Ponente International Film FestivalPonente International Film Festival
A spasso con Bob

By Jean

A spasso con Bob

A spasso con Bob

Quando James Bowen, un giovane senzatetto londinese con problemi di dipendenza da alcool e droghe e di mera sopravvivenza trova rannicchiato davanti alla porta del suo alloggio popolare un gatto rosso, indifeso e ferito, non immagina quanto la sua vita stia per cambiare. James è solo al mondo, non può contare su una famiglia o un lavoro e sbarca il lunario suonando la chitarra davanti al Covent Garden e a stazioni della metropolitana. Pur consapevole che un animale in difficoltà sia l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno, non sa restare indifferente davanti a quel batuffolo bisognoso d’aiuto. Gli dà un nome, Bob, e gli apre le porte del suo cuore. L’amore che lui conosce è fatto di indipendenza e rispetto, così, quando con pazienza e tenerezza riesce a farlo guarire, lo lascia libero di andare per la sua strada, convinto di non rivederlo più. Ma il bel gattone non mostra alcuna intenzione di separarsi dal nuovo amico umano ed inizia a seguirlo ovunque. Tale è la sua caparbia ostinazione che James, felicemente, si arrende… È l’inizio di una meravigliosa amicizia e di una serie di singolari, divertenti e a volte pericolose avventure che trasformeranno il futuro di entrambi.

I particolari

Un uomo solo e senza prospettive incontra un gatto, di cui si prende cura. E il gatto riconoscente lo “adotta”, offrendogli una seconda, insperata possibilità. Due esistenze randagie che, con la reciproca assistenza, cambiano il loro destino, diventando famose in tutto il mondo. È la bella storia vera raccontata in questo film, il cui soggetto è tratto dal bestseller A spasso con Bob (Sperling & Kupfer), pubblicato nel 2012 dal suo protagonista, James Bowen: giovane chitarrista vagabondo, schiavo dell’eroina, con le tasche vuote e il sogno infranto di una carriera da rocker. Fino all’incontro con il magnifico gatto rosso, battezzato Bob in onore del diabolico furfante della serie cult Twin Peaks, di David Lynch. Tutti coloro che hanno sempre ritenuto il cane il miglior amico dell’uomo, scopriranno in questo film quanto i piccoli, misteriosi felini siano capaci d’identico amore e tenero attaccamento, espressi nel modo discreto che li caratterizza. Non si stupiranno invece gli estimatori di queste meravigliose creature, che sembrano in grado di vedere “oltre” con straordinaria sensibilità. Quanto al protagonista umano, James, ha vissuto sulla sua pelle il lato positivo di una realtà (per altri versi inquietante e letale) in cui i social possono decidere della vita o della morte di qualcuno. La presenza di Bob accanto a lui, anzi, sulla sua spalla come il famiglio di una strega, lo ha magicamente trasformato in una specie di eroe moderno, da uno dei tanti invisibili accanto a cui si passa frettolosi, indifferenti ai drammi che quasi sempre li accompagnano amaramente. Il bellissimo gatto fulvo che non si stacca mai da quel giovane artista di strada, le loro immagini riprese coi cellulari e caricate su YouTube, hanno fatto la differenza, anzi, il miracolo. Da quel primo incontro fortuito e il gesto di generosità che ne è spontaneamente scaturito, Bowen ha preso il coraggio per dare il via a un nuovo inizio, senza dimenticare chi e ciò che era stato: oggi può permettersi una vita più che serena, ma gli piace spenderla lavorando per i senzatetto, umani e animali. Dietro alla macchina da presa, troviamo il canadese Roger Spottiswoode, che ha firmato blockbuster come Sotto Tiro, Turner e il casinaro, Air America e uno dei James Bond movie con Pierce Brosnan, Il domani non muore mai. Grazie al suo solido mestiere ha confezionato un prodotto onesto e godibile, evitando la trappola di un’eccessiva edulcorazione, tipica dei film americani per famiglie. Anche la Londra che fa da sfondo alla vicenda non è la città da cartolina che viene sempre proposta al cinema, va oltre i soliti scenari iconici, dipingendo una metropoli dai giusti chiaroscuri, fatta di strade, quartieri popolari come Tottenham e stazioni dell’Underground. Nella versione cinematografica, la forza della storia racchiusa nel libro viene lievemente stemperata da aggiunte mai citate nel testo ma plausibili, forse per renderla più appetibile agli spettatori: una ragazza di cui innamorarsi, un amico in overdose, un conflitto con la famiglia. Il protagonista, Luke Treadaway è perfetto nel ruolo del bravo ragazzo sfortunato e si fa seguire con affettuosa e addirittura intenerita partecipazione nelle sue peripezie, nel corso delle quali incontra violenza e intolleranza ma anche persone generose e sensibili. Tutte amorevoli tessere di un edificante, sorridente e a volte drammatico mosaico che diventa un inno alla vita e alla possibilità dei miracoli, tanto più prezioso perché vero. “ Bob e io eravamo anime ferite, ci siamo incontrati dopo aver toccato il fondo e ci siamo aiutati a curare le ferite delle nostre esistenze” ha scritto James Bowen, accendendo la speranza nel bello e nel buono che a volte capitano, proprio come in un film di Natale di Frank Capra. Ma in questo caso l’angelo ha il buffo aspetto di un gattone dalla pelliccia color zenzero…

Curiosità

Il primo dei libri scritti da Bowen su Bob, cui ne sono seguiti altri sei, si è rivelato uno straordinario successo: è stato pubblicato in trenta paesi, con sette milioni di copie vendute in tutto il mondo, tradotto in diciotto lingue, al ventitreesimo posto, al momento, nella classifica dei bestseller in Inghilterra negli ultimi quarant’anni. Per il regista Roger Spottiswoode è la terza produzione in cui il coprotagonista è un animale. Prima di collaborare con Bob ha diretto il dogue de Bordeaux di Turner e il casinaro e l’orso polare de Il mio amico Nanuk. “È stato meraviglioso girare nuovamente a Londra. Con una squadra fantastica siamo riusciti a utilizzare tutte le location citate nel libro. Oltre a Bob, sul set era presente anche Bowen, a dare una mano. Lo stesso Bob non solo è stato straordinario nell’interpretare se stesso (è lui, in tutta la sua bellezza, il gatto sulla spalla del protagonista) ma ha anche aiutato i “colleghi” in ogni modo possibile” ha dichiarato Spottiswoode. Come un vero grande attore ha avuto l’ausilio di altri cinque felini, controfigure professioniste che lo hanno sostituito nelle scene più difficili. Alla prima londinese solo lui si è permesso il lusso di snobbare la bellissima Kate Middleton durante l’evento Action on Addiction, organizzato per il recupero dalle dipendenze. La duchessa di Cambridge, accarezzandolo, non sapeva bene come interpretare il suo umore, ovvero se le sue fossero fusa di compiacimento o se stesse soffiando infastidito. Bowen ha commentato divertito che il suo micione si atteggiava a “Re della scena”. Gli attori sono tutti inglesi Doc, poco conosciuti in Italia ma perfetti per l’ambientazione londinese. Il protagonista Luke Treadaway, poco somigliante a Bowen ma con lo stesso appeal che ispira simpatia, aveva precedentemente recitato nel film di Angelina Jolie Unbroken, e nella serie tv di Sky Atlantic, Fortitude, di cui sta girando la seconda stagione. Il produttore del film, Adam Rolston, ha raccontato: “Quando ho letto per la prima volta A street Cat named Bob non immaginavo che sarei stato proprio io a portarlo sul grande schermo. Ero semplicemente l’ennesimo lettore travolto da quel racconto di speranza, amicizia e unione contro le avversità. Ma l’idea di quanto potesse essere meravigliosa quella storia trasformata in film non mi ha abbandonato per tre anni, finché alla fine ci sono riuscito… Non riesco a ricordarmi molti altri libri che descrivano in modo così franco la condizione dei senzatetto e la disperazione creata dalla dipendenza. Credo che l’onestà di James abbia toccato tantissimi cuori, oltre al mio, ed ecco la ragione del suo successo… Quando ho conosciuto Bob ho pensato che fosse il gatto più calmo e cool che mai si potesse incontrare”. James Bowen adesso ha trasformato la sua lunga esperienza da senzatetto nell’occasione di occuparsi socialmente di chi continua ad affrontare le difficoltà della vita. Con il sostegno di numerose associazioni, che hanno coadiuvato anche il lancio del film, come The Big Issue, Action on Addiction, la Croce Blu e altre, è in prima linea per la difesa degli umani e degli animali in difficoltà, per far sì che abbiano, come lui e il suo Bob, una seconda chance. Girando per le strade di Londra non è difficile incontrare i due amici inseparabili, quando non sono in giro per il mondo a presentare i libri che li hanno resi famosi e amati. Bob ha una sua pagina Facebook, e migliaia di fans che gli mandano piccole sciarpe di ogni foggia e colore, sfoggiate con l’allure di una vera star.

Scheda tecnica

Regia: Roger Spottiswoode
Cast: Luke Treadaway, Ruta Gedmintas, Joanne Frogatt, Beth Goddard, Bob
Produzione: Gran Bretagna, 2016
Titolo originale: A Street Cat Named Bob
Durata: 103’

Il mio amico Nanuk

By Jean

Il mio amico Nanuk

Il mio amico Nanuk

Ci sono amore e dedizione dietro Il mio amico Nanuk, c’è il mal d’Artico di Brando Quilici, figlio dell’altrettanto famoso Folco, la sceneggiatura scritta con Hugh Hudson, i dettagliati storyboard da sottoporre alla produzione, l’estenuante ricerca di finanziamenti e i viaggi in Cina per conoscere il cucciolo d’orso da affiancare al protagonista umano. Ci sono i ricordi di una vita a girare documentari e il desiderio di varcare i confini del reportage attraverso il coinvolgimento di una mano esperta in sequenze di azione.

Ci sono le meravigliose sequenza artiche girate da Quilici, che lasciano lo spettatore a bocca aperta per la loro assoluta bellezza (roba da National Geographic, per capirci). In un parola, c’è il sogno di un uomo-bambino diventato realtà.

Ma Luke e Nanuk, uniti nel pericoloso viaggio verso Cape Resolute e mamma orsa, parlano anche al cuore degli adolescenti, perché nella nostra storia c’è un’altra piccola storia: il romanzo di formazione di un ragazzo che sposa il rischio e diventa uomo.

E non solo, perché questa storia è anche altro: una parabola su come i giovani maschi, soprattutto se privi di una figura paterna, devono avventurarsi nel mondo uscendo da sotto l’ala protettiva delle madri, e di come le madri devono imparare a fidarsi dello spirito di avventura dei propri figli. Questo messaggio non va a scapito dell’importanza dell’educazione materna: infatti Luke cerca di riportare Nanuk alla sua mamma perché sa che sarà lei, per i primi due anni e mezzo, ad insegnarli tutto quello che gli servirà per sopravvivere.

«Questa è la storia di una grande amicizia», esordisce la voce fuori campo di Luke, ed è vero.

Perché Il mio amico Nanuk è innanzitutto il tenero resoconto minuto per minuto della straordinario rapporto di affetto e complicità che si crea fra il ragazzo e l’orsetto (ma anche fra l’interprete umano e quello animale). Vediamo Luke e Nanuk giocare, rotolarsi insieme, scambiarsi il cibo, e più volte è l’orsetto a venire in soccorso del ragazzo, non viceversa.

Ma raccontiamo la storia dall’inizio…

Una storia che inizia a Devon, nei territori nord occidentali del Canada.

