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Alamar

By Jean

Alamar

Alamar

Matraca è un anziano pescatore, legato alla tradizione. È nato e vive in un atollo incontaminato, perduto nei mari del Messico. Esercita la pesca seguendo i metodi degli antenati nel Banco Chinchorro, un’estesa barriera corallina. La sua vita solitaria nella piccola palafitta viene piacevolmente stravolta, un giorno, dalla visita del figlio Jorge e del nipotino Natan. Il bambino ha cinque anni e vive a Roma con la mamma italiana, Roberta. I genitori si sono molto amati, ma hanno dovuto arrendersi alle profonde diversità dellle loro radici, separandosi. Forse, come sostiene Roberta, si sono conosciuti e uniti solo per dare alla luce quel figlio, frutto di un amore che purtroppo non ha resistito alle differenze. Natan sta per cominciare la scuola, ma prima di questo importante esordio in un nuovo mondo il padre vuole fargli conoscere il suo, di mondo. Giunti a Banco Chinchorro, Natan e Jorge accompagnano ogni giorno il nonno a pescare. Il bambino scopre una profonda connessione con la natura, imparando a perlustrare l’affascinante universo che si cela nel blu. Fa anche amicizia con un uccello marino, che chiama Blanquita. Quando un giorno scompare, Natan capisce che è giunto il momento di salutarsi. Ma quel che ha imparato in mare nel suo magico viaggio ancestrale rimarrà con lui per sempre..

I particolari

Alamar è un prodotto ibrido. Non è un film. Non è un documentario. È qualcosa che sta nel mezzo e lo fa in maniera egregia, forse perché, più che per dare corpo a un progetto esclusivamente cinematografico, è nato da una necessità imprescindibile del regista. Un tentativo di salvare, attraverso la diffusione della sua straordinaria bellezza, un angolo di mondo in pericolo. Gonzàlez-Rubio, vivendo nell’area, ha compreso come il Banco Chinchorro, dichiarato nel 1966 dall’UNESCO Riserva Naturale della Biosfera, stia diventando una rarità da preservare. In un ambiente sempre più minacciato da politiche economiche sempre meno rispettose dell’ecosistema, il piccolo paradiso della barriera corallina rischia di scomparire. Così, il regista ci accompagna in un mondo genuino e straordinario, facendocelo scoprire attraverso la curiosità, la tenerezza, la sorpresa negli occhi del giovanissimo protagonista. Un mondo inesplorato e, per questo, paradisiaco nel senso più stretto del termine.

Un’esperienza strana, e straordinaria, in cui ci ritroviamo a fissare sognanti quelle acque cristalline, ricche di vita, a condividere un’esistenza semplice, fatta di pesca all’antica, infinite tazze di caffè e una palafitta di legno. Un sogno che si assapora in un silenzio quasi assoluto, rotto solo dai dialoghi – veri e pensati – da qualche canzone in spagnolo e dalla voce, a volte assordante, del mare. Quello di Gonzáles-Rubio è un documentario calato nella più accattivante cinematografia, il racconto di un’intera comunità, di un modo di vivere, tenendo affettuosamente per mano un bambino che scopre, contemporaneamente dicendo addio, una dimensione splendida che porterà nel cuore al rientro sereno in un’Italia invernale. Mentre scorrono le immagini di Alamar (una contrazione di “al mare” in spagnolo) è facile perdere il senso del tempo, facendosi dolcemente ipnotizzare da una favola vera che racconta paesaggi e intimità, natura e famiglia con poche parole, immagini essenziali e magnifiche, bellezza senza artifici. Proprio come la vita a Banco Chinchorro, di chi non vuole e non vorrebbe altro dalla vita che fissare il mare e le stelle che vi si riflettono. La meraviglia negli occhi di Natan contamina miracolosamente chi osserva con lui, e attraverso lui, il mondo come dovrebbe essere, e in cui sarebbe bello vivere.

Dispiace che, per vederlo in Italia, si sia dovuto attendere otto anni dalla produzione, nonostante i premi vinti in numerosi festival. Ma il tempo non ha minimamente scalfito l’intensità della narrazione, o la qualità delle immagini. Facile fare riferimento al cinema di Folco Quilici, ma il tocco in più è la speciale attenzione di un regista che descrive il luogo in cui vive, fondendo finzione e realtà, e affidando a quest’ultima l’occasione per lanciare un messaggio universale di rispetto e amore per il delicato equilibrio Uomo-Natura. Così racconta Pedro Gonzalez-Rubio: “Alcuni anni prima di girare Alamar mi ero trasferito a Playa del Carmen, guidato dai miei ricordi d’infanzia. Molte cose erano cambiate. Il vilaggio di pescatori era divenuto l’epicentro della più veloce crescita urbana in Messico. Il turismo di massa si è reso responsabile della distruzione di un’estesa barriera corallina per far posto alle navi da crociera, della costruzione di hotel che devastano la costa, dell’inquinamento del mare, minacciando l’intero ecosistema e condannando molte specie a un infausto futuro. Attraverso una storia basata sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente a Banco Chinchorro, volevo restituire il mio amore per questa regione e l’ammirazione e il rispetto che nutro per i suoi pescatori. Non volevo un approccio distante e intellettuale. Volevo raggiungere un’esperienza visiva che suggerisse empatia con i personaggi. Mentre conducevo le ricerche, lavoravo a una storia basata sulla relazione tra padre e figlio. Alamar è stato ispirato dalla semplicità dell’essere felici. Le attività quotidiane a Banco Chinchorro e l’interazione con il nonno Matraca, costituivano il perfetto tipo di esperienza in cui Natan potesse apprendere una forma ancestrale di interazione uomo-natura. È un bambino che si muove tra i due mondi: una vita semplice e sobria quando sta con il padre, una società urbana quando è con la mamma. Non è che una realtà sia migliore dell’altra, sono semplicemente diverse e il bambino riesce ad essere se stesso in entrambe, libero da qualunque pregiudizio. Ho cercato di guardare dal suo punto di vista, per dar forma a un sentimento puro in ogni senso. L’ambiente abbracciava i personaggi in maniera naturale, come se gli appartenessero, senza tempo. Ma l’idea di impermanenza è presente nella realtà dei personaggi fin dal primo momento, e fino all’ultimo fotogramma. La scelta del padre è quella di tornare alle sue origini per insegnare a suo figlio i veri valori della vita.”

Scheda tecnica

Titolo originale: Alamar
Regia: Pedro Gonzalez-Rubio
Cast: Jorge Machado, Roberta Palombini, Nathan Machado Palombini, Nestor Marin
Produzione: Messico, 2009
Durata: 73 min

Dilili a Parigi

By Jean

Dilili a Parigi

Dilili a Parigi

Dilili è una piccola meticcia kanak (il nomignolo che davano a sé stessi gli indigeni delle isole Hawaii e con cui furono designati dai coloni Europei i nativi della Nuova Caledonia) che arriva a Parigi, alla fine dell’Ottocento, imbarcandosi di straforo sulla nave che riporta in Francia, dalle Terre d’Oltremare, l’insegnante anarchica Louise Michel, di cui diviene discepola. È esattamente il 1889, l’anno della Grande Esposizione Universale, in cui la capitale francese vive un momento di grande fermento culturale, artistico e tecnologico. In città, la ragazzina stringe amicizia con Orel, un facchino affascinante e gentile, che conosce tutti i protagonisti del mondo culturale e artistico della Belle Époque. Insieme a lui, setaccerà Parigi alla ricerca dei cosiddetti Maschi Maestri, una banda di malfattori che terrorizza la città, svaligiando le gioiellerie e facendo scomparire le bambine…

I particolari

Bellezza, intelligenza, ironia ci prendono per mano nel viaggio immaginifico in una stagione del tempo e del cuore che spiace non sia più. Questo è il leit motif di un’opera in cui il regista, veterano della “animazione alternativa” Ocelot pare racchiudere le sue precedenti meraviglie, Kiriku e Azur e Asmar, rinnovando e arricchendo le infinite potenzialità della migliore cinematografia.
La sua firma d’autore sigilla un lavoro in cui confluiscono intenti educativi, stupore, immaginazione allo stato puro, ma anche la realtà del paesaggio parigino nel suo massimo splendore, al tempo della Belle Epoque, e dei personaggi illustri chiamati a raccolta nella storia. Tutto si fonde con la freschezza di un approccio innovativo, che non teme il confronto con i mostri sacri e si distingue per la gentilezza ma anche il coraggio. Che poi sono i tratti caratteristici della protagonista, Dilili, che appare a un primo sguardo molto simile a certe icone della letteratura classica per l’infanzia, ma mentre si dipana il racconto rivela doti di una consapevolezza molto contemporanea, limpida, matura. In una città disegnata come universo dai mille colori, tra art decò e stile liberty, che si mischiano felicemente con fotografie reali di Parigi (troppo bella per essere riprodotta, afferma Ocelot), Dilili esplora ogni angolo, dalle fogne al cielo, in un’avventura che diventa celebrazione e meraviglia, sogno e spettacolo. Seguendo il percorso immaginato dal regista, la giovane protagonista si confronta a modo suo con gli spettri politici e sociali che avvelenano il nuovo millennio, come misoginia e terrorismo, ambientati negli anni più luminosi del progresso, delle invenzioni turistiche, delle scoperte scientifiche, dell’arte e della letteratura.

