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La mafia uccide solo d’estate

by Jean

La mafia uccide solo d’estate

Sulla mafia si sono scritti fiumi di parole, e impressionati chilometri di pellicola.
L’argomento è sempre di tragica attualità, purtroppo, e per quanto sia stato sviscerato così tante volte lascia il lettore, o lo spettatore, velenosamente affascinato, come se assistesse a una brutta favola, dai cattivi protagonisti che non sempre finiscono male come sarebbe logico aspettarsi, se di fantasia si parlasse. Il lieto fine, persino nelle produzioni più popolari, come le fiction televisive, lascia il posto all’amaro in bocca come spesso succede nel mondo reale. Ma non è sempre così. Qualcuno arrischia evoluzioni differenti, e cerca persino di far sorridere, forse per insegnare che la speranza e l’umanità non devono mai morire sotto una raffica di pallottole. D’altronde, non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un personaggio come Pierfrancesco Diliberto, aka Pif, ironico protagonista di inchieste televisive d’assalto nei neri panni di Iena, e poi più lieve e quasi surreale narratore di vita, armato di videocamera e sorrisi disarmanti, nel suo Il testimone, uno dei programmi più seguiti di Mtv.

Già il titolo di questo film la dice lunga: La mafia uccide solo d’estate, frase tratta da un breve dialogo tra il protagonista Arturo, ancora bambino, e il padre che lo rassicura prima di dormire.

“Ma la mafia ucciderà anche noi?”
“Tranquillo. Ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate.”

Viene da chiedersi perché un bimbo si preoccupi di cose tanto più grandi di lui. Solo apparentemente lontane dall’innocenza della sua tenera età. Infatti, Cosa Nostra irrompe nella sua esistenza ancora prima di nascere.
I genitori, freschi di nozze, lo concepiscono il 10 dicembre del 1969, giorno in cui si compie un bagno di sangue nello stabile in cui abitano, la famigerata strage di Viale Lazio, a Palermo. Con queste premesse, sembra quasi destino che la prima parola del piccolo Arturo sia “mafia”, pronunciata additando Fra Giacinto, religioso opportunista legato a doppio filo coi padrini. Si, perché la sua inconsueta apparizione nel grembo della madre a suon di spari gli ha lasciato una facoltà particolare: lui i mafiosi li riconosce al primo sguardo. Tanto che si spaventa vedendo uno sconosciuto all’ospedale, che si rivela essere nientemeno il boss dei boss, Totò Riina. Con queste premesse, la sua vita procede su un binario parallelo a quello della criminalità organizzata siciliana. Fin dalle elementari si innamora eternamente e segretamente di Flora, la bella figlia di un banchiere, vicino di casa del giudice Rocco Chinnici. La sua timidezza gli impedisce di farsi avanti, ma resta folgorato dall’ispirazione quando assiste a un’intervista televisiva al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in cui rivela divertito di essersi dichiarato alla moglie al cimitero.
Arturo lo prende a modello, lo innalza a eroe da emulare e ne raccoglie in un album le immagini ritagliate dai giornali. Non solo. La figura del Divo Giulio incombe dalle pareti di camera sua in una gigantografia che si porta persino in vacanza. Il suo strano fato intanto lo porta a conoscere un giovane coinquilino che fa il giornalista, Francesco. Questi, a causa del suo impegno contro la mafia, viene relegato dal direttore nel ruolo di cronista sportivo. Ciononostante, la sua passione è tale da contagiare Arturo. Intuendone la predisposizione e le ottime qualità, lo incoraggia a perseguire il suo stesso sogno.
Intanto, Cosa Nostra continua a mietere vittime, mantenendo quel surreale filo rosso sangue con il cammino del giovane predestinato. Muore Boris Giuliano, che incontrava quotidianamente al bar, Pio La Torre, durante la premiazione di un concorso per giovani giornalisti, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli aveva concesso un’intervista proprio perché vincitore del concorso di cui sopra, e Rocco Chinnici, ucciso in un attentato il giorno stesso della partenza di Flora e della sua famiglia per la Svizzera.
Gli anni passano e Arturo è assunto da una televisione locale come pianista e aiutante nella trasmissione Bonsuar, condotta da tale Jean Pierre. Il primo giorno di lavoro trova come ospite del programma Salvo Lima, deputato democristiano. Lo accompagna l’assistente e, con immenso stupore, scopre che è la mai dimenticata Flora. La sorpresa gli fa dimenticare le note della sigla e, di conseguenza, cacciar via. Ma viene assunto dalla DC come inviato speciale per la campagna elettorale.
Il nuovo ruolo dura poco, perché, a causa di un discorso da scrivere per Lima, litiga con Flora e viene licenziato, per essere di nuovo ingaggiato da Jean Pierre. Proprio con il presentatore assiste all’assassinio dell’onorevole, punito per non aver collaborato a scarcerare alcuni mafiosi, ed è tra i primi a prestare soccorso. Nel frattempo, grazie al maxi-processo condotto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vengono arrestati numerosi membri di Cosa nostra. Poco tempo dopo, nel 1992, i due magistrati vengono uccisi nelle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Dopo questi attentati, la gente di Palermo inizia a capire che l’omertà è un’arma a doppio taglio e scende in piazza a protestare. Arturo e Flora, superati i rancori, si fidanzano e dalla loro unione nasce un bambino, che verrà educato dal padre a riconoscere il male e a combatterlo.

