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Un profilo per due

By Jean

Un profilo per due

Un profilo per due

L’anziano Pierre, rimasto vedovo dopo 50 anni di idilliaco ménage familiare, si lascia vivere, isolato in casa, incapace di distaccarsi dal ricordo dell’amatissima moglie. Subisce brontolando le visite della figlia, l’unica ad occuparsi di lui. Per distrarlo dalla sua malinconica solitudine, lei gli regala un computer e assume Alex, il giovane compagno disoccupato della figlia, per insegnargli ad usarlo. Così Pierre apprende, pur con la fatica di un’uomo cresciuto in un’epoca tanto distante dalla moderna tecnologia, a utilizzare le infinite opportunità che internet mette a disposizione, in particolare quella di conoscere virtualmente altre persone. Nel caso, l’affascinante Flora63, una bellissima trentenne, iscritta allo stesso sito di incontri, che resta ammaliata dai suoi modi galanti e dal suo romanticismo retrò. Ma quando la donna propone un appuntamento vero, Pierre si ritrova in grossi guai. Infatti non è stato sincero, tacendo la veneranda età e nascondendo il vero aspetto dietro una foto del fidanzato della nipote, e suo maestro di informatica… Non gli resta che convincere Alex a incontrare e corteggiare la bella Flora al posto suo, scatenando una serie di inganni e sotterfugi che porteranno il caos nella vita dei tre protagonisti.

I particolari

Stéphane Robelin, al suo terzo film, conferma l’impossibilità di catalogarlo all’interno di un genere. In questo caso, si cimenta nella commedia degli equivoci più classica, grande cavallo di battaglia della cinematografia francese.
La fonte di ispirazione è chiara e dichiarata: il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Pierre con la sua Flora non può che ricordare, infatti, una versione on line di Cyrano con Rossana. Se il naso non è lungo, lunghi sono gli anni che ha vissuto, incompatibili con la giovinezza e la bellezza di una donna affascinata dalla sua poetica galanteria ma ignara del suo vero aspetto.
Alla vicenda non poteva mancare un novello Cristiano, incarnato da Alex, il fidanzato della nipote, che si lascia vivere sognando una carriera come sceneggiatore, mentre nella realtà è un disoccupato che si è adattato ad abitare in casa della madre della compagna, subendo un perenne confronto a distanza con il suo ex.
Il film, nella prima parte, si vela di malinconia, raccontando un mondo in cui gli anziani si sentono messi (e si mettono) da parte e le tante solitudini di coppia. L’incontro virtuale regala nuovi spiragli di vita a Pierre, ma mette in difficoltà colui che gli ha aperto le porte di un universo sconosciuto, generoso di gioie ma anche di dolori… Alex, infatti, prova un colpevole feeling con Flora, la quale, a sua volta, non ha ancora finito di elaborare un lutto. Quando il gioco degli scambi si realizza nella realtà, si imbocca la strada della commedia (con qualche punta di farsa) e il suo tono si assesta in un mood intelligente, dal ritmo brioso, attuale e divertente.
Impeccabile, la scelta degli attori, tra i quali emerge un Pierre Richard che gioca ironicamente con la sua vera età (84 anni portati con nonchalance) e aderisce appieno, anche fisicamente, alla psicologia del personaggio.
Volto simbolo del cinema francese ma anche regista, scoperto da Jacques Becker nel 1958, Pierre Richard è noto per aver lavorato spesso con Francis Veber e con Gérard Depardieu in commedie importanti come La capra, Noi siamo tuo padre e Due fuggitivi e mezzo. Robelin lo aveva già diretto in E se vivessimo tutti insieme?.
Alex ha il volto di Yaniss Lespert. Nato nel 1989, Lespert è figlio di un’avvocatessa di origine algerina e dell’attore francese Jean Lespert, oltre che fratello del più famoso Jalil. Attore più televisivo che cinematografico, ha iniziato a calcare le scene nel 1992 e ha legato il suo nome a opere come Le petit lieutenant e Cena tra amici.
A interpretare la bella Flora è Fanny Valette, attrice francese classe 1986, subentrata alla prima scelta, la coetanea Oona Chaplin. Lanciata giovanissima dal piccolo schermo, spazia elegantemente tra i generi cinematografici, forte delle partecipazioni a Cambio d’indirizzo, simpatica commedia di Emmanuel Mouret, Night Fare, ansiogeno thriller di Julien Seri, e il frizzante A love you, di Paul Lefèvre.
La motivazione di creare un film con un vecchio eroe la spiega lo stesso regista.
“Le persone anziane mi toccano. Mi piace il loro modo di inventare storie, di cacciarsi inconsapevolmente nei guai e di trovare soluzioni. Quando si è anziani, tutto si fa più complicato ma non ci si arrende. Per me, è questa la vera definizione di eroe, un individuo che deve combattere contro ciò che gli riserva la vita e accettare un certo numero di cambiamenti. Avevo già affrontato la questione della vecchiaia in E se vivessimo tutti insieme? in cui un gruppo di settantenni alle prese con acciacchi e malattie inizia a convivere in una sorta di comune.
Un profilo per due è una sorta di continuazione e apre la strada a nuove situazioni, con il confronto diretto tra un vecchio signore e un giovane uomo che potrebbe essere suo nipote. A fare da tramite è il simbolo della modernità per eccellenza: internet, strumento che ha creato un profondo gap tra i giovani e coloro che appartengono alle generazioni precedenti. Internet permette a chiunque, a qualsiasi ora della giornata, di entrare in contatto con tutto il mondo, di comunicare, di viaggiare, di sognare, di crearsi una falsa identità e persino di innamorarsi. Ed è ciò che accade nella mia storia, e in questo caso fa sorridere e ha un lieto fine”.
Dopo aver lavorato come regista di spot pubblicitari, programmi televisivi e documentari, Robelin ha diretto il suo primo lungometraggio nel 2004, realizzando con Real Movie un’opera peculiare con il punto di vista di una camera tenuta da uno dei personaggi. Con un budget atipico, il lungometraggio è uscito in poco più di dieci copie ma ha permesso al regista di calamitare l’attenzione di critica e produttori, regalandogli nel 2011 la possibilità di dirigere E se vivessimo tutti insieme?.

Scheda tecnica

Regia: Stephan Robelin
Cast: Pierre Richard, Fanny Valette, Yannis Lespert, Macha Meril, Stéphanie Crayencour
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Un profil pour deux
Durata: 99’

Tuo Simon

By Jean

Tuo Simon

Tuo Simon

Ognuno ha diritto a una grande storia d’amore, ma per qualcuno la questione è più complicata. Ad esempio per il diciassettenne Simon Spier, che vive una vita normale in una tranquilla cittadina americana, ha una famiglia che adora e degli amici straordinari ma anche un segreto che lo angustia: nessuno sa della sua omosessualità. Simon non ha nemmeno il coraggio di rivelarlo ai genitori perché teme di deluderli, soprattutto il padre, bonariamente legato a un concetto molto classico di virilità. Finché non inizia un appassionante scambio di mail con un compagno di scuola, conosciuto online e che rimane nascosto dietro il nickname Blue. Ma Martin, il nerd della scuola, lo scopre per caso e lo ricatta: se non vuole che il suo segreto sia rivelato, deve aiutarlo a conquistare la ragazza dei suoi sogni, cui Simon è legato da una profonda amicizia. Per lui inizia così un’avventura in cui il sorriso si alterna con la preoccupazione. Saranno i suoi amici Leah, Debby e Nick ad aiutarlo a reagire e cambiare vita, scoprendo infine il primo amore…

I particolari

Unico, emozionante, sincero, il migliore dell’ancora breve carriera di Greg Berlanti, il film affronta con leggerezza, ma non superficialità, un tema complicato come l’adolescenza con i suoi turbamenti legati alle infinite sfumature dell’amore e della sessualità.
Il regista si avvale di una sceneggiatura efficace, scritta da Elizabeth Berger con Isaac Aptaker sulla base del romanzo di Becky Albertalli Simon vs. the Homo Sapiens Agenda, tradotto in italiano con il titolo Non so chi sei ma io sono qui.
Ma oltre a un ottimo script, si intuisce fin dalle prime inquadrature che alla base della bellezza di Tuo Simon c’è anche una determinata ed empatica partecipazione emotiva. Il giovane regista dichiaratamente gay di Tre all’improvviso (2010) e Il club dei cuori infranti (2000), conosciuto soprattutto come sceneggiatore e produttore della serie tv per teenagers Dawson’s Creek, racconta ancora una volta l’omosessualità attraverso lo sguardo di Simon. Un racconto lieve, senza retorica, arricchito da profonda umanità, sui conflitti interiori di chi è costretto a nascondere la propria natura perché il cosiddetto Homo Sapiens è ancora restio ad elaborare codici non di tolleranza (che già presuppone un giudizio) ma semplicemente di convivenza civile. Ma Simon non è solo. Intorno a lui ruota il prezioso microcosmo degli amici. Ognuno di loro gli vuole bene, pur con la propria pena amorosa o familiare da risolvere.
Grandi assenti i genitori: o non ci sono, o fanno controlli puramente formali, o vestono i panni dei compagnoni scapestrati, capaci di scherzare coi figli ma non di accorgersi di quel passa nella loro mente e nel loro cuore.
La professionalità ma soprattutto la sensibilità aiutano Berlanti ad affrontare tutti questi argomenti delicati senza scivolare nel patetico, o nel “genere”. Nessun personaggio è sopra le righe, e se episodicamente accade, subito viene riportato nei canoni della credibilità.
Con semplicità si spiegano le difficoltà di un ragazzo, già alle prese con i problemi dell’adolescenza, nel capire, accettare e infine dichiarare di essere gay. E, come sovrappeso, sopraggiunge la paura di essere pubblicamente additato sui social media, che annullano in un istante i confini tra pubblico e privato con spregiudicata leggerezza. È quel che più teme Simon: che la tenera corrispondenza online con l’innamorato segreto possa finire sul blog della scuola, facendo a pezzi la sua intimità e la sua stessa vita.
Ma ci sono gli amici, accanto a lui, a sostenerlo e rassicurarlo, preludendo a un happy end quasi fiabesco, in un mondo libero da tabù come è giusto che sia…
Ogni capitolo del romanzo cui si ispira viene trattato con estrema cura, la stessa dedicata al cast. Le diverse personalità, ognuna con un suo retroterra, sono state approfondite, applicandole ad interpreti perfettamente calati nel ruolo, si potrebbe dire “reali”. A sostegno degli attori, la sceneggiatura è solida e brillante, efficace nei dialoghi, quasi commovente per la sincerità e il desiderio affettuoso di dipingere il mondo come dovrebbe essere.
I ragazzi sono sì ostaggio della tecnologia ma socievoli e bendisposti, i genitori forse un po’ superficiali ma dalla mentalità aperta, le autorità scolastiche dialoganti e comprensive.
Della teen comedy rispetta tutte le regole, rappresentando con grande verosimiglianza il mondo scolastico e familiare, sport e attività extracurricolari, party di Halloween e feste di fine anno, incomprensioni, segreti e innamoramenti, ma ciò che distingue Tuo, Simon è quel bisogno sempre più impellente ma altrettanto terrorizzante di rivelare al mondo chi si è davvero. Per questa sua forza è stato protagonista negli Stati Uniti di un fenomeno curioso: molti attori omosessuali, come Neil Patrick Harris e Matt Bomer, o eterosessuali impegnati nelle battaglie della comunità lgbt come Kristen Bell hanno deciso di affittare intere sale di proiezione nei cinema delle loro città e regalare lo spettacolo a tanti ragazzi e ragazze.
“È un film importante e bello. So che vi piacerà, venite domenica a vederlo gratis” invitava Matt Bomer sul suo profilo Instagram.
A questo proposito, vale la pena citare una frase pronunciata dal protagonista:
“A volte mi sento bloccato su una ruota panoramica. Un attimo prima sono in cima al mondo, quello dopo negli abissi. Continuamente, tutto il giorno. Questo perché gran parte della mia vita è fantastica. Ma nessuno sa che sono gay”.
In fondo anche gli amici di Simon (Nick Robinson), la bella ma introversa Leah (Katherine Langford), l’attraente Abby che soffre per il divorzio dei suoi genitori (Alexandra Shipp), l’insicuro e timido Nick (Jorge Lendeborg Jr.) per non parlare del prepotente ma in realtà fragile Martin (Logan Miller) si ritroveranno a fare una sorta di personale coming out. In fondo crescere è accettare chi siamo e rivendicarlo al mondo.

