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L'isola dei cani

by Jean

L’isola dei cani

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato Spots, che gli è stato portato via… Per decreto del governo, che li incolpa di una pandemia, tutti i cani di Megasaki City vengono infatti catturati e deportati in una vasta discarica, chiamata Trash Island. Il primo passo, l’esilio e la privazione di ogni diritto, prima della “soluzione finale”… Atari dirotta eroicamente un piccolo aereo e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo amico. Con l’aiuto di un branco di pittoreschi e spelacchiati quattro zampe – disposti a tutto pur di sottrarsi alla deprimente condizione cui sono costretti senza colpa, ma anche commossi dal suo amore per il compagno smarrito – inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione, attraverso il coraggio, la solidarietà e, infine, la verità.

I particolari

Una storia originale, ambientata in una dimensione spazio temporale non troppo lontana, in cui uomini e animali antropomorfi convivono, comunicano e subiscono più o meno le stesse vessazioni da parte del dittatore di turno.
Premiato con l’Orso d’argento a Berlino per la miglior regia, questo film in stop motion fantasioso, intelligente, creativo e, si può dire, anche socialmente impegnato, consacra la bravura di Wes Anderson, collocandolo a buon diritto tra i Maestri del cinema contemporaneo.
Con uno stile opera dopo opera sempre più peculiare, Anderson è uno dei pochi in grado di arricchire e saturare ogni inquadratura con miriadi di elementi, senza mostrare compiacimenti o barocchismi, e di svuotarla subito dopo, lasciando un solo particolare, senza precipitare in uno sterile estetismo. Ovvero, grande importanza alla messa in scena, ma in modo funzionale alla storia che le immagini potentemente raccontano, come nei suoi precedenti lavori. Inseguendo sempre nuovi esperimenti, Anderson è stato capace di seguire il piccolo Atari in un mondo in cui l’unica protezione verso i “pericolosi” appare il respingimento e la segregazione. Così, ecco l’isola degli indesiderabili, nata da un pretesto reale, l’influenza canina, cui però potrebbe seguire qualcosa di più e di peggio.
In fondo, gli esperimenti del texano Anderson non fanno che ripercorrere, e riscrivere, trasformandoli in icone culturali, certi punti fermi della cinematografia nipponica come i B Movie degli anni Sessanta, con creature irreali e vulcani in eruzione, fino agli anni del Pop, riferendosi a mostri sacri come Ozu e Kurosawa. La prima lezione imparata da loro è quella dell’attenzione all’Umanità, soprattutto se contestualizzata in situazioni di disagio e degrado. Un dettaglio determinante ai fini del racconto, soprattutto in questo film. E poi, l’ironia, sottile e con qualche punta amara, che smussa la ricercatezza a volte maniacale dei dettagli, come nel suo precedente capolavoro d’animazione, Fantastic Mr. Fox. Insomma, non sbaglia un colpo, per la gioia dei sempre più numerosi fan. Ne L’isola dei cani Anderson aggiunge anche elementi inediti. L’ambientazione può definirsi post moderna e si riferisce a una cupa città giapponese, dal cielo sempre nuvoloso, in mano ad amministratori corrotti e crudeli. Ma il film è tutt’altro che tetro, anzi, è piuttosto un nuovo classico adatto a qualsiasi fascia d’età per i suoi diversi livelli di lettura, come ogni “favola” che si rispetti. E di grande leggerezza, come tutti i suoi lavori, che racchiudono i momenti topici della vita, dalla disperazione alla felicità, dall’amore alla morte, ma all’interno di una cornice conciliante e rassicurante, senza cadere nel banale o nel melenso.
In più, si notano citazioni dalla Pixar (l’isola dei cani reietti ricorda le ambientazioni di Wall-e) dalla Disney di Lilli e il vagabondo, dagli aggressivi manga, rivisitate in modo surreale, ironico, persino grottesco. Il regista-narratore si prende ogni libertà espressiva, ad esempio di decidere che il punto di vista sia quello dei cani e non degli umani, di perdersi dietro divagazioni che lo affascinano, di stigmatizzare fermamente le posizioni razziste di un dittatore che lavora per una “soluzione finale” di antica (ma non troppo…) memoria, molto somigliante a certi leader attuali, di scegliere colori acidi, molto diversi da quelli prediletti dall’animazione occidentale, di accettare qualsiasi metamorfosi, anche la meno probabile, e soprattutto di voler ritrovare il sogno e la favola pure in cumuli immensi di spazzatura senza cielo.
Insomma, un immenso caleidoscopio narrativo, ricco di personaggi vividamente ritratti: impossibile non solidarizzare con una famiglia canina sporca e ammaccata, in particolare il protagonista Spots, cui presta la voce l’attore, doppiatore e regista americano Bryan Cranston, e con Atari, formidabile sintesi tra gli eroi di Miyazaki e il Piccolo Principe.
Uno straordinario viaggio allegorico di rara bellezza, intelligenza e sensibilità sociale che sarebbe imperdonabile perdersi…

Scheda tecnica

Regia: Wes Anderson
Cast: Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Tida Swinton, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum (voci originali)
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Isle of Dogs
Durata: 101’

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