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A mano libera

By Jean

A mano libera

A mano libera

A mano libera è un cortometraggio delicato e toccante, nella sua semplicità, e affronta un tema molto attuale: la nuova incomunicabilità tra le persone, figlia della tecnologia, che dietro un’apparente continua condivisione tra le persone, le tiene distanti, pur se vicine fisicamente.

Come racconta la giovane autrice, Monica Bruschetta “nasce alla fine di un bellissimo percorso intrapreso con il corso di Filmaking, organizzato dal Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Simone Caridi e Riccardo di Gerlando. L’idea nasce da una canzone che riporta l’attenzione a quello che abbiamo perduto, senza quasi rendercene conto:  l’amore per la scrittura, per la musica, per la vita reale. Immersi in un mondo digitale in cui dobbiamo essere sempre connessi, in realtà siamo totalmente sconnessi da ciò che ci accade intorno e ci perdiamo gesti, colori ed emozioni. Il corto  è stato girato nel comune di Badalucco, grazie alla disponibilità del gestore del Bar la Piazza, in una sola, intensa giornata di lavoro. In principio era nato con i dialoghi ma si è trasformato in un corto muto dove lo spazio è tutto occupato dalle immagini, dai gesti, dove il messaggio passa soprattutto attraverso gli sguardi”.

L’intensità di questa opera prima, in fondo un “saggio di fine corso”, colpisce fin dai primi fotogrammi, e si sviluppa nell’attesa di qualcosa nell’aria, che si rincorre tra un tavolino e l’altro del bar, e avviluppa i vari avventori, ognuno come perso nel suo mondo, pur se accanto a qualcuno. Fino al tocco finale, affidato all’ingenua consapevolezza di un bambino.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 5’25’’
Regia: Monica Bruschetta
Operatori: Simone Caridi, Riccardo di Gerlando, Eleonora Reggiani, Sonia Mureddu Cast: Sam Nazionale, Mauro Gambino, Luca Buonasorte, Nicoletta Cino, Carlo De Lucia, Francesco Viale, Ilenia Campione, Matilde Siri.

A regola d'arte

By Jean

A regola d’arte

A regola d’arte

Una bella storia, legata al mondo della diversità, in cui il giovane protagonista riesce a oltrepassare i limiti della sindrome di Down grazie alla sensibilità e all’amore per l’espressione artistica. Così, il suo non essere “uguale” si trasforma in speciale unicità e in una genuina e ironica capacità di cogliere il senso del reale, senza artificiose sovrastrutture. Semplice ed essenziale, la trama: Sandro, un ragazzo down appassionato d’arte, e lui stesso fantasioso artista va a visitare una piccola mostra, nel suo paese, che espone dipinti visionari e simbolisti. Vi trova due esemplari di presunti esperti, intenti a valutare un disegno, sproloquiando su bizzarre interpretazioni. Ma lui, a suo modo, ne coglie la vera essenza… pur se incompresa dai sedicenti critici e dall’amico custode della galleria. Sandro, ispirato dalla visita e dalla… Gazzetta dello Sport,  torna e casa e finisce il collage ispirato a L’urlo di Munch cui stava lavorando.

A regola d’arte è il più recente cortometraggio del giovane regista sanremese Riccardo Di Gerlando. Un autore che la narrazione emotiva della vita, con le sue difficoltà e bellezze e che ha alle spalle una lunga fila di opere apprezzate e premiate in Italia e nel mondo. Coadiuvato dalla consueta, validissima troupe (Marco di Gerlando, Simone Caridi e Giancarlo Pidutti) e dallo sceneggiatore Nicola Licchi, ha firmato l’ennesimo lavoro sensibile e accurato fin nei minimi dettagli, ricco di spunti e riflessioni, mediati dal sorriso con cui si segue Sandro, il protagonista, attore già apprezzato nei precedenti 33 giri (2012) e L’amore incompreso (2013). Al suo fianco, nei panni del guardiano, il carismatico Anselmo Nicolino, spesso presente nei film di Riccardo Di Gerlando e di Sanremo Cinema. Il corto è stato girato nello splendido borgo di Badalucco, nell’entroterra del Ponente Ligure.

Notevole, la colonna sonora originale di Matteo Consoli, con la fisarmonica di Carlo Ormea.

