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La famiglia Bélier

by Jean

La famiglia Bélier

Il cinema francese, fucina di grandi emozioni e infinite sfumature del vivere, regala spesso film
di forte impatto psicologico. Con l’anima appassionata di ogni paese mediterraneo che si rispetti, coglie e disegna attentamente le bellezze e a volte le miserie dell’animo umano. E sa sorriderne, e anche riderne, come pochi altri, sfornando commedie semplici, deliziose, sfiziose, dove tutto quadra, dove tutto è in gran parte prevedibile dopo una manciata di minuti. Ma non importa, perché il divertimento sta nel seguire le peripezie dei personaggi, le loro piccole manie o grandi follie, mentre la curiosità si alimenta nel provare a capire con quali mezzi e lungo quali percorsi arriveranno al finale già scritto per loro. Per certi film il successo è garantito, perché trova la strada verso il grumo di sentimenti che ogni persona racchiude nel petto senza girare troppo, con chiarezza di intenti. La recente commedia La famiglia Bélier si auto definisce nel sottotitolo “Un film che vi farà star bene”. Ed è questa la sensazione che lascia, grazie alla semplicità e alla immediatezza dei temi affrontati: la disabilità come fonte di diversità e integrazione, e l’adolescenza come risorsa di conoscenza e crescita. Argomenti profondi, difficili, ma risolti in modo da donare un senso di rassicurazione, di consolazione.

La storia, ambientata nelle campagne della Normandia, prende l’avvio dalla quotidianità di un nucleo familiare speciale: sono tutti sordomuti tranne la figlia primogenita, Paula. Sulle sue spalle pesa il compito di fare da tramite tra il mondo Bélier e quello che sta al di fuori delle mura domestiche. La ragazza diventa l’interprete privilegiata delle comunicazioni con “gli altri”, quelli che sentono e parlano: i fornitori e i clienti della grande fattoria di famiglia, il veterinario e il medico di base. Lei indossa quei panni volentieri, dividendosi tra la scuola, la fiorente impresa familiare e il ruolo di mediatrice servizievole. Finché, quasi per caso, o per amore, si scontra con l’imprevisto di un talento tutto suo: la meravigliosa voce. La sorte le regala una chance che, con l’ironia che spesso riserva la vita, può assicurarle una brillante carriera proprio grazie a ciò che manca ai suoi cari, e che rischia di stravolgere i delicati equilibri in cui tutti lievemente si adagiano. Infatti, quando manifesta l’intenzione di darsi una possibilità partecipando al concorso di Radio France che, in caso di vittoria, la porterebbe a studiare canto a Parigi, iniziano i problemi. I genitori hanno paura di lasciarla volare via dal nido per inseguire il suo sogno, e faticano a digerire la prospettiva di perdere l’amata figlia che li assiste e li aiuta. In fondo, quasi li infastidisce la sua dote, che vivono come diversità al contrario. Quanto a lei, scalpita come ogni adolescente che per la prima volta si trova a desiderare la realizzazione personale, un futuro diverso e l’amore. L’affetto dei familiari e il senso di responsabilità nei loro confronti iniziano ad apparirle un peso. Così come iniziano i conflitti. Il suo maestro di musica la incoraggia, i genitori cercano di demotivarla, e Paula è sempre più combattuta, alla ricerca di un affrancamento e di un compromesso che renda tutti felici ma che appare irrealizzabile. Un grande dono di natura e la faticosa ir-ragionevolezza di chi l’ama davvero, però, andranno oltre le piccole meschinità che a volte affliggono l’animo anche dei migliori tra gli esseri umani, e riusciranno a operare il miracolo.