Madison Mercier, una ricercatrice esperta di natura, sta partendo per un viaggio di ricerca sulle tracce di un branco di beluga (il balenottero bianco) che ogni anno si spostano in una zona ben precisa. Durante la sua assenza, i suoi due figli, Abbie e Luke, resteranno con la zia che viene appositamente dalla città per prendersi cura di loro.

Da quando ha perso il marito in un tragico incidente due anni addietro, Madison è diventata particolarmente protettiva nei confronti dell’avventuroso figlio maschio. Quella sera, a casa di Luke, una femmina di orso polare attacca il loro garage. I ranger locali la sedano e notano che l’animale è già stato allontanato dalla città in precedenza. La prassi prevede che venga trasportata fuori città in elicottero la mattina seguente e che nel caso in cui dovesse avvicinarsi di nuovo alla città, dovranno prendere provvedimenti. Quando i Ranger se ne vanno, Luke scopre il motivo del tentativo di intrusione dell’orsa: il suo cucciolo è rimasto intrappolato nel garage. Luke lo porta dentro casa e tenta di nasconderlo in camera da letto. Il vivace cucciolo è rumoroso e pieno di energie e i due vanno immediatamente d’accordo ma la zia di Luke non vede di buon occhio l’amicizia tra i due e insiste affinché Luke “se ne liberi”.

Luke però, che ha perso da poco il padre, solidarizza immediatamente con il cucciolo d’orso ed è determinato a non consegnare il piccolo orfano alle autorità locale perché sa che finirebbe allo zoo. Decide quindi che la sua missione sarà quella di riportarlo alla mamma.

Lo porta quindi da Muktuk (Goran Visnjic), una guida locale e migliore amico del suo defunto padre. Il giorno del tragico incidente sul ghiaccio che gli è costato la vita, il papà di Luke era proprio con Muktuk e da quel giorno la famiglia di Luke lo ritiene responsabile dell’accaduto e per questo ha interrotto ogni rapporto con lui. Luke invece ricorda quello che suo padre gli diceva sempre: «se sei nei guai o hai un problema rivolgiti a Muktuk». Ed è proprio ricordando le parole del padre che il “nostro” chiede a Muktuk di aiutarlo a portare a termine il suo piano: insieme dovranno attraversare la calotta artica e sfidare i pericolosi elementi naturali per arrivare con il cucciolo a Cape Resolute, nell’estremo nord del Paese, dove i Ranger hanno trasportato la sua mamma.

La storia di Luke e Nanuk è raccontata in modo semplice, a portata di bambino, anche se le situazioni di pericolo in cui il ragazzo si ritrova (spesso per propria imprudenza) sono piuttosto ansiogene. Ma il viaggio iniziatico dei due amici in mezzo ai ghiacci ha un bel respiro narrativo, ci fa conoscere un mondo meraviglioso popolato da una nutrita fauna polare e una popolazione, quella eschimese, saggia e gentile.

E l’ avventura dei due piccoli protagonisti viene narrata da Spottiswoode e Quilici con il rispetto di chi studia da vicino il comportamento di una specie e l’accortezza di chi, nell’invenzione, immortala un momento di autentica intimità.

Ripresi da vicino in un agitarsi di mani e zampe, o da lontano, come puntini colorati in un gigantesco universo bianco, bambino e orso sono la quintessenza della tenerezza, dell’affetto senza filtri, del senso di protezione. I registi hanno avuto la buona idea di riprenderli al naturale, senza effetti digitali e sfruttando, come si faceva ai vecchi tempi, i momenti più vivaci e creativi.

È tutto vero, insomma, in questa favola ecologista che mostra amore e rispetto per la natura e incoraggia gli uomini, grandi e piccoli, a non avere paura, e a non arrendersi mai. A cominciare dalla piaga del riscaldamento globale che sta mettendo a repentaglio la vita di molte specie dei climi freddi.

Il riscaldamento globale, ormai lo sappiamo tutti, sta causando gravi ripercussioni su ogni tipo di ecosistema terrestre, compreso quello artico, all’interno del quale si muovono gli orsi polari. Cercando disperatamente cibo, questi orsi si spingono fino ai villaggi dell’Artico, avvicinandosi pericolosamente agli umani che, ovviamente, devono tenere costantemente sotto controllo la cosa, riportando, quando possibile, gli animali indietro nel loro habitat. Altre volte, purtroppo, la soluzione è più drastica.

Il mondo moderno sta ormai prendendo il sopravvento sulle regioni polari: è un dato di fatto. Possiamo fare qualcosa a riguardo? Quilici accenna alla questione, ma non fa la morale, non mette in bocca a un personaggio arringhe e polemiche, esorta solo lo spettatore a pensarci, coinvolgendolo con i panorami mozzafiato e la dolcezza dell’amicizia di due cuccioli appartenenti a due razze diverse. La sua preoccupazione la cogliamo nel peregrinare degli orsi adulti o nello scioglimento dei ghiacci che hanno portato al sacrificio della vita del padre di Luke, tanto tempo prima.

Curiosità

Alle riprese artiche ha partecipato anche Doug Allan, tre Emmy Awards per la serie Il pianeta vivente e Life in the freezer della BBC.

Il progetto è stato presentato al produttore americano Jake Eberts, Premio Oscar per film quali Gandhi, Balla coi lupi e Momenti di Gloria. Con lui, vengono trovati i finanziatori internazionali e uno sceneggiatore come Hugh Hudson (regista Premio Oscar per Momenti di Gloria). Nel settembre 2012 Jake Eberts, malato da tempo, viene a mancare poco prima dell’inizio della produzione e il film viene dedicato alla sua memoria. Dopo la scomparsa dell’amico e collega, Hugh Hudson preferisce tirarsi indietro dal progetto.

Il film del 2014 nasce da un’idea di Brando Quilici, documentarista che per anni ha lavorato per il National Geographic e per Discovery Channel. Quilici, dopo aver pubblicato per Sperling & Kupfer un romanzo omonimo, ha contribuito alla regia.

La regia del film inizialmente era stata affidata a Hugh Hudson, che per motivi personali rinunciò all’incarico per essere sostituito da Roger Spottiswoode. Ma nella realizzazione della pellicola è stato importante anche il cameraman specializzato nelle riprese nelle zone polari, Doug Allan.

Il film è girato interamente tra il Canada e le isole Svalbard cogliendo gli orsi nel loro habitat naturale.

Per la realizzazione del film si è cominciato a lavorare un anno e mezzo prima con i sopralluoghi, mentre le riprese sono dovute necessariamente durare 32 giorni perché c’era il rischio che l’orsetto crescesse troppo.

Il cucciolo di orso star del film si chiama Pezoo ed è nato nel Polar Ocean World di Pechino.

Scheda tecnica

Regia: Roger Spottiswoode, Brando Quilici
Cast: Dakota Goyo, Goran Visnjic, Bridget Moynahan, Kendra Leigh Timmins, Russell Yuen, Matt Connors, Duane Murray, Racine Bebamikawe, Jacqueline Loewen
Produzione: Italia, Canada, U.S.A. , 2014
Durata: 90’

Iqbal — Bambini senza paura

By Jean

Iqbal — bambini senza paura

Iqbal — bambini senza paura

Ci sono bambini, in qualche angolo del mondo, che vivono una vita molto diversa da quella dei bambini occidentali. Ci sono bambini che non sanno di essere bambini; o meglio, lo sanno benissimo, ma non hanno alternative al destino che qualcun altro su questa terra decide per loro.

Ma c’è anche qualche bambino che ha il coraggio di ribellarsi a un destino che qualcun altro ha scritto per lui, e di lottare a nome di tutti i bambini meno fortunati che ci sono nel mondo.

Quella che vi raccontiamo è una storia vera, liberamente tratta da Storia di Iqbal, romanzo di Francesco D’Adamo e riscritta per il grande schermo a misura di bambino, che tratta temi importanti all’altezza di sguardo dei bambini.

Girato da uno dei più importanti registi nel campo dell’animazione come Michel Fuzellier e da un autore e produttore iraniano di valore come Babak Payami, è un film che non è solo utile ma qualcosa di più: è necessario. Ed è realizzato con la collaborazione dell’UNICEF.

Iqbal, un ragazzino sveglio e vivace di dieci anni, vive a Kardù, un piccolo villaggio in qualche parte povera del mondo. È bravo in disegno. Ha imparato dal nonno l’arte di annodare i tappeti soprattutto i ricercatissimi Bangapur, che richiedono gusto raffinato, senso artistico, abilità e dita sottili. Vive con il fratello Aziz e la madre Ashanta, donna coraggiosa che provvede alla famiglia in assenza del marito emigrato in cerca di lavoro. Con l’inseparabile compagna, la capretta Ragià che lo segue ovunque, Iqbal trascorre le sue giornate disegnando e divertendosi a giocare a calcio con una palla rappezzata in compagnia degli amici.

Le avventure, o meglio le disavventure, di Iqbal cominciano il giorno in cui il medico prescrive ben 16 dollari di medicine per Aziz, malato di polmonite. Ma i soldi non ci sono. Ed è allora che il nostro piccolo eroe sente che deve sostituire il papà e prende una decisione senza dirlo a nessuno: parte nottetempo per il mercato di Mapur per vendere la sua capra.

A Mapur sono guai: quando Iqbal vede il macellaio non vuole più vendere Ragià e si caccia nei pasticci, inseguito dal minaccioso macellaio. La sua fuga rocambolesca e disperata mette sottosopra l’intero mercato. Viene salvato da un viscido quanto gentile lestofante, Hakeem, che si offre di comprargli le medicine per Aziz: in cambio, dovrà lavorare nella fabbrica di tappeti del suo amico Guzman. “Per quanto tempo dovrà lavorare?” La risposta rimane sospesa. Intanto lui gli procurerà le medicine per Aziz e questa è la cosa più importante. Hakeem da par suo non mantiene la parola e dopo aver rivenduto per un sacco di dollari Iqbal a Guzman, se ne torna ai suoi sordidi affari.

Guzman riconoscendo subito le doti di Iqbal, si impegna a consegnare un tappeto speciale, un Bangapur ai coniugi Flat, ricchi antiquari inglesi. Il bambino viene così costretto in un capannone sporco e freddo dove si trovano tappeti, telai e un gruppo di piccoli lavoranti: Fatima, Emerson, Maria, Ben, Salman e Karim. Bambini di età diverse ma con storie simili, tutte legate alla povertà. Iqbal non può far altro che cominciare a tessere il suo tappeto e … pensare a come venirne fuori.

Superata qualche diffidenza iniziale, il rapporto con i suoi compagni di sventura si fa più amichevole e nel gruppo comincia a farsi strada una coscienza nuova della loro condizione di “schiavi per sempre”. Iqbal, però, non si dà per vinto: una volta resosi conto che il debito non si esaurirà mai malgrado le promesse di Guzman, comincia a elaborare un piano per liberare i suoi piccoli amici e consentire a tutti di tornare a casa…

Iqbal — bambini senza paura è un film che merita di essere visto nell’età della scuola primaria, una fiaba colorata in cui gli elementi drammatici non prevalgono mai sulla dimensione fantastica e favolistica, che è anzi sapientemente potenziata dal ricorso, in diversi momenti, alla messa in scena dei sogni di Iqbal. Le sequenze oniriche, caratterizzate da disegni dall’estrema semplicità grafica e cromatica (dallo stile diverso da quello del resto del film), sono spesso suggestive. Merita una menzione particolare quella in cui i fili della trama del tessuto si trasfigurano grazie alla libera immaginazione del piccolo protagonista.