In questa “commedia drammatica”, originale, amara, ironica e dalle sfumature paradossali, la trama prende spunto dall’esperienza personale e l’impegno sociale di Pif che, come tanti suoi concittadini, ha vissuto la realtà scomoda e dolorosa di una Palermo sospesa e divisa tra una normale quotidianità e la violenza sanguinosa e arrogante imposta dalla mafia, in particolare tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, periodo in cui la vicenda è ambientata. Un progetto nato dalla fortunata intuizione del produttore Mario Gianani che, dopo aver assistito a una puntata del programma Il testimone, contattò il giornalista per chiedergli se avesse qualche idea da utilizzare in campo cinematografico. Pif, che accarezzava l’idea di portare una storia sul grande schermo, dopo l’esordio nel 1998 come aiuto regista di Franco Zeffirelli e poi, due anni dopo, di Marco Tullio Giordana ne I cento passi, dedicato all’eroe antimafia Peppino Impastato, non esitò a cogliere la palla al balzo.
Il personaggio del piccolo Arturo, così interiormente e realmente soggetto alle “malavitose stranezze”, incarna la difficoltà del vivere stretti tra le spire di un potere malvagio e nemmeno troppo occulto, che per forza di cose condiziona lo stesso esistere. E poi, da adulto, rappresenta e onora, dopo le titubanze e i pavidi servilismi iniziali, i molti giovani, giornalisti e attivisti siciliani, che non hanno avuto paura della verità e non si sono piegati o nascosti, rischiando e spesso perdendo la vita. Una parafrasi della sua terra, in lotta per il riscatto.

Lui, e gli altri protagonisti della storia, raccontano due realtà parallele, che a volte si intersecano, malauguratamente. Da una parte la serenità della famiglia, le occasioni gioiose, la nascita dell’amore e la scelta del futuro, dall’altra gli attentati, le minacce, la morte violenta e il silenzio complice e omertoso. La vita è naturalmente anche questo: un alternarsi di bene e male, gioia e dolore. È fisiologico sopravvivere all’orrore aggrappandosi ai valori e alle emozioni migliori. Lo si nota in luoghi particolarmente soggetti alla violenza, o dopo fatti eclatanti, come l’ultimo attacco terroristico a Parigi: ci si continua a innamorare, a fare figli, ad andare a scuola o uscire la sera, rifiutando di arrendersi, sostituendo l’abnorme con la normalità. Il senso ultimo di questa storia accorata, sorprendente, a tratti divertente, con un messaggio civile molto forte, sta nel risveglio delle coscienze e nella volontà di scegliere da che parte stare, ascoltando la voce del cuore e dell’intelligenza. Come in una guerra, Pif apre infatti il film con una dedica ai caduti giusti e innocenti, e nel prosieguo non lesina particolari e nomi e cognomi di assassini e mandanti, in una versione non edulcorata della cronaca di fatti che nessuno dovrebbe dimenticare, e di cui non si parla mai abbastanza. Lo fa col suo stile, con gli occhi ingenui del piccolo Arturo, con la sua particolare sensibilità e l’atipico umorismo che sa di non mancare di rispetto a nessuno, pur toccando temi di tale profondità e che tanta sofferenza hanno causato. Anche i riferimenti ad Andreotti, che diventa quasi un supereroe per un bimbo che non ne coglie i risvolti oscuri da Amico degli Amici, sono ironici. Questa è la principale caratteristica della narrazione: l’alternarsi tra la leggerezza del racconto e la freddezza della cronaca. Un mezzo efficace per far informare e coinvolgere anche chi di solito rifugge da telegiornali e talk show. Ecco così la descrizione affettuosa di una città che lentamente comprende e reagisce, ritrovando forza e dignità, pur nella consapevolezza che ci sia ancora così tanto da fare. Ecco la narrazione di personaggi come Boris Giuliano e Rocco Chinnici attraverso i loro rituali umani, e la descrizione buffa dei Padrini, che non per questo cessano di essere quello che sono.