Scheda tecnica

Regia: Greg Berlanti
Cast: Nick Robinson, Katherine Langford, Jennifer Garner, Alexandra Shipp, Josh Duhamel
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Love, Simon
Durata: 109’

Succede

By Jean

Succede

Succede

Margherita detta Meg si percepisce come un contenitore vuoto e ogni mattina il suo cervello adolescente carica le informazioni necessarie per attraversare indenne (o quasi) la giornata, “resettando” i ricordi dolorosi. Per fortuna ci sono Tom e Olimpia detta Olly, i suoi migliori amici nonché compagni di un liceo pubblico milanese trendy ma accessibile. Finché all’orizzonte appare Sam, cugino romano di Olly arrivato a Milano da poco, e visibilmente interessato a Meg…
Una commedia semplice, un diario, un romanzo di formazione che parla lo slang dei giovanissimi, e si inserisce nel filone del teen movie finora dominato dagli americani, con qualche eccezione europea, come Il tempo delle mele.

I particolari

“A questa età non lo decidi, succede. Non lo programmi, non sai quando, arriva e basta!”.
Così afferma a un certo punto la protagonista Meg, riassumendo lo spirito di questo film di teenager per teenager, ma non solo. È interessante, infatti, per chi adolescente non lo è più da un pezzo, immergersi nel mondo in cui i ragazzi di oggi vivono, fatto di un linguaggio mediato dalla tecnologia, dai social, da un’interazione spesso più virtuale che reale, un mondo distante anni luce da quello dei ragazzi di ieri, e portato sul grande schermo con assoluta credibilità.
In fondo i sentimenti di base, come l’amicizia, l’amore, il desiderio di costruire la propria vita, non sono cambiati più di tanto, se non nel modo o negli strumenti per esprimerli.
Succede è un teen movie ben realizzato, risultato di scelte azzeccate, come quella di far parlare i ragazzi esattamente come nella realtà. O l’intelligente selezione dei protagonisti: Matteo Óscar Giuggioli, l’amico affidabile, già apprezzato ne Gli sdraiati in un ruolo minore ma ricco di sfumature recitative promettenti, il bravo Brando Pacitto (L’estate addosso, Piuma) l’improbabile seduttore, ma soprattutto le due esordienti. Margherita Morchia, ovvero Meg, finalmente rappresenta una ragazza “normale” e semplice nella sua accezione positiva, autrice del diario su cui si basa la vicenda, e Matilde Passera, scelta con un casting su YouTube, veste i panni dell’amica del cuore Olly, fresca e spontanea nel suo lieve accento milanese.
Perché è proprio la metropoli lombarda a fare da scenario, anzi, da coprotagonista: non una Milano da bere, ormai lontanissima nel tempo, piuttosto un luogo facile da trasformare in un set cinematografico per sogni adolescenziali, con un Planetario che si trasfigura e tanti tanti tetti condominiali dove raffigurare un futuro di due cuori e una capanna… perché certi desideri ed emozioni non cambiano mai.
Come non cambia il timore di trasformarsi negli adulti, “vecchi e infantili”, di cui i ragazzi sono circondati. Forse è proprio il ritratto di questi genitori irresponsabili e stereotipati il tratto meno originale della storia, ma in fondo è solo il punto di vista di un film che guarda il mondo e i suoi abitanti con gli occhi (e i pregiudizi e le critiche anche aspre e inevitabili, perché parte dei conflitti generazionali esistiti da sempre) dei suoi giovanissimi protagonisti.
Le loro vite scorrono al ritmo della musica ascoltata in cuffia, tra rifugi a un passo dal cielo e le albe milanesi, vestiti di jeans e sneakers, a scuola e quando si scambiano i primi baci.
Quattro amici che condividono tutto, un tutto raccontato dal diario di Margherita – Meg, in giorni che scorrono tra amicizia e amore, in quel particolare momento della vita in cui tutto è assoluto e c’è posto solo per il presente.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo best seller di Sofia Viscardi, milanese, classe 1998, che un giorno ha deciso, come tanti coetanei ma con una marcia in più, di condividere le sue esperienze di adolescente e il suo punto di vista sul mondo col grande popolo di internet. Il blog ha avuto successo, trasformandola in una stella di YouTube, soprattutto dopo una sua intervista a Roberto Saviano, nel 2015, premiata da 150.000 visualizzazioni. Poca cosa, rispetto al successo seguente del video Con chi mi sono fidanzata, che ne ha registrate un milione e trecentomila.
E sulla scia di questo successo, è stato pubblicato Succede, un vero e proprio romanzo di formazione che ha venduto finora duecentomila copie. E dalla classifica dei bestseller alla trasposizione cinematografica, il passo è stato breve.
Prodotto da Warner Bros. Entertainment Italia, Indigo Film e Roman Citizen, il film segna l’esordio nella regia di un lungometraggio di Francesca Mazzoleni, nata a Catania nel 1989, diplomata al centro Sperimentale di Cinematografia e autrice di diversi cortometraggi e documentari. Assistente di Marco Danieli per La ragazza del mondo, ha scritto lei stessa la sceneggiatura insieme a Paola Mammini e Pietro Seghetti.
Senza filtri né giudizi, la regista evita di descrivere gli adolescenti come svogliati e abulici, insistendo invece sulla positività e il buonsenso. Una regia al servizio della storia, pur conservando una sua forte specificità, privilegiando rispetto al realismo un magico naturalismo che trasforma Milano in una sorta di La La Land.

Scheda tecnica

Regia: Francesca Mazzoleni
Cast: Margherita Morchio, Matilde Passera, Matteo Oscar Giuggioli, Brando Pacitto
Produzione: Italia, 2018
Durata: 94’

Storm Rider — Correre per vincere

By Jean

Storm Rider — Correre per vincere

Storm Rider — Correre per vincere

Quando il padre viene arrestato, la ricca e viziata adolescente Dani vede crollare tutto il suo mondo. L’unico che può occuparsi di lei è uno zio, Sam, che vive in una fattoria dispersa tra le campagne. La speranza di Dani, da sempre frequentatrice appassionata di un maneggio, è di trovare nella nuova casa dei cavalli da accudire e, magari, addestrare. Una speranza destinata a infrangersi, perché Sam non ne possiede. Per alleviare la sua solitaria tristezza, lo zio le regala un giovane mulo.
Prendendosene cura, la capricciosa ragazzina si trasforma in una donna coraggiosa e determinata, che ha imparato ad apprezzare ciò che realmente conta nella vita…

I particolari

È una piccola ribelle, la giovane Dani, insofferente alle regole e dal temperamento tempestoso, spesso in disputa con i familiari. È abituata a una vita splendida, in una magnifica casa, circondata dagli agi, con tanti amici con cui uscire per discoteche e locali. Nutre una grande passione per i cavalli, che ama cavalcare nell’elegante maneggio che frequenta abitualmente. Ma proprio quando tutto sembra andare secondo le più rosee previsioni, il destino l’aspetta al varco per sconvolgere le sue certezze in pochi istanti. Il padre commette un reato e viene arrestato, la matrigna se ne va e lei resta sola nel suo personale incubo, senza gli affetti e il benessere cui era abituata. L’unico che può occuparsi di lei è uno zio, Sam, che praticamente non conosce e che non sa nulla dì adolescenti. Con grandi sacrifici è riuscito a comprarsi una fattoria e vive serenamente nelle campagne dello Utah. Quando Dani viene a sapere che dovrà trasferirsi da lui, in un luogo sperduto e molto diverso da quelli in cui ha sempre vissuto, con la sola compagnia di un parente con cui ha scarsa familiarità, viene assalita dallo sconforto. Sconforto che si trasforma in rabbiosa tristezza quando si rende conto che, tra gli animali della fattoria, non ci sono cavalli che potrebbe imparare ad addestrare, l’unica prospettiva che riusciva a consolarla. Lo zio, che si sforza affettuosamente di renderle più accettabile la nuova condizione e più lieve la sua malinconia, le regala un giovane mulo, rimasto orfano. Dani si entusiasma e si affeziona subito al puledro, che decide di chiamare Stormy. I due diventano inseparabili: lei lo accudisce e inizia ad addestrarlo, sognando di farlo partecipare a una corsa… Tra problemi e speranze, ostacoli e vittorie, amici e nemici, la ragazza impara la bellezza della semplicità e della saggezza, e comprende che il senso vero della vita va al di là di vizi, capricci e passatempi frivoli. Mentre tutto intorno a lei va finalmente come deve andare, e anche con lo zio il rapporto è diventato di grande complicità, arriva un lieto fine forse un po’ scontato e zuccherino ma perfetto per una storia dichiaratamente di buoni sentimenti.
Storm Rider è un film edificante e rilassante, ambientato nei bellissimi, immensi paesaggi campestri americani con sottofondi musicali che ricordano, com’è giusto che sia, La casa nella prateria, e qualche bel brano country di Marcum Stewart e The Ollering Pines. Scene collaudate e tipiche di un certo genere molto USA, fatte di carrellate e zoom lentissimi, la fotografia splendida e tanta luce fanno da contorno a un racconto semplice, di formazione e ricco di saggezza, adatto a tutte le età. Non mancano situazioni commoventi, e tanta dolcezza, in un crescendo di sentimenti e affetti condotto con delicatezza dal regista, Craig Clyde, in un contesto in cui umani e animali coesistono e comunicano.
L’eroe positivo della vicenda è lo zio Sam, uomo buono e onesto, ben interpretato dall’affascinante Kevin Sorbo, conosciuto dal grande pubblico nei (pochi) panni dell’Hercules della fortunata serie televisiva. Accanto a lui, nel ruolo di Jodi, compare Kristy Swanson, già protagonista di Buffy l’ammazzavampiri, film che fu preludio di un’altra serie tv molto popolare tra i giovanissimi, in cui la cacciatrice adolescente di creature demoniache aveva le sembianze di Sarah Michelle Gellar. A incarnare Dani la bella e versatile Danielle Chuchran, mentre l’adorabile Jacob Buster interpreta il piccolo Jordan.
Un film dedicato a chi ama le storie in cui, prima o poi, tutto si aggiusta e crede che, in un mondo sempre più arido, anche un piccolo mulo possa salvarti la vita.

Scheda tecnica

Regia: Craig Clyde
Cast: Kevin Sorbo, Kristy Swanson, Danielle Chuchran, Jacob Buster, Sam Sorbo
Produzione: USA, 2013
Titolo originale: Storm Rider
Durata: 90’

Sergente Rex

By Jean

Sergente Rex

Sergente Rex

La storia vera di Megan Leavey, una giovane caporale dell’unità artificieri dei Marine degli Stati Uniti, distaccata in Iraq, e del pastore tedesco antibomba Rex, che le viene affiancato. Il cane ha problemi di aggressività, ma alla fine stabilisce con lei un rapporto fortissimo di affetto, protezione e fiducia. Questo permette loro di affrontare e portare a termine, insieme, più di cento missioni, tra Fallujah e Ramadi, salvando molte vite. Quando entrambi restano feriti in un’esplosione, proprio a Ramadi, nel 2006, la coraggiosa caporale è costretta a congedarsi e separarsi dall’amato Rex, che rischia di essere soppresso. Tornata alla vita da civile, Megan fa di tutto per riunirsi al suo cane, anche attraverso una campagna di sensibilizzazione. Grazie alla sua ostinazione, riuscirà ad adottarlo, ormai anziano e malato, solo nel 2012, e a trascorrere con lui gli ultimi mesi della sua vita.