Il prevedibile lieto fine — giusto e necessario in ottica didattica — è affidato a un discorso che Iqbal è invitato a tenere in un’aula gremita, di fronte a una platea di adulti. Chiamato a leggere un testo retorico preconfezionato, il bambino prima tentenna, poi abbandona il testo, e il suo discorso spicca il volo sgorgando genuino dalla sua diretta esperienza. Il film si chiude in tal modo con il rovesciamento dell’ottica didattica canonica, che vede i bambini seduti in un’aula ad ascoltare in silenzio. Qui sono gli adulti a dover trarre insegnamento da un bambino. Un elemento che suggella l’impostazione del film, rivolto ai coetanei di Iqbal, e suggerisce, attraverso la figura di un piccolo eroe, come, in determinate circostanze, siano gli adulti a dover imparare dai bambini.

Note sui registi

Michel Fuzellier è un animatore francese dalla vasta esperienza nel settore (collaboratore di lunga data di Enzo d’Alò), qui alla sua prima esperienza come regista di un lungometraggio.

Babak Payami appartiene a quella generazione di cineasti iraniani emersa sul finire degli anni ‘90 (Bahman Ghobadi il nome probabilmente più importante) sulla scia dei vari Kiarostami, Makhmalbaf, Panhai, Naderi. Tutti, nel decennio successivo, hanno a vario modo subito l’oppressione del regime iraniano, vedendosi in molti casi costretti a lavorare all’estero. Payami, arrestato nel 2003 alla fine delle riprese de Il silenzio fra due pensieri, da allora aveva smesso di dirigere, pur essendo rimasto legato al mondo del cinema con diverse attività condotte a livello internazionale, e spesso in Italia.

Una nota malinconica, e una piccola considerazione

Iqbal Masih, bambino pakistano, è assurto a simbolo della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile, dopo essersi prima liberato e, nel giro di tre anni, assassinato (appena dodicenne!), in circostanze non chiarite, nel 1995.

Iqbal — bambini senza paura è una fiaba. E se da un lato la trasfigurazione in fiaba è utile alla causa della sensibilizzazione dei più piccoli a un tema così importante, il rovescio della medaglia è che l’adulto che dovesse accompagnare il bambino — e che non conoscesse né la vicenda reale di Iqbal, né la realtà dello sfruttamento del lavoro minorile nel mondo (legata non certo solo al mercato dei tappeti, ma alle più prestigiose multinazionali, magari per produrre anche giocattoli), ebbene questo adulto si trova di fronte a uno scenario eccessivamente edulcorato e, paradossalmente, è portato a sottostimare lo stesso tema che il film vorrebbe sottoporre alla sua coscienza.

La principessa e l’aquila

By Jean

La principessa e l’aquila

La principessa e l’aquila

Tra le famiglie nomadi che d’estate tornano sui monti Altai per trascorrervi i mesi caldi, c’è anche quella di Aisholpan, una ragazzina kazaka discendente da un’antica stirpe di addestratori di aquile. Il suo grande sogno è percorrere la strada degli antenati e concorrere nella competizione annuale denominata Golden Eagle Festival. Sotto la guida del padre, riuscirà a imparare l’antica arte riservata per tradizione agli uomini, a catturare e addestrare un aquilotto tutto suo, e a partecipare infine all’evento tanto atteso, che mette ogni anno in gara i più grandi addestratori della Mongolia.

I particolari

Una piccola protagonista per un grande esempio di coraggio, energia e ambizione. Aisholpan, a soli tredici anni, ha le idee molto chiare sul suo destino. Crede fermamente di avere “nel sangue” il diritto di seguire la tradizione millenaria che il suo popolo tramanda di padre in figlio e intende diventare la prima addestratrice di aquile da caccia. A differenza delle amiche non ha mai avuto paura dei rapaci, né di arrampicarsi su una cima altissima per raggiungerne i nidi. Infatti, pur ostacolata dai saggi del suo popolo, che temono di concederle un pericoloso precedente (è una donna e le donne sono più deboli, è meglio che stia a casa a preparare il the, e comunque il matrimonio le toglierà tutti grilli dalla testa…) la ragazzina riesce con silenziosa dignità a dimostrare di essere non solo all’altezza, ma persino superiore a cacciatori maschi più esperti di lei. Grazie agli insegnamenti del padre, supera la pericolosa prova di iniziazione, nel gelo delle montagne: la cattura dell’aquilotto appena svezzato che diverrà il suo compagno di vita. Dovrà crescerlo, educarlo, farlo volare e portarlo a caccia fino a quando sarà il momento di restituirlo alla sua libertà. E mentre il documentario segue le vicende di Aisholpan, dipinge gli usi e i costumi di un affascinante popolo rurale in un ambiente straordinario ma ostile, luoghi lontanissimi da una civiltà “cittadina”, dove tutto è difficile e per andare a scuola si resta lontani da casa e dalla famiglia per cinque giorni su sette. Una condizione di isolamento che per la ragazza si accentuerà nel periodo di training con la sua aquila, in compagnia del padre, su e giù dal cavallo e dai monti Altai, nell’estremo nord della Paese meno popolato del mondo. Eppure, la vivrà con naturalezza e consapevolezza, senza nulla togliere a una femminilità che sta sbocciando e l’obbiettivo del regista cattura proprio sulla soglia del passaggio dalla purezza e trasparenza emotiva dell’infanzia alla matura determinazione dell’età adulta. Costruita intorno al Golden Eagle Festival, l’opera di Otto Bell (all’esordio nei lungometraggi) non è improntata alla rincorsa del momento topico in tempo reale, anche se la fortuna gliene offre un paio di grande portata, ma è il frutto di un lavoro di osservazione, immersione e costruzione. La linearità del racconto è una scelta felice, perché la semplicità viene compensata dalla forza delle scene d’azione e dall’accecante bellezza del contesto naturale, quasi di un altro pianeta. Un tocco in più e sarebbe sembrato artefatto, uno in meno e il risultato sarebbe stato povero. In prima lettura trasmette un messaggio molto evidente: ognuno può inseguire i propri sogni e diventare ciò che vuole, se agisce con passione e buona volontà, ma più in profondità sottintende che una donna può fare qualsiasi cosa faccia un uomo. L’impresa della ragazzina simpatica e intelligente, oltre che bella, decisa ad andare oltre le convenzioni perché ci crede davvero, sembra una fiaba inventata per incoraggiare le bambine a diventare ciò che desiderano. Invece, il suo sogno realizzato, immortalato in modo poetico e toccante, è l’esempio concreto degli eccezionali effetti della volontà. Tutti i personaggi contribuiscono a creare quadri esteticamente perfetti, con le carnagioni arrossate dal freddo e gli abiti di pelliccia. E la scelta di questa caccia particolare rende la verità del loro rispetto per la natura: per assicurarsi la sopravvivenza non serve andare oltre le effettive necessità. Quanto all’alato e orgoglioso cacciatore, in fondo riceve in dono una possibilità, perché le aquile operano inflessibili selezioni nei nidi, eliminando i pulcini più fragili. Otto Bell, inglese d’origine ma newyorkese d’adozione, venuto a conoscenza di questa bambina prodigio da un servizio fotografico della BBC, si è precipitato in Mongolia a riprenderne la storia, seguendola fino al momento catartico del trionfo nella gara. Partendo fortunatamente dall’inizio, non ha avuto bisogno di ricorrere a ricostruzioni del pregresso con filmati di repertorio. La forma scelta è quella di una contaminazione straordinariamente ben confezionata tra documentario e fiction, con la voce fuori campo affidata a una narrazione in terza persona. Predomina l’io narrativo dei diversi personaggi, che presume un lavoro di drammaturgia e di sceneggiatura. E la narrazione passa anche attraverso i volti e le espressioni, come quelle scontente dei saggi del villaggio, umiliati dalla vittoria di Aisholpan. Tra gli altri, spicca il momento della cattura dell’aquilotto, che riflette tutte le esitazioni e i rischi di quella situazione. Le inquadrature professionali di padre e figlia in arrampicata sulla montagna si alternano a quelle tremolanti, riprese dalla ragazzina con una piccola telecamera, come in una sua soggettiva. Comprotagonisti sono gli sterminati paesaggi naturali della Mongolia, spesso in campi lunghissimi, con gli esseri umani minuscoli come puntini. Per andare incontro alla sensibilità del pubblico occidentale, le uccisioni degli animali, come i conigli e le volpi, secondo pratiche assolutamente normali nella civiltà contadina, non vengono mostrate.

Curiosità

Così ha dichiarato Otto Bell, autore di 1515 documentari girati in tutto il mondo: “Non puoi scegliere quando la tua più grande avventura avrà inizio, programmare una data o un itinerario. Le immagini di quella ragazza angelica abbracciata a un’aquila reale e le imponenti montagne a fare da sfondo mi hanno folgorato. Dopo pochi giorni ero già in viaggio per incontrare Aisholpan e la sua famiglia. Mi sono ritrovato seduto per terra nella yurta (in mongolo Ger), l’abitazione mobile in cui vivono, a bere tè con latte. Lo stesso pomeriggio, il 4 luglio 2014, ero con padre e figlia a prelevare l’aquilotto dal nido. Le sequenze girate quel primo giorno sono stati il modello su cui abbiamo lavorato nei successivi sei momenti di riprese durante l’anno, tra cui il Festival delle Aquile nell’ottobre del 2014 e la Caccia Invernale nel febbraio 2015. Di conseguenza non è stato necessario nessun artificio durante il montaggio finale, tutto era già adeguato al flusso narrativo del film. ”Lo staff, composto da due a cinque persone, tra direttore della fotografia, assistente operatore, tecnico del suono e produttore, doveva trasportare ogni giorno un carico di 700 kg di macchinari ed equipaggiamento, spostandosi con un biturbo a elica per raggiungere la zona più remota della catena montuosa. La maggior parte del girato è in 4K, mentre le immagini del paesaggio sono state catturate con un drone S1000 e un elevatore, trasportato in un borsone per lo snowboard. È stato anche costruito un Eagle Mount personalizzato, partendo da un’imbracatura per cani, per le panoramiche e le riprese dall’alto. Dietro ogni scena ci sono state braccia rotte, incidenti d’auto e molta confusione, a una temperatura intorno ai 50 gradi sotto zero. La Mongolia si estende su una superficie più grande di Francia, Germania e Spagna messe insieme, ma è abitata da meno di 3 milioni di persone. I Kazaki sono una tribù nomade musulmana e cacciano con l’aiuto delle aquile reali da duemila anni. I cacciatori selezionano i pulcini con occhi e artigli più forti, solo le femmine, più grandi e aggressive di natura, e per creare un forte legame le sfamano direttamente dalle loro mani. Nel giro di alcune settimane l’animale è in grado di riconoscere il richiamo del suo addestratore. Le aquile reali possono raggiungere una lunghezza tra i 75 e gli 88 cm, per un peso medio di 6/7 kg e un’apertura alare di circa 2 metri e mezzo, e si lanciano sulle prede (volpi e cuccioli di renne e lupi) a 100 miglia all’ora. Possono vivere fino a 30 anni, ma è tradizione che i cacciatori le lascino libere quando raggiungono l’età riproduttiva. È usanza lasciare la carcassa di una pecora su una collina come offerta di commiato. Oggi al mondo ci sono solo 250 cacciatori con le aquile. La maggior parte risiede nella regione mongola di Bayan Ulgii, da cui si spostano tre o quattro volte all’anno per seguire i pascoli. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016. Successivamente in molti altri festival cinematografici internazionali, tra cui quello di Toronto e di Londra. L’edizione italiana del film, con la voce narrante di Lodovica Comello, cantante, attrice e doppiatrice, è stata presentata in anteprima a Biografilm Festival — International Celebration of Lives 2017. Composta da Jeff Peters, la colonna sonora del documentario vede il contributo della cantante australiana Sia con il brano Angel by the Wings. I Wonder Pictures distribuisce in Italia il meglio del cinema biografico e documentario. Nella sua line-up film vincitori dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui i premi Oscar Sugar Man e Citizenfour, il gran premio della giuria a Venezia The Look of Silence e il pluripremiato Dio esiste e vive a Bruxelles, campione d’incassi per il cinema d’essai.

