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Parvana

by Jean

I racconti di Parvana

Parvana ha 11 anni, e sta crescendo in una Kabul sull’orlo del conflitto tra gli americani e l’esercito talebano, nell’Afghanistan del 2001. Vive con la madre malata, la sorella maggiore, un fratellino e il padre, mutilato di guerra. Mentre sta vendendo degli antichi oggetti di famiglia, la ragazzina viene presa di mira da alcuni soldati, e solo il provvidenziale intervento del padre evita il peggio. L’uomo viene arrestato per vendetta con false accuse e rinchiuso in prigione. In una società che proibisce alle donne ogni diritto, persino quello di uscire di casa da sole, Parvana è costretta a tagliarsi i capelli e camuffarsi da maschio per aiutare la famiglia. Con intrepida perseveranza accetta i lavori più strani, trovando la forza di resistere nelle storie che le raccontava il padre, e che a sua volta diffonde. Per ritrovarlo, rischierà la vita. Paradossalmente, sarà proprio un soldato talebano ad aiutarla.

I particolari

Basato sui romanzi Sotto il burqa, Il viaggio di Parvana, Il mio nome è Parvana, trilogia best seller della scrittrice canadese Deborah Ellis, I racconti di Parvana – The Breadwinner nella versione originale – è un film d’animazione emozionante e senza tempo sul potere trascendentale e taumaturgico delle storie, che scava nel dramma di un paese dominato dall’integralismo islamico.
Prodotto da Angelina Jolie, da anni paladina delle cause umanitarie anche in campo cinematografico, è un ritratto dall’estetica minimale e raffinata di una società sottomessa a un maschilismo arcaico e violento, sulla scia di Persepolis, lo splendido film d’animazione di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, che dieci anni prima ha raccontato le vicissitudini di una bambina iraniana. Una delle caratteristiche più apprezzabili dell’opera è la capacità di non cadere in patetici e facili stereotipi, dando vita a personaggi credibili, facili da amare. Ciò che particolarmente colpisce è il loro spessore psicologico, al di là di banali identificazioni: ad esempio, per ogni talebano negativo ce ne sarà uno positivo, pronto a ribaltare ogni prevedibile classificazione della società afgana. Ciò non toglie che la ragazzina sia costretta a spacciarsi per il lontano cugino Aatish, per procurare il pane alla famiglia, (nell’accezione anglosassone, breadwinner rimanda al capo famiglia, procacciatore del sostentamento per il suo gruppo) dato che la sola figura maschile di riferimento è imprigionata chissà dove, e a una donna non è concesso uscire di casa senza la compagnia di un uomo. Una strategia cui sono costrette altre ragazze, scoprirà, come la compagna di scuola Shauzia.
Ma Parvana è stata educata alla libertà. Il padre le ha insegnato a leggere e scrivere, a usare l’immaginazione, narrandole storie fantastiche, e si ostina a portarla fuori senza velo, malgrado la legge lo imponga. Uno dei motivi per cui viene arrestato e rinchiuso in un carcere sperduto nel deserto.
A lei non resta che travestirsi per sostentare i suoi cari e raccogliere notizie sul padre. Trova il coraggio proprio ripetendo i suoi racconti, perlopiù sulla storia afgana, al fratellino e agli amici, inventandone di nuovi, per se stessa e per loro, dando fondo all’immaginario cupo ed inquietante di chi nella propria breve vita ha visto solo violenza e soprusi, ma inserendovi i barlumi di luce e speranza che solo una mente innocente può concepire.
Spiragli di bellezza che fanno splendere il film, un’animazione adulta che fa accapponare la pelle e approfondisce una dimensione tragica con mano lievissima, riuscendo a mantenere l’equilibrio ma interrompendolo nei momenti giusti, in un crescendo d’intensità, con voli onirici di straziante malinconia.
Così, mentre un disegno dal tratto realistico narra la drammatica ricerca del padre, stacchi di cut-out animation (una forma di stop-motion che utilizza ritagli di carta) portano al centro dell’attenzione l’oscuro mondo di Elephant King, un incubo ricorrente per Parvana, col luciferino elefante a simboleggiare il male (il potere) da combattere.
Alla regia una sorta di esordiente alla distanza, l’irlandese Nora Twomey, che torna alla direzione molti anni dopo i suoi ultimi lavori, due corti pluripremiati, The Secret of Kells e From Darkness, e la partecipazione nel cast tecnico di Song of the Sea, candidato all’Oscar 2015 come miglior film d’animazione.
Già assistente di Tomm Moore, riprende le cifre stilistiche del maestro per raccontare una storia d’amore e di amicizia sullo sfondo di uno dei momenti più bui della storia recente. Con una trama sviluppata attraverso la moltiplicazione dei segmenti narrativi – nel rispetto della cultura afghana – The Breadwinner prende le distanze dalla verosimiglianza dell’animazione americana, scegliendo una stilizzazione pittorica delle figure e degli ambienti in grado di donare ai personaggi un surplus d’umanità.
Animazione, cartoon… Ma quando arriva a tale profondità di intenti, pur nella semplicità, a una simile attenzione non solo alle emozioni più intime ma anche a una realtà estremamente drammatica, quando fa scelte coraggiose e incita alla cultura e alla fantasia per vincere oscurantismo e ignoranza, quando si pone dalla parte dei più deboli, senza incertezze, contro un potere becero e crudele che mina la pace tra i popoli, quando inneggia alla libertà e stigmatizza la tirannia, il pregiudizio, la persecuzione del diverso, e tutto con delicata e a volte spaventosa ma sempre innocente poesia… si può parlare di capolavoro. O di magia.

Scheda tecnica

Regia: Nora Twomey
Cast: Saara Chaudry, Laara Sadiq, Shaista Larif, Ali Baadshah, Noorin Gulangaus
Produzione: Canada, Irlanda, Lussemburgo, 2017
Titolo originale: The Breadwinner
Durata: 94’

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