Insieme a questa fantastica principessa, venuta dall’altra parte del mondo, e al suo amico Orel, l’incantato spettatore berrà l’assenzio nel Moulin Rouge insieme a Toulouse Lautrec e Edgar Degas, nei locali di Montmatre incontrerà la famosa signora con il cappello nero della stampa Divan Japonaise (1893), sempre di Lautrec, farà la conoscenza di Marcel Proust, all’epoca ancora aspirante scrittore, e della divina Sarah Bernhardt, si lascerà affascinare dalle ninfee di Monet, dai dipinti di Renoir, le sculture di Rodin e di Camille Claudel, i manifesti di Mucha, si affaccerà dall’alto della Tour Eiffel insieme al suo costruttore e infine volerà a bordo del celeberrimo dirigibile progettato da Ferdinand von Zeppelin. E intanto andrà con loro alla ricerca dei Maschi Maestri, i perfidi predatori di bambine che le rapiscono portandole sottoterra, costringendole a camminare a quattro zampe vestite di nero. Loschi figuri che, in tutti i tempi della storia, hanno cercato di sottomettere e umiliare le donne, rinchiudendole in ruoli che le escludono da ogni forma di potere e autonomia.

Ocelot ribadisce, attraverso la sua piccola eroina, troppo bianca per la Nuova Caledonia e troppo scura per l’Europa, le convinzioni femministe già esplicite in Kiriku e Principi e Principesse (ma qui riprese con maggiore incisività): donne e uomini devono avere uguali diritti e doveri. Nello stesso tempo sottolinea l’importanza basilare della cultura come pilastro di una società giusta ed equilibrata, e pone l’accento sui rapporti interrazziali descrivendo due “esotismi” possibili: quello borghese, pigro e snob, che sfrutta per momentaneo interesse e capriccio ciò che non gli appartiene, e quello dell’apertura, dello scambio interculturale, dell’incontro, della conoscenza. Con la scelta della semplicità che lo distingue, regala un’opera di doppia lettura, come tutte le favole con un messaggio morale destinato ai bambini, ma anche agli adulti. Una magia visiva e del cuore che porta a immaginare, e pretendere, per tutti, un mondo migliore.

Scheda tecnica

Titolo originale: Dilili à Paris
Genere: Animazione
Regia: Michel Ocelot
Cast: Prunelle Charles-Ambron, Enzo Ratzito
Produzione: Francia, Germania, Belgio – 2018
Durata: 95 min

Ocèans, Les mystére Plastique

By Jean

Ocèans, Les mystére Plastique

Ocèans,
Les mystére Plastique

Abbiamo attaccato il tumore persino ai pesci. Può sembrare un’informazione inquietante, ma è solo una goccia nel mare – è proprio il caso di dirlo – che tanto amiamo a parole, ma con i fatti maltrattiamo in ogni modo possibile, ignorando che la somma delle nostre scelte sbagliate ricade su di noi e il nostro futuro. Un mare anche di dati negativi, raccolti grazie a decenni di ricerche da parte di equipe di scienziati, medici e biologi. Un lavoro immane, un grido di allarme che risuona nel silenzio assordante dei media, e resta inascoltato da coloro che, ai grandi livelli, potrebbero fare qualcosa. L’emergenza della plastica che sta contaminando le acque, danneggiando radicalmente con i suoi veleni l’ecosistema marino, diventa materia apocalittica in questo documentario, girato dal giovane regista francese Vincent Perazio, appassionato di temi ambientali.

La questione posta è scioccante: dalle informazioni raccolte dagli scienziati, risulta che cinquanta miliardi di pezzi di plastica galleggiano sulla superficie dell’oceano. Questi rappresentano solo l’1% di ciò che viene scaricato in mare dall’uomo. Dove finisce tutto il resto, stimato intorno a centinaia di migliaia di tonnellate? Le correnti trascinano ovunque i rifiuti plastici, dall’Artico all’Antartide, attraverso i mari tropicali, e molte teorie sostengono che per la maggior parte venga ingerito dagli organismi marini, trasformando la plastica in qualcosa di impercettibile. E quel che rimane, non essendo biodegradabile, non scompare ma si trasforma in microparticelle tossiche, perlopiù invisibili all’occhio umano. Questo processo di trasformazione sta dando vita a un altro ecosistema: la plastisfera. Un fenomeno che appare inarrestabile ed esige ulteriori approfondimenti: dove si concentrano queste microplastiche? Diventano un cibo letale per i pesci e gli altri abitanti delle acque o si depositano sul fondo? E qual è il loro impatto sulla catena alimentare?

Vincent Perazio cerca di rispondere a questi interrogativi, accompagnandoci in un viaggio molto istruttivo se non rassicurante. Dalle immagini girate e dalle interviste emerge una realtà che lascia poche speranze per il futuro, a meno che non si faccia finalmente qualcosa di efficace e drastico, prendendo coscienza della situazione. Mandy Barker, artista che crea installazioni con la plastica raccolta dalle spiagge, lo dice con chiarezza: la plastica ormai fa parte dell’Oceano. Nel 2010 si sono prodotti 32 milioni di rifiuti in plastica di cui 8 miliardi sono finiti nelle acque e la situazione non può che peggiorare.

Francoise Galgani, biologo marino, ha trovato sui fondali del Mar Mediterraneo delle bottiglie risalenti al 1960. Ciò dimostra che la plastica può resistere a lungo dove non c’è ossigeno e poca luce, elementi essenziali per la sua decomposizione. Kara Lavender Law, responsabile della Sea Education, e studiosi del London Imperial College sottolineano l’importanza delle correnti nella diffusione della plastica nei mari. A causa di questi flussi si sono formate cinque enormi zone di accumulo: due nell’oceano Atlantico, due nel Pacifico, una nell’Indiano, soprannominati “continenti di plastica”.

La maggioranza di questi residui sono grandi meno di cinque millimetri, molto invasivi e difficili da individuare. Viaggiando con le correnti danneggiano la fauna che li ingerisce, favorendo la formazione di tumori. Ulteriori studi evidenziano come si attacchino alle alghe, e viaggiando con loro le porti dove non ci sono mai state, creando danni alle biodiversità dei fondali. È stata accertata anche una relazione con il plancton, che lascia supporre una contaminazione della catena alimentare. Studi sui molluschi evidenziano che chi mangia sovente frutti di mare può ingerire fino a 11 mila pezzi di microplastica all’anno. Al momento però i rischi tossicologici sono minori rispetto a quelli ecologici.

Un dato positivo esiste: alcuni batteri che si formano in questi ecosistemi alterati possono mangiare la microplastica, distruggendola. Purtroppo, i batteri crescono molto più lentamente della quantità di residui presenti in mare.

Un problema complesso in continua evoluzione. C’è chi già parla di nano plastiche. Per salvare i nostri Oceani, come sottolinea l’opera di Perazio, occorre un repentino cambio di rotta.

Ocèans, Les mystére Plastique ha ottenuto il premio Smat nella categoria One Hour, alla 20ª edizione di CinemAmbiente, svoltasi a Torino nel 2017, con la seguente motivazione:
“Tutti sappiamo che il sesto continente è un continente di rifiuti plastici nel mezzo dell’Oceano Pacifico, con estensioni nel Nord e nel Sud dell’Oceano Atlantico. Questo film, però, mette in luce i pericoli nascosti delle microparticelle di plastica degradata, che sono ancor più pericolose perché contenute in tutto ciò che assorbiamo. Un approccio scientifico e facilmente comprensibile a un problema apparentemente irrisolvibile. Per il momento?”