Scheda tecnica

Regia: Otto Bell
Cast: Aisholpan Nulgaiv, Rys Nulgaiv, Daisy Ridle
Produzione: UK, Mongolia, USA, 2016
Titolo originale: The Eagle Huntress
Durata: 87’

La ragazza delle balene

By Jean

La ragazza delle balene

La ragazza delle balene

Chi ha visto l’altro noto film neozelandese Once were warriors (1994) conosce un aspetto del dramma che la popolazione Maori ha dovuto affrontare in seguito all’arrivo dei coloni dal vecchio continente e che è costato loro quasi l’annientamento, perdita di cultura, lingua e tradizioni.

La ragazza delle balene tocca sotto certi aspetti la stessa tematica, concentrandola nella figura di Koro, fortissimamente tradizionalista proprio per reazione alla quasi totale scomparsa dell’identità del popolo Maori.

Il film tuttavia è molto diverso dal ritratto di disperata violenza urbana che ne aveva fatto Lee Tamahori.

La sceneggiatrice e regista Niki Caro parte dal piccolo libro dello scrittore Witi Ihimaera La balena e la bambina ricavandone uno struggente ed emozionante spaccato sia di sbandamento culturale che di crisi di rapporti all’interno di un nucleo familiare. Con tatto e sensibilità squisitamente femminili racconta questa storia evidentemente sentendola nel profondo, anche a causa dell’altro tema che domina l’intera vicenda, ovvero quello del ruolo riservato alle donne all’interno del mare, il luogo d’incontro. Più in generale è una riflessione sul valore delle tradizioni ma anche del come le stesse possono trasformarsi in trappole, quando la rigidità delle convenzioni diventa un freno per l’evoluzione, per l’andare avanti: il leader atteso sin dall’inizio è forse già arrivato, ma non nella forma che ci si aspettava.

L’elemento più interessante del film è il ribaltamento di un meccanismo narrativo classico: non è più il prescelto, o il discepolo di turno a rifiutare in un primo momento gli insegnamenti del suo anziano insegnante o protettore ma, al contrario, l’anziano a non accettare l’eletto.

Un ribaltamento che porterà addirittura i due a scambiarsi i ruoli…

Il motivo del rifiuto? L’eletto è un’eletta, e per giunta ha undici anni.

Tra leggenda e realtà la storia de La ragazza delle balene ci trasporta nel modo dei Maori, i primi colonizzatori della Nuova Zelanda, e del loro capostipite che, come racconta la leggenda, raggiunse le coste dell’isola sul dorso di una balena, dopo che la sua canoa era affondata.

E la tradizione vuole che da allora il capo della tribù sia un uomo, scelto tra i primogeniti delle famiglie del villaggio.

Ma che succede se invece di un bambino, nasce una bambina ?

Il film vuole far capire come i pregiudizi sono sbagliati e pericolosi fino a ritorcersi contro gli stessi personaggi che li impongono. Paikea, la bambina sopravvissuta, deve combattere fino allo stremo delle forze per farsi accettare dal nonno, che la rifiuta in quanto primogenita femmina. E la testardaggine del nonno Porourangi non gli fa vedere la straordinarietà che ha davanti agli occhi.

Rimasta sola dopo che il fratellino suo gemello è morto con la mamma durante il parto, Paikea trascorre la sua infanzia a scusarsi di essere sopravvissuta soprattutto con il nonno Koro capo tribù frustrato per la mancanza di un nipote maschio e dal fatto che suo papà, dopo la morte della moglie, per il dolore si sia rifugiato all’estero, dove è diventato uno scultore di successo, sfuggendo al suo destino da predestinato.

Paikea, al contrario del padre, resta legata al suo mondo e alle tradizioni Maori, e per questo decide di non seguire il padre il Germania e impara invece ad usare le tecniche di combattimento con la taiaha e i canti Maori; tutto questo di nascosto, perché il tutto va contro le tradizioni custodite gelosamente e testardamente dal nonno, convinto che le donne non possano diventare capo villaggio, e che non abbiano forza e coraggio a sufficienza, e che non siano in grado di assumere determinati ruoli.

Un nonno un po’ maschilista, insomma, per amore delle tradizioni, che solo alla fine capirà che anche le tradizioni possono cambiare e che il suo successore può anche essere una donna che ha dentro di sé tutta la fierezza di un popolo.

Una sera, il canto malinconico di Paikea attira un branco di balene, che rischiano di morire sulla spiaggia.

Sarà la ragazzina, montando a cavallo del capobranco, a riportarle verso il largo e la salvezza, a rischio della propria vita. E saranno le balene ad aiutare Paikea a conquistare il rispetto del nonno, così come furono le balene ad aiutare l’antico avo a raggiungere le coste della Nuova Zelanda.

La ragazza delle balene è un film delicato che si snoda attraverso il racconto della piccola Paikea, che ci conduce per mano in un mondo a noi quasi sconosciuto e ci svela le sue tradizioni. Il film scorre via veloce, accompagnato da una fotografia eccezionale, particolarmente efficace nel momento del ritrovamento delle balene arenate sulla spiaggia ed una colonna sonora scritta dall’australiana Lisa Gerrard (Premio Oscar per Il Gladiatore), le cui composizioni rarefatte e sognanti sono perfetto commento ad un film particolarmente ricco di emozioni e che trova nelle sequenze ambientate sulle spiagge della Nuova Zelanda i suoi momenti più belli.

Si tratta già di un piccolo classico, un piccolo evento cinematografico, che non a caso ha ricevuto due Premi del pubblico a due festival importanti e geograficamente distanti come quelli di Toronto e San Sebastian. Forse perché parla di temi molto sentiti come l’emarginazione, il pregiudizio, il rapporto tra adulti ed adolescenti o forse soltanto perché è un buon film, uno di quelli che riescono ad arrivare al cuore dello spettatore e a creare emozioni che restano.

Scheda tecnica

Regia: Niki Caro
Sceneggiatura: Niki Caro
Interpreti: K. Castle-Hughes, R. Paratene, V. Haughton, C. Curtis, G. Roa
Produzione: Nuova Zelanda/Germania 2002
Titolo Originale: The Whale Rider
Durata: 104’

Lamb

By Jean

Lamb

Lamb

La prima volta non si scorda mai. Soprattutto quando è un’esperienza felice come Lamb. Un film talmente profondo e commovente da meritarsi di entrare — primo film etiope nella storia del Cinema — nella selezione ufficiale del Festival di Cannes, nella sezione Un certain regard e di essere selezionato per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero 2015.

Un’opera prima sorprendente per sensibilità di sguardo e padronanza dei mezzi espressivi, realizzata da Yared Zeleke (lungo apprendistato a New York, alla cattedra di Todd Solondz) e interpretata dal piccolo ma grandissimo Rediat Amare.

È la storia di una pecora da salvare, e degli stratagemmi che il suo padroncino metterà in atto per riuscire nel suo scopo. E quel bambino, nella nostra storia è Ephraïm, che vive con il padre e una pecora color nocciola in un villaggio del Nord Etiopia. La madre invece è morta da poco, dopo l’ultima carestia che ha colpito quella regione del Paese.

Ephraïm è un ragazzino sui generis per gli standard locali: in un Paese in cui le incombenze domestiche sono di esclusiva pertinenza delle donne, lui ha l’hobby della cucina, per la quale sembra avere una dote innata. Per non dire del suo rapporto con la pecorella, cui dà un nome — Chouni — e tratta come fosse un cagnolino. Quando però il padre decide che è ora di trasferirsi ad Addis Abeba per cercare un lavoro e il figlio viene affidato a dei parenti che vivono lontano tra le montagne della regione del Gondar, le particolarità di Ephraïm non vengono più tollerate ma trattate come “difetti” da correggere. Il ragazzo non deve avvicinarsi ai fornelli bensì lavorare con lo zio sui campi. Il problema è che Ephraim non è un buon contadino ma possiede un talento nascosto: è un cuoco eccellente. Ed è proprio questa sua straordinaria abilità che lo farà guardare con occhio “diverso” dai cugini. Un giorno, però, suo zio gli dice che la povera Chouni dovrà essere sacrificata nel giorno della Croce Santa, la prossima festa religiosa, per poi essere consumata da tutta la famiglia.

Ephraïm inizia perciò a pianificare la grande fuga per mettere in salvo se stesso e la sua amata pecora.

Qualche piccola considerazione…

Per tutta la durata del film, Yared Zeleke non perde mai di vista il suo “agnellino”, accostandolo con tenerezza disarmante ed elevandolo al rango di altri suoi mirabili coetanei del mondo del cinema, dal piccolo Antoine Doinel dei Quattrocento colpi al caparbio Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino.

Un indifeso mollato da tutti (la madre, il padre, la cugina, persino la pecora), disperatamente bisognoso d’amore, costretto a muoversi tra le regole degli adulti e quelle dei più forti. Ed è a dir poco eccezionale il lavoro che Zeleke ha saputo effettuare in questo suo primo lungometraggio, in cui riesce ad ottenere dai suoi attori, sia professionisti sia dilettanti, una performance ad altissimo livello. Splendide le inquadrature e lo scenario in cui si svolge una storia all’apparenza molto semplice, ma che rivela invece, all’occhio dell’attento spettatore, una profondità inaspettata, unita a una freschezza e a una sincerità narrativa davvero ammirevoli.

Girato con grande maestria sul maestoso sfondo delle montagne dell’Etiopia meridionale, Lamb è il commovente e coinvolgente racconto di quello che un essere umano — non importa l’età — è pronto ad affrontare per diventare padrone del proprio destino.

Uno struggente racconto di formazione attraversato da dolorosissime fitte di solitudine, amplificate da panoramiche mozzafiato che Zeleke ci regala di questo angolo d’Africa inedito (grazie anche alla collaborazione della direttrice della fotografia, la canadese Josee Deshaies).

E se per noi spettatori è una bellissima favola, per Yared Zeleke è un nuovo punto di partenza, una promettente opera prima, che offre un scorcio originale e nuovo sulla quotidianità etiope, in un tributo d’amore per la sua terra d’origine.

Il regista

Yared Zeleke è nato in Etiopia nel 1978. Ha conseguito una laurea in Sviluppo Internazionale presso l’Università Clark negli Stati Uniti, e ha studiato cinema alla New York University, laureandosi in scrittura e regia. Ha lavorato per molte organizzazioni non governative negli Stati Uniti, Etiopia, Namibia e Norvegia, prima di intraprendere la carriera di regista. Yared ha scritto, prodotto, diretto e montato numerosi documentari (Allula) e corti di fiction (Housewarming). In Etiopia, suo paese natale, ha curato documentari per l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite. Nel 2015, Yared ha completato il suo primo lungometraggio, Lamb, girato sugli altipiani del Nord Etiopia.