I Belièr sono persone i cui valori arrivano al pubblico in una modalità diretta di gesti e movenze, di corpi emozionati che, se pur in modalità silenziosa, trasmettono un repertorio di stati d’animo intenso e deciso. Pur non potendo parlare, insomma, comunicano moltissimo… Il ricco ventaglio emotivo che fa da cornice al film permette agli spettatori di mettersi, almeno per qualche minuto, nei loro panni, anzi, nelle loro orecchie sorde, ed è così che la diversità diventa integrazione e fonte di conoscenza.
Campione di incassi e fenomeno di stagione, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità. Comicità e momenti di crisi si alternano, nella rappresentazione del rito di passaggio che divide genitori e figli di ogni angolo del mondo davanti all’inevitabile riorganizzazione di ruoli. I personaggi vivono situazioni esilaranti, mentre, attraverso l’amore, spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con misura umorismo, lacrime, pregiudizi e canzoni, il film snocciola uno svolgimento ben ordito in cui ciascun personaggio assolve il suo compito con toccante sincerità, aggirando il rischio di precipitare nel pathos. Pur trascinando il pubblico nel mondo dei sordomuti, Lartigau non calca la mano sulle difficoltà che devono affrontare, anzi, presenta persone che hanno imparato a gestirle, che vivono piuttosto agiatamente, leggono, s’informano, studiano e conoscono il mondo, senza sentirsi affatto ‘figli di un dio minore’. E naturalmente gioiscono, si arrabbiano, litigano e fanno pace come tutti. Chiusi nella bolla silenziosa delle pareti domestiche, o in un esterno bucolico, si fanno sentire forte e chiaro attraverso il linguaggio marcato dei segni, che regista e attori adattano con sensibilità a una vicenda in cui si canta, anche… Soprattutto i brani dello chanteur neo melodico parigino Michel Sardou, ammirato dal professore di musica di Paula. È sua la poetica (e un po’ retro…) colonna sonora di questa famiglia, lontana dalle città, immersa in una Francia senza tempo dai gusti antichi e veraci, che vorrebbero preservare a ogni costo. La stessa Paula, pur sedicenne, vive un distacco solo fisico dalle sue origini. Parafrasando la canzone di Sardou Je vole, lei non fugge, ma vola verso spazi in cui prepararsi alla vita. Irresistibile il cast, condotto da François Damiens e Karin Viard, Rodolphe e Gigi, genitori non sordi a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che scorre nel loro sangue e cerca una melodia. Una melodia resa reale da Louane Emera-Paula con la sua voce, le sue mani e il suo bel volto acerbo. Un’esordiente diciottenne che sorprende per bravura e spontaneità. Un plauso al regista Eric Lartigau (ex assistente, tra gli altri, di Emir Kusturica) al suo quinto film ma primo vero successo, premiato dal pubblico per la profonda umanità che racchiude, e l’originalità della divertente e stravagante rappresentazione di certe limitazioni che diventano veramente… diverse abilità.