Scheda tecnica

Genere: documentario
Regia: Vincent Perazio
Produzione: Francia – 2016
Durata: 53′

Mascarades

By Jean

Mascarades

Mascarades

Mounir Mekbek è un uomo orgoglioso e sicuro di sé. Vive in un villaggio dell’altopiano dell’Aurès, in Algeria, in cui si conoscono tutti, e si riservano l’un l’altro sentimenti di solidarietà e invidia, così come accade in ogni piccola comunità. Coltiva un sogno: essere apprezzato dai concittadini per ciò che vale. Molto, secondo le sue personali convinzioni. È anche ossessionato dalle apparenze, minacciate dall’unico neo della sua famiglia: Rym, la sorella narcolettica che si addormenta all’improvviso, scatenando l’ilarità e l’imbarazzo dei presenti. La ragazza è bella, ma per questo suo “difetto” fatica a trovare un aspirante marito. Anzi, a detta di tutti, è destinata a restare zitella. Invece, di lei è innamorato, ricambiato, Orgueilleux, il migliore amico di Mounir. Ma quest’ultimo, che con l’aspirante cognato forma una bella coppia di fannulloni, ha ben altri desideri per la ragazza, che adora. Disperato per la sua malattia, vuole tacitare i sarcasmi dei paesani trovandole un marito benestante, possibilmente oltre i ristretti confini casalinghi. Una notte, tornando ubriaco dalla città, Mounir annuncia che un ricco uomo d’affari straniero ha chiesto la mano di Nym. La clamorosa (e fantasiosa) notizia si diffonde in fretta, trasformando lui e la sua famiglia nell’oggetto delle gelosie e dei pettegolezzi della comunità intera. Per non sfigurare, Mounir deve tener fede alla sua dichiarazione e comincia i preparativi per il matrimonio… mentre insospettabili pretendenti cominciano a bussare alla porta. Accecato dalle sue stesse bugie, darà involontariamente una svolta alla sua vita, e a quella di tutto il villaggio.

I particolari

La provincia algerina è abitata da gente capace di vivere intensamente, affrontare i problemi e fronteggiare gli inattesi malintesi della sorte. È il mondo descritto dal regista Lyes Salèm in Mascarades. Nel suo ironico, e soprattutto autoironico, racconto cinematografico, analizza il rapporto tra un piccolo villaggio e il resto del mondo. Si conoscono gli abitanti attraverso un personaggio che non si vede mai, e si nota come a volte la relazione con il mondo esterno possa diventare più immaginata che reale. La scelta della malattia di Rym, la narcolessia, serve a rappresentare l’intera Algeria, ritratta come un paese che non riesce a svegliarsi e andare avanti. In questa chiave di lettura la figura di Orgueilleux, l’innamorato di Rym, diventa un personaggio simbolo del rinnovamento di questo Paese che sogna (come succede spesso ai narcolettici), e vive con passione (il suo amore per la fidanzata) impegnandosi come può a uscire da una situazione di immobilità (rappresentata dal viaggio). La narcolettica Rym è invece la metafora più pertinente con l’idea che il regista ha dell’Algeria di oggi: vivace, intelligente, con molti sogni in testa, che non riesce a realizzare perché cede a un’inerzia che la affligge proprio come una malattia. Il film è costellato di episodi divertenti, come il goffo tentativo di trarre vantaggio da un equivoco nato dalla voce di Rym: è fidanzata con un australiano, anzi no con un canadese, anzi no con uno svedese… La leggenda di essere la futura sposa di un pretendente bellissimo si ingrandisce e come tutte le bugie si stravolge durante il passaparola: “so solo che alloggia in un hotel quattro stelle, quindi deve essere ricco”, dice uno del paese. Eppure, tra tanti equivoci, pettegolezzi e curiosità la soluzione è semplice. Rym può guarire solo con la medicina universale: l’amore. Perché nonostante le differenze, le difficoltà, gli inganni, la povertà, lo stesso Mounir è felice e ama la moglie follemente. Segno d’amore sono, ad esempio, i loro balletti metaforici quando sono arrabbiati, oppure quando si tirano asciugamani e coperte. È la dimostrazione dell’importanza del matrimonio, sia quello felice di Mounir, sia quello che sarà altrettanto gioioso della sorella col suo amato Orgueilleux.

Il film è allegro, divertente, mai fuori misura, mai spiazzante. Unisce la modernità alla tradizione. Il regista riesce a far muovere gli attori e le comparse con un ritmo perfetto. Utilizza l’ironia per legare i personaggi fra loro, e una fotografia solare per far risaltare la vivacità dei caratteri. Le riprese sono state girate interamente in Algeria, a sud-est di Algeri, prima che inizi il deserto. “Ho scelto questo posto” ha dichiarato il regista, “perché volevo che il film ricordasse almeno un po’ un regista italiano che amo molto: Sergio Leone”.

Nell’idea originaria, la storia si doveva svolgere in una giornata, con una trama semplice: un uomo vuol far sposare la sorella a un fidanzato inesistente. Lavorando alla sceneggiatura, le cose si sono evolute. Il titolo è stato scelto perché riflette in pieno le vicende del protagonista, Mounir, ma anche di tutti gli altri abitanti del villaggio, che accolgono la finzione e stanno al gioco.

Ma il termine Mascarades (Mascherate) evoca da una parte finzione e divertimento, dall’altra la serietà e persino la gravità che celano. In effetti il film richiama entrambi gli aspetti: l’allegra commedia ma anche una pungente satira della società.

Spiega il regista: “Essendo legato al teatro, ne traggo ispirazione per il mio lavoro nel cinema. Ad esempio il Coro, nella tragedia greca, era un personaggio a pieno titolo, rappresentava la voce del popolo ed in grado di trarre degli insegnamenti da ciò che avveniva nella vicenda. Ho cercato di realizzare lo stesso effetto con la musica, collaborando con l’autore della colonna sonora in questa logica. La musica conosce Mounir e le sue vicissitudini, e sa come andrà a finire. Allegra, frizzante, non sottolinea mai l’umore del personaggio perché interviene un tempo prima, anticipando ciò che accadrà”.

Il film è stato accolto molto bene in Algeria e in molti Paese Arabi, sia dal pubblico che dalla stampa.
Lyes Salem è nato nel 1973 in Algeria. Attore teatrale, televisivo e cinematografico, ha studiato Lettere Moderne alla Sorbona.

Scheda tecnica

Regia: Lyes Salem
Cast: Lyes Salem, Sarah Reguleg, Mohamed Bouchaib, Rym Takoucht
Produzione: Algeria, Francia – 2008
Versione originale: arabo, francese con sottotitoli in Italiano
Durata: 92’

Profondo blu

By Jean

Profondo blu

Profondo blu

Il nostro è un pianeta azzurro. Questo è il filo conduttore di un documentario meraviglioso nato, nell’intento degli autori e dei produttori, “per condurre gli spettatori in un viaggio che inizia dal volto familiare dell’oceano, la spiaggia, per poi portarli lontano, e ancora più lontano nell’immenso blu, giù nell’oceano profondo e ignoto, per far comprendere che il nostro non è un pianeta fatto solo di terra, ma è un pianeta blu.” Così ha dichiarato uno dei due registi, Alastair Fothergill, per presentare un’opera che tocca il cuore e fa sgranare gli occhi con le sue immagiini strabilianti eppure così reali perché descrivono il magico luogo in cui abbiamo la fortuna di vivere.

Le distese infinite e silenziose della natura come il mare e il suo “contrario”, il deserto, colpiscono la fantasia perché sono scrigni infiniti di segreti, grandi e piccoli. Il 70% del globo è coperto e composto dall’acqua, in un sorprendente parallelo con il corpo umano. Una dimensione che rivela a pochi fortunati un universo sommerso fatto di suoni, striduli o impercettibili, colori sgargianti o delicati, e soprattutto creature di ogni forma e grandezza impegnate in una perenne lotta per la sopravvivenza.

La visione di quest’opera, realizzata dalla BBC Natural History Unit, offre la possibilità di scoprire quanto ci sia di stupefacente in luoghi che la maggior parte di noi non ha la possibilità di osservare da vicino. Ispirandosi al bellissimo Atlantis di Luc Besson, ciò che scorre sullo schermo cattura con la rappresentazione della vita, fatta di momenti teneri e battaglie, sprazzi di violenza e lampi luminosi di poesia. Già lascia a bocca aperta la ouverture iniziale, in cui si fondono le note con le onde, in continuo movimento, a tratti sontuoso, a tratti calmo, in armonia con la musica. Ed è solo l’annuncio del teatro della vita che anima la sconfinata massa d’acqua: delfini che sembrano cavalcare i flutti come acquatiche Valchirie, orche che conducono il loro spietato balletto di morte con le foche, creature dall’aspetto alieno negli inferi della fossa delle Marianne. Una profondità vicina al centro della terra, popolata da esseri che accendono il buio con mille, incredibili luci. Forse proprio dal loro aspetto spaventoso e nello stesso tempo stupefacente ha preso ispirazione più di un regista di fantascienza… Profondo Blu alterna attimi sbalorditivi, in cui ci si chiede come sia stato possibile girare certe sequenze (come in tutte le produzioni National Geographic, in anni di paziente attesa) a lentezze e virtuosismi registici, e ha il suo momento più alto nella fusione fra la musica e l’andamento della folla marina. È in scena la Natura, e il suo eterno spettacolo. Una succursale di Hollywood, con un set sprofondato nelle mille sfumature dell’azzurro, dal più luminoso al più cupo, in cui si produce ogni genere di film: dal noir, con le orche killer di cuccioli indifesi, al varietà, con gli orsi polari che nuotano con la grazia di Esther Williams e i pinguini nei panni di irrestibili comici. E ancora granchi che ballano il samba, squali e delfini spietati come gang criminali, albatros sprezzanti del pericolo, come acrobatici stuntmen, grandi pesci solitari, misteriosi come dive del muto. Da lasciare a bocca aperta per l’ineffabile bellezza della fotografia, il documentario è volutamente avaro di parole, scarso di informazioni e privo di intenzioni pedagiche. Anzi, in certi momenti potrebbe persino spaventare gli spettatori più piccoli… Dagli iceberg alle barriere coralline, dalla superficie agli abissi, il viaggio immaginifico basta a se stesso e a chi se ne lascia catturare, vivendo l’avventura al sicuro, davanti al grande schermo.