Scheda tecnica

Regia: Yared Zeleke
Sceneggiatura: Yared Zeleke,
Géraldine Bajard
Interpreti: Rediat Amare, Kidist Siyum, Welela Assefa, Surafel Teka, Rahel Teshome, Indris Mohamed
Produzione: Etiopia, Francia, Germania, Norvegia, Qatar 2015
Durata: 94’

Ma révolution

By Jean

Ma révolution

Ma révolution

Quando l’eco della Primavera Araba arriva fino al cuore di Parigi, molti scendono per le strade della capitale a manifestare il loro sostegno. Ma non il quattordicenne Marwann. Nonostante le sue radici tunisine, è troppo occupato a gestire i problemi dell’adolescenza: rendersi indipendente dai genitori, essere popolare a scuola e attirare l’attenzione della bellissima Sygrid, che lo ignora. Ma una sera il ragazzo si imbatte per caso in una manifestazione e un giornalista lo fotografa. Il giorno successivo, il suo volto compare sulla prima pagina del più importante quotidiano francese. Senza volerlo, diventa l’eroico simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini a Parigi e, di conseguenza, il ragazzo più figo della scuola. Per conquistare il cuore della ragazza di cui si è innamorato, Marwann si cala nel ruolo del rivoluzionario e, mentendo, si diverte e seduce, finché le sue manipolazioni non stravolgono il sentimento di appartenenza della sua famiglia. Comincia così un viaggio alla scoperta di sé, dell’amore e, forse, di un autentico legame con la sua terra d’origine.

I particolari

Per raccontare più dettagliatamente questo bel film d’esordio, è interessante riportare le parole del giovane regista.

Ramzi Ben Sliman nasce a Parigi tra la seconda crisi del petrolio e l’ascesa al potere di Francois Mitterrand. Studia econometria presso le ENS di Parigi. Prima di girare Ma révolution ha insegnato matematica a livello universitario. Adatta e dirige Lo straniero di Albert Camus presso il Teatro Studio 14 a Parigi e realizza due cortometraggi. La sua passione per il cinema è un “male di famiglia”, perché inizia grazie a suo padre, un proiezionista itinerante. La sala di proiezione è stata la sua scuola e la spinta a fare quel passo in più, assecondando la sua creatività.

Così racconta: “Inizialmente ciò che ha acceso il mio desiderio di fare il film è stato lo sconvolgimento storico della primavera araba. Mohamed Bouazizi, un semplice venditore ambulante tunisino, risponde alla violenza del potere dandosi fuoco pubblicamente alla maniera dei monaci buddisti. Questo sacrificio individuale e isolato fa scoppiare la scintilla che porterà alla caduta del tiranno. Come un eroe romantico, questo giovane tunisino ha aperto inconsapevole la porta della storia. Il personaggio di Marwann nasce da questa idea vista a rovescio: l’adolescente trae vantaggio da un evento storico di portata mondiale solo per attirare l’attenzione di Sygrid, di cui è follemente innamorato. Il film nasce anche da un desiderio più intimo: la rivoluzione ha messo in discussione ciò che pensavo di essere, un francese figlio di immigrati tunisini.

Con molto entusiasmo ho preso parte, nelle strade di Parigi, alle manifestazioni che celebravano la caduta di Ben Alì, spinto dal profondo e incerto sentimento di appartenere ad un paese che non conosco poi così bene. Questi eventi hanno risvegliato le mie origini. Ho riscoperto dentro di me la Tunisia dopo una specie di ibernazione. Ho dovuto cercare un equilibrio in questa mia nuova identità: tunisino, francese, entrambi, né uno né l’altro. Poco a poco, mentre scrivevo la sceneggiatura, ho finalmente preso atto della complessità del senso di appartenenza e l’ho espresso nel percorso di Marwann. La Francia è il suo paese. È il luogo in cui è riconosciuto, atteso e amato. La sua lingua madre è il francese, la lingua della sua quotidianità ma, in senso etimologico, è anche quella che parla la sua mamma, l’arabo tunisino. L’appartenenza è quindi per me sia il luogo in cui si è amati, sia le lingue che parliamo e che ci rendono ciò che siamo… È proprio in questo incrocio che si muovono il protagonista e la sua famiglia. Così il viaggio che Marwann compie in Tunisia non è uno sradicamento ma neppure un ritorno. È ciò che fanno i nomadi: attraversare linguaggi e sentimenti culturali differenti, cercando di rispondere alle domande che hanno tormentato Ulisse ed Enea: quando saremo finalmente a casa? Qualche mese dopo la caduta di Ben Alì sono andato in Tunisia come Marwann e i suoi genitori. Mi sono sentito coinvolto dall’energia che si era creata. Stava nascendo uno Stato nazionale grazie alla vittoria del popolo sulla dittatura. La Tunisia era diventata una terra di persone in cerca di libertà, esploratrice di ideali, non era più un problematico ancoraggio genealogico. Quindi ho scaraventato Marwann in questo tourbillon. Il ragazzo deve controllare i suoi sentimenti, capire, fare esperienza. In questo modo, grazie a ingenue menzogne, trova l’amore, per la prima volta dimostra interesse per la politica e le sue radici, si rivolta contro i genitori, riconosce i suoi errori. Insomma, cresce”.

Riassumendo, La mia rivoluzione è un’opera prima che, dal 2016 ad oggi, si è fatta strada di festival in festival: dalla Berlinale, nella sezione Generation, a Milano, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina nella sezione Where the future beats, al Giffoni, nella sezione Generator +13.

Un piccolo e dolce film dedicato al primo amore e al futuro, nelle sue diverse accezioni: il futuro di una nazione, che rimane sullo sfondo, il futuro di una generazione e quella dei figli e nipoti di migranti, che non possono provare un legame forte per un paese mai visto. Soprattutto, il futuro di un ragazzino che sta diventando grande ed è alle prese coi sentimenti. Efficaci e coinvolgenti i protagonisti, Samuel Vincent (Marwann) e la solare Annamaria Vartolomei (Sygrid). Degni di nota il cameo della bella Lumna Abzal (la donna che canta) e il pensieroso Samir Guesmi, padre di Marwann.

Nei suoi 80 minuti, che scorrono con grande piacevolezza, il film regala una bel racconto di formazione, oltre ad offrire con delicatezza profondi spunti di riflessione sulle migrazioni e sul concetto di appartenenza, con un ritmo ondivago come l’amore che narra. Se la prima parte corre veloce e trascina lo spettatore nel microcosmo del giovane eroe, intenerendo e convincendo, la seconda presenta occasioni non sfruttate legate agli adulti che lo circondano. Piccole e leggere sbavature assolutamente perdonabili in un’opera d’esordio, che dipinge nel complesso un quadro delizioso, con i suoi drammi d’amore e la nostalgia per una stagione della vita difficile ma tanto ricca di emozioni. Le vibrazioni e l’ardore sembrano palpabili e lasciano un segno nel cuore.

Uno di quei titoli che solo i festival riescono a farci scoprire e amare.

Scheda tecnica

Regia: Ramzi Ben Sliman
Cast: Samuel Vincent, Anamaria Vartolomei, Lubna Azabal, Samir Guesmi
Produzione: Francia, 2016
Titolo originale: Ma révolution
Versione originale: francese, arabo, sottotitoli in italiano

Durata: 80’

Molto forte, incredibilmente vicino

By Jean

Molto forte incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino

Oskar Schell, un ragazzino geniale, appassionato di astrofisica, inventore, suonatore di tamburino e pacifista, è uno degli orfani dell’11 settembre.

L’amatissimo padre, scomparso nel crollo delle torri gemelle, lo ha lasciato con un immenso senso di colpa, una missione incompiuta e troppe domande, ma anche una certezza: non deve smettere di cercare qualsiasi cosa che addolcisca il dolore della perdita. Con il genitore aveva un rapporto magico, perché lo incoraggiava a combattere i suoi limiti, in particolare la paura di socializzare, inventando cacce al tesoro speciali adatte alla sua speciale intelligenza. Un anno dopo l’attentato, Oskar scopre per caso, nascosta in un vaso nell’armadio del padre, una chiave unita ad un nome, Black, e si convince che sia un indizio lasciato appositamente per lui. Inizia così a cercare tutti i 427 Black di New York, nell’ostinata speranza di trovare il custode dell’ultimo messaggio del padre. In questa lunga e coraggiosa peregrinazione tra le strade della Grande Mela e tra le sue fobie, aiutato dalla nonna e dal suo anziano, enigmatico inquilino (che dal bombardamento di Dresda ha scelto di non parlare, comunicando solo per iscritto e con un sì e un no tatuati sulle mani) incontra un variegato universo di persone sopravvissute alla tragedia, proprio come lui. Questo lo porterà a crescere e a rivalutare gli affetti che gli restano, prima tra tutti la madre, a scoprirne di nuovi e a comprendere che il suo adorato papà in qualche modo gli resterà sempre accanto.

I particolari

La tragedia dell’11 settembre e il suo impatto doloroso sul mondo, hanno spesso fornito spunti per racconti cinematografici. In questo caso viene affrontata in modo diverso, più emotivo, attraverso gli occhi di un ragazzino geniale e tormentato che si dibatte tra il desiderio di ritrovare il tempo felice prima del “giorno peggiore” e la spinta ad andare oltre, cercando risposte che in fondo erano proprio lì, a portata di mano. Una forma di sindrome del sopravvissuto, molto pesante da sopportare per un bambino già problematico, che ha perso non solo un padre ma anche un maestro di vita, un incoraggiamento, un punto fermo che credeva inamovibile e invece gli è stato strappato senza ragione. Quando, nel 2005, la giovane rivelazione della letteratura americana, Jonathan Safran Foer (famoso per la miscela esplosiva tra dramma e ironia espressa nel primo romanzo autobiografico Ogni cosa è illuminata, anch’esso trasposto al cinema) pubblica Molto forte, incredibilmente vicino, costringe in qualche modo a fare i conti con l’elaborazione di uno dei più grandi lutti della storia del Paese. Raccontando il viaggio di un undicenne precoce e sensibile, fragile ma geniale, tra i meandri della metropoli, ma soprattutto tra quelli del suo cuore e della sua mente, lo scrittore descrive un poliedrico intrecciarsi di storie raccolte nel tempo e realmente accadute che, se non sanno trovare una logica all’illogicità della violenza gratuita, cercano di trovare la chiave per continuare a vivere. Una chiave che diventa reale tra le mani del protagonista Oskar, abituato dal padre a combattere i suoi limiti scovando tracce e indizi per risolvere i misteri che il quotidiano potrebbe nascondere. Come il fantomatico sesto quartiere di New York, la cui ricerca si spegne tra le macerie del World Trade Center. Il regista Stephen Daldry si ritrova il libro tra le mani e resta colpito dal personaggio di Oskar, dalla sua soggettività fatta di intelligenza insolita e comportamenti ossessivi, assimilabile a una forma di autismo conosciuta come sindrome di Asperger. Il suo modo di esplorare il mondo con un mix di ingenuità e intuizione, terrore e coraggio, incomprensione delle emozioni altrui e bisogno di capire si esprime attraverso pensieri casuali, ricordi e fantasie improvvise che modificano la sua esistenza. L’interesse di Daldry per questo aspetto della vicenda lo porta ad approfondire il dramma vissuto da circa tremila bambini rimasti improvvisamente orfani l’11 settembre, consultando esperti ed associazioni come Tuesday Children, che segue i familiari delle vittime, e ascoltando le registrazioni delle ultime telefonate tra genitori e figli, in quel tragico giorno. Questo diventa il nodo centrale del film: i sempre più drammatici messaggi sulla segreteria telefonica lasciati da Thomas Schell alla famiglia, e i conseguenti sensi di colpa nel figlio. Certo, la scelta di condensare il racconto cinematografico intorno alla figura di Oskar, pur nel giganteggiare dell’interprete, Thomas Horn (un plauso va anche allo straordinario doppiatore italiano, Luca Baldini) toglie parte della coralità e dell’originalità espressa nel libro, e ne limita la parte ironica mantenendone solo rare scintille, che comunque alleggeriscono il dramma. Nell’altalena di emozioni che riserva, la parte più riuscita del film è senza dubbio l’esplorazione della città da parte di Oskar e dell’anziano inquilino (ruolo magistralmente interpretato da Max Von Sydow ) che si scoprirà avere un ruolo importante nella vita della stravagante nonna… La strana coppia cammina, prende i mezzi pubblici che tanto spaventano il ragazzino, bussa alle porte di sconosciuti, e intanto inventa un rapporto emotivo e affettivo, tra le isteriche esplosioni verbali dell’uno e i potenti silenzi dell’altro. Una comunicazione complicata ma profonda che li renderà entrambi migliori e più forti. Belle le apparizioni in flash back del padre, un luminoso e illuminato Tom Hanks. Lievemente in secondo piano la figura della madre, una sofferente ma combattente Sandra Bullock, che si scoprirà regista occulta e attenta osservatrice dell’ultima caccia a un tesoro, incredibilmente vicino. Superata la delusione nello scoprire che non non c’era niente (o forse tutto… ) da scoprire, la fine riporta all’inizio: Oskar decide di raccogliere i vari indizi, le cartine e i ritagli di giornali riguardanti la sua avventura e farne un libro, che avrà ovviamente il titolo Molto forte, incredibilmente vicino.