I particolari

Diretto da Gabriela Cowperthwaite e sceneggiato da Pamela Gray, Annie Numolo e Tim Lovestedt, Sergente Rex, (titolo originale Megan Leavey, il nome della protagonista “umana”) è una storia vera, di guerra ma soprattutto d’amore, coraggio e perseveranza.
Megan ha vent’anni quando, nel 2003, decide di lasciare la famiglia e le comodità della sua vita newyorkese, per arruolarsi nei Marines. Completato l’addestramento, prende parte alla scuola di polizia di Camp Pendleton, a Dan Diego, dove, durante una punizione, resta affascinata dai cani addestrati a fiutare esplosivi. Decide così di unirsi alla divisione K9, dove le affiancano un pastore tedesco con problemi caratteriali, Rex. Grazie a molta pazienza e ai consigli di un addestratore esperto, il sergente Gunny Martin, Megan riesce a conquistare la fiducia del cane, fino a creare con lui un legame fortissimo e speciale. Dispiegati in Iraq, Megan e Rex portano a termine oltre cento missioni insieme prima di rimanere gravemente feriti, nel 2006, nei pressi di Ramadi, dall’esplosione di un ordigno artigianale che lascia Megan con diversi problemi all’udito e alla memoria, e Rex con la salute irrimediabilmente compromessa. Dopo essere stati entrambi curati in California, Megan viene congedata con onore e insignita della Purple Heart (croce al valore, assegnata dal Presidente ai caduti e ai feriti delle Forze Armate) e torna alla sua vita, dolorosamente senza Rex al suo fianco. Farà di tutto per riunirsi a lui, costretto a restare in servizio, seppure classificato come “non adottabile” per via dei traumi da guerra e a rischio soppressione. Con il sostegno del padre Bob, inizierà una campagna di sensibilizzazione che, superati molti ostacoli, attirerà le attenzioni del senatore Chuck Schumer, principale artefice della loro riunione, anche se solo nel 2012. Dopo pochi mesi di amorevoli cure, il 22 dicembre dello stesso anno, Rex ormai anziano purtroppo muore, lasciando un grande vuoto nel cuore dell’amica che si è tanto battuta per lui. La battaglia civile di Megan – sostenuta anche da Randy Levine, presidente dei New York Yankees, noto portavoce dei diritti degli animali e grande sostenitore dei veterani di guerra – ha però aperto la strada alla risoluzione di infiniti casi simili.
Soprattutto, la figura di Rex, silenzioso eroe a quattro zampe come tanti, tanti altri di cui si ignora il coraggio, rimarrà viva nella memoria grazie a un libro, un documentario e questo film, facendo conoscere lo spesso misconosciuto compito di creature generose che donano la vita per gli umani.
Tutti reali, i riferimenti alla vita di Megan e Rex, raccontata dalla stessa ex marine ai dirigenti della LD Entertainment (la Leavey compare in un cameo).
L’eroina umana del film è interpretata da Kate Mara, newyorkese come Megan, nota per i ruoli ne I Fantastici Quattro, ma soprattutto per la sua Zoe Barnes, la reporter della serie tv House of Cards. L’attrice ha insistito per avere la parte dopo essersi profondamente commossa leggendo la sceneggiatura. È stata lei a suggerire il nome della regista, Gabriela Cowperthwaite.
Sergente Rex conta su un gruppo di attori affermati per i personaggi secondari. La quattro volte vincitrice di un Emmy, Edie Falco, interpreta Kathy, la madre di Megan, ed è l’unica attrice del cast a conoscere da tempo i veri Leavey per via di una curiosa circostanza: “Sul set della serie I Soprano, il padre di Megan mi faceva da autista. Quando ho poi incontrato Megan, mi ha ricordato come una volta da piccola avesse accompagnato il padre al lavoro, conoscendomi”. Bob, il padre di Megan, ha invece il volto di Bradley Whitford.
Common, il rapper vincitore di diversi Grammy, e conosciuto al cinema per film d’azione come John Wick 2 e Suicide Squad, ha il ruolo del sergente Gunny Martin mentre l’attore portoricano Ramón Rodríguez dà vita a Matt Morales, il marine con cui Megan stringe amicizia in Iraq.
Il coprotagonista a quattro zampe è interpretato da un pastore tedesco al suo debutto sul set.
Vale la pena ricordare che il vero Rex, poco prima di morire, a dodici anni, e la sua amica Megan, sono stati onorati allo Yankee Stadium. Nell’occasione, l’ex marine ricevette una maglia autografata da tutta la squadra e dal giocatore Alex Rodriguez, un pendente con inciso il nome del cane. Da sempre fan degli Yankees, ora è un’accountant excutive per la squadra conosciuta come Bronx Bombers.
Sergente Rex è un bel film, che esula dai soliti racconti di guerra Made in USA. Dentro, c’è molto di più: l’affetto verso gli animali, il lato umano dei marines, la scoperta di una professione spesso sconosciuta. Non aspettatevi scene di sparatorie, violenza e morti. La storia, vera, è tutt’altra.

Scheda tecnica

Regia: Gabriela Cowperthwaite
Cast: Kate Mara, Common, Bradley Whitford, Tom Felton, Will Patton, Geraldine James
Produzione: USA, 2017
Titolo originale: Megan Leavey
Durata: 116

Savva

By Jean

Savva

Savva

Savva è un coraggioso ragazzino di dieci anni che vive con la madre in un piccolo villaggio nel cuore della foresta. Molto tempo prima, gli abitanti e il raccolto erano protetti dai regali lupi bianchi, ma l’antico branco sembra essersi dissolto nel nulla, lasciando il luogo in balìa di una spietata banda di iene. Dopo l’ennesimo attacco, il ragazzino riesce a fuggire nel bosco, dove incontra Angee, l’ultimo sopravvissuto della leggendaria specie. Il maestoso animale nasconde un terribile segreto sulle sorti del suo popolo, e lo confida a Savva. Insieme partono alla ricerca dell’unico in grado di salvare il villaggio e ciò che rimane del branco: un mago che vive isolato in cima a una montagna, sorvegliata da un esercito di perfide scimmie urlatrici. Senza perdersi d’animo, Savva e Angee si preparano ad affrontare il pericoloso viaggio, consapevoli di suscitare le ire della signora delle scimmie, la vanesia e presuntuosa regina a tre teste Mom Jozee. Ma non saranno soli, nella battaglia. Lungo la strada si aggiungeranno numerosi compagni in cerca di riscatto: Fafl, un “mezzobarone” egocentrico e la sua inseparabile zanzara da compagnia, Nandy, la principessa della palude, e il dolce e morbido Puffy, una strana creatura rosa con orecchie enormi e una vocina soave. Tutti insieme, affiatati e sgangherati, s’imbarcheranno nel tortuoso percorso, costellato di prove da superare, che li condurrà fino al mago e alla guerra finale contro l’esercito di Mom Jozee.

I particolari

Primo lavoro cinematografico dell’artista russo Maksim Fadeev, Savva è un film d’animazione che non ha niente da invidiare alle più famose produzioni americane ed europee contemporanee, specialmente visto e considerato come prodotto di un musicista per l’Euro Vision Song Contest. Un progetto ambizioso – la cui trama riecheggia Il Mago di Oz – che decolla senza cedimenti, anche dal punto di visto estetico, con qualche debolezza nei momenti delle grandi battaglie, in cui l’inquadratura stretta lascia spazio a una visione dall’alto inevitabilmente simile a certi videogame di qualche anno fa.
Ma la narrazione procede serrata ed avvincente, in un mélange di suspence, rivelazioni, guerre, lotte e pericoli. Conduce, a cavallo della fantasia, nei visionari luoghi in cui si svolge la vicenda, dipingendoli con tonalità sapide: ad esempio un’incredibile foresta in cui si rivisitano ironicamente classici come Madascar e il balletto di Re Julien e le suggestioni visive, ormai entrate nell’immaginario, del capolavoro Disney Il Re Leone. Di quest’ultimo, risuonano familiari gli scagnozzi di Scar nelle fattezze, in questo caso coloratissime, delle Iene…
Ma le citazioni sono tante, almeno a livello di ispirazione: Il libro della Jungla, Princesse Mononoke, Arthur e il segreto dei Minimei, e così via.
La storia funziona, grazie alla straordinaria immaginazione e la puntuale caratterizzazione dei pur numerosissimi e simpatici personaggi (alcuni sorprendenti, come il misterioso mago…) all’interno di una trama pirotecnica in cui convergono miriadi di elementi, risolti forse in modo troppo semplicistico nel finale. D’altronde, la chiave di lettura di questa fiaba russa, con la dolcezza, è proprio la semplicità. Tra gli altri punti di forza di Savva, la comicità, piacevolmente pungente, che caratterizza anche i momenti più drammatici di tensione tra gli eroi, le cui voci in italiano, tra gli altri, sono di Rossella Brescia e Giancarlo Magalli.
Da citare anche la colonna sonora, che spazia dalla musica leggera a uno stile più pop, dietro la quale c’è, nelle vesti di musicista, il poliedrico regista.
In conclusione: una tenera favola della buonanotte sui valori dell’amicizia, sul coraggio di seguire i propri sogni, malgrado le difficoltà, sull’altruismo e l’importanza di non giudicare dalle apparenze, arricchita da molto movimento e vivacissimi colori, che sa rubare sorrisi non solo agli spettatori più piccoli, cui è dichiaratamente dedicato, ma anche a quegli adulti che hanno ancora voglia di credere in un mondo in cui uomini e creature fantastiche possano coesistere in armonia.

Scheda tecnica

Regia: Maksim Fadeev
Cast doppiaggio: Rossella Brescia, Giancarlo Magalli, Valentina Bartoloni, Maksim Chuckharyov, Konstantin Khabenskiy
Produzione: Russia, 2017
Titolo originale: Savva. Serdtse Voina
Durata: 85’

Rudolf

By Jean

Rudolf, alla ricerca della felicità

Rudolf, alla ricerca della felicità

Un gattino nero vive con la sua amata umana a Gizu, una piccola città del Giappone. Non ha mai superato i sicuri confini del suo cortile, ma un giorno saluta la vecchia amica Gatta, esce, seguendo la padroncina, e si perde. Per una serie di circostanze salta su un camion, dove, stanco e impaurito, si addormenta. Quando si sveglia, è a centinaia di chilometri da casa, diretto verso Tokyo. Lì, lo aiuta Ippaiattena, detto Tigre, un gatto boss grande e grosso che incute timore a tutti, ma che accoglie sotto la sua… zampa protettrice il minuscolo vagabondo. Rudolf vorrebbe tornare al suo mondo, ma non ci riesce. Così, giocoforza, intraprende una vita da randagio al fianco del nuovo amico, che si rivelerà molto diverso da come sembrava… Un’emozionante storia di incontro e separazione che ha come tema centrale una grande lezione educativa: la lettura espande l’immaginazione e apre la mente. Ed è proprio questo che scopre il piccolo protagonista felino: imparando a leggere e scrivere capisce se stesso, ritrova la via di casa e diventa grande.

I particolari

Rudolf alla ricerca della felicità è un film di animazione del 2017, diretto dai veterani Kunihiko Yuyama (Pokemon) e Motonori Sakakibara (Final Fantasy: The Spirit Within). Favola pedagogica sui valori umani e l’importanza dell’istruzione, raccontata in chiave comica dal punto di vista di un gatto, è basata sulla serie di libri per bambini più amata in Giappone, Rudolf to Ippaiattena, che ha venduto più di un milione di copie dalla sua prima pubblicazione, nel 1987.
Come i migliori cartoon, racconta una storia edificante, ad uso e consumo dei più piccoli ma godibile anche dagli adulti. Il fulcro sono l’amicizia e le prove con le quali la vita mette alla prova ognuno di noi, in particolare nel percorso di crescita dall’infanzia all’età adulta. E come i migliori cartoon riesce a combinare con delicatezza, divertimento e commozione la verità e la fantasia.
Dal punto di vista tecnico non tocca le vette di raffinatezza della Pixar (non disponendo delle risorse del colosso californiano, ormai assorbito dalla Disney) ciononostante gli autori sono riusciti a ricreare con efficacia un Giappone tridimensionale, verosimile in ogni dettaglio, in cui si muovono gatti parlanti dal comportamento umano capaci di toccare le corde più intime del pubblico, al di là dell’età.
La storia di Rudolf – cui dà voce la giovane attrice nipponica Mao Inoue – che dalla cittadina Gizu si ritrova per caso nel centro della metropoli Tokyo, è un classico racconto di formazione: il giovane eroe, in questo caso felino, spinto dalla curiosità, parte dalla provincia alla scoperta del mondo e di se stesso. I pericoli del viaggio sono tanti, soprattutto per un gattino domestico inesperto della vita di strada. Il miracoloso incontro con il carismatico e forte gattone Ippaiattena – doppiato da un altro famoso attore giapponese, Ryohei Suzuki – ricorda l’importanza delle relazioni sociali e delle conoscenze fortuite che possono sconvolgere o salvare. Ippaiattena diventa per Rudolf un maestro che, giorno dopo giorno, gli insegna a essere indipendente, libero e probabilmente felice. Le lezioni più importanti, dispensate all’allievo durante i giri in città per procurarsi il cibo, riguardano la determinazione a perseguire i propri obiettivi, l’importanza della cultura, il rispetto e infine l’amore. Ma c’è di più, c’è un segreto di cui Ippaiattena è l’unico gatto depositario e che rivela solo a Rudolf: la conoscenza della parola scritta umana. Saper leggere gli permette di capire, per esempio, quando la mensa della scuola serve il suo piatto di carne preferito, saperne di più sulla famiglia dei felini e ottenere informazioni che potrebbero tornare utili come gli orari degli autobus per Gizu. Rudolf, dunque, si convince dell’importanza della lettura che gli apre mondi sconosciuti. Nel mentre, conosce alcuni personaggi che popolano il quartiere: lo stravagante Bucci, gatto-folletto dandy, la sua sensuale fidanzata Miscia e Devil, il cagnone bulldog che metterà da parte la presunta ferocia per calarsi nell’atmosfera di solidarietà che pervade magicamente questa favola edificante.
Anche grazie a loro, il micetto dai grandi occhi troverà la fiducia in se stesso e la forza interiore che lo riporteranno a casa.
A differenza di molti anime dalla trama complessa, Rudolf alla ricerca della felicità è una storia semplice e poetica, ma non stucchevole.
A renderne ancora più piacevole la visione, il supporto di una grafica digitale invitante e puntuale, ottenuta con l’abile fusione tra panorami reali e figure animate, e l’affettuosa simpatia dei protagonisti a quattro zampe, opportunamente umanizzati. D’altronde, i giapponesi sono maestri nell’arte del racconto animato, trasfondendo, nei disegni come nel cinema “in carne e ossa” , valori, sentimenti, e un profondo senso morale.
Le voci del doppiaggio italiano sono di Lucrezia Ward (Rudolf), Andrea Ward (Tigre), Alessio Ward (Bucci), Mario Bombardieri (Devil), Samia Kassir (Gatta), Silvie Gabriele (Miscia).