Un prodotto creativo e intelligente, simile nelle intenzioni a Il popolo migratore, firmato da una coppia di registi britannici che sa il fatto suo. Ammirevole il lavoro svolto dagli operatori che hanno saputo comunicare la bellezza di forme, colori e luci, in cinque anni d’impegno, suddiviso tra venti unità cinematografiche e centinaia di locations, nell’acqua e sulla terraferma.

Imprescindibile la colonna sonora originale, composta da George Fenton ed eseguita dall’Orchestra Filarmonica di Berlino.

Il commento fuoricampo, per certi versi superfluo, è affidato nella versione inglese all’attore irlandese Sir Michael Gambon, in quella americana all’affascinante Pierce Brosnan, e in quella italiana a Roberta Paladini, doppiatrice di Jodie Foster, Demi Moore, Jane Seymour, Rosanna Arquette e Michelle Pfeiffer.

Scheda tecnica

Titolo originale: Deep blue
Genere: documentario
Regia: Andy Byatt, Alastair Fothergill
Produzione: Regno Unito, Germania – 2003
Durata: 90′

Torna a casa Jimi

By Jean

Torna a casa Jimi! (10 Cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro)

Torna a casa Jimi!
(10 Cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro)

Nicosia, capitale di Cipro. Secondo la legge locale, nessun animale, pianta o altro prodotto può essere trasferito dal settore greco dell’isola a quello turco o viceversa. Cosa succede quindi quando questo divieto viene violato, in una situazione in cui le regole non conoscono neppure lontanamente la parola “flessibilità”? Se ne accorge immediatamente Yiannis, un musicista inconcludente e un po’ pasticcione che si mantiene faticosamente a galla tra ristrettezze economiche e fughe dai debitori, prima tra tutti la padrona di casa, cui deve mesi di affitto, ma anche, per non farsi mancare nulla, due minacciosi energumeni cui aveva incautamente chiesto un prestito, ovviamente mai più restituito. A completare il quadro, una disastrosa situazione sentimentale. La fidanzata, di cui è ancora innamorato, lo ha lasciato, e lui non trova altra soluzione che scappare ancora, per ricostruirsi una nuova vita altrove. Il suo altrove è l’Olanda, che intende raggiungere al più presto possibile. Tre giorni, per organizzarsi e partire, insalutato ospite. Ma il piano è mandato all’aria dal suo cagnolino, un bastardino intraprendente e anarchico, comprato con la sua ex e chiamato Jimi, in onore del mitico Hendrix. La bestiola, infatti, pensa bene di sfuggirgli e attraversare il check point di Nicosia, finendo nel settore turco del confine. Yiannis è disperato, perché il cane è l’unica consolazione nel disastro della sua vita. Inizia così per lui una serie di disavventure tra beghe burocratiche e diplomatiche, loschi individui, contrabbando e pericolose alleanze, addirittura con colui che considera (forse a torto…) un acerrimo nemico, pur di far tornare a casa l’amato Jimi.

I particolari

L’isola di Cipro è divisa in due territori, uno greco-cipriota e uno turco-cipriota, dal 1974, dopo l’invasione turca che spinse a sud i greci. Nicosia è, pertanto, l’ultima capitale europea a vivere con un muro che la divide a metà, con l’ONU che sorveglia la zona cuscinetto tra le due repubbliche. Le cose sono migliorate con l’ingresso dell’isola nella Comunità Europea, il primo maggio del 2004, ma la divisione resta, a separare assurdamente due frammenti dello stesso popolo, fatto di terze generazioni cresciute vicine fisicamente senza mai conoscersi davvero. Una situazione paradossale e anacronistica, proprio perché esiste all’interno dell’Europa, nel cuore del Mediterraneo, eppure non se ne parla mai, non fa notizia. A riportarla al centro dell’attenzione, a modo suo, è proprio questa commedia intelligente, garbata e lieve, opera prima del regista greco-cipriota Marios Piperides. Un film che, con ritmo, sagacia e tenerezza riesce nell’intento di unire divertimento e riflessione, regalandoci come chicca preziosa e punto di forza della storia scorci della bellezza di una location insolita, per il grande schermo. Spesso il Cinema ha trattato storie di confine, di muri che dividono terre e persone, ma in questo caso lo sguardo non giudica, semplicemente racconta una realtà che ricorda epoche più lontane e dolorose. Le frontiere che Jimi attraversa liberamente, perché non comprende la loro esistenza, ma che Yiannis non può oltrepassare senza documenti, sembrano uscite da un vecchio documentario del dopoguerra ed evocano Paesi divisi da muri abbattuti o in costruzione: case diroccate, edifici disabitati, pattuglie di soldati che si parlano da una parte all’altra in diversi dialetti e un’impressione di abbandono, in realtà solo apparente. Ma diffidenze e separazioni, politiche e religiose, reali o di facciata, nulla possono, almeno in questo racconto, di fronte all’amore tra un uomo e il suo cane, pronti a tutti per ritrovarsi.

La mano di Piperides, dal tratto divertente e satirico ma nello stesso tempo di accorata denuncia, rende già maturo questo esordio, mai banale, ricco di sfondi unici e impreziosito dalle interpretazioni degli attori, sostenuti da una sceneggiatura agile, ben calibrata e credibile. Estremamente naturali le performance del protagonista, Adam Bousdoukos, e dei due comprimari turchi, da noi sconosciuti ma bravissimi: Fatih Al, che interpreta “l’usurpatore”, il presunto nemico che ha occupato la casa di famiglia di Yiannis, e Ozgur Karadeniz nei panni dell’irresistibile trafficante Tuberk. E come trascurare quello che in fondo è il vero interprete principale, Jimi (che in realtà è una femmina olandese di nome Pepper) unico essere vivente della storia che conosce solo la libertà, e ignora le follie fatte di frontiere, pericoli, rimpianti e rancori, burocrazia e politica, e che con la sua spensieratezza rende ancora più assurda l’incapacità degli umani di godere in pace di ciò che hanno, senza farsi del male l’un l’altro. Paradossalmente, l’unica difficoltà nelle riprese, girate per lo più nella zona greca, è stata proprio causata da lui… Come ha raccontato il regista “Il problema era portarlo nel settore turco, perché per la legge sarebbe dovuto rimanere in quarantena per circa tre mesi. Per questo abbiamo optato per la zona sud. E abbiamo girato anche nella zona cuscinetto, chiedendo il permesso all’Onu”. Tra le molte gag visive e verbali di cui il film è disseminato (come l’onnipresenza della bandiera turca agli occhi di Yiannis) colpisce l’ironico nome del negozio di intimo sotto casa del protagonista, “No Borders”, una sorta di dichiarazione d’intenti sul bene più prezioso per cui valga la pena lottare: la libertà di essere quello che vogliamo, come e dove vogliamo, e di vivere in pace.

Scheda tecnica

Titolo originale: Smuggling Hendrix
Regia: Marios Piperides
Cast: Adam Bousdoukos, Vicky Papadopoulou, Fatih Al, Toni Dimitriou
Produzione: Cipro, 2018
Durata: 93 min

Due sotto il burqua

By Jean

Due sotto il burqa

Due sotto il burqa

In una banlieue parigina pacifica e pulita vivono molte famiglie musulmane perfettamente integrate. Tra loro, tre fratelli afgani: il maggiore Mahmoud, il giovane Sinna, e Leila. La ragazza frequenta con successo Scienze Politiche ed è innamorata del compagno di studi Armand, figlio di Darius e Mitra, due iraniani laici e comunisti che hanno lasciato la patria dopo l’avvento di Khomeini e che non sanno nulla della loro relazione. Armand non gliene ha mai parlato, perché sa che, malgrado le loro idee progressiste, preferirebbero per lui una fidanzata della stessa classe sociale. Il loro rapporto va avanti comunque, con un sogno comune: trasferirsi a New York e lavorare per le Nazioni Unite. Tutto precipita quando Mahmoud torna a casa, profondamente cambiato, da un soggiorno di alcuni mesi in Yemen, dove ha aderito al radicalismo dei Fratelli Musulmani. Convinto di aver sbagliato, in passato, facendosi corrompere dai mali della società occidentale, il suo compito è “raddrizzare” i fratelli, soprattutto Leila. Scoperta la sua relazione con Armand, fa di tutto per impedirle di incontrarlo, vietandole di uscire da sola. Ma l’amore vero non può essere fermato, soprattutto grazie ad uno stratagemma geniale: Armand indossa un niqab, l’abito tradizionale che lascia scoperti solo gli occhi, e si presenta a casa di Leila come una fanciulla di nome Sheherazade, bisognosa di lezioni di francese. La presunta studentessa, però, con la sua dolce saggezza e la profonda conoscenza del Corano – acquisita per rendere la messinscena più credibile – fa breccia nel cuore di Mahmoud. E suscita, con la sua apparizione improvvisa nel quartiere, anche qualche sospetto. Tanto per complicare ulteriormente le cose…

I particolari

Di film su matrimoni e amori “misti” e contrastati ne sono passati tanti, sul grande schermo, a partire da Indovina chi viene a cena? a Il mio grosso, grasso matrimonio greco, fino a Non sposate le mie figlie, francese e corale come questo. La novità di Due sotto il burqa, (Cherchez la femme! nel più calzante titolo originale) è che si concentra sul cortocircuito tra costumi occidentali e musulmani, al di là dell’integrazione delle nuove generazioni, interpretato in chiave ironica e quasi surreale da una regista iraniana, Sou Abadi, la cui storia personale ricorda molto quella dei genitori di Armand.