Curiosità

Il film è una coproduzione tra Paramount Pictures e Warner Bros. La stesura della sceneggiatura è stata affidata ad Eric Roth, vincitore dell’Oscar per Forrest Gump, e autore di grandi successi come Alì, Munich, The Good Shepherd e Il curioso caso di Benjamin Button. Per trovare l’interprete dell’undicenne protagonista si sono svolti dei casting a livello nazionale. La parte è stata affidata a Thomas Horn, giovanissimo vincitore del quiz televisivo Jeopardy! e per la prima volta sullo schermo. L’unica parte recitata in precedenza era quella della cavalletta in una recita scolastica. Il regista Stephen Daldry ha firmato capolavori come Billy Elliot e The Hours.

Il film ha ottenuto due candidature agli Oscar 2012 come miglior film e miglior attore non protagonista (Max Von Sydow). È stato distribuito nelle sale statunitensi dalla Warner Bros. limitatamente dal giorno di Natale del 2011, e in modo capillare il 20 gennaio 2012, in modo da poter concorrere agli Oscar di quell’anno. L’intenzione iniziale era però di distribuire la pellicola in concomitanza con il decimo anniversario dell’11 settembre. Alcune delle location newyorkesi in cui è stato girato il film: Brod Channel Island, Central Park e i JC Studios di Brooklyn. La costumista è la leggendaria Ann Roth. Il suo lavoro è stato tanto eccellente che Zoe Caldwell, la nonna di Oskar nel film, ha affermato di aver compreso il suo personaggio solo dopo aver indossato il costume di scena. Così descrive Oskar il suo stato d’animo, la spinta interiore alla ricerca che avrebbe cambiato la sua vita: “Se il sole esplodesse non ce ne accorgeremmo per otto minuti, il tempo che impiega la luce ad arrivare fino a noi. Per otto minuti il mondo sarebbe ancora illuminato e sentiremmo ancora caldo. Era passato un anno dalla morte di mio padre e sentivo che i miei otto minuti con lui stavano per scadere. ”Nel suo viaggio, i compagni inseparabili antiansia di Oskar sono: una maschera antigas, un tamburello, un nastro adesivo, un binocolo, un diario di bordo, la macchina fotografica del nonno, un fischietto di sicurezza, il libro A Brief History of Time, di Stephen Hawkind, un cellulare, biscotti e il messaggio del padre “non smettere di guardare”.

Scheda tecnica

Regia: Stephen Daldry
Cast: Thomas Horn, Tom Hanks, Sandra Bullock, Max Von Sydow, Zoe Caldwell
Produzione: USA, 2011
Titolo originale: Extremely Loud and Incredibly Close
Durata: 129’

Sing Street

By Jean

Sing Street

Sing Street

Sono gli anni Ottanta, e ci troviamo a Dublino. Per il teenager Conor “Cosmo” Lalor la vita non è rose e fiori. Sono tanti e diversi i problemi con cui si ritrova a fare i conti, soprattutto gli scontri tra i genitori in odore di divorzio e le difficoltà economiche, causa di sgraditi cambiamenti. Come la scuola pubblica di matrice rigidamente cattolica in cui è costretto a trasferirsi, dall’esclusivo liceo privato che i suoi non possono più permettersi. Vi si trova male da subito, scontrandosi col bullismo dei compagni e l’ostilità dei professori, che non condividono la sua visione del mondo. Tutto cambia quando conosce la bella Raphina, aspirante modella più grande di lui. Il desiderio di conquistarla lo porta a fingersi membro di un gruppo pop, per poterla invitare a far parte del video di una band che non esiste ancora… In effetti il ragazzo è musicalmente dotato, ma fino a quel momento suonare la chitarra era solo un mezzo per non sentire le liti dei genitori. La nuova, forte motivazione della rivalsa e la paura di sfigurare con la ragazza che gli ha fatto girare la testa, lo spingono a formare davvero una street band con gli amici, appassionati di musica ma sprovveduti tecnicamente. Così, per amore, scatta la passione. E il riscatto da una vita amara, che si può riprendere in mano per cambiarla, anche con l’affettuoso supporto del fratellone “filosofo” Brendan, grande estimatore del rock.

I particolari

Amore, vita e musica sono gli ingredienti di un film impossibile da guardare senza sorridere: di tenerezza, nostalgia, complicità e puro divertimento. Un gradito ritorno per il regista del toccante e pluripremiato Once e del romantico Tutto può cambiare, il dublinese John Carney, che qui descrive con dolcezza e malinconia l’amata ma amara terra d’origine e un mondo che gli è molto familiare, per la storia personale e i trascorsi da musicista. Facile immaginare che la chitarra di Conor “Cosmo” assomigli al basso che suonava nella band The Frame, all’inizio degli anni Novanta. Il periodo in cui si colloca la storia coincide con il successo mondiale del pop britannico, quando Londra rappresentava il sogno per i giovani irlandesi, immersi in un’atmosfera decadente e immaginifica che il sound del tempo ben rappresentava. Happysad, come nel film viene definito il gruppo storico The Cure…

In questo lavoro pregevole, punto fermo nel genere teen-musical-romance-dramedy, si coglie un magico equilibrio tra leggerezza e profondità.

Rielaborando il proprio vissuto e la profonda tradizione anglosassone del romanzo di formazione, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca: sonorità e look che i giovani protagonisti si cuciono addosso, prima di seguire la loro originalità di simpatici e ingenui teenager, che hanno trovato nella strada una palestra umana ed educativa. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street (che si ricollega anche al nome della scuola cristiana Synge Street, frequentata nella finzione filmica da Conor e, nella realtà, molti anni prima, dal regista… ).

“I’m a futurist” si ostina a ripetere Conor, ignaro delle connotazioni culturali che si attribuisce ma effettivamente proiettato con i suoi amici verso un futuro oltre e altrove, lontano dalle difficoltà che incatenano le famiglie d’origine. Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe: mostrando sincere ribellioni, amori acerbi, speranze intatte e sogni folli, naviga sicuro e delicato attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Il riscatto arriva attraverso l’impegno nel creare qualcosa che valga, anche attraverso esibizioni, canzoni e videoclip. Per Conor significa soprattutto la decisone di lasciare finalmente la città natia per Londra, dove tentare seriamente di intraprendere la carriera di musicista, accanto alla sua amata Musa. E mentre le vicende più lievi si snodano, in sottofondo si delineano temi socialmente importanti, come la disoccupazione e la conseguente necessità di emigrare, oltre a un certo oscurantismo clericale che si evidenzia nei criteri educativi e nell’impossibilità legale di divorziare.

Lodevole il cast di giovani attori, più o meno conosciuti, che contribuiscono a rendere questo film un piccolo gioiello, per certi versi paragonabile allo splendido Billy Elliott di Stephen Daldry. Particolarmente efficace il protagonista, l’esordiente Ferdia Walsh-Peelo.

Curiosità

Le canzoni originali sono curate dallo stesso John Carney, e da Gary Clark, cantautore scozzese che negli anni Ottanta scrisse brani come Mary’s Prayer, una delle hit più amate del decennio in Inghilterra e Irlanda. Della colonna sonora fanno parte brani iconici dei migliori gruppi musicali dell’epoca, come The Cure, A-Ha, Duran Duran, The Clash, Hall & Oates, Motorhead, Joe Jackson, Spandau Ballet, Adam Levine e The Jam, raccolti in un album pubblicato dalla Decca.

Il film, come il precedente Tutto può cambiare, è dedicato al fratello di Carney, Jim, scomparso nel 2013, a cui è ispirata la figura del fratello maggiore del protagonista.

Al termine delle riprese di Tutto può cambiare, Carney è andato nello studio dublinese del produttore musicale Kieran Lynch per parlare di Sing Street. Lynch ha ingaggiato il tastierista Graham Hendrson, il batterista Karl Papenfus e il fratello chitarrista Ken Papenfus, con cui Carney, alla chitarra, e l’amico bassista Eamonn Griffin, si trovavano una volta a settimana per lavorare alla colonna sonora.

Walsh-Peelo è stato scelto tra cento candidati per la sua “assurda sicurezza personale” e un’innata ilarità, oltre che per i precoci studi da soprano alla Wexford Opera House, un tour con la Opera Theatre Company per Il Flauto Magico e la bravura nel suonare il pianoforte. Anche gli altri protagonisti del film hanno avuto esperienze musicali: la controparte di Cosmo, Eamon, Mark McKenna, è nella realtà uno studente del college musicale BIMM a Dublino, e figlio di un musicista; Ben Carolan, il piccolo Darren, a otto anni ha partecipato al programma televisivo inglese The Late Late Toy Show, per poi recitare a teatro in produzioni di Paddington Bear e Oliver Twist; Conor Hamilton, ovvero Larry, aveva già un nutrito pubblico sul suo canale YouTube; Percy Chamburuka, l’interprete di Ngig, è un aspirante rapper, membro della band ProFound.

Per tutta la durata delle riprese, Carney ha affittato una sala prove a Dublino per far esercitare i ragazzi. Per far sì che tutto risultasse verosimile, Carney e Clark li hanno incoraggiati suonare male, come un gruppo di teenager alle prime armi, dimenticando di essere i migliori musicisti da studio d’Irlanda. Soprattutto nella parte iniziale della sceneggiatura, la cover di Rio dei Duran Duran doveva essere brutta. Quindi, l’estrema bravura dei musicisti è stata quella di sembrare esecutori sprovveduti, imprecisi, stonati e fuori sync.

Tra gli artisti che lo hanno ispirato nella scrittura della sceneggiatura, il regista ha citato Frankie Goes To Hollywood, Level 42, Joy Division, The Cure, David Sylvian, Japan, That Sounds Like This, Gang of Four e altri gruppi inglesi che vedeva nel programma televisivo inglese Old Grey Whistle Test. Gli U2 erano stati contattati, ma i loro impegni hanno impedito una vera collaborazione, anche se Bono e Edge hanno fornito molti spunti.

I più giovani del cast hanno dovuto seguire piccole lezioni di storia della musica pop. Carney ha mostrato loro video emblematici degli anni Ottanta perché capissero come si vestivano, cantavano e si muovevano gli artisti su un palco e davanti a una telecamera.

Per seguire l’evoluzione dei Sing Street, ogni canzone del film è stata scelta come esempio dei differenti stili di scrittura e di canto del periodo. La band passa infatti per diverse fasi: prima la canzone in stile Duran Duran, poi Hall & Oates, poi Cure ed Elvis Costello.

Tra i riconoscimenti, il premio a Jack Reynor come miglior attore non protagonista all’Irish Film and Television Award.

