una nuova vita grazie a The Help. Perché “il vento della libertà inizia a soffiare”.

I particolari

Una grande storia, un grande cast. Un capolavoro, in cui tutto fila alla perfezione, soprattutto quando mette in luce i lati peggiori degli esseri umani, e lascia il segno in chi ha un cuore che non batte solo meccanicamente… Opera corale al femminile (gli uomini hanno ruoli marginali) ispirato al bestseller omonimo di Kathryn Stockett, The Help ha il pregio di costituire un’efficace ossimoro. È tanto attuale quanto old style. Perché la memoria va a film come La lunga strada verso casa, del 1990, che vedeva Sissy Spacek (presente anche qui) al fianco di Whoopi Goldberg. La perfetta ricostruzione di abiti, ambienti e comportamenti potrebbe rischiare di renderlo una stereotipata rivisitazione dei tempi in cui Martin Luther King aveva un sogno e John Fitzgerald Kennedy se lo vedeva stroncare a Dallas. Ma proprio nella sua apparente debolezza sta la forza di questo film: riproponendo un passato apparentemente lontano fa sentire quasi fisicamente allo spettatore che la linea sottile tra integrazione e rifiuto non ha interrotto il suo percorso. I mille soprusi camuffati da bon ton, l’emarginazione crudele, come quella sui mezzi pubblici, la pretesa di una scala di valore a seconda del colore delle pelle… questo pervade di una rabbia impotente sia la pellicola e i protagonisti sia lo spettatore che coltiva la sua umanità.

Privo di raffinatezze linguistiche, l’onesto lavoro di Taylor è piaciuto alla “gente” ma inaspettatamente anche alla critica. Tra i vari pregi ha anche quello di ricordarci che la parola (detta e scritta) ha sempre avuto un valore di riscatto. E parole pronunciate con tanta forza, nel bene e nel male, da protagoniste e comprimarie d’eccezionale intensità (a partire dalla sempre perfetta Jessica Chastain, a concludere con la meravigliosa Emma Stone, e un azzeccatissimo cast di colore, in particolare Octavia Spencer) diventano grida anche quando sono soltanto sussurrate.

Curiosità

Il soggetto è tratto dal romanzo L’aiuto (2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia del regista e sceneggiatore Tate Taylor, che ha opzionato i diritti cinematografici fini dalla sua prima pubblicazione.

Il film ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra i quali spicca il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Il film si è rivelato subito un successo negli Stati Uniti, paese in cui ha incassato più di 160 milioni di dollari. Non ha riscosso lo stesso successo nel resto del mondo, dove ha incassato circa 40 milioni di dollari.

La pre-produzione del film è iniziata nel marzo 2010 con l’ingaggio dell’attrice Emma Stone nel ruolo di Skeeter Phelan. Il ruolo di Minny è stato affidato a Octavia Spencer, amica di vecchia data di Taylor e della Stockett, che aveva già ispirato la scrittrice per il personaggio di Minny Stockett nel romanzo e che aveva prestato la sua voce nella versione audiolibro del romanzo.

Le riprese del film sono iniziate nel luglio 2010 e si sono estese fino a ottobre 2010. La città di Greenwood (Mississippi) è stata scelta per ritrarre la Jackson degli anni sessanta. Parti del film sono state girate anche nella vera Jackson, così come nelle vicine Clarksdale e Greenville.

La splendida  colonna sonora del film è stata pubblicata il 26 luglio 2011 su etichetta Geffen Records. Tra i brani presenti nella tracklist figura l’inedito The Living Proof, scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film. Il brano ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale.

Premi e riconoscimenti

Il film ne ha mietuto una messe, tra candidature e vittorie. Negli Stati Uniti ha ottenuto riscosso ben tre premi ai Critics’ Choice Movie Awards, conferiti annualmente dalla più importante associazione di critici statunitensi. I riconoscimenti sono andati a Viola Davis come Miglior attrice protagonista, Octavia Spencer come Migliore attrice non protagonista e al Miglior Cast.

Il film, inoltre, si è aggiudicato 5 candidature ai Golden Globe 2012, con la vittoria del premio per la migliore attrice non protagonista assegnato a Octavia Spencer. Ha ottenuto quattro candidature agli Oscar 2012; come miglior film, miglior attrice protagonista a Viola Davis e la doppia candidatura per la miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer e Jessica Chastain, con la vittoria a Octavia Spencer.

Citazioni

“Il coraggio non sempre equivale a prodezza. Il coraggio è avere l’ardire di fare ciò che è giusto, malgrado la debolezza della nostra carne.”

“Mae Mobley è stata la mia ultima bambina. Nel giro di dieci minuti l’unica vita che conoscevo non c’era più. Dio dice che bisogna amare il nostro nemico. È difficile, però… Ma si può cominciare dicendo la verità. Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo a essere me stessa. Quando ho detto la verità… mi sono sentita libera. E ho cominciato a pensare a tutte le persone che conosco e  alle cose che ho visto e che ho fatto. Mio figlio Treelore diceva sempre che un giorno ci sarebbe stato uno scrittore in famiglia… Credo che sarò io.”