Un’opera, come ha sottolineato l’autrice, che non è e non vuole essere antimusulmana, ma piuttosto antioscurantista, e ci riesce benissimo utilizzando i toni e i colori della più classica commedia degli equivoci. Perché i sorrisi, l’ironia e l’autoironia sanno essere più efficaci di sagge e dotte disquisizioni, nell’accendere luci negli angoli scuri. Soprattutto, emerge il valore dello studio, della conoscenza profonda, che sconfigge quella didascalica e sopra le righe dei radicalismi di qualsiasi matrice. Sarà infatti grazie al rapporto con Armand/Sheherazade e alle loro discussioni sul Corano nella sua essenza, oltre le frasi fatte delle scuole integraliste, che Mahmoud recupererà se stesso, accettando finalmente che la sorella e… l’innamorato conteso vivano il loro sogno.

La forza di questo film non è una risata di pancia, che fa leva su qualunquistiche situazioni xenofobe o razziste, piuttosto un sorridere, ma spesso anche un ridere, che coinvolge la testa, il ragionamento, senza la spocchia del proclama, ma la delicatezza della poesia. Un gioco ulteriormente alleggerito dalla sempre efficace carta del travestitismo, che potrebbe rischiare il farsesco, ma è magistralmente tenuta sotto controllo. I messaggi trasmessi sono la comprensione, l’accoglienza, ma soprattutto la speranza per le nuove generazioni, che passa obbligatoriamente attraverso la cultura. Anche quella degli “altri”. Molto efficaci gli interpreti, giovani, giovanissimi e meno giovani, con una nota speciale per Anne Alvaro, una straordinaria Mitra, la combattiva madre di Armand, che porta avanti la lotta per la liberazione delle donne iraniane con fierezza e passione. Un cast ottimo, coadiuvato da una splendida regia e da un’agile sceneggiatura.

Sou Abadi, già autrice del pluripremiato Sos Teheran, ha deciso di girare questo film dopo un lungo periodo trascorso nel tentativo di trovare finanziamenti per altri progetti documentaristici, conclusosi con una pesante depressione. Un’inversione di rotta forse sofferto, ma decisamente felice. Con preziose citazioni di stile da un classico della commedia americana… Infatti, la regista ha affermato di essersi ispirata, per il ritmo, nientemeno che a Billy Wilder. “Considero questo film il mio A qualcuno piace caldo col burqa”.

Scheda tecnica

Titolo originale: Cherchez la femme!
Regia: Sou Abadi
Cast: Felix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro, Miki Manojlovic
Produzione: Francia – 2017
Durata: 88′

Il corsaro dell'Isola Verde

By Jean

Il corsaro dell’Isola Verde

Il corsaro dell’Isola Verde

Siamo alla fine del 1700, un periodo in cui ad andar per mare, soprattutto nelle colonie spagnole dei Caraibi, si correva il rischio di veder spuntare all’orizzonte pericolosi vascelli affollati di fuorilegge fedeli all’emblematica bandiera nera col teschio e le tibie. Così capita, infatti, al galeone comandato dal barone Don José Gruda, inviato dal Re a sedare una rivolta nell’isola di Salina. Un brigantino di pirati, agli ordini del famigerato Capitan Vallo, lo assalta e cattura con il suo prezioso carico di armi, munizioni e duecento soldati. Vallo, col fido braccio destro, il muto Ojo, ha un’idea: vendere le armi ai ribelli, guidati dal misterioso El Libre, mentre finge di accettare l’allettante proposta di Don José: cinquantamila fiorini per la consegna del capo dei rivoluzionari. La nave approda e, nella notte, Vallo e Ojo scendono a terra per mettere in atto il piano. Ma incontrano Consuelo, la bella figlia di El Libre, che li informa che il padre è stato imprigionato. Vallo, affascinato dalla ragazza, si impegna a liberarlo, ma la promessa dà il via a una serie di peripezie, lotte, equivoci, travestimenti, fughe, prese di coscienza, ammutinamenti, liberazioni, invenzioni improbabili, uccisioni e salvezze miracolose, in una acrobatica corsa a perdifiato che, dopo temporanee sconfitte, troverà la sua gloriosa (e amorosa) vittoria.

I particolari

Burt Lancaster nell’immaginario di molti spettatori è il protagonista serio e problematico di storie altrettanto serie e problematiche. Non tutti sanno che ne Il corsaro dell’Isola Verde si è divertito a “giocare” sul set e con il pubblico fin dalla prima ripresa. Lo si può infatti veder aprire il film con un’acrobazia, mentre guarda e ammica dritto in macchina, dicendo: “Credete solo a ciò che vedrete… anzi, a metà di ciò che vedrete”. Ecco lo spirito giusto per godersi quest’opera divertente, colorata, ironicamente esagerata. Una pietra miliare del cinema di avventuroso intrattenimento, che pare non risentire dello scorrere del tempo. Situazioni, gag, trovate pirotecniche che hanno fatto scuola. Basti pensare alla serie dei Pirati dei Caraibi e ai suoi personaggi, che hanno tratto esplicita ispirazione dalla brillantezza e dall’immaginario di cui riluce questo capolavoro senza età. Una citazione tra tutte, la scena in cui Sparrow e Turner si salvano camminando sul fondale marino sotto una barca rovesciata che permette loro di respirare… Ma tutto Il corsaro dell’Isola Verde è costellato di felici invenzioni, supportate dalle acrobazie di Burt Lancaster, che prima di diventare attore era un artista circense. Quando fu scritturato per la parte di Capitan Vallo, volle accanto a sé l’amico e compagno di esibizioni al trapezio Nick Cravat, per realizzare le scene di azione insieme e senza controfigure. L’atletica “spalla” però, aveva un difetto: un pessimo accento. Si decise così di rendere muto il suo personaggio, facendolo esprimere a gesti e rendendolo così molto più comico di quanto prevedesse la sceneggiatura. Uno stratagemma già adottato nel precedente La leggenda dell’arcere di fuoco, in cui la coppia Lancaster – Cravat debuttò. Una commedia avventurosa, anzi, una parodia del filone cappa e spada, che ha molti meriti, considerato l’anno di produzione, il 1952, prima tra tutti la visione lungimirante di come l’avventura possa trasformarsi in un’epopea di antieroi, un po’ comici, un po’ cialtroni, ma in fondo pronti a seguire valorosamente un ritrovato ideale.

Alla regia un onesto professionista della macchina da presa come Robert Siodmak, tedesco di Dresda, classe 1900, che prima di esordire alla direzione si formò in anni di gavetta, pronto a ricoprire i ruoli più vari pur di seguire la sua passione per il cinema. Le origine ebree lo esposero alle persecuzioni naziste, così si trasferì dapprima in Francia, poi, dopo l’occupazione, negli Stati Uniti, dove firmò grandi successi di pubblico e critica come La donna fantasma, il cult La scala a chiocciola e soprattutto I gangsters, del 1946, ispirato a un racconto di Hemingway, che gli valse la nomination all’Oscar. Negli anni Cinquanta, dopo Il corsaro dell’Isola Verde, cadde nella rete della caccia alle streghe maccartista e, accusato di simpatie comuniste, venne messo al bando. Tornato in Europa continuò a girare buoni film fino alla morte, avvenuta nel 1973 a Locarno, in Svizzera.

Nel cast, oltre a uno spavaldo Burt Lancaster – scintillante di sorrisi e muscoli rubacuori, che si diverte a fare il verso al mitico Douglas Fairbanks – l’efficace Cravat, il noto caratterista Torin Tatcher (La tunica, Le nevi del Kilimangiaro, L’amore è una cosa meravigliosa) nel ruolo del secondo, Bellows, Christopher Lee, famoso per le sue interpretazioni del Conte Dracula e l’affascinante Eva Bartok nei panni di Consuelo.
Molto belli i costumi, coinvolgenti le scene di massa, e favolose le ambientazioni in esterno, girate interamente nella Baia di Napoli, e a Ischia.

