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Paulette

by Jean

Paulette

In un casermone squallido, nella periferia degradata di una metropoli francese, vive Paulette, un’anziana signora che, rimasta vedova (per combinazione l’11 settembre 2001) fatica a sbarcare il lunario con la sua magra pensione. Con il  marito ha infatti perso anche la brasserie che assicurava a entrambi una vita dignitosa. Amareggiata dagli sgraditi sviluppi di una vecchiaia che immaginava  più serena, si consuma nell’odio: detesta tutto e tutti, ma soprattutto gli immigrati (il suo ex locale è stato rilevato dai cinesi…) e tra loro in particolare quelli di colore. Vive come uno smacco del destino il fatto che due di loro siano capitati proprio nella sua famiglia: il genero Ousmane, detto “sbucciabanane”, e il suo unico nipote Leo, “la scimmietta”, che malgrado i tentativi di farsi voler bene viene sempre maltrattato. In un certo senso, pur avvelenata da un razzismo di bassa lega, milioni di pregiudizi, e soprattutto le tasche vuote, la situazione potrebbe essere anche sopportabile per la politicamente scorretta Paulette, se non le capitasse tra capo e collo l’ennesima sciagura: il pignoramento dei mobili, ma soprattutto dell’adorata televisione. Ormai il fondo è raggiunto. La sua principale preoccupazione diventa studiare un modo per recuperare ciò che le è stato sottratto. E mentre quest’esigenza si fa sempre più impellente, sempre meno le rimorde la coscienza nell’esaminare opzioni poco legali. Ad ispirarla, gli spacciatori del quartiere, che sembra non abbiano problemi di soldi. Carpendo senza ritegno informazioni al genero, che oltre ad essere negro è pure poliziotto, propone i suoi servigi a Vito, il boss locale: perché non utilizzarla come insospettabile pusher? Dopo la prima reazione, ovviamente negativa, Vito si lascia convincere. Ed ecco Paulette, col suo cesto in paglia da brava massaia, proporre “roba” per la strada, dapprima goffa poi sempre più spigliata. Difatti, gli affari vanno a gonfie vele e il boss la rifornisce sempre più spesso e abbondantemente. Quel  “lavoro straordinario” la distoglie dalle solite attività al centro anziani e le amiche iniziano a sospettare qualcosa di strano dietro la sua ritrovata brillantezza economica.

Quando, per colpa di Leo, un po’ di hashish finisce nell’impasto di una torta, Paulette scopre un universo… e, come pasticciera di lunga esperienza, non ha problemi a scoprire e proporre agli entusiasti consumatori sempre nuove ricette. Inoltre, lavorando in casa, non si espone più alle violente vendette dei “colleghi”, che hanno visto calare vertiginosamente gli incassi a causa sua. Non potendo più tacere sulla nuova attività con le  tre migliori amiche, invece che rimproveri trova un’inattesa complicità. A tutti, come appare evidente, piace il facile guadagno. Nell’ambiente,  la pasticceria casalinga di Paulette inizia ad essere sulla bocca di tutti, tanto da arrivare alle orecchie di Taras, il capo di Vito, che le propone di vendere i suoi dolcetti alle scuole primarie.

Ma la vecchia bisbetica senza scrupoli di poco tempo prima non esiste più: nel frattempo ha fatto pace col nipotino, che le ha salvato fortunosamente la vita. Il rifiuto non resterà impunito. Mentre con le amiche e Leo si concede un lussuoso week end al mare, gli sgherri di Taras le devastano la casa e, al loro ritorno, rapiscono il bambino. La paura dura poco: la banda viene sgominata dalla polizia grazie alle indagini di Ousmane, che aveva intuito qualcosa di losco dietro alle stranezze della suocera. Tutto è cambiato, per Paulette, che archivia pregiudizi e intolleranza diventando lei stessa migrante: con tutto il suo gruppo di lavoro parte infatti per l’Olanda, dove spopolerà con una nuova, elegante pasticceria Coffee Shop.

