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Caproni

by Jean

Come si costruisce un areoplano

Allo scoppio della Grande Guerra, in Italia c’è un ingegnere che da anni disegna e costruisce aerei: Gianni Caproni. Le sue intuizioni saranno fondamentali per gli sviluppi dell’uso bellico dell’aviazione, sancito definitivamente dalla Prima Guerra Mondiale

Dopo anni di tentativi maldestri e intuizioni apparentemente folli, la prima guerra moderna è segnata dalla conquista dei cieli.

Ai tempi della Prima Guerra Mondiale, il pilota non è un soldato come gli altri: il suo andare tra terra e cielo colpisce tutti, lo rende creatura leggendaria.
Nasce il titolo di ‘Asso dell’Aviazione’: lo merita chi batte almeno cinque aerei nemici. E subito pensiamo al leggendario Barone Rosso, Manfred Von Richtofen, in Germania, e a Francesco Baracca in Italia.
L’Italia era stata prima nell’utilizzo degli aeroplani in attività belliche già nel 1911 in Libia. Nel maggio 1915, quando entra in guerra, può però contare soltanto su un’ottantina di velivoli. Ditte italiane che progettino e costruiscano velivoli, ce n’è soltanto una: la Caproni.
Gianni Caproni, ingegnere e imprenditore trentino, vedeva da anni la necessità di uno sviluppo bellico dell’aviazione e da anni progettava e costruiva aeroplani.

Giovanni Battista — o più semplicemente Gianni — Caproni nacque il 3 luglio 1886 in Trentino, in territorio allora austriaco, nella frazione di Massone — allora comune di Oltresarca, attuale Arco — tra Trento ed il Lago di Garda.
I genitori, il geometra Giuseppe Caproni e Paolina Maini, erano piccoli possidenti, cosa che consentì al giovane Giovanni Battista di ottenere un’adeguata istruzione.
Rimasto orfano molto giovane, compì i suoi studi primari presso la Realschule di Rovereto, laureandosi poi in ingegneria civile in quella che era all’epoca la migliore università di ingegneria d’Europa: il politecnico di Monaco di Baviera, nel 1907.
L’anno successivo conseguì una specializzazione in elettrotecnica presso l’istituto Montefiori di Liegi, dove conobbe Henri Coandă. Fu durante la permanenza a Liegi che iniziò a coltivare interesse nell’allora emergente campo dell’aeronautica, dopo aver assistito ad una dimostrazione dei Fratelli Wright. Questo interesse giunse a maturazione con un soggiorno a Parigi dove entrò in contatto con diversi pionieri dell’aeronautica.
E fu proprio insieme all’amico Coandă che costruì il primo aliante, o veleggiatore, secondo il termine in uso all’epoca, di tipo biplano, che fece volare nelle Ardenne nel 1908.

Tornato ad Arco, nel 1909 iniziò la realizzazione del suo primo velivolo a motore, il Ca.1 nel cortile di casa Caproni. Il progetto non riscosse interesse, e Giovanni Battista poté contare solo sul fratello maggiore, Federico Caproni, e sul meccanico Ugo Sandri Tabacchi, che diventò anche il pilota collaudatore.
Prima che il prototipo giungesse a completamento, nel 1910, Caproni si trasferì in territorio italiano — infatti proveniva da una famiglia di solide tradizioni irredentiste — rinunciando per sempre a quel Trentino che era, all’epoca, ancora asburgico.
La destinazione scelta era Cascina Malpensa, in comune di Somma Lombardo, dove venne fondata la Caproni e il velivolo compì il suo primo volo il 27 maggio 1910, rimanendo distrutto nell’atterraggio. L’incidente era probabilmente dovuto alla pressoché nulla esperienza del pilota, proprio il meccanico Tabacchi, e non a difetti del velivolo. Fondò in questo periodo anche la ’Scuola di aviazione Caproni’. Verso la fine del 1910 Caproni si trasferì poi a Vizzola Ticino, dove proseguì lo sviluppo di biplani, con i modelli da Ca.2 a Ca.7.