Scheda tecnica

Titolo originale: The Crimson Pirate
Regia: Robert Siodmak
Cast: Burt Lancaster, Nick Cravat, Norman Deming, Eva Bartok, Christopher Lee, Leslie Bradley
Produzione: USA – 1952
Durata: 105′

Isole

By Jean

Isole

Isole

Ivan è un giovane albanese che vive con il padre malato in un piccolo appartamento di Tirana. Per sbarcare il lunario, ogni mattina all’alba prende il traghetto per raggiungere le Isole Tremiti, dove svolge piccoli lavori di muratura. Una vita grama, soprattutto perché, come clandestino, spesso viene sfruttato, o addirittura non pagato. Finché un giorno, il terzo senza salario, dopo le sue proteste e la giusta richiesta dei soldi che gli spettano, viene picchiato da tre abitanti dell’isola. E lì è costretto a fermarsi, perché senza un quattrino in tasca non può pagarsi il ritorno a Tirana. Inaspettatamente trova aiuto in due persone, molto differenti: don Enzo e Martina. Il primo è un vecchio prete, invalido e pieno di acciacchi, che vive in una piccola proprietà occupandosi delle sue api. La seconda è una giovane donna tenuta al margine dalla società isolana, perché dalla morte della figlia si è chiusa in un doloroso e inviolabile silenzio e mostra interesse solo per il mondo delle api. L’anziano sacerdote la ospita e per lei è una specie di tutore di cui si prende cura. Nella sua forzata permanenza sull’isola, Ivan viene accolto in casa da don Enzo, che lo ha preso in simpatia, e fa amicizia anche con Martina, in un’insolita convivenza tra persone che non hanno in comune altro che la “diversità” e l’isolamento dagli altri. Il loro rapporto all’inizio sembra ingelosire don Enzo, che però accetterà a poco a poco lo sbocciare timido di un sentimento più tenero e quasi predestinato (seppure osteggiato dall’interesse e dalla cattiveria del mondo circostante, incarnati dalla sorella del parroco) fra lo straniero impacciato e la sua introversa e fragile protetta.

I particolari

“Ogni uomo è un’isola” sosteneva Nick Hornby, nel best seller da cui fu tratto il bel film About a Boy, rovesciando l’assunto di una nota poesia di John Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

Al netto dell’ironia con cui lo scrittore britannico la intendeva, la frase descrive bene i personaggi del terzo lavoro di Stefano Chiantini, vicini ma separati, simili ma distanti. È un’idea che aleggia già nei due film precedenti, in cui le relazioni interpersonali trovano evidenti diaframmi, superabili solo dall’incoscienza giovanile (Forse sì… Forse no…) o da sentimenti precari (L’amore non basta). Con Isole il principio si esplicita, individuando nell’arcipelago delle Tremiti il luogo di un incontro fra solitudini, e utilizzando la sua conformazione scogliosa e frastagliata per trasporre nella realtà l’immagine dell’animo dei tre protagonisti. L’indovinata allegoria di un territorio splendido ma difficile aiuta a disegnare con poetica efficacia una parabola sulla solitudine, l’affetto e l’integrazione. Una canzone d’umanità accompagnata dal ritmo visivo e sonoro dell’acqua, nelle sue forme più diverse. Liquido tramite tra la clandestinità di Ivan, la muta fragilità di Martina e la rigida personalità di don Enzo, l’acqua protagonista si fa onda nel mare Adriatico che separa le Tremiti dall’Albania, semplice goccia di pioggia o addirittura, nella sua versione più ordinaria, filo sottile di rubinetto. In un paesaggio emblematico, dove solo le api sembrano in grado di creare un contatto e di lavorare per un bene comune, Isole riesce a stabilire un’atmosfera di realismo magico grazie anche alla complicità di tre protagonisti assolutamente credibili. In un’epoca di supereroi, sono gli ultimi che, invece di accarezzare il sogno di diventare primi, un giorno, accettano con coraggio e consapevolezza la loro condizione. Asia Argento, Ivan Franek e Giorgio Colangeli sono perfetti, sempre contenuti e garbati in una sofferta e umanissima profondità.

Così, con una mano leggera che non cede alle facili tentazioni della denuncia sociale o di un umanesimo scontato, e voci sicure, pur nelle loro fragilità, la bella favola moderna di Chiantini racconta delicatamente della dignità come unico mezzo per riscattarsi da una marginalità cui altrimenti è impossibile sfuggire, e soprattutto che se pure gli uomini possono essere isole, a bagnarle, spesso, è lo stesso mare.

Scheda tecnica

Regia: Stefano Chiantini
Cast: Asia Argento, Ivan Franek, Giorgio Colangeli
Produzione: Italia, 2011
Durata: 92′

La canzone del mare

By Jean

La canzone del mare

La canzone del mare

Un ragazzino di dieci anni, Ben, vive su un’isola al largo delle coste irlandesi insieme a suo padre Conor, che lavora come guardiano del faro, e alla sorellina Saoirse, muta dalla nascita e inspiegabilmente attratta dal mare. I due fratellini, molto diversi, sono orfani della mamma, Bronagh, scomparsa il giorno della nascita della bambina, mentre il padre, tenero con loro ma profondamente triste, vive una vita grigia, divisa tra il lavoro e qualche serata al pub, sulla terraferma. L’uomo a volte si mostra severo con la figlia, che ritiene responsabile della perdita dell’amatissima moglie, ma tutto va avanti in sordina, nella loro casa, senza sapere quali e quanti segreti e oggetti magici nasconda. Proprio il ritrovamento da parte di Saoirse di due di questi “doni speciali” della madre, una conchiglia per Ben perché possa sentire la voce delle onde, e un vecchio mantello bianco per lei, cambierà le loro esistenze all’improvviso, dando il via a una serie di avventure straordinarie negli abissi marini, tra foche ed entità fantastiche, e per terra, fino a Dublino e alla verde campagna d’Irlanda.

In quel viaggio, nel giorno del suo sesto compleanno, Saoirse scoprirà di essere una selkie, una leggendaria creatura in grado di trasformarsi in foca, e di avere un compito: aiutare altri esseri fatati a liberarsi dal giogo di Macha, una figura della mitologia irlandese, in questo caso raffigurata come una strega civetta che ruba i sentimenti agli uomini perché non siano causa di sofferenza, ma privandoli delle emozioni li trasforma in pietra. Un viaggio anche pericoloso, in cui Ben metterà a rischio la propria vita per salvare quella della sorellina. Cercherà di aiutarli la nonna paterna, una donna di città concreta e battagliera che però può ben poco contro il generale risvegliarsi delle creature magiche, in attesa da tempo del ritorno della selkie: è infatti lei, ora che è riapparsa con il suo canto, a poterli liberare dal sortilegio della strega.

I particolari

Candidato al premio per il miglior film d’animazione agli Oscar 2015, La canzone del mare è una coproduzione internazionale, ma racconta una storia profondamente legata alle tradizioni popolari irlandesi. Già dai primi fotogrammi si intuisce il peso che ha nella narrazione la dimensione magica e mitologica, quella in cui umani, semi-umani, folletti e divinità possono incontrarsi, amarsi e condizionare le vite degli altri. Un magnifico modo, come l’ironia di cui è pervaso il racconto, per rendere più lieve una vicenda potenzialmente amara. Non solo. Il regista nordirlandese Tomm Moore, già autore dello splendido The Secret of Kells, convinto che i film per bambini debbano essere mezzo di insegnamento oltre che di divertimento, mette in scena i più profondi sentimenti umani: la nostalgia, la complessità dell’amore fraterno (un legame rappresentato simbolicamente dal filo di un guinzaglio), il dolore per la perdita di una persona cara, la rimozione delle emozioni negative che ci trasforma in esseri privi di autenticità. Statue di pietra, come gli uomini cui la strega Macha ruba le emozioni, convinta in buona fede di sottrarli alla sofferenza.

Con un’incantevole alternanza di semplicità nel tratto deciso che disegna i personaggi e di raffinata tecnica con tocchi naif nella pittura dei paesaggi, Moore e il suo eccellente team, regalano agli spettatori un mondo parallelo dove tutto è possibile. Accanto alla realtà di un mare sempre in movimento, di verdissime campagne e pittoresche cittadine, esiste l’universo magico delle creature incantate, sotterraneo e subacqueo. È qui che si perdono e ritrovano Ben e Saoirse, incontrando folletti, streghe divinità, in un gioco scenografico di luci, ombre, arabeschi e grafismi. Ognuno si rispecchia nel proprio doppio: la silenziosa Saoirse istintivamente coraggiosa ha il proprio contraltare nel fratello chiacchierone e un po’ fifone, il padre che non si allontana mai dal mare ha il suo alterego nello scoglio che imprigiona il gigante Mac Lir, la strega Macha ama il figlio imprigionato come la nonna ama Conor.