Scheda tecnica

Regia: John Carney
Cast: Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Bointon, Aidan Gillen, Jack Reynor
Produzione: Irlanda, 2016
Titolo originale: Sing Street
Durata: 106’

The Mirror Never Lies

By Jean

The Mirror Never Lies

The Mirror Never Lies

La dodicenne Pakis vive nell’arcipelago indonesiano di Wakatobi, in un piccolo villaggio abitato per lo più da gente di etnia Bajo.

Dopo la sparizione del padre in mare, la ragazzina non si è rassegnata, aggrappandosi alla speranza di vederlo tornare. Non smette di credere in un’antica leggenda del suo popolo, secondo cui esiste uno specchio capace di mostrare il ritorno di coloro che sono scomparsi tra le onde. Questo la porta in contrasto con la madre Tayung, che la spinge ad affrontare la realtà. Amica e confidente del giovane vicino di casa, Lumo, Pakis attira l’attenzione di Tudo, un ricercatore di Jakarta che, a poco a poco, cambia la sua vita e quella della madre…

I particolari

Capita spesso che la prima parola a essere associata all’arte cinematografica sia “immaginazione”, accompagnata da “finzione”, nella sua accezione di creazione fantastica. È qui che entra in campo il gioco di parole col termine inglese “to lie”. In questo lungometraggio d’esordio di Kamila Andini, tratteggiato con la delicatezza che si addice a una favola ecologista, lo specchio non può mentire (Biancaneve docet… ). E come in ogni favola che si rispetti, l’elemento magico s’insinua nella trama per arricchirla e colorare di nuove sfumature anche luoghi già immaginati. Un lirismo misto alla semplicità attraversa il racconto, che racchiude in sé speranza e dolore, sullo sfondo di paesaggi di una bellezza straordinaria.

Uno specchio e una ragazzina, due essenze totalmente diverse ma in qualche modo legate l’una all’altra: un essere vivente che prova paure ed emozioni e si nutre della speranza nel ritorno dell’amatissimo padre, e un oggetto inanimato, persino banale, che delle persone riflette le caratteristiche esteriori, ma non le emozioni che provano, la loro anima… Ma tanta è la forza che comunica attraverso l’antica leggenda che racchiude, da isolare l’incompresa Pakis dai suoi coetanei, persa nel suo mondo di illusioni.

Un altro protagonista della vicenda è il mare, che può essere generoso o crudele, aiutarti o strapparti l’anima, come ha fatto con lei. Pakis trascorre la maggior parte del tempo accanto a quella possente entità naturale, il grande specchio del mondo, eppure l’ha tradita, decidendo di lasciarla con un pezzo di cuore in meno a guardare le sue onde possenti infrangersi sulla riva.

Ecco, se volessimo racchiudere la storia del film in poche parole, diremmo che è come il libro della vita di una ragazzina fermo sempre sulla stessa pagina, in cui è scritto: ”Voglio rivedere mio padre. ”

Neppure Tayung, la mamma, con la sua affettuosa presenza, riesce a farle accettare che il padre non può tornare e che sarebbe ora di buttare via lo specchio, perché ormai non ha più senso.

L’unico a cui si possa aggrappare è Lumo, un amico che per lei prova qualcosa di più forte ed è pronto a difenderla in ogni circostanza, restandole accanto e confortandola come può.

Un brutto giorno, anche il padre di Lumo scompare in mare per sempre, ed è allora che il ragazzo comprende come l’ostinazione dell’amica sia solo un modo per non affrontare la realtà.

Un inatteso cambiamento arriva con Tudo, uno studioso di delfini di Jakarta che affitta la camera del padre di Pakis e che in modo diverso, e con diverse prospettive, sconvolgerà la sua vita e quella di Tayung. All’inizio è una presenza molesta, per la ragazzina, soprattutto quando capisce che la madre ne è affascinata, ma col tempo impara ad accettarlo, perché le fa capire come sia meglio sorridere che restare a piangere sul passato. Ma sarà solo quando l’amico Lumo le porterà un pezzo di legno con il suo nome inciso, e lei lo riconoscerà come un frammento della barca del padre, che Pakis finalmente comprenderà di averlo perso per sempre. Lasciando scivolare in mare lo specchio, si lascerà anche alle spalle il passato, aprendosi al mondo e a una nuova vita, accettando così di diventare grande.

In questa sua opera prima, Kamila Andini mette in scena uno dei temi ricorrenti nella letteratura e nel cinema: l’abbandono del padre (in questo caso involontario) e il tentativo della figlia ancora piccola di elaborare il lutto della perdita.

Per renderlo al meglio, la regista indonesiana cerca una nuova luce, e ci riesce, grazie a una messa in quadro che pone al centro la bambina e la natura, non mero sfondo paesaggistico ma co-protagonista, determinante nel rapporto con Pakis, nel far entrare lo spettatore nel modus vivendi della popolazione Bajo fino ad assurgere alla terza funzione di veicolo del messaggio ecologista (esemplificativa, la scena dei bambini che raccolgono le bottiglie dalla spiaggia).

Memore degli insegnamenti di suo padre — il regista Garin Nugroho impegnato socio politicamente — Kamila Andini rende i bambini il motore di The Mirror Never Lies, in coesistenza con la vita pulsante dell’Oceano.

Quasi in simbiosi con Pakis, in un tenero corteggiamento, l’amico Lumo, che presto condividerà il destino ricorrente con cui la loro gente cerca da sempre di convivere.

I Bajonesi hanno fatto del mare la loro casa, vivono in capanne costruite su palafitte sull’acqua potendo contare solo sulla pesca. Quando Tayung perde il marito (Atiqah Hasiholan) l’unica risorsa di sostentamento, oltre alla raccolta di vongole e alghe marine per la vendita, è la trasformazione della sua camera ad uso pensionistico. Ed è così che arriva “lo straniero”. Tudo (Reza Rahadian), biologo marino di Jakarta, approdato sull’isola per studiare i delfini, finisce per attrarre in modo diverso la bambina e sua madre, ma allo stesso tempo diventa l’elemento “altro” che mina l’equilibrio familiare.

Col dipanarsi della narrazione si intrecciano due filoni: quello naturalistico-ecologico con quello dei rapporti padre/madre e figlio, uomo e donna. Con la forza della semplicità, il film sottolinea il contrasto tra l’innocenza infantile, visibile anche nell’esternazione dei sentimenti, e la rappresentazione del desiderio che Tayung sente crescere verso l’uomo che sta prendendo il posto del marito non solo in casa ma anche nel suo cuore.

Risulta di difficile comprensione il gesto della donna di coprirsi il volto con una crema bianca, quasi a voler nascondere la sua femminilità con una maschera. Un ruolo ben decifrabile assume invece lo specchio, regalato a Pakis dal padre e a cui la ragazzina si aggrappa, sperando di veder comparire il suo volto grazie a un rituale magico. Di riflesso, viaggia nell’acqua cristallina (straordinaria la fotografia subacquea nella barriera corallina, degna di National Geographic) tra sogni e realtà, facendo pace col suo antico nemico e scoprendo che “tutto ciò che riguarda il mare è il suo futuro”.

Curiosità

Wakatobi è il nome di un arcipelago indonesiano situato nell’area di Sulawesi Tenggara. Wakatobi è un acronimo delle quattro isole principali che lo formano: Wangi-wangi Island, Kaledupa, Tomia e Binongko.

L’intera regione è un parco marino protetto. Le isole sono anche famose come la più grande barriera corallina in Indonesia, seconda solo alla Grande Barriera Corallina in Australia. Le comunità locali hanno aderito al piano di conservazione, vietando la pesca illegale e altre attività dannose per l’ambiente.

Kamila Andini, figlia del regista indonesiano di fama internazionale Garin Nugroho, inizia dirigendo documentari per gruppi ambientalisti, e in seguito lavora in ambito televisivo e realizza video musicali.

Presentata con grande successo in Europa al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2012 nella sezione Generation KPlus e vincitrice del Premio Giovani Talenti al Mumbai Film Festival 2011, l’opera prima di Kamila Andini ha ottenuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo, dal Tokio International Film Festival nel 2011, al Taipei Film Festival e all’Hong Kong International Film Festival nel 2012.

Scheda tecnica

Regia: Kamila Andini
Cast: Atiqah Hasiholan, Reza Rahadian, Gita Novalista, Eko, Zainal
Produzione: Indonesia, 2011
Titolo Originale: Laut Bercermin
Durata: 100’

Tutto quello che vuoi

By Jean

Tutto quello che vuoi

Tutto quello che vuoi

Dopo i riusciti Scialla! e Noi 4 Francesco Bruni fa centro anche con questo splendido terzo film, confermando la sua spiccata capacità di raccontare il difficile rapporto tra adolescenti e adulti.

Ci teneva molto, anche perché la storia del film è in buona parte autobiografica: nasce infatti da un vissuto familiare questa nuova prova di regia, che si colloca al vertice della filmografia di Francesco Bruni, da sempre regista e sceneggiatore di qualità.

Suo padre è da qualche anno affetto dal morbo di Alzheimer e ha progressivamente sviluppato una regressione verso il passato che ha fatto divenire ‘reali’ persone e accadimenti che avevano avuto luogo decenni prima. Uno di questi risaliva all’epoca del cosiddetto ‘passaggio del fronte’ in Toscana nel corso della salita degli americani verso il Nord durante la seconda guerra mondiale.

Da questo episodio è nata in Bruni l’idea del film nel quale si percepisce ad ogni battuta la sua straordinaria capacità di scrittura attenta, in ogni situazione, ad evitare le secche della retorica e la melassa del sentimentalismo. Bruni ci porta a passeggiare insieme a questo anziano signore a cui la malattia non ha fatto perdere la signorilità del gesto e la sensibilità del poeta.

Lo fa grazie a uno straordinario Giuliano Montaldo che dà corpo, con l’adesione umana che ha sempre avuto come regista, a un Giorgio che è costantemente ‘vero’ a differenza degli anziani sopra le righe che il cinema made in Usa ci ha propinato negli ultimi anni incrinando (con la loro complicità) la fama di attori come, tanto per non fare nomi, Robert De Niro.

Cosa hanno in comune Alessandro, un ventenne coatto e disadattato che passa le giornate tra la play-station e il cazzeggio al bar, e Giorgio Ghelarducci, un anziano poeta, elegante e gentile, affetto da Alzheimer? Cosa avranno mai da dirsi due generazioni tanto diverse e lontane?

Apparentemente nulla. Anzi, non si sarebbero mai incontrati se Alessandro non fosse stato costretto ad aiutare Giorgio accompagnandolo nelle sue passeggiate pomeridiane. Eppure a volte ciò che sembra inconciliabile nasconde sorprese e potenzialità inespresse. E quello che poteva essere uno scontro tra generazioni si rivela un incontro, un percorso di crescita e di maturazione.

Alessandro, giovane trasteverino sconclusionato, passa le sue giornate al bar con gli amici, tra imprecazioni, pochi interessi e molto tempo perso. Giorgio, invece, è un poeta che a causa della malattia vive in una sorta di confuso presente: i ricordi remoti affiorano più nitidi e improvvisi della realtà, con il buffo susseguirsi di difficoltà mnemoniche e un’eleganza d’altri tempi. È un letterato, un intellettuale, nato a Pisa 85 anni fa, grande amico di Sandro Pertini (di cui porta sempre con sé una sua foto), che ha combattuto a fianco degli Alleati nell’ultima guerra mondiale.

Un bel contrasto con Alessandro che, invece, è un ragazzo di 22 anni, rozzo e ignorante — l’unica cosa che legge è il Corriere dello Sport — che ha smesso di studiare e non ha ancora deciso cosa fare della sua vita e, nel frattempo, spaccia nel quartiere.