Scheda tecnica

Regia: Kunihiko Yuyama, Motonori Sakanikara
Cast: Mao Inoue, Ryohei Suzuki
Produzione: Giappone, 2017
Titolo originale: Rudorufo to ippai attena
Durata: 89’

Ricomincio da noi

By Jean

Ricomincio da noi

Ricomincio da noi

Sandra è una matura signora borghese che, dopo quarant’anni di matrimonio, ha la brutta sorpresa di scoprire che il marito intrattiene una relazione clandestina con la sua migliore amica.
Così lo lascia e si rifugia dalla sorella Bif, una sessantenne “alternativa” schietta e dallo spirito libero che vive da sola in un quartiere popolare. Le due sorelle non potrebbero essere più diverse, e la neo separata Sandra subito si sente un pesce fuor d’acqua, nella nuova situazione… Ma a poco a poco si lascia andare e capisce che forse è proprio “cambiare” quello di cui ha bisogno. Seppure riluttante, si fa trascinare da Bif nella curiosa scuola di ballo che frequenta, dove si appassionerà alla danza, un mezzo per sentirsi più libera e sbloccare le emozioni nascoste da anni dentro di sé. Soprattutto conoscerà Charlie, un eccentrico restauratore di mobili che vive su una barca. Catapultata in un ambiente per lei insolito, Sandra inizierà una nuova vita, pronta a ritrovarsi e ritrovare l’amore.

I particolari

Ricomincio da noi è diretto da Richard Loncraine, regista, sceneggiatore e attore inglese. Nato nel 1946 ha studiato scultura e arte, prima di dedicarsi al cinema. Dopo tre anni trascorsi dietro le quinte per la BBC, ha mosso i primi passi da regista nel mondo degli spot pubblicitari, per poi dirigere il film d’esordio, Flame, nel 1975. Ma il grande successo di critica è arrivato vent’anni più tardi, grazie alla trasposizione sul grande schermo del dramma shakespeariano Riccardo III, premiato con l’Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino del 1996.
Con una produzione che spazia da interessanti tv movie come Band of Brother e I due Presidenti a lavori più commerciali come Wimbledon e Firewall, Loncraine è uno dei registi inglesi più noti al mondo, tanto che questo suo ultimo film è stato scelto per l’apertura del Festival del Cinema di Torino, nel 2017.
La trama, che ruota fondamentalmente intorno a tre personaggi, Sandra, Bif e Charlie, prende spunto dalla vita reale. Spiegano i due sceneggiatori, Meg Leonard e Nick Moorcroft: “A ispirarci è stato un gruppo teatrale inglese, con uno spettacolo ambientato nel mondo delle scuole di ballo per persone anziane. Un contesto che ha colpito la nostra fantasia, facendo nascere in noi il desiderio di raccontare una storia che dimostrasse come anche chi è entrato nella terza età possa divertirsi, emozionarsi e commuoversi. Soprattutto, volevamo sottolineare come una seconda possibilità sia sempre possibile, per tutti, anche per chi come Sandra ha appena chiuso una parentesi importante della sua esistenza”.
Un’esistenza più che normale, in effetti, prima del brusco quanto inatteso cambiamento. Una vita tranquilla in quartiere elegante, incarnando perfettamente il classico ruolo di ottima madre di famiglia, per quarant’anni accanto al marito poliziotto da poco nominato cavaliere. Ma quando per lui si avvicina la pensione, e lei spera che possano godersi insieme gli ultimi anni, arriva la brutta sorpresa che scompiglia il quieto futuro immaginato: la scoperta della lunga tresca del consorte con la sua migliore amica. Una doccia fredda che la spinge a una reazione altrettanto sorprendente. Lasciare il marito e trasferirsi nella pittoresca East London, a casa dell’anticonformista sorella maggiore Bif, da sempre libera dal giudizio altrui, diversa da lei come la notte dal giorno, la costringe a reinventare se stessa, abbandonando lo snobismo borghese cui era abituata per qualcosa di nuovo e inaspettatamente meraviglioso.
A prestare il volto a Sandra è l’attrice inglese Imelda Staunton, apprezzata in opere come Ragione e Sentimento, Shakespeare in Love e Il segreto di Vera Drake, ma particolarmente nota per il ruolo di Dolores Umbridge nella saga di Harry Potter.
È invece Celia Imrie a impersonare l’eccentrica Bif, che con amorevole fatica e molti litigi riaccende gli spenti rapporti con la timida e prevedibile (ma nemmeno tanto…) sorella minore. Loncraine l’aveva già diretta nel tv movie Guerra Imminente.
Quanto al cinico e alternativo (e forse per questo affascinante) restauratore di mobili antichi Charlie, le cui intemperanze creano con Sandra il forte contrasto che finirà per trasformarsi in amore come nei più classici romanzi rosa, è impersonato da Timothy Spall, una vecchia conoscenza del regista fin dai tempi de Il missionario.
Ad arricchire un cast, prezioso, efficace e più che convincente, altri tre frequentatori della scuola di ballo, perfetti per movimentare il racconto: Ted, vedovo e migliore amico di Charlie, portato in scena da David Hayman, Jackie, avvocato divorzista con alle spalle ben 5 matrimoni, supportata da Joanna Lumley, e Corinna, istruttrice con il volto di Indra Ové.
In conclusione, una bella e godibile commedia dei buoni sentimenti, non esente da sfumature malinconiche, che ricorda come non sia mai troppo tardi per re – imparare a vivere, a divertirsi, a uscire dai propri schemi, indossare un paio di scarpe da ballo ed esibirsi in una palestra, in una strada di Londra e persino in un teatro di una Roma un po’ da cartolina, fatta di monetine da lanciare nella Fontana di Trevi, o di pizza da gustare.
Non a caso, il titolo originale, Finding in your feet, significa “rimettersi in piedi”, decisamente più adatto alla storia, come spesso accade, della versione italiana.

Scheda tecnica

Regia: Richard Loncraine
Cast: Imelda Staunton, Celia Imrie, Timothy Spall, Joanna Lumley, David Hayman, Indra Ovè
Produzione: Gran Bretagna/Italia, 2017
Titolo originale: Finding your feet
Durata: 111’

Quanto basta

By Jean

Quanto basta

Quanto basta

Arturo è uno chef talentuoso ma in declino: il suo pessimo carattere, critico e polemico, lo ha portato all’emarginazione. Non solo, i suoi problemi di controllo dell’aggressività lo hanno portato a una condanna per rissa, e a una pena da scontare ai servizi sociali: dovrà tenere un corso di cucina in un Centro per ragazzi autistici. Tra loro c’è Guido, affetto dalla sindrome di Asperger e grande appassionato di cucina. La sua è abilità innata e Arturo, malgrado i consigli di Anna, una psicologa del Centro, lo tratta senza pietismi, alla pari, a volte sbagliando, ma a contatto con la “diversità” che non è “inferiorità” dell’allievo, a poco a poco modifica il proprio comportamento irascibile, migliorandosi come persona.
Quando le circostanze lo obbligano ad accompagnare Guido al talent show culinario che odia, condotto dal fenomeno mediatico e acerrimo rivale, il “simil Cracco” Daniel Marinari, scopre che il rapporto tra loro si è ormai trasformato in un’amicizia profonda, destinata a cambiare il destino di entrambi.

I particolari

Un regista, Francesco Falaschi, che non ha paura di affrontare temi delicati come la disabilità mentale, e lo fa con sensibilità e arguzia, trasformandoli in racconti lievi e sorridenti ma affatto banali.
Dopo l’esordio con Emma sono io, e le due prove successive, Last Minute Marocco e Questo mondo è per te, eccolo ancora parlare dì neuro diversità in una commedia dal retrogusto amaro, attraverso il difficile personaggio di Guido, di cui veste i panni in modo estremamente convincente il giovane attore Luigi Fedele, già degno di nota nel ruolo del padre adolescente in Piuma.
È lui, in effetti, la vera forza trainante del film, supportata dal sempre ineccepibile Vinicio Marchioni – Arturo, e da un grande Alessandro Haber , nel piccolo ma determinante, seppur dolente, ruolo di Celso, maestro di cucina di un’intera generazione. Sta a lui “raccontare” il protagonista all’inizio, senza voci fuori campo ma solo con la forza evocativa delle immagini.
Certo, la sceneggiatura, calcolata al millimetro, non riserva troppe sorprese narrative, ma assicura uno svolgimento della trama solido e ben costruito, sottolineando a modo suo una certa vacuità nell’osannare troppo le trasmissioni culinarie, come succede da un certo tempo a questa parte, non solo in Italia. Forse un filo di “critica costruttiva” in più non avrebbe guastato, ma il tutto risulta godibile, seppur giocato un po’ troppo facilmente sulle reazioni emotive dei protagonisti e su alcune scene prevedibilmente commoventi, esaltate dalla colonna sonora. C’è però da dire che le parti che strappano qualche lacrima sono anche le più poetiche e funzionali ad un racconto che tratta la sindrome di Asperger e le sue profondissime difficoltà esistenziali, con mano delicata e carezzevole ma senza pietismi e rispettosamente.
Quanto basta segue un filone narrativo che al cinema funziona sempre: il road movie che narra le avventure, i confronti e gli scontri di due “soggetti particolari” uniti in un percorso, di cui uno degli esempi più brillanti di sempre è Rain man, e, per quanto riguarda la produzione italiana, il più recente La pazza gioia.
Un altro pregio di questo film è assicurare un umorismo lieve e privo dì volgarità, in un periodo (forse finalmente in via di esaurimento) in cui il botteghino che vince, almeno nelle sale italiane, è quello della commedia… un po’ così, a volte grossolana, che suscita la risata grassa piuttosto del sorriso.
L’inevitabile happy end è garantito e giusto, e seppur prevedibile, lo spettatore lo accoglie con tenerezza e compiacimento, dopo essersi affezionato ai personaggi fragili e umanissimi che animano la storia. Una storia bella, che non nasconde i buoni sentimenti dietro un cinismo di facciata.
E se il titolo sottolinea immediatamente di cosa si va a parlare nel film, la sua componente pacatamente critica verso il mondo degli chef stellati superstar si concretizza nell’affermazione di uno dei protagonisti, Arturo: il mondo ha più bisogno di uno spaghetto al pomodoro che di un’orata al cacao. Con tutti i sottintesi del caso.

