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GARAGOUZ

by Jean

Garagouz

Negli anni ’90 un padre e un figlio percorrono la campagna algerina per presentare il loro spettacolo di burattini. Inizia così Garagouz, un piccolo racconto cinematografico che, come ogni narrazione on the road, raccoglie esperienze e sensazioni che costruiranno una nuova consapevolezza e una nuova maturità nei viaggiatori.

Il film inizia con una lenta inquadratura fissa a ritrarre un furgoncino, quello di Mokhtar e Nabil, parcheggiato a lato della loro casa: come a dire che esso sarà il motore letterale e figurato della storia. Il loro continuo spostarsi, infatti, non è che il pretesto — come sempre capita nei film di viaggio, lunghi o corti che siano — per mettere in evidenza le umane contraddizioni, esplorare i personaggi, scavare dentro la realtà che si va a mostrare.

È molto particolare, questo Garagouz, diremmo molto diverso dalla struttura classica di un cortometraggio. Particolare, anzi addirittura originale.

Di originale, tanto per cominciare, c’è che il regista ci porta dentro paesaggi e universi sconosciuti (sono in pochi a conoscere bene l’entroterra algerino, le sue montagne, i suoi profili) mettendo in evidenza i meravigliosi paesaggi offerti dalle zone rurali dove è stato girato il film, nei pressi di Tamloul e Ghardous, nei comuni di Menaceur e Cherchell (Wilaya de Tipasa) ad un centinaio di chilometri da Algeri. L’azione è lenta, e l’autore si prende volutamente tutto il tempo che gli serve, adagiandosi su tempi e ritmi più da lungometraggio che da cortometraggio. In venti minuti, più che raccontare una storia dà vita ad una serie di situazioni inanellate secondo luogo, la scansione delle azioni del vivere quotidiano: quel che ne scaturisce è un piccolo ritratto di atmosfere più che una vera e propria narrazione.

Originale è anche la struttura del racconto, divisa in piccoli episodi: passaggi narrativi che sono scanditi dagli incontri che avvengono lungo la strada, caratterizzati da diversi scambi di dare-avere.

Il primo incontro, al mattino presto, è tra i due protagonisti, padre e figlio. Il figlio racconta al padre il sogno che ha fatto la notte precedente, e il padre insegna al figlio l’arte del burattinaio e come presentare i vari pupazzi quando dovranno andare “in scena”.

Il secondo incontro è con una famiglia, in mezzo alla campagna, da cui i due viaggiatori ricevono una tanica di acqua, bene quanto mai prezioso in quei luoghi in cui, per farne la provvista, ci vogliono due giorni di cammino tra andare e tornare. Per questo, come segno di gratitudine, lasciano in regalo uno dei loro burattini.

Il terzo incontro è con la polizia, che — dopo aver cercato ogni tipo di irregolarità pur di far valere la propria autorità — sottrarrà un altro burattino ai due artisti viandanti. Non è una bella figura, quella del poliziotto, certo, ma l’unica scusante che lo riscatta un po’ è che il burattino lo ha confiscato per farne un regalo a sua figlia. Forse in un paese come l’Algeria le bambole sono troppo care anche per la polizia. Ma la prepotenza non va mai giustificata.

L’ultimo incontro è con un gruppo di fanatici religiosi che ricevono un passaggio sul furgoncino e per tutta riconoscenza distruggono gli ultimi burattini, simbolo, secondo loro, di ogni male.

Non c’è bisogno di molto ingegno per capire che il viaggio dei due burattinai racconta, in fondo, il difficile viaggio dell’umanità, dall’alba al tramonto, dal tempo delle favole a quello del compimento di ogni cosa, passando attraverso il male per raggiungere il bene. E ogni incontro rappresenta qualcosa: il primo simboleggia la precarietà, il secondo mostra l’ottusità, la poca elasticità mentale e il diktat di un certo tipo di forze dell’ordine, e il terzo incontro è con il fanatismo religioso e l’oscurantismo che vede tutti mali della terra e i demoni nel burattino.

Ad ogni incontro, i narratori perdono qualcosa: è, questa, una chiara allusione alla perdita di creatività e d’ispirazione che avviene in un’Algeria essa stessa un po’ smarrita.  

Salvo che lo spirito artistico non conosce limiti ed il sorriso di un bambino vale tutti i sacrifici, e Mokhtar e suo figlio finiscono per presentare il loro spettacolo.

Rimasti senza burattini, infatti, padre e figlio raggiungono il villaggio dove dovranno improvvisare per i bambini uno spettacolo di ombre cinesi, mettendo in scena il sogno raccontato dal figlio in apertura del film, sogno di gente buona e gente cattiva, di minaccia e speranza di salvezza.

A fine proiezione, ci si rende conto di come una breve parabola possa aprire a un universo ricchissimo. Prova ne sia la sequenza finale. Quei primi piani così lunghi sui volti dei piccoli, sui loro visi attenti, sui loro sorrisi, svelano le ragioni di tutto ciò che viene prima e lo mettono in prospettiva, aiutando a dimenticare tutti i problemi di una giornata solo apparentemente vuota.

Curiosità

Garagouz è il nome locale per chiamare il teatro delle ombre, che è originario dalla Turchia e che è arrivato in nord Africa con gli Ottomani, ma oggi questo termine definisce il burattinaio in genere.

Abdenour Zahzah

Nato nel 1973 a Blida, in Algeria, si laurea ad Algeri nel 1997 in produzione audiovisiva e dirige la cineteca di Blida dal 1998 al 2003. Nel 2002 esordisce alla regia con Frantz Fanon: mémoires d’asile, un documentario sull’ospedale psichiatrico della sua città. Tra il 2003 e il 2006 compie diversi viaggi in Francia, dove realizza documentari da lui considerati un importante apprendistato.
Il 2010 segna il passaggio alla fiction e viene selezionato ai festival di Namur, Montpellier, Dubai, al Fespaco 2011 e alla 21a edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano.

Fra i molti premi ricevuti da Garagouz desideriamo ricordare:

  • Dubai International Film Festival 2010 (Muhr Arab sezione cortometraggi — Premio Speciale della Giuria)
  • Montpellier Mediterranean Film Festival 2010 (Premio del Pubblico del Midi Libre)
  • Festival d’Aix en Provence 2010 (Premio del Pubblico e Premio della Giuria Giovane)
  • Fespaco 2011 (Poulain d’or de Yennenga)

Scheda tecnica

  • Algeria, 2010, 22 min
  • Regia e sceneggiatura Abdenour Zahzah
  • Cast Farouk Irki, Mahmed Irki, Tahar Benayachi, Youcef Abbas
  • Versione originale arabo con sottotitoli in italiano
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