Premi e riconoscimenti

Award of Merit IndieFEST Film Award – La Jolla (San Diego, California, USA)
2° Place International Independent FF Publicystyka – Kędzierzyn-Koźle (Poland)
2° Classificato Francavilla Film Festival – Francavilla di Sicilia (Messina, Italia)
3° Classificato Gioiosa in Corto – Gioiosa Marea (Messina, Italia)
Menzione Speciale Youtube Short Film Festival – Roma (Italia)

Selezioni

Official Selection Bluenose-Ability Film Festival (BAFF) – Halifax, Nova Scotia (Canada)
Official Selection IndieWise Film Festival – (Florida, USA)
Official Selection Cinema Touching Disability Film Festival – Austin (Texas, USA)
Official Selection Mikro Festival Amaterskog Filma – Belgrado (Serbia)
Selezione Ufficiale Festival del Cinema Nuovo – Gorgonzola (Milano, Italia)
Selezione Ufficiale Corto Corrente Festival – Fiumicino (Roma, Italia)

Scheda tecnica

Italia, 2016
Durata: 10’56’’
Soggetto, Regia e Montaggio: Riccardo Di Gerlando
Cast : Marco Pingiotti, Anselmo Nicolino, Elio Markese, Franco La Sacra, Marinella Rambaldi
Pittrice opera e collage: Sheila Rossin
Enti collaboratori: Associazione ArteSenzaConfini di Badalucco
Edy Santamaria, Fabrizio Ozenda, Pasquale Murachelli
Opere esposte: Francesco Mancini, Angelo Mancini, Edy Santamaria
Location: Badalucco ART Gallery,  Associazione Artesenzaconfini

Gli occhi del mondo

By Jean

Gli occhi del mondo

Gli occhi del mondo

La storia è semplice. Racconta della visione di un bambino, dallo sguardo reso neutrale dalla purezza, che vede tutto ciò che lo circonda come qualcosa da scoprire. Ma questo bambino rimane nascosto, e l’apparenza potrebbe ingannare. Chi sarà questa figura? E chi sono le persone che sfilano davanti ai suoi occhi? E cosa rappresenta quel palloncino? Tutto ciò per far capire che davanti a lui siamo tutti uguali, ed è li che si personifica il mondo: io non sono differente da un altro nella realtà che ci circonda, sono sempre io, una persona, capace di grandi cose se lo vuole.

Girato su una spiaggia di Arma, il Lido Idelmery, questo corto è il saggio finale del corso di Cinematografia del Teatro del Banchéro di Taggia, a cura dei registi Riccardo di Gerlando e Simone Caridi. Opera prima di una giovanissima e promettente aspirante filmaker, la sedicenne Eleonora Reggiani, che racconta così la sua esperienza: “Il percorso che mi ha portato alla realizzazione de Gli occhi del mondo mi ha fatto crescere molto, e mi ha permesso di conoscere attori meravigliosi, persone con cui ho un contatto ancora adesso. Ho imparato cosa vuol dire dirigere un cast, scrivere una sceneggiatura, e per fortuna ero affiancata da persone più esperte che mi hanno seguita. Per questo progetto, che doveva essere semplice ma diretto, ho scelto come interpreti ragazzi e adulti provenienti da diverse esperienze cinematografiche e teatrali, ma anche persone che si non si erano mai cimentate davanti a una telecamera, risultando comunque molto efficaci. Inoltre, i ragazzi più giovani, anche miei coetanei, hanno fatto amicizia con gli adulti e questo è servito a rendere l’atmosfera sul set meno tesa e quindi a ottenere un lavoro finale migliore. Per me portare a termine questo lavoro è stata la dimostrazione che per fare qualcosa in cui si crede si trova sempre un modo, anche se la strada può sembrare difficile. Dopo quell’esperienza non ho mai smesso di sognare qualcosa di più grande, e non ho mai smesso di scrivere, soprattutto! Spero di realizzare il mio sogno, un giorno…”.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Regia: Eleonora Reggiani
Cast: Matilde Siri, Edoardo Tomatis, Mauro Arneri
Durata: 2’15”