Ci penserà il finale, a riportare le cose nel giusto ordine, e a far riflettere i bambini di ogni età sul potere curativo delle emozioni, e sull’importanza della solidarietà, della generosità e della purezza.

Scheda tecnica

Titolo originale: Song of the sea
Genere: animazione
Regia: Tomm Moore.
Produzione: Irlanda, Lussemburgo, Francia, Danimarca, Belgio – 2014
Durata: 93

La promessa dell'alba

By Jean

La promessa dell’alba

La promessa dell’alba

Mina Owczynska Kacew è una giovane donna di origine ebree, irascibile e tenace, molto amorevole verso il suo unico figlio, Romain, che ha cresciuto da sola. Ha in mente una brillante carriera di romanziere, per lui, malgrado abbia difficoltà a scrivere. Caparbiamente convinta che il ragazzo sia promesso a un destino fuori dal comune, dedica ogni pensiero e azione alla sua causa. Cresciuto in Polonia, sotto la ferrea influenza di questa madre febbrile che lo educa alle vittorie e alle sconfitte della vita, Romain conduce la sua esistenza mettendo perennemente alla prova i suoi limiti, in un mondo esterno e domestico affollato di dame eleganti, anche grazie ai cappelli cuciti per loro da lei. Ma è la Francia, la promessa che deve essere mantenuta. Quando l’antisemitismo inizia a pesare, arriva il momento di fuggire verso la terra desiderata, dove il ragazzo diventerà uomo e completerà gli studi. Dopo il trasferimento a Nizza, Mina finirà per gestire un grazioso hotel in riva al mare, rassegnata a guardare il suo ragazzo partire per Parigi e poi per la guerra, che incombe come i nazisti ai confini. Tra andate e ritorni, tra separazioni e promesse, tra lettere interminabili e carezze infinite, Romain combatterà la sua battaglia per diventare tutto quello che la madre aveva sognato.

I particolari

Quella di Romain Gary (alias Kacev) e della madre Mina (o Nina, nel film…) è la storia vera di un amore folle e incondizionato, raccontata nello splendido romanzo autobiografico La promessa dell’alba, che aveva già ispirato nel 1970 una produzione franco-americana, Promessa all’alba, di Miles Dassin.

Quasi quarant’anni dopo, Eric Barbier dirige questo film appassionante e commovente, che narra gioie e dolori, colpi di scena, passioni e misteri della vita straordinaria di uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo. Dall’infanzia difficile in Polonia, all’adolescenza in Francia, fino alla carriera di aviatore in Africa, durante la guerra, Romain Gary sarà sempre accompagnato dalla presenza di una madre eccentrica e ossessiva, animata fino allo spasimo da un amore senza freni che lo spingerà a raggiungere obbiettivi altissimi ma nello stesso tempo rappresenterà un pesante fardello con cui fare sempre i conti.

In sottofondo, il secondo conflitto mondiale, “fonte di ispirazione” sempre molto apprezzata dal cinema, in particolare se frutto di un adattamento letterario, per di più autobiografico, e ancora di più di un autore fra i più amati del Novecento francese. Nato nel 1914 nell’attuale Vilnius, in Lituania, Romain Gary ha condotto una vita avventurosa in cui ha sperimentato di tutto: la carriera militare, gli aerei, la Resistenza, la diplomazia, e infine la scrittura, la sceneggiatura e la regia, prima della morte, a Parigi, nel 1980. Vinse due volte il più prestigioso riconoscimento letterario francese, il Premio Goncourt, il secondo con lo pseudonimo Emile Ajar, con cui firmò in incognito alcuni romanzi. Pare che il “cognome d’arte” Gary, adottato quando decise di dedicarsi alla letteratura, fosse dovuto al significato di quello originale, Kacew, “macellaio” in yiddish.
Di certo c’è che l’artista si divertì a seminare indizi diversi sul luogo di provenienza suo e della madre.

Ma il film descrive altri periodi, quelli dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima età adulta, in cui fu maggiore l’influenza materna. Il ruolo di questa donna sopra le righe è stato affidato a una matura e convincente Charlotte Gainsbourg. L’attrice, figlia del musicista Serge e della cantante Jane Birkin, ha dovuto studiare il polacco perché il suo personaggio, per quanto si esprima in francese, ha un accento molto marcato. A vestire i panni dello scapestrato protagonista è un brillante Pierre Niney, ormai avvezzo ai personaggi realmente esistiti. La sua carriera, infatti, ha preso il volo con l’interpretazione dello stilista Yves Saint Laurent, che gli valse, nel 2015, a soli 26 anni, il premio César come miglior attore. Il più giovane di sempre. La promessa dell’alba è stato girato in quattordici settimane, tra Ungheria, Belgio, Marocco e Italia, precisamente a Bordighera, rinomata Città delle Palme dell’estremo ponente ligure, location scelta per ambientare le scene “pensate” nella vicina Nizza. Accolto piuttosto bene dalla critica francese, quest’opera epica, intima, commovente e piena d’amore eppure ironica al punto giusto, traspone con grazia e rispetto sul grande schermo un romanzo bellissimo. Uscito in patria nel dicembre 2017, ha terminato la sua vita al botteghino con più di un milione di spettatori. Un risultato ottimo, corrispondente a quasi 9 milioni di euro. Il film ha ottenuto quattro nomination ai César 2018, uno dei quali per la Gainsbourg come miglior attrice protagonista.

Scheda tecnica

Titolo originale: La promesse dell’aube
Regia: Eric Barbier
Cast: Charlotte Gainsbourg, Pierre Nine, Didier Bourdon, Jean-Pierre Darroussin, Catherine McCormack
Produzione: Francia – 2017
Durata: 131’

Le meraviglie del mare

By Jean

Le meraviglie del mare

Le meraviglie del mare

Quando si dice Cousteau, si dice mare. Anzi, amore assoluto per il mare. Stupore. Meraviglia. Abnegazione. Per la famiglia Cousteau, a partire dall’indimenticabile decano, è sempre stato impossibile immaginare una vita lontana dal mare e dalle sue creature. È solo attraverso i primi documentari subacquei di Jacques-Yves il pioniere, realizzati in anni in cui era quasi una bizzarria l’esplorazione dell’universo sommerso, che la “gente comune” ha potuto conoscere quel mondo nascosto, miracoloso, brulicante di esseri microscopici o giganteschi, teneri o letali, in continua evoluzione e perenne movimento. E dopo di lui è toccato al figlio Jean-Michel portare avanti una professione che non è mera divulgazione, ma anche e soprattutto una vera missione a tutela della natura. Raccontare la straordinaria bellezza dei mari, degli oceani e dei loro fondali è infatti diventato col tempo un mezzo per sottolineare quanta bellezza ci circondi e come possa essere facile distruggerla, danneggiarla, soffocarla, a causa dell’incoscienza di chi dovrebbe invece difenderla ad ogni costo. Un grido di allarme rivolto a tutti noi, che abbiamo ricevuto “in prestito” un mondo da restituire intatto, e magari migliore, a chi ci seguirà.

Jean-Michel (oggi ottantenne, ma ancora brillante regista e coraggioso subacqueo) era solo un bambino quando il padre lo iniziò allo studio del regno marino, portandolo con sé in immersione, con in spalla le attrezzature dell’epoca… Da allora non ha mai smesso, navigando per il mondo a bordo di navi dai nomi mitologici, come Calypso e Alcyone, e fondando, alla fine dello scorso millennio, la Ocean Futures Society, con cui gira il mondo per discutere con leader politici ed esponenti del mondo degli affari. E producendo opere straordinarie. Come questo documentario, che riesce nel compito non facile di alzare ulteriormente l’asticella della “qualità Costeau”, utilizzando le tecnologie digitali più raffinate per raccontare la magia del Profondo Blu. Un amore altrettanto profondo, condiviso anche professionalmente con i figli Fabien e Celine, che con lui hanno raccolto il testimone della causa ambientalista. Insieme, sono i protagonisti de Le meraviglie del mare.

Per tre anni, con la loro squadra, hanno viaggiato alla scoperta degli oceani e della loro microfauna, spettacolare universo segreto minacciato da quello emerso, dominio di un’umanità non troppo lungimirante, che non si cura con sufficiente determinazione del rapporto tra la salute delle specie marine e quella della Terra, nella sua interezza. Rincorrendo appuntamenti rari, che avvengono al massimo una volta all’anno, e senza coprire con le parole ciò che le immagini raccontano da sole, i tre Cousteau trascinano gli spettatori in un’esperienza immersiva (letteralmente) e tecnicamente sofisticata, ma anche etica. Laggiù dove l’uomo non è e non deve essere il protagonista assoluto ma solo un ospite che, se si comporta nel modo corretto, avrà in cambio il dono di uno spettacolo unico, Cousteau ha toccato con mano e registrato coi propri occhi la minaccia causata dall’inquinamento, dalla plastica e dal riscaldamento globale. Il suo è un grido di allarme, urgente e accorato, lanciato da un luogo prezioso di pace e di silenzio ma sconosciuto al grande pubblico, che per essere raggiunto e sensibilizzato ha bisogno di un mezzo di potente comunicazione come il cinema e i suoi protagonisti più popolari. In questo caso Arnold Schwarzenegger, che ha notoriamente sposato la causa ambientalista e cura l’introduzione del film (di cui è anche produttore).