Scheda tecnica

Regia: Francesco Falaschi
Cast: Vinicio Marchioni, Valeria Solerino, Luigi Fedele, Alessandro Haber
Produzione: Italia, 2018
Durata: 82’

Ogni cosa è illuminata

By Jean

Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata

Jonathan, un giovane studente ebreo americano, di origini ucraine, è un maniacale collezionista di piccoli oggetti dal passato della sua famiglia. Tra i ricordi scovati, lo colpisce una vecchia foto che ritrae il nonno con una donna misteriosa. Approfondendo la questione, viene a sapere che proprio quella giovane, Augustine, gli salvò la vita, durante la persecuzione nazista. Emerge anche un nome: Trachimbrod, ma il ragazzo non ha elementi per comprendere a cosa o a chi si riferisca. Si rivolge quindi ad una agenzia che aiuta coloro che hanno il suo stesso desiderio di verità sui congiunti scomparsi durante la Shoah e parte per Odessa, senza sapere quanto sia sopra le righe la famiglia Perchov che la gestisce. Tutti sono quantomeno fuori dal comune: dal nonno biecamente razzista che si dichiara cieco ma guida l’auto, al giovane Alex, che si esprime in un bizzarro inglese maccheronico, innamorato della cultura statunitense e deciso a diventare un rapper di categoria “superiore”, fino alla cagnetta “guida” definita psicopatica dagli stessi padroni.
Jonathan, soprattutto, non sa come il destino stia aspettando al varco ognuno di loro, per chiudere i conto col passato e aprire nuovi spiragli al futuro…

I particolari

Un’opera prima illuminante e illuminata, come “ogni cosa” nel titolo, che gioca con straordinaria maestria con gli opposti registri del comico, in questo caso seguendo i tempi e i modi particolari della cultura yiddish, e del tragico, nella sua universalità, lasciando lo spettatore commosso, divertito, abbagliato dalla bellezza della storia e dei luoghi che fanno da sfondo. Tra tutti, la casa circondata dai girasoli, che appare come un piccolo paradiso.
Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, porta sul grande schermo un esordiente della letteratura, Jonathan Safran Foer, autore del bestseller Everything is Illuminated. Un viaggio della memoria partito da una vecchia foto, che porta fino a un villaggio, Trachimbrod, di cui è svanita ogni traccia: solo uno dei numerosissimi shtetl (piccole città dell’Europa Orientale con la maggioranza di abitanti di religione ebraica e lingua yiddish) distrutti dalla furia nazista durante la seconda guerra mondiale, e abbandonati all’oblio. Nel suo percorso, Jonathan è accompagnato da un altro nipote, quasi coetaneo, Alexander Perchov, voce narrante del film con il suo surreale ed esilarante linguaggio, e un altro nonno, un uomo brusco che non sopporta gli ebrei – ma si scoprirà essere un altro sopravvissuto – e ha volontariamente cancellato le sue radici, nascondendosi dietro una cecità fittizia.
Tra le divertenti traduzioni di Alex, tese a mitigare le lapidarie esternazioni del nonno, le situazioni comiche nate dalle enormi differenze culturali ( ad esempio la scelta vegetariana di Jonathan, la sua paura dei cani e un concetto del tempo più o meno dilatato…) e le intemperanze di tutti, cagnetta compresa, ci si avvia passo dopo passo verso rivelazioni destinate a rimettere a posto i tasselli della memoria, riportando in qualche modo la pace nell’animo di ognuno dei personaggi coinvolti. Da un’antica sofferenza dei loro congiunti, segnata dal rimpianto e dai sensi di colpa, nascerà un’autentica amicizia tra Jonathan e Alex, che si scopriranno molto più simili di quanto avessero mai immaginato.
Il regista, Liev Schreiber, alla sua prima prova dietro la macchina da presa ma già attore affermato, definito dal New York Times come uno dei più efficaci interpreti shakespeariani statunitensi, firma quello che si può considerare senza mezzi termini uno dei più bei film mai realizzati sulla Shoah. Una storia importante e tragica, toccante e profonda, resa in modo lieve e divertente quindi capace di raggiungere le più diverse sensibilità senza appannare il messaggio che contiene e sul quale riflettere, sulla falsariga di meraviglie come il pluripremiato Train de vie, di Radu Mihaileanu, e La vita è bella, con il quale Roberto Benigni meritò l’Oscar.
La scelta di trasformare in film il libro di Jonathan Safran Foer è stata spiegata dal regista con una sorta di identificazione nella storia, molto simile a quella della sua famiglia. Un altro dettaglio che lo accomuna allo scrittore e probabilmente è all’origine della magia di cui l’opera riluce, destinata a fare breccia anche negli spettatori più giovani. Ma buona parte della sua riuscita è dovuta ad un cast perfetto: il trasognato Elijah Wood (noto in particolare per la sua interpretazione del Frodo Baggins nella saga del Signore degli Anelli, ma presente nel cast di un’infinità di titoli, al cinema e in tv, sia come attore sia come doppiatore) con i suoi enormi occhiali spessi come fondi di bicchiere, a nascondere gli occhi azzurri sgranati, e le sue manie, destinate a stemperarsi nel rapporto con i bizzarri Perchov; lo stralunato Eugene Hütz, all’anagrafe Evgeny Aleksandrovitch Nikolaev, notevole sia per le espressioni mutevoli del viso magro e particolare sia per il profilo biografico che lo vede anche cantante di una rock band; il versatile attore russo di cinema e teatro Boris Leskin, impareggiabile nell’incarnare il nonno sedicente cieco, perennemente vestito di una laida canottiera, sboccato e irascibile, segnato dai tremendi ricordi di un’altra vita e da sentimenti che fa di tutto per nascondere.
Un terzetto artefice delle emozioni contrastanti e travolgenti che rendono Ogni cosa è illuminata un film che riconcilia col mondo e, sul filo dell’ironia, conduce senza passi falsi verso la memoria di uno dei momenti più oscuri nella storia dell’Umanità.
Tra le curiosità, il cameo del vero Jonathan Safran Foer, che appare all’inizio nei panni dell’uomo che soffia via il fogliame al cimitero, e la presenza della band Gogol Bordello, il gruppo in cui canta Eugene Hütz – Alex, che accoglie Jonathan alla stazione.
Da citare la frase pronunciata da Alex nel suo personalissimo slang, esemplificativa dello spirito del racconto: “Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca. Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. È sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia. Jonfen, in questo modo io sarò sempre al lato della tua vita. E tu sarai sempre al lato della mia”.

Scheda tecnica

Regia: Liev Schreiber
Cast: Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz, Laryssa Lauret, Jonathan Safran Foer
Produzione: Usa, 2005
Titolo originale: Everything is illuminated
Durata: 106’

Ma révolution

By Jean

Ma révolution

Ma révolution

Quando l’eco della Primavera Araba arriva fino al cuore di Parigi, molti scendono per le strade della capitale a manifestare il loro sostegno. Ma non il quattordicenne Marwann. Nonostante le sue radici tunisine, è troppo occupato a gestire i problemi dell’adolescenza: rendersi indipendente dai genitori, essere popolare a scuola e attirare l’attenzione della bellissima Sygrid, che lo ignora. Ma una sera il ragazzo si imbatte per caso in una manifestazione e un giornalista lo fotografa. Il giorno successivo, il suo volto compare sulla prima pagina del più importante quotidiano francese. Senza volerlo, diventa l’eroico simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini a Parigi e, di conseguenza, il ragazzo più figo della scuola. Per conquistare il cuore della ragazza di cui si è innamorato, Marwann si cala nel ruolo del rivoluzionario e, mentendo, si diverte e seduce, finché le sue manipolazioni non stravolgono il sentimento di appartenenza della sua famiglia. Comincia così un viaggio alla scoperta di sé, dell’amore e, forse, di un autentico legame con la sua terra d’origine.

I particolari

Per raccontare più dettagliatamente questo bel film d’esordio, è interessante riportare le parole del giovane regista.

Ramzi Ben Sliman nasce a Parigi tra la seconda crisi del petrolio e l’ascesa al potere di Francois Mitterrand. Studia econometria presso le ENS di Parigi. Prima di girare Ma révolution ha insegnato matematica a livello universitario. Adatta e dirige Lo straniero di Albert Camus presso il Teatro Studio 14 a Parigi e realizza due cortometraggi. La sua passione per il cinema è un “male di famiglia”, perché inizia grazie a suo padre, un proiezionista itinerante. La sala di proiezione è stata la sua scuola e la spinta a fare quel passo in più, assecondando la sua creatività.

Così racconta: “Inizialmente ciò che ha acceso il mio desiderio di fare il film è stato lo sconvolgimento storico della primavera araba. Mohamed Bouazizi, un semplice venditore ambulante tunisino, risponde alla violenza del potere dandosi fuoco pubblicamente alla maniera dei monaci buddisti. Questo sacrificio individuale e isolato fa scoppiare la scintilla che porterà alla caduta del tiranno. Come un eroe romantico, questo giovane tunisino ha aperto inconsapevole la porta della storia. Il personaggio di Marwann nasce da questa idea vista a rovescio: l’adolescente trae vantaggio da un evento storico di portata mondiale solo per attirare l’attenzione di Sygrid, di cui è follemente innamorato. Il film nasce anche da un desiderio più intimo: la rivoluzione ha messo in discussione ciò che pensavo di essere, un francese figlio di immigrati tunisini.

Con molto entusiasmo ho preso parte, nelle strade di Parigi, alle manifestazioni che celebravano la caduta di Ben Alì, spinto dal profondo e incerto sentimento di appartenere ad un paese che non conosco poi così bene. Questi eventi hanno risvegliato le mie origini. Ho riscoperto dentro di me la Tunisia dopo una specie di ibernazione. Ho dovuto cercare un equilibrio in questa mia nuova identità: tunisino, francese, entrambi, né uno né l’altro. Poco a poco, mentre scrivevo la sceneggiatura, ho finalmente preso atto della complessità del senso di appartenenza e l’ho espresso nel percorso di Marwann. La Francia è il suo paese. È il luogo in cui è riconosciuto, atteso e amato. La sua lingua madre è il francese, la lingua della sua quotidianità ma, in senso etimologico, è anche quella che parla la sua mamma, l’arabo tunisino. L’appartenenza è quindi per me sia il luogo in cui si è amati, sia le lingue che parliamo e che ci rendono ciò che siamo… È proprio in questo incrocio che si muovono il protagonista e la sua famiglia. Così il viaggio che Marwann compie in Tunisia non è uno sradicamento ma neppure un ritorno. È ciò che fanno i nomadi: attraversare linguaggi e sentimenti culturali differenti, cercando di rispondere alle domande che hanno tormentato Ulisse ed Enea: quando saremo finalmente a casa? Qualche mese dopo la caduta di Ben Alì sono andato in Tunisia come Marwann e i suoi genitori. Mi sono sentito coinvolto dall’energia che si era creata. Stava nascendo uno Stato nazionale grazie alla vittoria del popolo sulla dittatura. La Tunisia era diventata una terra di persone in cerca di libertà, esploratrice di ideali, non era più un problematico ancoraggio genealogico. Quindi ho scaraventato Marwann in questo tourbillon. Il ragazzo deve controllare i suoi sentimenti, capire, fare esperienza. In questo modo, grazie a ingenue menzogne, trova l’amore, per la prima volta dimostra interesse per la politica e le sue radici, si rivolta contro i genitori, riconosce i suoi errori. Insomma, cresce”.

Riassumendo, La mia rivoluzione è un’opera prima che, dal 2016 ad oggi, si è fatta strada di festival in festival: dalla Berlinale, nella sezione Generation, a Milano, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina nella sezione Where the future beats, al Giffoni, nella sezione Generator +13.

Un piccolo e dolce film dedicato al primo amore e al futuro, nelle sue diverse accezioni: il futuro di una nazione, che rimane sullo sfondo, il futuro di una generazione e quella dei figli e nipoti di migranti, che non possono provare un legame forte per un paese mai visto. Soprattutto, il futuro di un ragazzino che sta diventando grande ed è alle prese coi sentimenti. Efficaci e coinvolgenti i protagonisti, Samuel Vincent (Marwann) e la solare Annamaria Vartolomei (Sygrid). Degni di nota il cameo della bella Lumna Abzal (la donna che canta) e il pensieroso Samir Guesmi, padre di Marwann.