La storia di Spet

By Jean

La storia di Spet

La storia di Spet

La famiglia Carepet (anagramma di petcare, ovvero cura degli animali domestici, in inglese) di adottare un cucciolo dal canile municipale. Peccato che nessuno, in famiglia, malgrado il cognome, abbia la benché minima esperienza di animali domestici, o sia davvero preparato ad affrontare una simile responsabilità. Ma la voglia di salvare una creatura da una vita in gabbia, se non addirittura da una triste fine, è più forte di ogni dubbio e perplessità. Solo la più piccola della famiglia, Lisa, ha seguito un corso di lezioni intitolato A Scuola di Petcare, ed è perfettamente in grado di prendere in mano la situazione. Così, si aggiunge alla famiglia il piccolo Spet. All’inizio il cucciolo è un po’ dispettoso e irrequieto, ma viene amorevolmente accudito ed educato dai bambini, che decidono di prendersi la responsabilità di farlo diventare un cagnolino modello, mettendo in pratica quello che hanno imparato sui banchi di scuola.

Visti i risultati positivi, il tenero Spet parte per Parigi con i Carepet al completo. Quando arrivano nella Ville Lumière, però, il piccolo si perde e non riesce ritrovare i padroncini. Per fortuna, un passante nota la bestiola sperduta e la ferma, legge la targhetta attaccata al collare con il suo nome e  il numero di telefono della sua famiglia. Solo che quando finalmente riesce a parlare con il signor Carepet, c’è un problema di comunicazione: il signore francese non parla italiano, e l’italiano non parla francese… Ma l’amore si esprime in un linguaggio universale: il salvatore di Spet ha un’intuizione e gli passa il microfono, i signori Carepet riconoscono la “voce” del loro beniamino e si precipitano a riprenderlo.

Alla fine, una volta riuniti, tutti possono godersi la vacanza, e ritornare poi a casa sani e salvi.

I particolari

Il cortometraggio è frutto dell’immaginazione e del lavoro di gruppo degli allievi della I B presso la Scuola Primaria di Cernusco sul Naviglio (Plesso Don Milani). La classe ha vinto il concorso Come diventare amici per sempre (How to become lifelong friends), riservato alle Scuole Primarie di tutta Italia che hanno preso parte al progetto A scuola di PetCare, ideato e organizzato dalla Giunti Progetti Educativi con il sostegno di Purina Nestlè PetCare.

Il regista Ugo Murgia è nato a Cagliari nel 1967. Dopo la  laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze, lavora per il teatro Lirico di Cagliari. Nel 1994 si trasferisce in Francia, dove si specializza nella manifattura di accessori e sculture in resina e latex presso il CFPTS (Centre de Formation aux Techniques Professionelle du Spectacle). Nel 1996 viene assunto dall’Atelier Decor Opéra Garnier e collabora con il designer Ariel Malka, sperimentando nuove tecniche per video musicali in animazione. Rientrato in Italia, allo studio Melazeta of Modena, sperimenta la Flash animation, e sviluppa programmi e progetti per il web e le reti televisive nazionali. Dal 2005, in qualità di artista creativo, collabora alla creazione e realizzazione di cartoni animati per la TV. Nel 2008 è co-autore della serie Dixiland (26 episodi da quattro minuti, per Rai Fiction), che nel 2009 riceve una nomination all’ Annecy International Animated Film Festival come miglior serie pilota per la televisione dedicata i più piccoli.

Scheda tecnica

Italia, 2013
Titolo originale: La storia di Spet
Regia: Ugo Murgia
Animazione: Mupistudio
Illustrazioni: Francesco Fagnani
Durata: 4’25”

Nell@ Rete

By Jean

Nell@ Rete

Nell@ Rete

Nella sua semplicità, questo cortometraggio racconta in modo convincente una storia di bullismo come tante, purtroppo sempre più diffuse, spesso anche tra bambini piccoli, come in questo caso. La pericolosità della banalità, della cattiveria che è soprattutto stupidità. La degenerazione di uno scherzo iniziale, che diventa una bravata, e rischia di trasformarsi in una tragedia, e poi è troppo tardi per pentirsi, o chiedere scusa…

Pietro si trasferisce con la mamma da Napoli a un piccolo paese del Salernitano. Quando arriva nella nuova scuola, i compagni non lo accolgono bene: sarà l’aspetto da cittadino, saranno le pronte risposte alle domande del maestro, che lo trasformano subito nel “secchione”, sarà perché i ragazzi e i bambini spesso sospettano di persone e cose sconosciute. E l’insicurezza, proprio come per tanti uomini che picchiano le compagne, rende aggressivi e pericolosi.