Un impianto presentato come classico — l’incontro tra diverse generazioni — che sembra riproporre un tema affrontato non di rado dalla cinematografia recente, prende inaspettatamente una direzione nuova quando il ragazzo sarà costretto ad accettare, non senza storcere il naso, un lavoro come accompagnatore dell’anziano, affetto da Alzheimer. Giorgio farà breccia nel cuore del giovane, sostituendo il nichilismo gretto della mancanza di prospettive con lunghe conversazioni e sigarette proibite, in un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca di un misterioso tesoro.

Dopo l’iniziale diffidenza, pian piano Alessandro si avvicinerà a Giorgio, scoprendo la bellezza della poesia e vicende storiche che prima ignorava.

Perché, alla fine, il giovane protagonista è un ragazzo come tanti, come quelli che abitano nelle nostre case o nella casa accanto, come non li vorremmo ma come diventano, nel vuoto di stimoli culturali che non sappiamo contrastare. Un ragazzo fondamentalmente buono, anche se nemmeno lui lo sa, alla ricerca di una “guida” che lo accompagni nel suo percorso di crescita e maturazione (fra l’altro, ha perso la mamma quando era ancora piccolo e ha un rapporto tutt’altro che semplice col padre e la sua nuova compagna).

E l’anziano Giorgio è un “nonno” come i nostri, come li ricordiamo, come li rimpiangiamo, con un po’ di agiografia, talvolta, e con immenso affetto.

La malinconia persino divertente della confusione senile che incontra la furia di un’adolescenza renitente alla maturità.

L’incontro è raccontato con grande delicatezza, la figura del vecchio che ha attraversato la storia con dolore e leggerezza e inizia piano a svanire è recitata in un modo superbo.

Tra le passeggiate al parco, i vuoti di memoria e i confusi ricordi che affiorano nella mente di Giorgio nascerà tra i due un reciproco sentimento di affetto. La complicità nella condivisione di spassosi momenti ludici e la scoperta di misteriosi segreti bellici faranno virare la storia verso un road movie in cui Giorgio, Alessandro e i suoi scapestrati amici andranno alla ricerca, inconsapevolmente, di se stessi e della propria strada.

Metaforicamente il testimone della memoria che Giorgio sta progressivamente perdendo viene passato ad Alessandro, che potrà così affrontare il futuro con una nuova coscienza rivitalizzata dagli insegnamenti dell’amico poeta. Un passaggio generazionale tra nonni e nipoti significativo, oggi quanto mai necessario.

Le belle commedie hanno la peculiarità di essere leggere e al tempo stesso profonde. Strappano sorrisi e risate, ma con garbo e senza volgarità. Commuovono con delicatezza, con la naturalezza della vita vissuta.

Tutto quello che vuoi è tutto questo. Un piccolo grande film che racconta una storia semplice, di quelle che accarezzano il cuore.

Qualche piccola considerazione…

Non ci vuole molto, seguendo le vicende del film, a capire che Francesco Bruni ironizza tristemente sulla cultura nel nostro paese. La poesia sta morendo e le nuove generazioni vivono di videogame dai quali non imparano niente. La casa del poeta è un museo nel quale gli amici di Alessandro cercano il televisore e un presunto ricco tesoro, invece che i versi scritti nelle pagine e sui muri. Un elemento interessante ed originale del film è che la figura dell’educatore sia affidata ad un anziano che nemmeno è cosciente di esercitare tale ruolo. Altrettanto notevole è l’assunto che la perdita della memoria abbia creato in Giorgio “nuova” memoria che affascina il ragazzo e gli consentirà di conoscere meglio il proprio interlocutore.

Allora la cultura è morta secondo il regista? Forse no, visto che poi ci viene regalata anche qualche speranza. Persino una alla settima arte, quando si vedono gli amici di Zoe che imbiancano una vecchia sala cinematografica in Trastevere.

… e una curiosità

Fa da scenario alla storia l’appartamento in un villino vicino a Villa Sciarra, a Roma, collegato dalla scala del Tamburino con Trastevere, che ben rispecchia la differenza tra la tipologia residenziale “signorile” di Monteverde e quella popolare trasteverina.

Scheda tecnica

Regia: Francesco Bruni
Cast: Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni
Produzione: Italia, 2017
Durata: 106’

Un gatto a Parigi

By Jean

Un gatto a Parigi

Un gatto a Parigi

Tra i tetti di Parigi si aggira un gatto dalla doppia vita, Dino. Di giorno è il compagno fedele di una bimba, Zoe, che ha smesso di parlare dopo l’assassinio del padre. È accudita da una governante (dal comportamento sospetto… ) perché la madre, Jeanne, commissario di Polizia, è troppo spesso assente per lavoro, impegnata in particolare in una lotta senza quartiere al mafioso Victor Costa, boss della cosca locale e responsabile della morte del marito.

Dino esce di casa dalla finestra, nel cuore della notte, quando la padroncina dorme, per andare a trovare Nico, una sorta di scalcinato ladro gentiluomo che saltella proprio come un felino sui doccioni di Notre Dame, penetrando negli alloggi altrui in cerca di facile refurtiva e preziosi.

Ladruncolo e gatto sono uniti dallo stesso spirito d’indipendenza e libertà, che li vede insieme nelle quotidiane scorribande sotto la luna. Ma quando albeggia, Dino torna ad infilarsi tra le lenzuola dell’amata Zoe. Finché una notte la bambina segue curiosa il suo gatto nel percorso sui tetti, diventando suo malgrado la scomoda testimone di un losco affare in cui sono coinvolti proprio Victor Costa e la baby sitter. Il malvivente la scopre e riesce a catturarla e Dino e Nico dovranno darsi da fare per strapparla alle sue grinfie e riportarla sana e salva dalla madre Jeanne.

I particolari

Splendido, immaginifico, poetico, ironico, colto, questo primo lungometraggio realizzato da due artisti dell’animazione, Felicioli e Gagnol, inventori di uno stile personale e inconfondibile. Interamente disegnato a mano, con tecniche classiche, racchiude pittura espressionista, Matisse, Modigliani e Picasso, e ispirazioni dai disegnatori Lorenzo Mattori e Jacques de Loustal, ma anche dal cinema noir americano. Tutti elementi che concorrono a inventare un mondo sospeso tra sogni e incubi, tra infanzia ed età adulta. La casa di produzione è la francese Folimage di Bourg-lès-Valence, una delle più interessanti del settore, fondata nel 1981 e diretta da Jacques Rémy Girerd, regista e produttore. Tra le sue caratteristiche, dopo una partenza dedicata alla sperimentazione “passo uno”, la realizzazione di una nutrita serie di corti che privilegiano il 2D, resistendo alle lusinghe della computer grafica. Per arrivare agli straordinari risultati del film, sono state disegnate oltre 700 tavole, consentendo una grande libertà di espressioni dei personaggi, osservabili da diverse angolazioni. In termini tecnici: due anni di scrittura e progettazione e tre di lavorazione, sei disegnatori all’opera e un approccio completamente artigianale. Frutto di elaborazioni successive, Un gatto a Parigi nasce dalla passione per il romanzo giallo e il cinema noir, tradotta in un contesto dove l’inconscio di una psiche adulta riesce a penetrare nell’immaginario infantile, trovando un punto di contatto tra desideri e incubi. L’elemento onirico condivide lo stesso piano della realtà, elaborando un concetto proprio della cultura surrealista: non si comprende se siano le allucinazioni di Jeanne a rendere Costa un mostro o se è lo stesso malvivente ad assimilare il proprio Io a uno spaventoso Golem, visualizzato come un feticcio africano. E la stessa Jeanne ha i lineamenti di Jeanne Hébuterne, dipinta da Modigliani nel 1918 nel Ritratto di ragazza dai capelli rossi. Tra le sequenze da sottolineare, quella al buio in cui Nico libera la piccola Zoe, esplicito riferimento a un pioniere dell’animazione francese, Émile Cohl, e al suo lavoro più conosciuto, Fantasmagorie, disegnato nel 1908 con tratti neri su fogli bianchi, proiettati successivamente in negativo e qui riproposti per rendere la soggettiva di Dino, capace come tutti i gatti di vedere al buio. Il genere fiaba horror caratterizza i momenti in cui Zoe viene inseguita nello zoo, ispirandosi al film The Night of the Hunter di Charles Laughton, e anche nel rocambolesco finale tra i gargoyle di Notre Dame, bizzarra fusione tra il mondo Disney de Gli Aristogatti e La carica dei 101 e il King Kong di Cooper e Schoedsack. Ma il magico tocco che cattura il pubblico adulto, in un contesto in cui il riferimento culturale per i più piccoli cambia di situazione in situazione, assume varie sfumature. Esempio da citare è l’apertura, che cita Murnau e l’espressionismo tedesco, diluendosi a poco a poco nella fluidità di un mondo totalmente fiabesco. Anche Parigi si trasforma in un luogo fantastico in cui si fondono caratteri di altre città europee, prima tra tutte Valencia. Notevoli, l’attenzione e la delicatezza dedicate alla descrizione dei caratteri. Il mutismo di Zoe e il suo rapporto con la mamma sono trattati con grande sensibilità. E così Nico dal gran cuore, al di là del suo sopravvivere di espedienti men che onesti. Tanto che il destino scrive per lui un futuro meno avventuroso ma più appagante. Non mancano le situazioni lievi e divertenti, come è giusto che sia. Al micio Dino, un vero gatto non umanizzato, che non parla ma ronfa e soffia, graffia e si fa accarezzare, fa arrabbiare il cane del vicino e vaga libero tra due padroni, tocca il ruolo di poetico trait d’union tra il suo mondo e quello degli umani, e lo svolge con una nonchalance da perfetto felino della Ville Lumière… Per tutti questi elementi, Un gatto a Parigi si configura come una splendida sfida al tentativo di ghettizzare a un target infantile il pubblico di riferimento dell’animazione contemporanea. Una sfida che lascia il segno, proprio come il suo protagonista.

Curiosità

Un gatto a Parigi può vantare una nomination agli Oscar 2012 come miglior film d’animazione. Felicioli e Gagnol hanno iniziato alla Folimage, alla fine degli anni ‘80, con i cortometraggi. Tra gli altri, dieci per la serie televisiva Le tragédies minuscules, incentrata appunto sulle piccole tragedie del quotidiano, con personaggi immersi in un’iperrealismo di piani sbilenchi e false prospettive, frutto di un attento studio delle avanguardie storiche e di altri autori contemporanei francesi. Così ha detto Alain Gagnol: “Da grande fan del cinema americano ho inserito citazioni che i cinefili sapranno cogliere: una conversazione tra gangster che richiama Scorsese, i teppisti che fanno baldoria per assegnarsi dei soprannomi stravaganti, come in Le iene, e un tributo emozionante a La morte corre sul fiume. ”

Scheda tecnica

Regia: Jean Loup Felicioli, Alain Gagnol
Produzione: Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, 2010
Titolo originale: Une vie de chat
Durata: 70’

A spasso con Bob
A spasso con Bob
Il mio amico Nanuk
Il mio amico Nanuk
Iqbal — Bambini senza paura
Iqbal — bambini senza paura
La principessa e l’aquila
La principessa e l’aquila
La ragazza delle balene
La ragazza delle balene
Lamb
Lamb
Ma révolution
Ma révolution
Molto forte, incredibilmente vicino
Molto forte incredibilmente vicino
Sing Street
Sing Street
The Mirror Never Lies
The Mirror Never Lies
Tutto quello che vuoi
Tutto quello che vuoi
Un gatto a Parigi
Un gatto a Parigi