Nei suoi 80 minuti, che scorrono con grande piacevolezza, il film regala una bel racconto di formazione, oltre ad offrire con delicatezza profondi spunti di riflessione sulle migrazioni e sul concetto di appartenenza, con un ritmo ondivago come l’amore che narra. Se la prima parte corre veloce e trascina lo spettatore nel microcosmo del giovane eroe, intenerendo e convincendo, la seconda presenta occasioni non sfruttate legate agli adulti che lo circondano. Piccole e leggere sbavature assolutamente perdonabili in un’opera d’esordio, che dipinge nel complesso un quadro delizioso, con i suoi drammi d’amore e la nostalgia per una stagione della vita difficile ma tanto ricca di emozioni. Le vibrazioni e l’ardore sembrano palpabili e lasciano un segno nel cuore.

Uno di quei titoli che solo i festival riescono a farci scoprire e amare.

Scheda tecnica

Regia: Ramzi Ben Sliman
Cast: Samuel Vincent, Anamaria Vartolomei, Lubna Azabal, Samir Guesmi
Produzione: Francia, 2016
Titolo originale: Ma révolution
Versione originale: francese, arabo, sottotitoli in italiano

Durata: 80’

L'isola dei cani

By Jean

L’isola dei cani

L’isola dei cani

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato Spots, che gli è stato portato via… Per decreto del governo, che li incolpa di una pandemia, tutti i cani di Megasaki City vengono infatti catturati e deportati in una vasta discarica, chiamata Trash Island. Il primo passo, l’esilio e la privazione di ogni diritto, prima della “soluzione finale”… Atari dirotta eroicamente un piccolo aereo e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo amico. Con l’aiuto di un branco di pittoreschi e spelacchiati quattro zampe – disposti a tutto pur di sottrarsi alla deprimente condizione cui sono costretti senza colpa, ma anche commossi dal suo amore per il compagno smarrito – inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione, attraverso il coraggio, la solidarietà e, infine, la verità.

I particolari

Una storia originale, ambientata in una dimensione spazio temporale non troppo lontana, in cui uomini e animali antropomorfi convivono, comunicano e subiscono più o meno le stesse vessazioni da parte del dittatore di turno.
Premiato con l’Orso d’argento a Berlino per la miglior regia, questo film in stop motion fantasioso, intelligente, creativo e, si può dire, anche socialmente impegnato, consacra la bravura di Wes Anderson, collocandolo a buon diritto tra i Maestri del cinema contemporaneo.
Con uno stile opera dopo opera sempre più peculiare, Anderson è uno dei pochi in grado di arricchire e saturare ogni inquadratura con miriadi di elementi, senza mostrare compiacimenti o barocchismi, e di svuotarla subito dopo, lasciando un solo particolare, senza precipitare in uno sterile estetismo. Ovvero, grande importanza alla messa in scena, ma in modo funzionale alla storia che le immagini potentemente raccontano, come nei suoi precedenti lavori. Inseguendo sempre nuovi esperimenti, Anderson è stato capace di seguire il piccolo Atari in un mondo in cui l’unica protezione verso i “pericolosi” appare il respingimento e la segregazione. Così, ecco l’isola degli indesiderabili, nata da un pretesto reale, l’influenza canina, cui però potrebbe seguire qualcosa di più e di peggio.
In fondo, gli esperimenti del texano Anderson non fanno che ripercorrere, e riscrivere, trasformandoli in icone culturali, certi punti fermi della cinematografia nipponica come i B Movie degli anni Sessanta, con creature irreali e vulcani in eruzione, fino agli anni del Pop, riferendosi a mostri sacri come Ozu e Kurosawa. La prima lezione imparata da loro è quella dell’attenzione all’Umanità, soprattutto se contestualizzata in situazioni di disagio e degrado. Un dettaglio determinante ai fini del racconto, soprattutto in questo film. E poi, l’ironia, sottile e con qualche punta amara, che smussa la ricercatezza a volte maniacale dei dettagli, come nel suo precedente capolavoro d’animazione, Fantastic Mr. Fox. Insomma, non sbaglia un colpo, per la gioia dei sempre più numerosi fan. Ne L’isola dei cani Anderson aggiunge anche elementi inediti. L’ambientazione può definirsi post moderna e si riferisce a una cupa città giapponese, dal cielo sempre nuvoloso, in mano ad amministratori corrotti e crudeli. Ma il film è tutt’altro che tetro, anzi, è piuttosto un nuovo classico adatto a qualsiasi fascia d’età per i suoi diversi livelli di lettura, come ogni “favola” che si rispetti. E di grande leggerezza, come tutti i suoi lavori, che racchiudono i momenti topici della vita, dalla disperazione alla felicità, dall’amore alla morte, ma all’interno di una cornice conciliante e rassicurante, senza cadere nel banale o nel melenso.
In più, si notano citazioni dalla Pixar (l’isola dei cani reietti ricorda le ambientazioni di Wall-e) dalla Disney di Lilli e il vagabondo, dagli aggressivi manga, rivisitate in modo surreale, ironico, persino grottesco. Il regista-narratore si prende ogni libertà espressiva, ad esempio di decidere che il punto di vista sia quello dei cani e non degli umani, di perdersi dietro divagazioni che lo affascinano, di stigmatizzare fermamente le posizioni razziste di un dittatore che lavora per una “soluzione finale” di antica (ma non troppo…) memoria, molto somigliante a certi leader attuali, di scegliere colori acidi, molto diversi da quelli prediletti dall’animazione occidentale, di accettare qualsiasi metamorfosi, anche la meno probabile, e soprattutto di voler ritrovare il sogno e la favola pure in cumuli immensi di spazzatura senza cielo.
Insomma, un immenso caleidoscopio narrativo, ricco di personaggi vividamente ritratti: impossibile non solidarizzare con una famiglia canina sporca e ammaccata, in particolare il protagonista Spots, cui presta la voce l’attore, doppiatore e regista americano Bryan Cranston, e con Atari, formidabile sintesi tra gli eroi di Miyazaki e il Piccolo Principe.
Uno straordinario viaggio allegorico di rara bellezza, intelligenza e sensibilità sociale che sarebbe imperdonabile perdersi…

Scheda tecnica

Regia: Wes Anderson
Cast: Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Tida Swinton, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum (voci originali)
Produzione: USA, 2018
Titolo originale: Isle of Dogs
Durata: 101’

Kedi — La città dei gatti

By Jean

Kedi — La città dei gatti

Kedi — La città dei gatti

Sono centinaia di migliaia i gatti che vivono nelle strade di Istanbul. Da tempo immemorabile gironzolano liberi, entrando e uscendo dalle vite degli abitanti fino a diventare una componente essenziale e amata delle tante comunità che rendono unica la metropoli turca, proprio come i suoi monumenti, il Bosforo, il the e i ristoranti di pesce e raki. Vivono tra due mondi, quello selvaggio e quello domestico, e portano gioia e tenerezza alle persone che scelgono di adottarli.
In questo sorprendente e originale documentario, la regista turca Ceyda Torun racconta, attraverso lo sguardo dei felini, il caos, il colore, la cultura e la saggezza di una città dalle diverse anime, che questi straordinari animali rappresentano con grazia, bellezza e carattere.

I particolari

“Sono cresciuta a Istanbul fino all’età di undici anni” ha spiegato Ceyda Torun. “Credo che la mia infanzia sarebbe stata infinitamente più solitaria se non fosse stato per i gatti, e di certo non sarei diventata la persona che sono oggi. Sono stati i miei amici e confidenti e, dopo il trasferimento, ogni volta che mi capitava di tornare a Istanbul trovavo la città sempre meno riconoscibile ad eccezione di una cosa: i gatti, unico elemento costante e immutato che incarnava l’anima stessa della metropoli. Questo film è, per molti versi, una lettera d’amore a quei gatti e alla città”.
Divinizzati dagli antichi egizi, sono amati dai musulmani da quando Maometto fu salvato da una gatta soriana, che lo protesse da un serpente. Il profeta, come ringraziamento, donò ai felini la facoltà di osservare contemporaneamente il mondo terreno e la dimensione ultraterrena. E come dimenticare la leggenda secondo la quale, per non svegliare la sua gatta addormentata sul mantello che doveva indossare, Maometto preferì tagliarne un lembo…
Così, Ceyda Torun ci rende partecipi della loro magia facendoci ammirare la città da un’altra prospettiva, mostrandocene gli angoli più nascosti, gli scorci dimenticati, i nascondigli segreti, svelando il fascino decadente di un luogo in continuo cambiamento, in cui il nuovo si aggiunge al vecchio senza mai sostituirlo. Da sotto i tavoli dei caffè e dei mercati o dall’alto dei cornicioni dei palazzi, attraverso gli occhi dei gatti, osserviamo il suo magma indistinto, la sua chiassosa umanità.
Facile spiegare una presenza felina così importante e variegata: Istambul era un porto d’importanza strategica fin dai tempi più antichi. Le navi arrivavano da ogni angolo del mondo conosciuto, e quasi sempre imbarcavano gatti perché cacciassero i topi. Così nei secoli sono arrivati felini di ogni razza, dai pelosissimi norvegesi ai soriani, dai certosini ai ginger-cat e così via… fino al famoso gatto nuotatore di Van, dagli occhi di due colori diversi. I gatti di questa città sono saliti alla ribalta quando il presidente Obama, nel viaggio in Turchia del 2009, fece visita a Santa Sofia e vide un bel micione tigrato – il famoso Gli – camminare indisturbato tra navate e gallerie millenarie sotto gli occhi del premier turco Erdogan. Non seppe resistere alla tentazione di accarezzarlo, un’immagine che fece il giro del mondo. Da quel momento ci si è accorti che sono dappertutto, anche nel Gran Bazar, fotografati dai turisti come curioso simbolo di una città speciale. Perfino gli organizzatori dei campionati mondiali di basket del 2010 hanno scelto come mascotte un simpatico gattone chiamato Bascat.
Nella vastità della metropoli, ogni gatto, kedi in turco, ha il suo quartiere, le sue abitudini, i suoi riti. Oltre alle sembianze, si distinguono anche per il carattere, ognuno è un “personaggio” diverso, come evidenzia il film, che ne racconta alcuni.
Sari è una soriana rossa e bianca, madre esemplare che vive vicino alla Torre di Galata e passa le giornate davanti a un negozio, finché non ottiene cibo da portare a i suoi cuccioli. Bengu, invece, è una dolce creatura dalla pelliccia grigia che ha conquistato gli operai della zona industriale e vive dispensando fusa ovunque vada. Aslan, dal pelo lungo e la criniera folta, soprannominato “Little Lion”, è il custode del porto, addetto a tenere lontani i topi da un ristorante, che lo ripaga con ottimo pesce fresco. Poi c’è Psikopat, dal pelo corto bianco e nero, la matta di Samatya, uno dei quartieri più antichi della città. Si fa rispettare dalle persone, dai cani randagi e soprattutto dal marito, di cui è incredibilmente gelosa. Psikopat se la gioca con Gamsiz, il bullo simpatico di Cihangir, la zona degli artisti. Tutto il contrario di Deniz, docile e coccolone, che ha preso il nome dal calciatore recentemente aggredito da una squadraccia di ultras di Erdogan. Lui è la mascotte del mercato biologico, dove vive raccogliendo coccole e sonnecchiando tra scatole di tè. Infine, Duman, un damerino educato che abita in uno dei quartieri più eleganti di Istanbul e ha, come tutti, il suo ristorante preferito. Ma a differenza degli altri, Duman è un gatto a modo, non entra anche se la porta è aperta, si limita a chiedere cibo bussando delicatamente alla finestra.
Dunque, raffinate signore, provocanti donzelle, vecchi bisbetici, carismatici capi e gentili giovanotti, i gatti assomigliano alle persone molto più di quanto pensiamo. Ceyda Torun li osserva riflettendo sui nostri vizi e virtù, dialogando con loro in un intenso gioco di sguardi. La macchina da presa sembra accarezzarli, immortalando la loro eleganza nella luce di albe e tramonti, celebrandone il mistero sullo sfondo della sua amata Istanbul. Due mesi di riprese con macchine fotografiche per gatti (eh, si esistono…) e droni, per avere sia scene in soggettiva che viste panoramiche sui tetti, scorci di suggestivi vicoli in salita e percorsi in mare su un traghetto, con qualche spazio anche per gli umani, che raccontano storie personali legate ai felini, con una semplice morale: se sei capace di apprezzare la compagnia di un gatto, di un fiore o di un uccellino, allora il mondo è tuo.
Dice la regista: “Spero che questo film faccia sentire lo spettatore come se gli si fosse posato un gatto sulle ginocchia inaspettatamente, facendo le fusa, costringendolo – perché impossibilitato a muoversi senza lasciar andare quella morbidezza – a pensare alle cose a cui non ha il tempo di pensare normalmente”.
Un film godibile, poetico, interessante e divertente, da suggerire anche a chi non è un “gattaro doc”.

