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Ocèans, Les mystére Plastique

by Jean

Ocèans,
Les mystére Plastique

Abbiamo attaccato il tumore persino ai pesci. Può sembrare un’informazione inquietante, ma è solo una goccia nel mare – è proprio il caso di dirlo – che tanto amiamo a parole, ma con i fatti maltrattiamo in ogni modo possibile, ignorando che la somma delle nostre scelte sbagliate ricade su di noi e il nostro futuro. Un mare anche di dati negativi, raccolti grazie a decenni di ricerche da parte di equipe di scienziati, medici e biologi. Un lavoro immane, un grido di allarme che risuona nel silenzio assordante dei media, e resta inascoltato da coloro che, ai grandi livelli, potrebbero fare qualcosa. L’emergenza della plastica che sta contaminando le acque, danneggiando radicalmente con i suoi veleni l’ecosistema marino, diventa materia apocalittica in questo documentario, girato dal giovane regista francese Vincent Perazio, appassionato di temi ambientali.

La questione posta è scioccante: dalle informazioni raccolte dagli scienziati, risulta che cinquanta miliardi di pezzi di plastica galleggiano sulla superficie dell’oceano. Questi rappresentano solo l’1% di ciò che viene scaricato in mare dall’uomo. Dove finisce tutto il resto, stimato intorno a centinaia di migliaia di tonnellate? Le correnti trascinano ovunque i rifiuti plastici, dall’Artico all’Antartide, attraverso i mari tropicali, e molte teorie sostengono che per la maggior parte venga ingerito dagli organismi marini, trasformando la plastica in qualcosa di impercettibile. E quel che rimane, non essendo biodegradabile, non scompare ma si trasforma in microparticelle tossiche, perlopiù invisibili all’occhio umano. Questo processo di trasformazione sta dando vita a un altro ecosistema: la plastisfera. Un fenomeno che appare inarrestabile ed esige ulteriori approfondimenti: dove si concentrano queste microplastiche? Diventano un cibo letale per i pesci e gli altri abitanti delle acque o si depositano sul fondo? E qual è il loro impatto sulla catena alimentare?

Vincent Perazio cerca di rispondere a questi interrogativi, accompagnandoci in un viaggio molto istruttivo se non rassicurante. Dalle immagini girate e dalle interviste emerge una realtà che lascia poche speranze per il futuro, a meno che non si faccia finalmente qualcosa di efficace e drastico, prendendo coscienza della situazione. Mandy Barker, artista che crea installazioni con la plastica raccolta dalle spiagge, lo dice con chiarezza: la plastica ormai fa parte dell’Oceano. Nel 2010 si sono prodotti 32 milioni di rifiuti in plastica di cui 8 miliardi sono finiti nelle acque e la situazione non può che peggiorare.

Francoise Galgani, biologo marino, ha trovato sui fondali del Mar Mediterraneo delle bottiglie risalenti al 1960. Ciò dimostra che la plastica può resistere a lungo dove non c’è ossigeno e poca luce, elementi essenziali per la sua decomposizione. Kara Lavender Law, responsabile della Sea Education, e studiosi del London Imperial College sottolineano l’importanza delle correnti nella diffusione della plastica nei mari. A causa di questi flussi si sono formate cinque enormi zone di accumulo: due nell’oceano Atlantico, due nel Pacifico, una nell’Indiano, soprannominati “continenti di plastica”.

La maggioranza di questi residui sono grandi meno di cinque millimetri, molto invasivi e difficili da individuare. Viaggiando con le correnti danneggiano la fauna che li ingerisce, favorendo la formazione di tumori. Ulteriori studi evidenziano come si attacchino alle alghe, e viaggiando con loro le porti dove non ci sono mai state, creando danni alle biodiversità dei fondali. È stata accertata anche una relazione con il plancton, che lascia supporre una contaminazione della catena alimentare. Studi sui molluschi evidenziano che chi mangia sovente frutti di mare può ingerire fino a 11 mila pezzi di microplastica all’anno. Al momento però i rischi tossicologici sono minori rispetto a quelli ecologici.

Un dato positivo esiste: alcuni batteri che si formano in questi ecosistemi alterati possono mangiare la microplastica, distruggendola. Purtroppo, i batteri crescono molto più lentamente della quantità di residui presenti in mare.

Un problema complesso in continua evoluzione. C’è chi già parla di nano plastiche. Per salvare i nostri Oceani, come sottolinea l’opera di Perazio, occorre un repentino cambio di rotta.

Ocèans, Les mystére Plastique ha ottenuto il premio Smat nella categoria One Hour, alla 20ª edizione di CinemAmbiente, svoltasi a Torino nel 2017, con la seguente motivazione:
“Tutti sappiamo che il sesto continente è un continente di rifiuti plastici nel mezzo dell’Oceano Pacifico, con estensioni nel Nord e nel Sud dell’Oceano Atlantico. Questo film, però, mette in luce i pericoli nascosti delle microparticelle di plastica degradata, che sono ancor più pericolose perché contenute in tutto ciò che assorbiamo. Un approccio scientifico e facilmente comprensibile a un problema apparentemente irrisolvibile. Per il momento?”

Scheda tecnica

Genere: documentario
Regia: Vincent Perazio
Produzione: Francia – 2016
Durata: 53′

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Ocèans, Les mystére Plastique
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