I particolari

Ispirato a un episodio di cronaca, il film affronta i problemi di convivenza e sopravvivenza in una multietnica banlieue attraverso il ritratto ironico della sgarbata  e  xenofoba Paulette, il contrario della nonnina comme il faut. Viene subito in mente il paragone con L’erba di Grace, di Nigel Cole,  ma le due eroine non si somigliano affatto: quanto la britannica ha classe e fascino, leggerezza e sex appeal, la francese ha un brutto carattere, è poco attraente e ancor meno simpatica. Eppure… piace.

Sviluppata dal regista Enrico con alcuni allievi del corso di sceneggiatura, questa commedia sulla precarietà dei valori ruota attorno alla protagonista burbera e incattivita, pronta a gettarsi nella criminalità per non rinunciare alla dignità. La incarna in modo straordinario Bernadette Lafont, già scelta per ruoli impegnativi  da Truffaut, Miller e Chabrol tra gli altri. L’attrice, al suo ultimo lavoro, giganteggia tra i compagni di cast, compresa la grande Carmen Maura, icona di Pedro Almodovar.

Divertente, a tratti comico, con un sottofondo amaro, il  film cala una vicenda improbabile in un contesto del tutto verosimile, ironizzando su disagi e difficoltà del tirare a campare ma senza sconfinare in territori troppi scomodi.  Un filo di coraggio in più avrebbe trasformato una simpatica Black Comedy  in qualcosa di memorabile. La scelta di non andare  oltre si palesa con un fiabesco happy end, pur senza tradire del tutto la denuncia sociale sulla condizione degli anziani, la solitudine, l’impoverimento economico ed affettivo. Ma Nonna Spinello,  come viene chiamata dai  clienti Paulette, è solo per amore e ragionevolezza che rientra nei ranghi. in fondo, non è così disdicevole che in una storia hashish e vecchi merletti  prevalgano alla fine i buoni sentimenti. Quasi tutti…

Curiosità

Il film è il risultato del corso di sceneggiatura e scrittura  tenuto da Jérôme Enrico, presso l’ESEC, una scuola di cinema francese. L’idea di base, sviluppata durante un laboratorio di scrittura, appartiene alla studentessa Bianca Olsen che, insieme ai colleghi Laurie Aubenal e Cyril Rambour, ha lavorato per un anno alla storia (in parte vera) di una vecchia signora che, vivendo in una grande città, si lancia nel commercio della cannabis per riuscire ad arrivare a fine mese, supportata da un gruppo di amiche di età compresa tra i 60 e gli 80 anni.

Modello di riferimento di Enrico e degli sceneggiatori è la commedia sociale italiana del secondo dopoguerra, con qualche spunto che ricorda il cinema di Ken Loach.

Il nome di Bernadette Lafont è legato soprattutto alla Nouvelle Vague e a registi come François Truffaut, Claude Chabrol e Jean Eustache. All’età di 74 anni, accetta di interpretare un personaggio che nasconde la cordialità e la gentilezza dietro la scontrosità di chi sa di non aver più nulla da perdere. Accanto a lei, si muovono un gruppo di giovani attori professionisti, con in testa Paco Boublard, impegnati a interpretare i membri della banda di spacciatori di città, e un trio di attrici dalla consolidata carriera come Françoise Bertin, Dominique Lavanant e Carmen Maura (fino alla fine in predicato per la parte di Paulette), prestatesi a rivestire i panni delle componenti della “banda”.. André Peverne interpreta invece la parte di Walter, un tombeur dotato di una certa classe e di un certo fascino e la cui divertente presenza permette di raccontare al meglio la trasformazione fisica e morale di Paulette. Per il personaggio di Walter, il regista Jérôme Enrico non ha fatto mistero di essersi ispirato a un suo zio.

Parlando di film che coinvolgono anziane signore sopra le righe, a Marianne Faithful era andata paradossalmente meglio: in Irina Palm scopriva “il talento di una donna inglese” riciclandosi in una professione ben più umiliante, ma per un fine nobile come salvare la vita a suo nipote.

Citazioni

“Signora, qual è il suo nome?” “Alzheimer”

“Nonna, perché non mi vuoi bene?” “Perché sei negro!”

Scheda tecnica

Francia, 2012
Regia: Jérôme Enrico
Cast: Bernadette Lafonte, Carmen Maura, André Penvern, Dominique Lavanant

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