La sua voce ci guida attraverso un tripudio di vita e colori, facendoci conoscere e inevitabilmente amare le incontaminate bellezze degli Oceani e invitandoci a fare tutto ciò che possiamo per salvarle dalla rovina causata dalle nostre stesse mani. Il cuore del film è poi lasciato alle immagini e alla guida sicura e pacata di Cousteau e figli, al racconto della loro avventura di famiglia e a quello della perfezione degli ecosistemi acquatici, in cui ogni specie ha un posto e un “superpotere” oppure un difetto fatale che però si rivela un’ancora di salvezza per qualcun altro, in una catena che non va spezzata, se non si vuole spezzare anche la catena di ossigeno e anidride carbonica, condizione primaria per la sopravvivenza del mondo, sommerso ed emerso.

Nelle magistrali riprese, il mare sembra lo spazio, e i suoi multiformi abitanti creature fantastiche ed extraterrestri. Tra coralli respiranti, polpi intelligenti, famiglie di mangrovie, terribili pesci scorpione, squali martello e fluorescenti sorprese notturne, ci si fa trasportare in un viaggio che, in poco meno di un’ora e mezza, esplora i fondali più suggestivi e affascinanti immaginabili: dalle isole Fiji al Golfo di California (definito da Jacques Cousteau “l’acquario del mondo”), dal Golfo del Messico alle Bahamas, lasciandoci incantati e, questo è l’intento, più consapevoli di tanta bellezza e altrettanta fragilità. Il messaggio è chiaro: salvare gli oceani è una questione di sopravvivenza. Basti pensare che il fitoplancton marino produce la metà dell’ossigeno che respiriamo: più del doppio di quello prodotto dalla foresta amazzonica.

“Le meraviglie del mare ci fa riflettere sul fatto che ogni boccata d’aria proviene dal mare” spiega Jean-Michel Cousteau. “Mi piacerebbe che i giovani, la classe dirigente del futuro, abbiano accesso a queste informazioni, non solo per imparare cose nuove, ma anche per comprendere che proteggere il mare significa proteggere noi stessi e le generazioni future”.

Anche Arnold Schwarzenegger ha spiegato il suo “cameo”: “Quando ho visto le riprese sono rimasto sbalordito e ho voluto subito far parte del progetto. Non ci sono solo immagini emozionanti, ma anche un messaggio ecologico forte. E il 3D vi darà la sensazione di stare sott’acqua insieme a tutte quelle creature meravigliose”. La tutela ambientale è un tema molto caro all’attore, ed ex Governatore della California, che sia durante i suoi mandati amministrativi che in seguito ha preso spesso posizione, ad esempio contro le trivellazioni al largo della California e contro i produttori petroliferi, rei di aver portato avanti i loro affari pur consapevoli dei danni che i carburanti fossili avrebbero portato al pianeta. Oltre all’ex Terminator, tra i sostenitori del documentario spicca anche la Fondazione di Leonardo Di Caprio, altro nome importante dello star system americano attivamente impegnato nella causa ambientalista.

Ad affiancare alla regia Jean-Michel Cousteau, c’è Jean-Jacques Mantello, uno dei pionieri del video digitale francese che nel 1990 diresse il primo film 3D subacqueo mai realizzato, Miracle Mermaid.

Scheda tecnica

Titolo originale: Wonders of the Sea 3D
Regia: Jean-Michele Cousteau, Jean-Jacques Mantello
Cast: Jean-Michel Cousteau, Celine Cousteau, Fabien Cousteau, Arnold Schwarzenegger
Produzione: Gran Bretagna, Francia – 2017
Durata: 85 min

Forse è solo il mal di mare

By Jean

Forse è solo mal di mare

Forse è solo mal di mare

Francesco ha quarant’anni, è un toscano purosangue e ha alle spalle una carriera di fotografo che lo ha portato a lungo in giro per il mondo. Ma quando conosce Claudia e se ne innamora perdutamente, per stare con lei cambia vita. Si trasferisce a Linosa, dove diventa pescatore e, accanto alla moglie, trascorre diciassette anni felici in cui nasce anche una figlia, Anita.

Ma la felicità finisce quando Claudia se ne va, in cerca di una vita diversa oltre i minuscoli confini dell’isola. Anita, diciassettenne, va d’accordo col padre – anche se mal sopporta la sua remissività e la sofferenza che lo ha schiacciato dopo la separazione – studia al liceo scientifico, esce con i compagni di scuola e coltiva il sogno di diventare pianista. Le loro esistenze profondamente legate proseguono lungo i binari di un serena normalità finché la ragazza non presenta domanda di iscrizione al Conservatorio di Lugano e non arriva in paese una nuova insegnante, Laura… Le vicende personali di padre e figlia s’intrecciano con quelle spesso esilaranti degli altri isolani, animi pittoreschi e un po’ impiccioni ma gentili e generosi, tra cui spicca un bel pescatore… Il tempo scorre tra riflessioni e ferite, sorprese e colpi di scena, nell’attesa della fatidica risposta dalla Svizzera che potrebbe dare un’altra svolta ai loro destini. E, sullo sfondo, una Linosa fuori stagione, quasi deserta, che si lascia cullare dalla voce di uno splendido mare a volte calmo, a volte agitato – proprio come gli animi degli abitanti – e risulta bellissima agli occhi di guarda per i colori e i paesaggi da incanto.

I particolari

Simona de Simone, conosciuta con lo pseudonimo Nuanda Sheridan, reduce da una gavetta di aiuto regista e dalla direzione di Satyagraha, mediometraggio molto apprezzato in vari Festival internazionali, esordisce nei lungometraggi con questa commedia romantica e divertente, sensibile e semplice, accogliente e schietta come i caratteri che descrive.

Il film, nato da un’idea di Matteo Querci e scritto da Tommaso Santi, ha tra i suoi punti di forza, gli splendidi scenari naturali e un cast di eccellenza. Ottimi i protagonisti, Francesco Ciampi, la giovanissima Beatrice Ripa e Annamaria Malipiero, decisivi i “camei” di Maria Grazia Cucinotta e del “narratore”, l’anziano pescatore muto Calogero, anima silenziosa ma profondamente osservatrice dell’isola, affidato a un grande Paolo Bonacelli, convincenti gli altri interpreti di prestigio come Barbara Enrichi, Orfeo Orlando, Patrizia Schiavone, Cristian Stelluti e la band degli Street Clerks nel ruolo di se stessi.

Forse è solo mal di mare è un progetto che per vedere la luce, anzi, il grande schermo, ci ha messo dieci anni. Dieci anni di amore, quello tra l’ideatore Matteo Querci e l’isola siciliana di Linosa, una realtà unica in Italia in cui arrivare o da cui partire dipende tutto dalla volontà, buona o cattiva, del mare. Un innamoramento che ha dato vita a una storia di arrivi e di partenze, appunto, e racconta con toni delicati, lievi e a volte comici, un percorso emotivo di formazione e di crescita, all’interno di un conflitto personale e familiare, alla fine del quale si dovrà fare una scelta.
Ma già si sa che quando a decidere è il cuore, saprà indicare la strada giusta.

Presentato in anteprima al Festival di Cannes e distribuito in Italia dal maggio 2019, il film si colloca a pieno titolo nel nuovo filone “glocale”, un cinema che racconta storie quotidiane e caratteri fatti della stessa materia dei luoghi in cui vivono, perlopiù paesi, villaggi, aree lontane dalle solite mete turistiche. Film fortemente legati al territorio ma che sanno parlare, senza tradire la propria originalità, ad un pubblico ampio, universale, seppure pensati per il mercato nazionale. Una ricetta che raccoglie consensi anche al botteghino grazie a una sapiente miscela di folklore e realismo, e a un ingrediente fondamentale: il profondo amore per i suoi personaggi e per le storie che racconta.
Forse è solo mal di mare si può dunque considerare un’opera “locale” nello spirito dei suoi protagonisti, nella verità delle location ma anche nella formula produttiva, quella della Cibbè Film, un’azienda nata dalla passione di imprenditori tessili pratesi riuniti intorno al progetto di realizzare il “proprio” film.

Scheda tecnica

Regia: Simona De Simone
Cast: Francesco Ciampi, Beatrice Ripa, Annamaria Malipiero, Christian Stelluti, Orfeo Orlando, Maria Grazia Cucinotta, Paolo Bonacelli
Produzione: Italia – 2019
Durata: 92′

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