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Soul Boy — L'anima mangia la paura

by Jean

Soul Boy — L’anima mangia la paura

Non è male chiudere l’anno con questa opera prima della 31enne Hawa Essuman, prodotta e supervisionata da un mentore d’eccezione come il tedesco Tom Tykwer (Lola corre, Profumo, The International). In fondo possiamo considerarlo un film natalizio (in Germania è uscito il 2 dicembre) e offre una prospettiva certamente diversa da Un altro mondo di Muccino jr., parzialmente girato nello stesso slum di Kibera, in Kenia. Il protagonista Abila ha forse qualche anno in più di Charlie, ma nessuno lo porta via dal suo inferno verso la dorata Europa, anzi, il destino gli riserva la possibilità di dimostrare a se stesso e agli altri il proprio valore e la propria dignità.

Tutto parte quando una mattina, risvegliatosi da un incubo nel negozio-abitazione che divide col padre, Abila (14 anni) trova l’uomo ancora a letto e in preda a uno strano torpore. Riesce solo a capire che la causa di questo malessere è una donna. La madre sarta non gli dà ascolto, solo la coetanea Shiku (Leila Dayan Opou), che è di etnia Kikuyu mentre lui è Luo, si offre di aiutarlo a scoprire come risuscitare il padre. Ben presto, Abila capisce che il padre è vittima di Mama Akinyi (Rose Adhiambo), una nyawawa (spettro), che per vendetta contro gli uomini lo ha sedotto e gli ha portato via l’anima. Facendosi coraggio, la incontra e convince la donna a dargli l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio: se supererà in 24 ore le sette prove che si richiedono in genere a uomini fatti, potrà riscattare l’anima del padre.

Seguito da Shiku, Abila attraversa in lungo e in largo il grande slum e affronta prove fisiche e morali estreme pur di riuscire nel suo intento. Arriverà a salvare la vita a un ladro che rischiava il linciaggio e a una bambina bianca che rischiava di morire soffocata, ma alla fine sarà solo grazie a un intervento decisivo di Shiku che potrà superare la sfida con la paura della morte, evocata nell’incubo della prima sequenza. Imparerà a conoscere i propri limiti e a superarli, che fuori di Kibera abitano famiglie bianche ricche ma non necessariamente felici, e che i nyawawa sono rancorosi ma di parola.

I particolari

Soul Boy è una favola iniziatica dagli intenti esplicitamente didascalici. Ad interessare però è soprattutto il progetto che sta dietro il film, i suoi ipotetici sviluppi e le prospettive che si aprono per la debuttante regista. Essuman è nata ad Amburgo nel 1980 da genitori ghanesi ma è cresciuta a Nairobi. La sua carriera è iniziata nel 2006 con il documentario Through My Eyes sulla generazione ruandese post genocidio, poi ha lavorato nel 2007 da assistente nella serie tv Makutano Junction, e in seguito ha realizzato tre corti (Cold War, Coming Out, The Lift). Il progetto di Soul Boy è nato nel settembre 2008 su iniziativa di Tom Tykwer e della moglie Marie Steinmann, da anni attiva come volontaria negli slum di Nairobi con una ONG inglese (Anno’s Africa): si trattava di girare, con la società di produzione di Tykwer (One Fine Day Films) e in collaborazione con una società locale (la Ginger Ink) un film a basso costo, con una troupe ridotta all’osso, e un cast tecnico artistico da formare e reperire proprio nello slum di Kibera. Con una sceneggiatura scritta dal keniota Billy Kahora, la lavorazione ha avuto appena una settimana di preproduzione e si è svolta dal 17 novembre al 1 dicembre 2008.

Presentato in anteprima a gennaio al Göteborg International Film Festival, il film ha avuto una buona accoglienza in festival maggiori (Rotterdam, Berlino) mietendo premi a Rotterdam e Leuven e riscuotendo interesse in numerosi festival di interesse panafricano e non solo. In Italia è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema Africano di Verona, dove ha vinto il Premio del pubblico. Un successo che non stupisce, vista l’efficacia del plot e dell’impianto registico, sostanzialmente scolastico, con una alternanza di campi/controcampi e totali, vivacizzati qua e là da scene d’azione con macchina a mano, ma sostenuto da un buon ritmo, nonostante il metraggio poco consueto (il film dura 61’). Difficile discernere dove comincia il talento dell’una e dove finisce la padronanza tecnica dell’altro. Bisognerà attendere la prossima prova di Essuman.

Certo, gli autori omettono di interrogarsi sulle ricadute di alcune scelte che fanno problema: tutti i film ancorati su protagonisti teenager finiscono per riportare  inevitabilmente all’imago infantilistica del continente nero, rafforzata qui dal riferimento archetipico alle trame dei racconti iniziatici e, per soprammercato, dall’enfasi sull’elemento magico. È possibile tuttavia anche leggere questi elementi alla luce di una legittima volontà di essere popolari, ovvero di mantenere una possibilità di interazione col pubblico locale keniota e dell’Africa Orientale. Del resto, l’immagine di Kibera che emerge da Soul Boy nulla concede a una recente tendenza del cinema transnazionale, che in Brasile hanno definito slumxploitation, in cui rientra ad esempio The Millionaire. Inoltre, il film lancia messaggi importanti in direzione del dialogo inter etnico, in un paese ancora lacerato dall’eredità degli scontri avvenuti a inizio 2008.

In ogni caso, Tykwer e compagna sembrano conquistati dal mal d’Africa, se è vero che dopo questo, è nato un altro progetto più strutturato e permanente di formazione e promozione (Film Africa!), che ha messo in cantiere un nuovo lungometraggio, diretto da David Tosh Gitonga e dal titolo provvisorio Nairobi Half Life. Comunque lo si voglia giudicare, si tratta dell’ennesimo segnale di vitalità che arriva dal quadrante orientale del continente nero, finalmente valorizzato anche da autori e critici europei e riconosciuto come fucina di talenti e non solo come sfondo esotico per megaproduzioni straniere.

Scheda tecnica

Germania – Kenya, 2010
Regia: Hawa Essuman
Cast: Samson Odhiambo, Leila Dayan Opou, Krysteen Savane, Frank Kimani, Joab Ogolla, Lucy Gachanja, Katherine Damaris, Kevin Onyango Omondi, Calvin Shikuku Odhiambo, Nordeen Abdulghani
Durata: 61’

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