A partire dal 1911, si concentrò sullo sviluppo di monoplani, con i modelli che vanno da Ca.8 a Ca.16. Questi ebbero maggior successo, e vennero prodotti in piccole serie. Da questa serie di aerei, Gianni Caproni sviluppò il Ca.18, destinato all’osservazione aerea, ma l’aereo uscì sconfitto dal 1º concorso militare italiano, tenutosi all’inizio del 1913. L’azienda si trovò così in difficoltà economiche e lo stesso anno venne acquistata dallo stato italiano; Giovanni Battista Caproni vi rimase come direttore tecnico.
Nonostante le difficoltà è in questo periodo che iniziò lo sviluppo dei trimotori da bombardamento che, dal prototipo Ca.31, porteranno alla sviluppo della famiglia di bombardieri, biplani.
Oltre che alle capacità tecniche di Caproni, fondamentale fu il contributo di Giulio Douhet allora comandante del battaglione aviatori (la Regia Aeronautica vedrà la luce solo nel 1923), che convinto della bontà del progetto, riuscì ad aggirare l’opposizione del generale Maurizio Moris, allora ispettore dell’aeronautica.

Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Giovanni Battista Caproni rifiutò un invito dall’Impero austro-ungarico a trasferire la sua azienda in Austria, questo e la tradizione familiare, fecero sì che durante la prima guerra mondiale venisse considerato dagli austriaci un traditore, come Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Nazario Sauro e tanti altri patrioti trentini.
Il conflitto dimostrò la bontà dei trimotori Caproni, che furono utilizzati dalle forze aeree di Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America e prodotti all’estero su licenza.
Fu infatti sul fronte francese che avvenne il primo bombardamento aereo notturno. Anche se la sua fama deriva da questa famiglia di bombardieri strategici, Gianni Caproni fu anche tra i pionieri dell’aereo da caccia, nel 1914, dal Caproni Ca.18, derivò il caccia Ca.20, rimasto allo stadio di prototipo. La fine della guerra provocò un drastico ridimensionamento dell’industria aeronautica infatti i vari governi italiani che si succedettero nell’immediato dopoguerra non pensarono di mantenere un’aliquota di velivoli da impiegare eventualmente a scopo difensivo e la quasi totalità fu smobilitata se non demolita.

Sempre più convinto delle capacità dell’aeroplano e del suo utilizzo come trasporto civile riadattò la propria fabbrica senza però abbandonare del tutto i progetti relativi all’impiego militare. Tali convinzioni porteranno a rielaborazioni come trasporto passeggeri dei trimotori da bombardamento, e progetti certamente più visionari, come il Caproni Ca.60 Transaereo, un gigantesco idrovolante a scafo per 100 passeggeri, destinato a rotte transatlantiche. Peculiare era la caratteristica di avere tre gruppi di ali triplane montati sopra lo scafo e dove erano installati 8 motori. Il velivolo compì un breve balzo il 4 marzo 1921, ma rimase distrutto in un incendio poco dopo mentre era in riparazione.
E qui vorremmo fare una piccola digressione, perché ci sembra giusto ricordare (come fa anche Miyazaki nel suo Si alza il vento) che l’ingegner Caproni ha fatto volare non solo aerei, ma anche sogni. La figura di quest’uomo, il più geniale protagonista dell’epopea regina del XX secolo, cioè la conquista dei cieli, è finora rimasta quasi nascosta dal fascino dei suoi straordinari velivoli, che ancora detengono imbattuti record e primati tecnologici. È quanto meno doveroso, quindi, riportare in primo piano l’umanità di una figura poliedrica, di un artista prima che un ingegnere, di un pacifista costretto a creare armi micidiali, di un innamorato della natura dedito al progresso dell’industria, di un patriota idealista che voleva abbattere i confini del mondo.

