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East is East

by Jean

East is East

East is East è una storia familiare, ma non solo. È la storia di un periodo particolare, i primi anni Settanta, in cui s’iniziava a parlare di società multietnica, ma non è tutto. È una storia d’integrazione, di conflitto tra tradizioni e modernità, di incomprensione tra generazioni e culture differenti, ma non è un dramma a sfondo sociale…
È una commedia ironica, un romanzo d’amore, un mix di molti argomenti importanti, trattati con leggerezza, ma non con superficialità… Il racconto si ambienta a Salford, un piccolo centro del Lancashire, nei pressi di Manchester, nel 1971.

George Khan è pakistano, migrato in Gran Bretagna da più di vent’anni. Ha sposato in seconde nozze Ella, un’inglese cattolica con la quale ha fatto sette figli, sei maschi e una femmina. Con la numerosa famiglia gestisce un fish and chips in un quartiere operaio, dove s’iniziano ad avvertire le prime tensioni a sfondo razzista, concretizzate con la comparsa sui muri dei manifesti di Enoch Powell, leader del National Front, partito conservatore e xenofobo attivo in quegli anni, peraltro caratterizzati anche dagli esordi di una controcultura giovanile che combatteva proprio quel tipo di pensiero, nella vicina Swinging London. Per i Khan, però, sembra procedere tutto lungo i binari del prestabilito, compresa la tradizione di combinare i matrimoni per i propri figli. D’altronde, il patriarca li ha educati nella rigida osservanza della religione islamica e dei costumi del paese d’origine.

I problemi si presentano quando Nazir, il primogenito (di cui si lascia solo intuire l’omosessualità) si sottrae all’ultimo momento alle nozze con la ragazza pakistana scelta per lui. L’inflessibile padre-padrone, anglicizzato ma non abbastanza, lo disconosce, e lui se ne va, per inseguire il sogno di diventare stilista. Senza darsene per inteso, George va avanti nella “gestione” dei figli senza curarsi della loro volontà, convinto di agire per il loro bene. Così fa circoncidere suo malgrado il minore, Sajid, già fragile emotivamente, e continua a cercare le più vantaggiose occasioni di matrimonio per gli altri. Conosce il signor Shah, che vuol maritare le due poco attraenti figliole, e gli promette Abdul e Tarik. Naturalmente, nessuno dei due è disposto ad ubbidire, soprattutto Tarik che, frequentando di nascosto la discoteca del quartiere, ha conosciuto una ragazza bianca, nipote di un vicino di casa che odia gli immigrati, e ha imbastito con lei un flirt.
Insomma, contro George Khan si scatena la ribellione dei rampolli, che si sentono più inglesi degli inglesi e vedono in certe sue convinzioni solo il retaggio obsoleto di pratiche folkloristiche, mentre lui si ostina nel non voler cambiare. Un muro contro muro, senza reciproca comprensione.
Tenta di fare da filtro Ella, che inglese lo è davvero: sta dalla parte dei ragazzi e nello stesso tempo ama il marito. Ma a volte non ne può più e scoppiano liti furibonde.
Abdul e Tarik stanno per rassegnarsi a impalmare le due sgraziate pakistane quando, deus ex machina, compare Saleem, il fratello hippy che finge di studiare ingegneria, mentre in realtà crea provocatori oggetti d’arte iperrealisti, e la situazione precipita. Anche il doppio matrimonio salta. George ed Ella sembrano sul punto di rottura, ma forse per il patriarca è arrivato il momento di riflettere e, chissà, di diventare davvero british…

East is East, ovvero L’Oriente è l’Oriente, è tratto dall’omonima commedia autobiografica del pakistano Ayub Khan-Din, messa in scena per la prima volta al London Royal Court Theatre nel 1997.
Lui stesso ne ha curato la versione cinematografica, che introduce fin dalla prima scena l’argomento del meltin’ pot alla base della storia: la famiglia Khan, all’insaputa dell’islamico padre padrone, partecipa ad una processione anglicana.
La prospettiva dall’alto focalizza anche lo spazio e i confini simbolici del conflitto — dove Est è Est — e della contaminazione, dove Est è anche Ovest…

