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Saint Louis Blues — Un transport en commun

by Jean

Saint Louis Blues — Un transport en commun

“Quando ho concepito il film, avevo una voglia irresistibile di fare una commedia musicale nella sua tradizione più profonda… Da tempo sognavo di fare una commedia musicale. Ho studiato cinema, ma anche musica e danza e questo film è stato occasione per riunire tutte le mie passioni!”

Nessuna dichiarazione poteva essere più sincera di questa di Dyana Gaye, che del film Saint Louis Blues  — Un transport en commun non è solo regista e sceneggiatrice, ma anche autrice di buona parte della ‘colonna sonora’ e persino aiutante coreografa… E nessuno, forse, avrebbe messo altrettanta passione per far raccontare il suo Paese cantando da attori non professionisti..

Siamo a Dakar, in Senegal, alla fine dell’estate. All’autostazione Pompiers un gruppo di viaggiatori si imbarca su un pulmino/taxi per compiere il viaggio fino a Saint Louis, intrecciando i diversi destini e raccontando la propria vita a suon di musica.
A bordo, sei passeggeri: oltre al conducente, Souki, diretta al funerale del padre che non ha mai conosciuto; Malik, un ragazzo pieno di speranze che desidera andare a salutare la sua fidanzata prima di mettersi in viaggio per l’Italia; Madame Barry, proprietaria di un elegante salone di bellezza, desiderosa di rivedere i figli dopo molti anni di lontananza; Joséphine e Binette, due ragazze francesi le cui vacanze in Senegal stanno per finire. Manca, in realtà, un settimo passeggero, ma Antoine, un altro francese studente di musicologia, ha perso il taxi per qualche minuto di ritardo. Partito con un’altra macchina per raggiungerli, quest’ultimo incontra la nipote di Madame Barry — Dorine — giovane apprendista parrucchiera in cerca di libertà e a sua volta diretta a Saint Louis.

La strada è lunga, il calore intenso e le strade super affollate. Il francese si mescola dolcemente ai vari dialetti locali, le canzoni ai dialoghi. E la durata del viaggio permetterà a ciascun passeggero, che non ha nulla che lo leghi al suo compagno di viaggio, di unire il proprio destino a quello degli altri viaggiatori.

Le canzoni del film — tutte scritte dalla stessa Dyana Gaye e interpretate dalla Surnatural Orchestra (una grande band composta da diciannove musicisti) e dal gruppo Les Cordes — rivelano in musica i sentimenti nascosti di ciascun protagonista: così Malik, che spera di fare fortuna in Italia, si immagina già arrivato a destinazione, anche se la sua è una realtà immaginaria un po’… diversa dalla realtà. Per questo canta un twist in cui si sente anche un mandolino (strumento considerato profondamente legato al nostro Paese), con sonorità di altri tempi, che si potrebbero ascoltare in una vecchia trasmissione alla radio.

La signora Barry, invece, si esprime attraverso un ritmo jazz, ma avrebbe potuto cantare anche musica lirica. “La sua acconciatura alla ‘Castafiore’ (Bianca Castafiore è un personaggio immaginario spesso presente nei disegni animati delle Avventure di Tintin. Dotata di una voce particolarmente squillante, è un soprano italiano di fama internazionale) — ha commentato la regista — la connota così. Lei canta il blues, i suoi rimpianti, la sua scelta di vivere a Dakar per crearsi un futuro e una carriera, e soprattutto la lontananza dai suoi figli”.
Quanto al tassista, è molto critico riguardo alla situazione socio-economica del Paese: è anche abbastanza stufo di sentire che “la Francia è amica del continente africano” e vorrebbe che il Senegal fosse un po’ più pro-attivo e indipendente.

Come per le musiche, anche le coreografie sono state ideate in funzione del personaggio e dell’attore. In realtà, più che di coreografie si è trattato di sviluppare l’espressione corporea di ciascuno. Dietro a quello che si vede sullo schermo, c’è stato un grande lavoro preparatorio molto, molto lungo. Tanto per cominciare, una settimana di lavoro intensivo in cui sono state messe in scena le scene musicali e le coreografie. E poi giornate di prove senza fine che hanno portato al risultato assolutamente eccezionale che si vede nel film.

“Potendo spaziare in termini creativi — ha raccontato ancora Dyana Gaye — mi sembrava importante trovare per ogni personaggio l’espressione musicale individuale più appropriata, con toni che ne rappresentassero l’umore e le emozioni e il ruolo nel corso del film. Infatti la componente musicale risponde all’esigenza di avvicinamento ai personaggi e non è solo l’esplorazione dei generi musicali.
Con il compositore Baptiste Bouquin (alla nostra terza collaborazione dopo J’ai deux amours e Deweneti) abbiamo pensato un pezzo per ogni personaggio e situazione. Si passa dalle canzoni più ‘intime’ a gruppi coreografici corali, che hanno bisogno di diversi strumenti.”

Il casting è composto da non-professionisti, a parte il conducente, alcuni musicisti e la sorella della regista, che è anche ballerina e coreografa (interpreta una delle sorelle nel film). Durante il casting, naturalmente, si sono presentati al provino anche attori professionisti, ma la decisione finale è stata di “dare più attenzione all’energia” e di non badare tanto alla professionalità, quanto al desiderio che traspariva in tutti i candidati.
Tempo e mezzi erano limitati, e bisognava che gli attori fossero subito pieni di entusiasmo e di voglia di partecipare. Per la maggior parte degli attori era la prima esperienza cinematografica.

“Girare nel caos di una stazione di autobus e taxi a Dakar non è stato facile. Ma niente è semplice in questo film. Tuttavia, stranamente, la parte ala stazione degli autobus è stata la meno complicata. Abbiamo affittato uno spazio per quattro o cinque giorni. Appena iniziato con le riprese abbiamo attirato l’attenzione di tutti coloro che stavano intorno, ma la vita della stazione è continuata per lo più normalmente.
Tutti guardavano e alla fine hanno partecipato, infatti molte comparse sono abitanti della città di Dakar o che abbiamo incrociato per strada. Quando si gira una scena in Senegal, la gente ti fa capire che sei in mezzo a loro: bisogna renderli partecipi. Credo sia un punto di forza del film, perché la natura di quello che filmiamo prende forma ed energia proprio da questa partecipazione. Così tutto si carica di realismo”.

Ed è proprio quello che è successo: in un’alternanza di sequenze musicali e coreografiche corredate da riprese molto realistiche, la regista ci offre uno sguardo sull’Africa pieno di freschezza e soprattutto di speranza.

Dyana Gaye

La regista è nata a Parigi nel 1975 da genitori senegalesi. Studia cinema all’università di Saint-Denis, dove ottiene una specializzazione nel 1988. Si laurea nel 1999 con la sceneggiatura di Une femme pour Souleymane, che realizza con successo l’anno seguente grazie al sostegno economico della Bourse Louis Lumière del Ministero degli Affari Esteri francese. Nel 2006 il cortometraggio Deweneti ottiene grande successo a livello nazionale e internazionale ed è nominato al Premio César (gli Oscar francesi) 2008 come miglior cortometraggio.

Parti delle dichiarazioni della regista sono tratte da un’intervista rilasciata a Olivier Barlet.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Senegal/Francia
  • Anno 2009
  • Regia e sceneggiatura Dyana Gaye
  • Cast Umban Gomez de Kset, Anne Jeanine Barboza, Bigué N’Doye, Adja Fali, Antoine Diandi
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