Pietro diventa quindi il bersaglio delle prepotenze e degli scherzi pesanti dei compagni, subito pubblicati su YouTube. Il bambino non osa parlarne con la madre, ma si sfoga con Anna, l’amichetta del cuore rimasta a Napoli, che cerca di consolarlo e di consigliarlo per il meglio. Nel  frattempo le cose a scuola peggiorano di giorno in giorno, finché i piccoli bulli non mettono crudelmente e incoscientemente a rischio la vita di Pietro, chiudendolo in uno scatolone e spingendolo giù da un pendio. Anche questa prodezza viene documentata, ed è la salvezza di Pietro, perché Anna vede il filmato per caso, avvisa la madre, che chiama la polizia e la mamma di Pietro.

Fortunatamente, con l’intervento di un elicottero, il bambino viene salvato e la disavventura si conclude con pochi danni, una nuova consapevolezza e il pentimento e le scuse del gruppo di bulletti. Soprattutto una lezione: si deve sempre e comunque denunciare qualsiasi forma di violenza, superando la paura, perché il bullismo è un reato punibile per legge.

Tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo corto non sono professionisti, ma semplici allievi della scuola primaria e media di Cetara, e qualche adulto, che hanno voluto dare il loro contributo alla denuncia di una piaga sempre più diffusa. Anche il regista, la produzione, i tecnici hanno prestato la loro opera senza scopo di lucro.

Pubblicato il 19 dicembre 2013, il cortometraggio Nell@ Rete è stato realizzato nel 2011/2012 dall’Associazione Costiera Immagine di Cetara, nel Salernitano, in collaborazione con Image Art, di Matteo Giordano. Scritto da Matteo Giordano e Alfonso Finiguerra (che interpreta il maestro) e diretto dallo stesso Giordano e da Tommaso D’Auria (che si vede nei panni del bidello) ha riscosso un buon successo online e di  pubblico, nei tour tra le scuole per promuovere la lotta al bullismo.

Scheda tecnica

Regia: Matteo Giordano, Tommaso D’Auria,
Cast: Vittorio D’Emma, Miriam Pappalardo, Pietro D’Emma, Rossella De Boris, Alfonso Esposito, Salvatore Giordano, Tommaso D’Auria
Italia, 2011 – 2012
Durata: 16’06”

Quand ils dorment

By Jean

Quand ils dorment

Quand ils dorment

È una pellicola immaginata e realizzata con grazia, quella della giovanissima regista marocchina Maryam Touzani, con poche ed essenziali linee guida a comporre un’opera delicata e commovente. La tenerezza della vicendaT, narrata attraverso gli occhi di una bambina che, con disincanto e dolcezza, viene a contatto per la prima volta con il tema della morte, trasporta lo spettatore in un’atmosfera di assoluta poesia cinematografica.

È una storia al femminile, di una mamma, Amina, e di una figlia, Sara, divise tra la il rispetto della tradizione dei riti funebri e l’amore per il padre e nonno, Hashem, morto all’improvviso. Le regole impongono infatti che solo i familiari dello stesso sesso del defunto possano avvicinarsi al suo corpo prima della sepoltura.

Amina è rimasta vedova ancora giovane con tre bambini da crescere. Il suo unico sostegno è Hashem, legatissimo alla nipotina più piccola, un po’ dispettosa e vivace come tutti i bambini, ma tanto, tanto sensibile…

Un brutto giorno, però, anche Hashem  le lascia improvvisamente. Sara, che ha solo sei anni ma le idee già molto chiare nella sua testa di bambina, non vuole rinunciare a salutare per un’ultima volta quel nonno che le ha fatto da padre. Proprio non ci sta a seguire delle regole che le vietano di stare per l’ultima volta accanto alla persona a cui, dopo la mamma, ha voluto più bene, al suo amico, confidente e compagno di giochi.

Tale è la sua determinazione che è pronta a sfidare le regole religiose della tradizione islamica , soprattutto il divieto assoluto alle donne anche solo di sfiorare un defunto maschio. Perciò, quando le viene proibita la veglia, aspetta. Poi, a notte fonda, “quando tutti dormono”, si sdraia accanto al suo caro nonnino, come faceva ogni sera, gli racconta la sua giornata e passa un’ultima notte fra le sue braccia. E’ un momento particolarmente emozionante, perché mostra la perseveranza di una bambina nell’amore, la sua caparbietà nell’infrangere leggi incomprensibili, la lucidità nel capire che niente può né deve ostacolare i sentimenti. E, se succede, certi divieti si possono e si devono infrangere, soprattutto quanto sono inspiegabili al cuore. La piccola Sara, unica presenza femminile a salutare Hashem, è la rappresentazione della donna di domani, la speranza di un futuro diverso, certamente migliore.