Così il film entra di diritto in un certo cinema britannico, che parla della integrazione delle comunità pakistane di seconda generazione, come My Beautiful Laundrette, Sammy e Rosie vanno a letto, Il giardino indiano, London kills me e Mio figlio il fanatico, con riferimenti al realismo sociale di Ken Loach.
Il tono è quello della commedia, anche se non mancano punti di tensione e drammaticità, alleviati da un’ironia sempre presente. Un teatrino familiare cui assistono, più o meno partecipi, i vicini, il prete cattolico, l’imam, lo xenofobo, e in cui si ride spesso e volentieri, anche se con un sottofondo di amarezza, dei contrasti tra tradizione e anarchia, libero arbitrio e tirannia.
La regia dell’allora esordiente O’Donnel cerca di mantenersi neutrale, ma sceglie il punto di vista del piccolo Sajid, filtrato dal cappuccio del suo parka, bozzolo che lo protegge dal mondo. Ogni personaggio è ben tratteggiato, sia dalla cinepresa sia dagli attori: tra tutti spiccano l’indiano Om Puri, straordinario, feroce, fanatico George, con i suoi tic e le sue sfuriate, e l’altrettanto eccezionale Linda Basset, che incarna con passione Ella, in bilico tra gli opposti ed ugualmente amati fronti familiari.
Degna di nota la sequenza finale, con la presentazione delle brutte promesse spose ai fidanzati e, al posto della torta, l’iperrealista scultura del fratello artista, raffigurante un innominabile sesso femminile, nello stile del miglior cinema muto.
I dialoghi sono intelligenti e al contempo divertentissimi, sospesi in una baraonda di equivoci e situazioni bizzarre, originalità, buon gusto e sensibilità. Si ride, si pensa, ci si commuove, si rivive, tra capelli a caschetto e camicie a fiori, il fascino di un periodo in cui tutto ferveva di cambiamenti. Insomma, East is East è un capolavoro d’insolita grazia, anche se ingiustamente poco conosciuto.

Curiosità

  • Per rendere ‘vero’ l’arredamento di casa Khan, lo staff voleva carta da parati e moquette originali degli anni Settanta. Non riuscendo a trovarle sono state realizzate appositamente, con un notevole aumento dei costi di produzione.
  • Tra le sue particolarità, l’abitazione non ha un bagno, ma era normale per una casa a schiera del tempo. Per lavarsi si usava una tinozza di stagno, come si vede all’inizio, da piazzare in salotto o in camera da letto, in condivisione con gli altri familiari, mentre il gabinetto si trovava in una piccola dependance in giardino.
  • La scena in cui i bambini corrono dietro alle auto è ispirata alla realtà. In quel periodo, gli abitanti dei quartieri popolari raramente possedevano un’automobile: per i piccoli residenti erano una curiosa novità.
  • In una sequenza girata e poi tagliata, dopo quella in cui Peggy definisce crudelmente Meenah una paki, i ragazzi Khan discutono per capire quale sia la loro vera nazionalità. Solo Maneer, l’unico a seguire fedelmente i dettami della religione islamica e gli ordini del padre, si autodefinisce pakistano, mentre gli altri dichiarano di sentirsi anglo-pakistani o addirittura britannici. In effetti, gli attori che interpretano i figli di George sono tutti nati in Inghilterra, rendendo così facilmente credibile, coi modi di fare e parlare, la volontà di sottrarsi alle tradizioni di un paese di origine mai nemmeno visto.
  • I vestiti dei fratelli Khan sono volutamente consumati e fuori moda, per rendere realisticamente il fatto che “si tramandavano” da un fratello all’altro, con il passare degli anni.

…e qualche errore

  • Dopo il matrimonio saltato del primo figlio, Nazir, si vedono i fratelli che fissano attoniti la porta. Tutti indossano dei cappelli che, secondo l’inquadratura, appaiono o scompaiono. Plateale, l’apparizione di quello di Tarik: prima è a fianco di Abdul con il capo scoperto, un attimo dopo, in uno shot a campo lungo si toglie un copricapo che non si sa bene quando si sia messo…
  • Durante la gita a Bradford della famiglia Khan è possibile intravvedere nel riflesso del pulmino in partenza, una dozzina di attrezzisti seduti vicino ai loro bagagli e microfoni.
  • Quando la famiglia va alla cabina telefonica per chiamare Nazir, sullo sfondo passa un treno. Il film è ambientato nel 1971, ma il convoglio ha i colori degli Intercity, introdotti nelle ferrovie britanniche solo negli anni Ottanta.
  • In un altro anacronismo, i Khan, entrando a Bradford, incrociano un Policeman addormentato. In quegli anni non avevano ancora fatto la loro comparsa sulle strade inglesi.
  • Nelle prime immagini di casa Khan, si vedono delle foto appese sopra una mensola del camino. La distanza tra una foto e l’altra aumenta o diminuisce a seconda delle inquadrature.

Scheda tecnica

  • Titolo originale East is East
  • Paese di produzione Gran Bretagna
  • Anno 1999
  • Regia Damien O’Donnel
  • Cast Om Puri, Linda Basset, Jordan Routledge, Archie Panjabi, Jan Aspinal
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