Curiosità

  • L’idea di raccontare di un’udente all’interno di una famiglia di sordomuti nasce dall’esperienza vissuta da Véronique Poulain, assistente dell’attore e comico francese Guy Bedos. Figlia di genitori sordi, ha descritto con umorismo il rapporto con i suoi nel libro Les mots qu’on ne me dit pas (Le parole che non mi dicono). Victoria Bedos, figlia di Guy, ne ha tratto una sceneggiatura e il regista Lartigau l’ha resa più sua insieme a Thomas Bidegain, che ha collaborato a diversi script di Jacques Audiard.
  • Il canto è la strada che il destino ha scelto per Paula Bélier. Purtroppo non può che essere un mondo completamente ignoto ai genitori, cui è negato ascoltarla. Per loro, d’istinto, il suo talento è un tradimento e quasi un’aggressione, perché li esclude. In una confessione che sembra tenera e invece diventa comica, i genitori confessano a Paula che la madre ha pianto, il giorno della sua nascita, quando ha saputo che non era sorda. Le lacrime, però, non erano di gioia. Gigi ha infatti un’avversione per gli udenti; l’aveva sollevata la speranza che un giorno la figlia potesse perdere l’udito. Si, perché, come ribadisce Rodolphe “Essere sordomuti non è un handicap, è un’identità — spiega il regista — Quello che mi divertiva in questa storia era spingere gli spettatori a chiedersi dove si possa situare la normalità”.
  • Lartigau ha esaminato un’ottantina di ragazze, prima di trovare quella giusta per interpretare Paula. “Sfortunatamente quella che mi piaceva di più aveva la voce peggiore!” ha raccontato. Poi un amico gli consigliò di guardare due giovani cantanti nel talent show The Voice e lì ha scoperto Louane Emera, spontanea e dalla voce emozionante. “La cosa che mi è piaciuta in lei è la fragilità contenuta, come se fosse sul punto di crollare alla fine della prima strofa. Sembra che tutto si regga su un filo sottile, eppure lei c’è, ancorata e solida — ha detto il regista. — soprattutto, possiede il senso dell’istante”. Nella competizione canora televisiva, la giovane artista arrivò alla semifinale.
  • Della famiglia Bélier, l’unico non udente nella vita reale è Luca Gelberg, che interpreta il fratello di Paula. Sordo profondo, non aveva alcuna esperienza con la macchina da presa. Anche Bruno Gomila, l’interprete del signor Rossigneux, è veramente sordo e bilingue, cioè si esprime sia oralmente che col linguaggio dei segni. Gli altri tre componenti familiari si sono dovuti avventurare nell’apprendimento di questa forma di comunicazione, sotto la guida di docenti non udenti, in lezioni protratte per quattro o cinque mesi, al ritmo di quattro ore al giorno. Sembra però che i loro sforzi non abbiano portato a un risultato ineccepibile. All’anteprima di Tolosa, il 31 ottobre 2014, il pubblico sordo ha dovuto leggere i sottotitoli perché non capiva quello che gli interpreti “dicevano” sullo schermo. Inoltre, secondo la giornalista sorda del Guardian Rebecca Atkinson, il film è un “ennesimo insulto cinematografico alla comunità dei sordi” perché Lartigau non ha usato attori non udenti per i ruoli principali, e non si è dissociato dal clichè della “perdita” della musica, per una persona che non la può semplicemente ascoltare.
  • Malgrado giudizi poco lusinghieri da parte della comunità di non udenti, il film in Francia è stato il fenomeno cinematografico dell’anno, con sette milioni e mezzo di spettatori nelle prime due settimane di proiezioni. D’altronde si tratta di una commedia popolare/dramma sentimentale, ingredienti sempre graditi al grande pubblico, e riecheggia per certi versi l’acclamato Quasi amici, pur senza la sua sottile complessità. Identico, lo spunto: una disabilità vista come opportunità più che come limite.
  • Per interpretare il professore di musica, Eric Elmosmino ha studiato con un pianista la gestualità giusta per rendere credibile il suo personaggio, oltre a prendere lezioni di canto. Quanto alla sua allieva sul set, ha dovuto invece seguire uno specifico allenamento sportivo per imparare a controllare la respirazione e gestire così al meglio il linguaggio dei segni e la voce usati in contemporanea.
  • La canzone di Michel Sardou Je Vole era stata scritta dall’artista come fosse il messaggio lasciato da un adolescente suicida. Nel film, il testo è stato significativamente modificato per adattarsi al tema, ovvero un giovane che non vuole morire, ma solo lasciare la casa d’origine per iniziare una nuova vita..
  • Tra i premi che la pellicola si è aggiudicata finora, il César a Louane Emera come miglior promessa femminile, il Lumière come miglior attrice a Karin Viard e come miglior rivelazione femminile a Louane Emera, e la Salamandre D’or a Eric Lartigau al Sarlat Film Festival.

Citazioni

“Cosa fai? Chiudi quegli occhi e fai volare la tua anima!”.

Scheda tecnica

  • Titolo originale La famille Bélier
  • Paese di produzione Francia
  • Anno 2015
  • Regia Eric Lartigau
  • Cast Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Luca Gelberg
Jean
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La famiglia Bélier
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