Scheda tecnica

Regia: Cedya Torun
Cast: Bülent Üstün
Produzione: Turchia/USA, 2018
Titolo originale: Kedi
Durata: 80’

Iriria, Niña Tierra

By Jean

Iriria, Niña Tierra

Iriria, Niña Tierra

“Iriria è una bambina grassa dalla cui carne il dio Sinö decise di creare la terra, dopo di ché seminare è creare la vita…” Comincia cosi il racconto di Iriria, Niña Tierra, che dal ritratto della comunità Bribri Cabecar, della riserva indigena di Alta Talamanca in Costa Rica, fonde cosmovisione e attualità, giornalismo e antropologia, documentario e cinema.
Le voci degli innumerevoli personaggi – dall’Awá (sciamano curatore) agli anziani saggi, dal professore di Cultura Bribri della scuola di Coroma al governo locale Aditibri – ci raccontano di una terra viva che sente e vede grazie agli spiriti della foresta, del mare, dell’uragano e degli animali, e ci parla della sua sofferenza tramite eventi naturali come i terremoti, le inondazioni e il riscaldamento globale. L’opera ci accompagna, con il suo impatto visivo e la sua incantevole energia spirituale, nell’analisi del comportamento dell’uomo rispetto all’ambiente in cui vive, dal locale all’universale. Dall’analisi del rapporto uomo-terra, ormai non più sostenibile così com’è, si delinea la visione di un futuro in cui un cambiamento culturale, ancor prima che tecnologico, sarà imposto dalla forza di Iriria se non si saprà cambiare in tempo.

I particolari

Che destino dovrebbe riservare un Paese democratico all’ambiente e alla preservazione di uno dei polmoni verdi del pianeta? Il documentario di Carmelo Camilli – alla sua opera prima nelle vesti di regista e produttore, dopo anni di lavoro come cameraman freelance – affronta con sensibilità e acume il dramma della minaccia dell’economia alla natura.
“Tutto nasce da un viaggio di cinque anni fa, e da un documentario che mi ha spinto ad intraprendere questa strada, l’Undicesima Ora. Ho raccolto il materiale in loco e ogni cosa è stata improvvisata. Volevo che il mio prodotto invitasse a un diverso approccio alla natura” dichiara il regista.
La logica occidentale mira a una distribuzione delle ricchezze come denaro, a una proiezione del progresso come sviluppo industriale. Invece, Iriria, Niña Tierra spiega che la vera distribuzione delle ricchezze deve essere intesa pensando al lascito della custodia della terra fra noi e coloro che verranno dopo di noi. E quindi, anche il progresso deve essere concepito come perenne salvaguardia ecologica, perché «quando parlo di ecologia, sto parlando di una parte di me».
Riflettendo sulle difficoltà relazionali fra l’umanità e il pianeta, si ascoltano le parole profondamente sagge degli indigeni che vivono nella riserva naturale di Alta Talamanca, in Costa Rica. Discorsi universali e fortemente cosmologici (dèi, spiriti, animismo) di una cultura che ha nel proprio stile di vita la risoluzione dei problemi che stanno “ambientalmente” minacciando questo nuovo millennio.
Sospeso fra giornalismo e antropologia, legandosi a bellissime immagini ed entrando nelle capanne degli sciamani, parlando a un tavolino con i governatori locali, ascoltando le lezioni nelle scuole e dialogando con il professore di cultura Bribri o con le allevatrici di iguane, Camilli offre al pubblico una semplice nozione: il rispetto della natura è la prima azione per prevenire disastri o cambiamenti climatici e preservare flora e fauna perché “l’uomo è andato oltre il proprio ruolo diventando il cancro della società”.
Un concetto espresso, nel documentario, con alcune frasi chiave, come “educare all’Amore per l’Ambiente dovrebbe essere Naturale” oppure “può sembrare che ci siano ancora molti alberi, ma in fondo non è così, è differente”.
La forza del filmato sta nel dare voce a questo interessantissimo popolo, senza giudizio, senza schieramento. Sono i fatti a offrire un importante punto di osservazione “all’uomo bianco” e alla sua modalità irrispettosa verso Madre Terra.
Nelle prime scene, un maestro elementare spiega agli allievi l’origine della loro cultura: “Chi siamo? Come viviamo? Come pensiamo? Com’è stata creata la Terra?”. Così, i bambini imparano a chiedersi di quale ambiente fanno parte e quali sono le sue regole, non quelle inventate per profitto, ma quelle che permettono a tutti gli esseri viventi di coesistere nel rispetto reciproco e nella cooperazione all’evoluzione.
Nel documentario, tutti hanno ben chiaro che ogni persona, ogni albero, ogni frutto e ogni animale ha la sua fondamentale importanza nell’ecosistema, per cui se la comunità ritiene di dover sacrificare un albero o un animale viene fatto sempre e solo valutando l’effetto di tale decisione, assumendosene la responsabilità.
Anche la cura viene affrontata in maniera differente. Gli indigeni usano il cacao per le cerimonie di guarigione e la raccolta viene fatta con un metodo antico, tramandato di generazione in generazione. Con questo punto di vista, lo sciamano spiega a una nonna che i problemi di salute dei nipoti nascono dall’aver mangiato alimenti sacri senza la giusta attenzione.
Camilli spinge a una riflessione: “Se il cacao è un alimento sacro, vi invito a fare un gioco, quando andate al supermercato. Osservate quante volte vedete il cioccolato e chiedetevi se viene onorato nel giusto modo… Se fosse vero che questo squilibrio procura altrettanto squilibrio al fisico e quindi malattia?”.
Se riflettiamo su tutti i danni che sono stati causati finora a popolazioni intere, a parti di Pianeta, agli animali e anche a noi stessi, capiamo che c’è tanto lavoro da compiere e bisogna prenderne coscienza. E non basta chiedere perdono per gli errori compiuti. È tempo di fermarsi, rallentare, chiederci cosa stiamo facendo, cosa abbiamo già fatto, cosa si può recuperare e cosa no, ma soprattutto cosa si può fare per ripristinare l’armonia. Come dichiara il regista: “L’ecologia è l’espressione di uno stato di coscienza, parte da dentro, non da fuori”.
Terra mio corpo, Acqua mio Sangue, Aria mio respiro, Fuoco mio spirito canta l’indigeno in mezzo alla giungla alla fine del documentario. Un’immagine che dice tanto, ma è giusto lasciare allo spettatore il gusto di scoprire, con la voglia di comprendere, il resto di una storia che educa alla sacralità di ogni minuscolo frammento di vita.

Scheda tecnica

Regia: Carmelo Camilli
Produzione: Italia, 2013
Durata: 72’

In viaggio con Jaqueline

By Jean

In viaggio con Jacqueline

In viaggio con Jacqueline

Fatah è un contadino che vive con la moglie e due figlie in un piccolo villaggio dell’Algeria. La sua grande passione è l’unica mucca che ha: Jacqueline. Una passione così esclusiva da rendere perfino gelosa la moglie. Da anni chiede di poter concorrere con lei al Salone dell’Agricoltura di Parigi e finalmente la sua costanza viene premiata. Messi insieme, con l’aiuto dei compaesani, i soldi necessari per la traversata e la sussistenza, Fatah e Jacqueline partono. L’idea è quella, una volta sbarcati a Marsiglia, di raggiungere Parigi a piedi. Il viaggio ha inizio. E proseguirà tra mille avventure fino alla destinazione tanto desiderata…

I particolari

Più di 700 chilometri a piedi, tre uomini, una mucca e un sogno da realizzare sono gli ingredienti di una commedia originale, ironica ed emozionante che insegna, tra un sorriso e un muggito, come il pregiudizio sia sempre un errore… e soprattutto come sia bello riscoprire valori che nella società attuale appaiono antichi come la solidarietà, la bellezza della natura, la grazia di un racconto nella sua umanità un po’ naïf e forse proprio per questo così preziosa.
Il cinema francese ha nella propria storia di prodotti di “ampio target” un film che molti ricordano per le risate ma anche per la commozione: La vacca e il prigioniero di Henri Verneuil, in cui Fernandel interpretava il ruolo di un francese prigioniero dei tedeschi che fuggiva portandosi dietro una mucca. Il regista lo cita esplicitamente, dichiarando così la sua linea narrativa. Sarebbe infatti facile liquidare In viaggio con Jacqueline con la ormai onnicomprensiva e superficiale definizione di ‘buonista’. Perché Fatah in Francia si imbatte sempre in sconosciuti disposti ad aiutarlo nel suo percorso verso Parigi (polizia a parte) mentre chi lo tratta male al suo arrivo è il cognato che, ben sistemato, non vuole averlo tra i piedi. Non è certo una Francia razzista o intransigente quella che si trova davanti, neppure quando i media iniziano ad occuparsi di lui, novello Forrest Gump che però una meta ce l’ha…
Il film non risparmia ironie su una “certa” mentalità algerina (ad esempio i maschi che occhieggiano su Internet femmine appetibili mentre tengono sotto stretto controllo le “loro” donne) ma ciò che lo rende originale è proprio il clima di festa giocosa, anche se costellata di equivoci e incidenti, che induce lo spettatore, che non sia già schierato, a riflettere sul fatto che generalizzare è sempre e comunque sbagliato. Fatah ha un sogno, come ce l’hanno tanti di coloro che cercano di raggiungere l’Europa, che pure non è esente da problemi (e la protesta degli agricoltori è lì a testimoniarlo) ma non sarà certo demonizzando tutto il mondo musulmano che si sconfiggerà l’Isis. Fatah e la sua Jacqueline, deliziosi protagonisti di questa tenera commedia multietnica, ce lo ricordano con un sorriso e un muggito, regalando un’isola rigenerante e benefica nel mare magnum della banalità.
Un’opera consigliabile, dunque, anche per le belle prove d’attore dei suoi protagonisti, simpatici e accattivanti, non ultima la dolce mucca dal tenero sguardo, diretti con armonia lucida ed equilibrata. Difficile non tifare per il gracile protagonista, una sorta di Capannelle francese interpretato con straordinaria umanità da Fatsa Bouyamed, divertente il cognato bizzoso di cui veste i panni il più famoso comico franco-magrebino, Jamel Debouzze, molto convincente il nobile decaduto e depresso, un empatico Lambert Wilson. Tre grandi carature d’attore e tre stili diversi ma che insieme si fondono con impareggiabile maestria, aggiungendo brio a questa avventura divertente e fiabesca, piena di ottimismo e buoni sentimenti.
Amante della commedia all’italiana, come si nota nella scrittura a quattro mani di una lettera che rimanda a Totò e Peppino, Hamidi non propone niente di nuovo o di sconvolgente, ma una sana pausa per ricaricare la speranza candida, ma mai troppo distante dal cuore, di una vita condivisa senza reticenze con chi respira insieme a noi l’aria, troppo spesso cinica e malsana, di questo nostro pianeta.