Con l’avvento del governo Mussolini, giunse un nuovo impulso all’industria aeronautica. Nel gennaio 1923 fu costituito il Commissariato per l’aeronautica e pochi mesi dopo fu istituita la Regia Aeronautica e ricostituite subito le tre specialità: caccia, ricognizione e bombardamento con le relative flotte aeree.
Negli anni Trenta, Gianni Caproni creò un gruppo industriale che assunse il nome ‘Aeroplani Caproni S.A.’ arrivando a contare più di 20 consociate (Gruppo Caproni), fra cui le Officine Meccaniche Reggiane, la Motori Marini Carraro, e alcuni stabilimenti all’estero, a Baltimora negli Stati Uniti (Caproni-Curtiss) e in Bulgaria a Kazanlik (Kaproni Bulgarski). Nel 1936 insieme al designer Vittorio Ducrot fondò l’Aeronautica Sicula.
La guerra d’Etiopia procurò moltissime commesse alla Caproni i cui velivoli arrivarono a dominare i cieli abissini.
E uno dei suoi aerei più famosi, il Caproni Ca 309 Ghibli — un bimotore multiruolo sviluppato dall’azienda italiana Caproni Aeronautica Bergamasca (CAB) nella seconda metà degli anni trenta destinato alla ricognizione armata e al collegamento che prestò servizio aereo con la Regia Aeronautica nelle colonie dell’Africa Orientale Italiana — è stato d’ispirazione al regista Hayao Miyazaki, che ha chiamato il suo studio di animazione Studio Ghibli proprio in onore di questo velivolo.

Nel 1940 venne nominato conte di Taliedo, dalla località del comune di Milano dove sorgevano le officine Caproni e il primo aeroporto milanese (il motto del nuovo casato “Senza Cozzar Dirocco” glielo creò proprio Gabriele D’Annunzio). Inizialmente contrario all’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, era fermamente convinto che sarebbe stato un conflitto di macchine, vinto da chi “ne avrebbe schierato il maggior numero e della qualità migliore”.
Continuò a costruire ottimi aeroplani fino alla fine delle seconda guerra mondiale (anche il primo aereo a reazione italiano, il Campini-Caproni CC2 che volò nel 1941, fu un prodotto delle sue industrie), al termine della quale le sue aziende risultarono pressoché distrutte dai bombardamenti alleati e, nonostante i suoi sforzi, non poterono esser ricostruite sia per ragioni finanziarie che a causa delle condizioni di pace imposte all’Italia.

Caproni tentò di riorganizzare il suo gruppo industriale che nel frattempo aveva accumulato numerosi debiti. Tra il 1947 ed il 1951 cercò finanziatori e committenti in tutto il mondo: Unione Sovietica, Francia, e Israele. Provò ad ottenere finanziamenti anche presso le banche vaticane e nel corso di un viaggio negli Stati Uniti incontrò anche il presidente Harry Truman. Nel corso di tale incontro fu introdotto all’interno del gabinetto presidenziale dove con stupore notò che alle pareti erano appese due grandi fotografie, una che lo raffigurava e una di Orville Wright. Ad uno stupito Caproni il presidente statunitense Harry Truman disse:

Le ho trovate qui, il presidente Roosevelt le ha lasciate per l’intera durata della guerra, ed io non le ho rimosse. Voi due siete i creatori dell’Aviazione mondiale e l’America ve ne rende onore”.

Tornato in Italia, tentò ancora di risollevare le sorti di un’azienda che aveva creato con tanto amore e che era famosa in tutto il mondo. Ma ormai non c’era più nulla da fare. La sua assenza aveva minato l’andamento aziendale e poi il trattato di pace imponeva all’Italia di non produrre più motori per aerei.
Insomma, per la Caproni, già indebitata per l’inevitabile crollo delle ordinazioni, fu il disastro. Nel 1951 il gruppo Caproni fallì. Rimase in piedi per qualche tempo lo stabilimento di Gardolo (Trento) che produceva motociclette ‘Capriolo’, ma poi chiuse anche quello.
Un peccato, perché l’ingegnere aveva sempre avuto un occhio di riguardo per la sue gente di origine, dal punto di vista lavorativo ma anche della formazione, sia tecnica che culturale.

Della sua incredibile vita ha lasciato un patrimonio culturale davvero notevole. Innumerevoli i suoi amici in tutto il mondo, che lo rimpiansero quando, il 27 ottobre 1957, morì. Aveva 71 anni.

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