Scheda tecnica

Stati Uniti, Emirati Arabi, India, 2011
Regia: Tate Taylor
Cast: Emma Stone, Viola Davis, Ottavia Spencer, Jessica Chastain

Tir Na Nog

By Jean

Tir Na Nog

Tir Na Nog

Ossie e Tito sono figli di papà Riley, conosciuto come il re dei nomadi. L’uomo, dopo la morte della moglie, ha abbandonato la vita errabonda e si è stabilito in un quartiere degradato, nei dintorni di Dublino. Un giorno li raggiunge il nonno materno, che porta loro un regalo meraviglioso: uno splendido cavallo candido, che ha trovato lungo il viaggio e lo ha seguito. Per la magia dell’incontro e la bellezza dello stallone, lo ha chiamato Tir – Na – Nog, un nome legato alle antiche tradizioni celtiche, che significa Terra dell’eterna giovinezza. Ma un allevatore senza scrupoli glielo sottrae illegalmente, così i due fratellini gitani lo riprendono e scappano, inseguiti dalla polizia, dal padre e da una bella ragazza. Una fuga che si trasforma in un viaggio iniziatico dal sapore fiabesco, attraverso i brulli ma incantevoli paesaggi di un’Irlanda aspra e selvaggia. Una fantasiosa avventura alla ricerca del West, durante la quale troveranno molto altro, che li accompagnerà dall’infanzia all’adolescenza, imparando, come in ogni fiaba che si rispetti, le gioie e i dolori del diventare grandi. Un viaggio un po’ comico un po’ surreale, in cui i ragazzi avranno l’occasione di ritrovare il volto di una madre che non avevano mai conosciuto…E guadagnarsi il riscatto dallo squallore dei casermoni popolari in cui erano confinati, anzi imprigionati.

I particolari

In questo bel film che contiene tutti gli elementi favolistici più amati, si snocciolano buoni sentimenti e una dichiarata propensione per l’intrattenimento adatto alle famiglie. Tratto dai racconti di Michael Pearce, è diretto dall’inglese Mike Newell. Un lavoro ben fatto, in cui la fotografia di Tom Siegel esalta di colori e luci lo splendore della natura. Ma ad essere valorizzati sono anche alcune caratteristiche della terra in cui è ambientato, l’Irlanda, celebrata con sguardo appassionato.

Un film in cui l’essere nomadi, ed essere forse anche per questo liberi, e anche solo per questo semplicemente “essere”, diventa ragione di vita e bellezza assoluta. Il ritmo galoppante, come ben si addice allo stupendo protagonista, un montaggio ad hoc, commozione e allegria dosati nel modo giusto e uno spirito ecologistico di riconoscenza per la terra completano il quadro. A sostenere il tutto,  il costante rigore narrativo, la recitazione appropriata e la mano sicura del regista. Positivo per la ricchezza di valori umani che lo percorre, senza cedimenti al patetico e al sentimentale, e per il coraggio di far spazio al soprannaturale. Non a caso, il nome dello stallone Tir – Na – Nog fa riferimento all’altro mondo della mitologia irlandese, probabilmente il più conosciuto. Un luogo ai confini del mondo, collocato su un’isola lontana, a ovest. Lo si può raggiungere con un arduo viaggio o su invito di uno degli elfi che vi risiedono. Molti racconti popolari del Medio Evo narrano di numerose visite di eroi e monaci irlandesi a quest’isola. Questo “aldilà” è un posto in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica, la resistenza, la vita e tutti i passatempi piacevoli stanno insieme in un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre, nessuno desidera cibi o bevande. È l’equivalente celtico dei Campi Elisi greci e romani o del Valhalla vichingo. È il paese delle fate nel fumetto Ancient Magus Bride di Kore Yamazaki.

Curiosità

Il regista irlandese Jim Sheridan ha scelto di riportare al cinema il film che da lui fu scritto nel 1992.

Non si sa ancora quali cambiamenti Sheridan apporterà a questa nuova versione della sua storia, al momento in fase di sviluppo.

Ellen Barkin e Gabriel Byrne erano sposati al tempo in cui il film fu girato.

Nel cast figurano tanti attori irlandesi come mai prima, tutti insieme: Gabriel Byrne, David Kelly, Colm Meaney e Brendam Gleeson.

Furono utilizzati diversi cavalli bianchi durante le riprese. In particolare esemplari specialmente addestrati. Ma in pochi shots partecipò anche un pony Irish Connemara.

In una situazione il padre spiega ai ragazzi che Murphy è il nome più comune in Irlanda. In effetti è proprio così.

Il regista Mike Newell, nato in Gran Bretagna nel 1943, ha diretto molti film di cui alcuni di grande successo. Esordì con La maschera di ferro, cui seguì La trentanovesima eclisse, Bad blood e Ballando con uno sconosciuto. Dopo una serie di pellicole minori, arriva il campione di incassi e di critica Quattro matrimoni e un funerale, che sarà seguito tra gli altri da Un’avventura  terribilmente complicata e Donnie Brasco.

 Scheda tecnica

Gran Bretagna, 1992
Titolo originale: Into the West
Regia: Mike Newell
Cast: Gabriel Byrne, Ellen Barkin, Ciaràn Fitzgerald, Ruaidri Conroy
Durata: 97’

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