Scheda tecnica

Regia: Mohamed Hamidi
Cast: Fatsah Bouyamed, Lamben Wilson, Jamel Debbouze
Produzione: Francia/Marocco, 2017
Titolo originale: La vache
Durata: 92’

il premio

By Jean

Il premio

Il premio

Giovanni Passamonte è un uomo anaffettivo, cinico ed egocentrico, anziano quasi inconsapevolmente, con alle spalle una vita esagerata: molte mogli e molti rampolli, sparsi in ogni angolo del mondo, mentre nel frattempo scriveva altrettanti bestseller internazionali. Quando gli comunicano che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, poiché ha il terrore di prendere l’aereo, decide di raggiungere Stoccolma in auto, insieme al suo assistente e factotum Rinaldo, che lavora per lui e gli è amico da tempo immemorabile. Al lungo viaggio partecipano, volenti o nolenti, anche due degli innumerevoli figli: il maggiore, Oreste, personal trainer vittima di una moglie che lo comanda a bacchetta, e Lucrezia, giovane e superficiale blogger di successo. Oreste, che per tutta la vita ha cercato orgogliosamente di sottrarsi alla personalità ingombrante del padre, e soprattutto al suo potere economico, si trova ad avere assoluta necessità del suo aiuto, e questi lo ricatta promettendogli, se lo accompagnerà, i 15.000 euro che gli mancano per aprire una palestra tutta sua. Lucrezia, avida di popolarità e “like”, si è unita al gruppo solo dopo il consenso paterno di riprendere il viaggio e pubblicarlo in rete. I fratellastri, molto diversi come carattere e formazione, non si sopportano e non lo nascondono. Quanto a Rinaldo, nasconde un segreto e il ricordo di un grande amore perduto, e non si capisce se sia vero affetto o una sorta di dipendenza emotiva a legarlo al dispotico amico – datore di lavoro. Con questi presupposti, e altri problemi che emergono a mano a mano che i chilometri si accumulano – inseguendo i capricci e le memorie di Giovanni – la strada da Roma a Stoccolma si trasformerà in un percorso denso di imprevisti, sorprese, rivelazioni dal passato e piccoli e grandi drammi che cambieranno le vite e i sentimenti di ognuno dei protagonisti.

I particolari

Alla seconda regia di un lungometraggio, dopo Razzabastarda, Alessandro Gassmann decide di affrontare di petto quello che dev’essere stato uno dei tormentoni della sua esistenza: il rapporto con un padre ingombrante il cui talento e la cui notorietà tendono a schiacciare involontariamente quelli dei propri figli.
In questo caso, la progenie di Giovanni Passamonte cerca di definire la propria identità per contrasto (Oreste) o per sudditanza intellettuale (Lucrezia). Ma ciò che identifica il patriarca è una compulsione alla verità, una brutale franchezza verso i figli che pare tesa a stigmatizzare la loro mediocrità, da perdenti conclamati.
I difficili rapporti generazionali si evidenziano anche nel legame tra Oreste e il figlio Andrea, a sua volta fuggito da una situazione familiare insostenibile per seguire altrove i propri sogni.
La situazione raccontata nel film segue la traccia che fu già ispiratrice del capolavoro di Bergman Il posto delle fragole (scherzosamente citato in una battuta) e poi di Fabio Carpi con Nobel. Gassmann, con i suoi co-sceneggiatori Massimiliano Bruno e Walter Lupo, la trasforma più semplicemente in una piacevole commedia dal retrogusto amaro, in cui non si rinuncia a un lato oscuro, tanto che la scena madre, preludio al finale, si ispira ai drammi scandinavi alla Festen, del danese Thomas Vinterberg, più che alla tradizione italiana. A volte la musica pop spalmata lungo il film, probabilmente per esigenze della produzione, toglie spessore alla narrazione, ma Gassman riesce a riequilibrare il tutto con gli splendidi brani originali del rock nordico di Matilda De Angelis, che interpreta un’iconica cantante italoislandese seguace di Björk. Così come pare aver individuato la giusta via, fluida e originale, verso la completezza registica, ad esempio nelle scene girate a bordo dell’automobile, normalmente molto difficili da rendere interessanti, e quelle gioiosamente libere nel quartiere alternativo di Copenhagen, Christiania.
Nei panni di Giovanni c’è uno straordinario Gigi Proietti, che giganteggia sul film esattamente come il suo personaggio giganteggia sulla trama, perfetto nel ritratto di un uomo carismatico e innamorato solo di stesso, che ha girato il mondo e non si è negato alcuna esperienza ma ha esaurito l’ispirazione e la voglia di vivere. La sua bravura si estrinseca nella capacità di recitare con misura, dove sarebbe estremamente facile esagerare. E Alessandro Gassman, che lo ha voluto con ragione nel ruolo di protagonista, restituendogli un meritato posto tra i mattatori dopo un lungo e avaro periodo di simpatici camei, gli lascia con generosità il centro della scena, esponendo con coraggio, nei panni di Oreste, la propria fragilità di figlio gravato dalla geniale e carismatica figura paterna.
Decisamente apprezzabile anche la prova di Anna Foglietta – Lucrezia, acida e sola eroina della vacuità dei nostri tempi, blogger intelligente e insicura, con ambizioni da scrittrice, ma ideali piccoli ed egoistici.
Rocco Papaleo dipinge il personaggio del segretario fedele e dal linguaggio forbito, deferente come un maggiordomo ma capace di mandare al diavolo il “Maestro” col diritto di un vecchio amico che ne ha viste di tutti i colori.
Una bella sorpresa la riscoperta della veterana Erika Blanc, nel ruolo di una ex diva auto reclusa e tragicamente pittoresca, alla Norma Desmond del Viale del tramonto di Billy Wilder. Molto bravo anche Marco Zitelli, noto nel mondo musicale come Wrongonyou, che incarna con grande dolcezza il figlio di Oreste, il visual dj Andrea.
Oltre al notevole ed affiatato cast, tra le note positive del film si evidenzia la splendida fotografia, che ritrae luoghi incantevoli nel lungo itinerario tra Italia, Austria, Germania, Danimarca e Svezia.
Il viaggio è stato realizzato con il contributo di Lazio Innova e IDM – Film Fund & Commission dell’Alto Adige ed è stato candidato al Nastro d’Argento 2018 per la miglior attrice non protagonista (Anna Foglietta) e il miglior brano originale (Proof).
Una frase tra tutte, da citare, quella più esemplificativa del film, la pronuncia Giovanni Passamonte – Gigi Proietti: “Un uomo che cade offre la possibilità di tendergli una mano”.

Scheda tecnica

Regia: Alessandro Gassmann
Cast: Alessandro Gassmann, Gigi Proietti, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Matilda De Angelis, Erika Blanc
Produzione: Italia, 2017
Durata: 100’

Parvana

By Jean

I racconti di Parvana

I racconti di Parvana

Parvana ha 11 anni, e sta crescendo in una Kabul sull’orlo del conflitto tra gli americani e l’esercito talebano, nell’Afghanistan del 2001. Vive con la madre malata, la sorella maggiore, un fratellino e il padre, mutilato di guerra. Mentre sta vendendo degli antichi oggetti di famiglia, la ragazzina viene presa di mira da alcuni soldati, e solo il provvidenziale intervento del padre evita il peggio. L’uomo viene arrestato per vendetta con false accuse e rinchiuso in prigione. In una società che proibisce alle donne ogni diritto, persino quello di uscire di casa da sole, Parvana è costretta a tagliarsi i capelli e camuffarsi da maschio per aiutare la famiglia. Con intrepida perseveranza accetta i lavori più strani, trovando la forza di resistere nelle storie che le raccontava il padre, e che a sua volta diffonde. Per ritrovarlo, rischierà la vita. Paradossalmente, sarà proprio un soldato talebano ad aiutarla.

I particolari

Basato sui romanzi Sotto il burqa, Il viaggio di Parvana, Il mio nome è Parvana, trilogia best seller della scrittrice canadese Deborah Ellis, I racconti di Parvana – The Breadwinner nella versione originale – è un film d’animazione emozionante e senza tempo sul potere trascendentale e taumaturgico delle storie, che scava nel dramma di un paese dominato dall’integralismo islamico.
Prodotto da Angelina Jolie, da anni paladina delle cause umanitarie anche in campo cinematografico, è un ritratto dall’estetica minimale e raffinata di una società sottomessa a un maschilismo arcaico e violento, sulla scia di Persepolis, lo splendido film d’animazione di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, che dieci anni prima ha raccontato le vicissitudini di una bambina iraniana. Una delle caratteristiche più apprezzabili dell’opera è la capacità di non cadere in patetici e facili stereotipi, dando vita a personaggi credibili, facili da amare. Ciò che particolarmente colpisce è il loro spessore psicologico, al di là di banali identificazioni: ad esempio, per ogni talebano negativo ce ne sarà uno positivo, pronto a ribaltare ogni prevedibile classificazione della società afgana. Ciò non toglie che la ragazzina sia costretta a spacciarsi per il lontano cugino Aatish, per procurare il pane alla famiglia, (nell’accezione anglosassone, breadwinner rimanda al capo famiglia, procacciatore del sostentamento per il suo gruppo) dato che la sola figura maschile di riferimento è imprigionata chissà dove, e a una donna non è concesso uscire di casa senza la compagnia di un uomo. Una strategia cui sono costrette altre ragazze, scoprirà, come la compagna di scuola Shauzia.
Ma Parvana è stata educata alla libertà. Il padre le ha insegnato a leggere e scrivere, a usare l’immaginazione, narrandole storie fantastiche, e si ostina a portarla fuori senza velo, malgrado la legge lo imponga. Uno dei motivi per cui viene arrestato e rinchiuso in un carcere sperduto nel deserto.
A lei non resta che travestirsi per sostentare i suoi cari e raccogliere notizie sul padre. Trova il coraggio proprio ripetendo i suoi racconti, perlopiù sulla storia afgana, al fratellino e agli amici, inventandone di nuovi, per se stessa e per loro, dando fondo all’immaginario cupo ed inquietante di chi nella propria breve vita ha visto solo violenza e soprusi, ma inserendovi i barlumi di luce e speranza che solo una mente innocente può concepire.
Spiragli di bellezza che fanno splendere il film, un’animazione adulta che fa accapponare la pelle e approfondisce una dimensione tragica con mano lievissima, riuscendo a mantenere l’equilibrio ma interrompendolo nei momenti giusti, in un crescendo d’intensità, con voli onirici di straziante malinconia.
Così, mentre un disegno dal tratto realistico narra la drammatica ricerca del padre, stacchi di cut-out animation (una forma di stop-motion che utilizza ritagli di carta) portano al centro dell’attenzione l’oscuro mondo di Elephant King, un incubo ricorrente per Parvana, col luciferino elefante a simboleggiare il male (il potere) da combattere.
Alla regia una sorta di esordiente alla distanza, l’irlandese Nora Twomey, che torna alla direzione molti anni dopo i suoi ultimi lavori, due corti pluripremiati, The Secret of Kells e From Darkness, e la partecipazione nel cast tecnico di Song of the Sea, candidato all’Oscar 2015 come miglior film d’animazione.
Già assistente di Tomm Moore, riprende le cifre stilistiche del maestro per raccontare una storia d’amore e di amicizia sullo sfondo di uno dei momenti più bui della storia recente. Con una trama sviluppata attraverso la moltiplicazione dei segmenti narrativi – nel rispetto della cultura afghana – The Breadwinner prende le distanze dalla verosimiglianza dell’animazione americana, scegliendo una stilizzazione pittorica delle figure e degli ambienti in grado di donare ai personaggi un surplus d’umanità.
Animazione, cartoon… Ma quando arriva a tale profondità di intenti, pur nella semplicità, a una simile attenzione non solo alle emozioni più intime ma anche a una realtà estremamente drammatica, quando fa scelte coraggiose e incita alla cultura e alla fantasia per vincere oscurantismo e ignoranza, quando si pone dalla parte dei più deboli, senza incertezze, contro un potere becero e crudele che mina la pace tra i popoli, quando inneggia alla libertà e stigmatizza la tirannia, il pregiudizio, la persecuzione del diverso, e tutto con delicata e a volte spaventosa ma sempre innocente poesia… si può parlare di capolavoro. O di magia.

Scheda tecnica

Regia: Nora Twomey
Cast: Saara Chaudry, Laara Sadiq, Shaista Larif, Ali Baadshah, Noorin Gulangaus
Produzione: Canada, Irlanda, Lussemburgo, 2017
Titolo originale: The Breadwinner
Durata: 94’

Un profilo per due
Un profilo per due
Tuo Simon
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Succede
Succede
Storm Rider — Correre per vincere
Storm Rider — Correre per vincere
Sergente Rex
Sergente Rex
Savva
Savva
Rudolf
Rudolf, alla ricerca della felicità
Ricomincio da noi
Ricomincio da noi
Quanto basta
Quanto basta
Ogni cosa è illuminata
Ogni cosa è illuminata
Ma révolution
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L'isola dei cani
L’isola dei cani
Kedi — La città dei gatti
Kedi — La città dei gatti
Iriria, Niña Tierra
Iriria, Niña Tierra
In viaggio con Jaqueline
In viaggio con Jacqueline
il premio
Il premio
Parvana
I racconti di Parvana