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, lo stile utilizzato richiama, come è lecito aspettarsi, il linguaggio televisivo, forte del suo impatto più immediato con lo spettatore. Il regista utilizza un doppio registro per i due lati della vicenda, sorrisi e pugni nello stomaco, tra cui si riesce a destreggiare con sapienza.
Particolarmente riuscita la prima parte in cui Arturo e Flora, ancora bambini, si conoscono e scoprono il mondo dei sentimenti, in un’atmosfera quasi fiabesca. Cui si contrappone, di botto, nel seguito, l’irruzione del mondo reale con le sue brutture, scomponendo le emozioni in ciò che le nega e brutalizza, fino al commosso finale. L’idea, nel complesso, è quella di un Pinocchio buono che si scontra con quanto si nasconde dietro le luci e le dolcezze di un deludente Paese dei Balocchi, su sceneggiatura scritta dallo stesso Pif/Diliberto, con Michele Astori e Marco Mantani.
Ottimo e convincente il cast, con menzione speciale per Cristiana Capotondi nei panni di Flora, e lo sguardo e i modi inconfondibili del regista, completamente a suo agio sul set come davanti (e dietro) alla videocamera.

Un plauso, dunque, al felice esordio nel mondo del grande schermo per quello che, in campo televisivo, ha detto e dirà ancora molto di interessante e, si può azzardare, geniale.

 

Curiosità

  • Ha partecipato al Torino film festival, aggiudicandosi il premio del pubblico come miglior film.
  • Ma la lista dei premi e dei riconoscimenti è lunghissima. Vale la pena citare i più importanti:
  • David di Donatello 2104: miglior regista esordiente e David Giovani a Pierfrancesco Diliberto.
  • Nastri d’argento 2014: miglior regista esordiente a Pierfrancesco Diliberto e migliore soggetto a Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto e Marco Martani.
  • Ciak d’oro 2014: Ciak d’oro Alice/Giovani a Pierfrancesco Diliberto.
  • Globo d’oro 2014: migliore sceneggiatura a Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto e Marco Martani.
  • European Film Award 2014: migliore commedia a Pierfrancesco Diliberto.
  • Bari International Film Festival 2014: Premio Francesco Laudadio per la miglior opera prima e seconda a Pierfrancesco Diliberto.
  • Trailer FilmFest 2014: Premio del pubblico come miglior Trailer della stagione cinematografica.
  • Il presidente del Senato ed ex Procuratore Nazionale antimafia Pietro Grasso ha definito questo film “la miglior opera cinematografica sul tema mafia che abbia mai visto”. Di parere contrario Nocturno Magazine, che ha dichiarato senza mezze misure: “Ma che c…. significa? La mafia uccide anche d’inverno!”, dimostrando probabilmente di non aver compreso lo spirito del film.
  • Il titolo è, per una banale coincidenza, molto simile a quello di un libro di Angelino Alfano intitolato, appunto, La mafia uccide d’estate ed edito da Mondadori.
  • In una scena del film, il boss Bagarella è intento a ritagliare una foto di Ivana Spagna da un giornale degli anni Ottanta mentre intona una personale versione di Easy Lady. La scena, pur se ambientata nel 1982 (quindi anacronisticamente prima della pubblicazione del brano nel 1986), si riferisce a un fatto realmente accaduto, di cui si è avuta notizia nel 1996, ovvero che il boss fosse tanto invaghito della cantante tanto invaghito dalla cantante da aver pensato di farla rapire.
  • È stato distribuito nelle sale italiane il 28 novembre 2013. Ha incassato in totale 4.662.000 euro.

Citazioni…

Arturo: “La mafia, a Palermo, ha sempre influenzato la vita di tutti. In particolar modo la mia… Se Totò Riina non avesse organizzato la cosiddetta Strage di Viale Piave, io non sarei mai stato concepito”. “Quando sono diventato padre ho capito due cose. La prima è che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo. La seconda è che avrei dovuto insegnargli a riconoscerla”.

A Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Generale, Andreotti dice che l’emergenza criminalità organizzata è in Campania e in Calabria. Ha sbagliato regione?”.

“In città avvenne un evento storico. I Palermitani scoprirono che esisteva la mafia e glielo fecero scoprire i giudici di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che istruirono il maxi processo”.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2013
  • Regia Pierfrancesco “Pif” Diliberto
  • Cast Pierfrancesco “Pif” Diliberto, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioè, Maurizio Marchetti
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