La Regista

Maryam Touzani nasce nel 1980 a Tangeri, in Marocco, città nella quale trascorre l’infanzia. Dopo essersi laureata alla London University ritorna in Marocco e inizia a lavorare come giornalista, specializzandosi in cinema. Quand ils dorment è il suo primo cortometraggio.

Scheda tecnica

Marocco, 2012
Titolo originale: Quand ils dorment
Regia e Sceneggiatura: Maryam Touzani
Cast: Nouhaila Ben Moumou, Mohamed Achab, Fatima-Ezzahra El Jouhari, Oussama Kaychouri, Naima Louadni, Abdesalam Bounouacha
Durata: 18’

Safi, the Little Mother

By Jean

Safi la petite mère

Safi la petite mère

Safi, otto anni, vive in un villaggio del Burkina Faso, perduto nella polvere rossa del Sahel. Un giorno, all’improvviso, tutto per lei cambia tragicamente. La mamma muore di parto dando alla luce un fratellino e le antiche superstizioni tribali riemergono minacciose, poiché la tradizione vuole che anche il bimbo venga eliminato per allontanare il malocchio. Riti la cui origine si perde nella notte I tempi e contro i quali non riescono a vincere il buon senso e la pietà umana. Safi, però, con la forza della sua innocenza scevra di pregiudizi, riesce fortunosamente a salvare il bimbo e fugge verso la città, che non ha mai visto, per trovare in qualche modo riparo alla crudeltà degli adulti. Un ambiente nuovo, una situazione durissima per una bimba di otto anni con un neonato appeso alla schiena… Curiosità e paura, coraggio e timidezza, stanchezza e determinazione: tanti stati d’animo contrastanti convivono nella piccola madre. Poi come per miracolo, il destino cambia per i due bambini: dopo aver conosciuto la stolidità di chi accetta passivamente retaggi crudeli perché imposti dalla tradizione, scopriranno anche la forza miracolosa della solidarietà. Non solo Safi troverà una nuova famiglia, ma nel microcosmo del mercato incontrerà anche tante straordinarie mamme pronte ad allattare il suo fratellino.

Safi, la Piccola Madre è un cortometraggio di fiction che intende raccontare un aspetto di un paese, il Burkina Faso, ricco di diverse tradizioni culturali. Ognuna delle circa 70 etnie che lo compongono possiede un patrimonio antichissimo di usanze, arti, rituali ma anche un retaggio di superstizioni che fanno ancora oggi sentire il loro peso nella vita quotidiana. È comunque dalla conoscenza e dall’integrazione delle diverse popolazioni che il Burkina ha saputo trovare la sua coesione. Il film vuole essere un piccolo contributo a questo processo di scoperta reciproca.

Così spiega il regista: “Per scrivere questa sceneggiatura ho preso spunto da una vicenda realmente accaduta. Presso le popolazioni di etnea Samou vige l’usanza di uccidere i bambini nati dalle donne morte di parto per allontanare dalla comunità il malocchio (carestie, epidemie,  siccità, morti ingiustificate). Nel mio film ho voluto mescolare liberamente gli aspetti delle diverse culture: per la parte rurale ho scelto un villaggio di etnia Gourounsi, con la ricchezza della sua architettura Kasséna, nota in tutto il mondo per le affascinanti case color ocra, dipinte dalle donne del posto secondo disegni simbolici tramandati da secoli. Anche durante la cerimonia funebre per la donna morta di parto vediamo alternarsi le diverse tradizioni del paese con i vari rituali che la animano. Ci sono i cacciatori Bobò, con i particolari fucili che riescono quasi miracolosamente a far sparare riempiendoli solo di acqua e sabbia; i fabbri stregoni incaricati in tutte le etnie di fronteggiare gli spiriti malvagi; gli uomini mascherati che entrano ballando in maniera forsennata, in trance, posseduti dagli spiriti invisibili della foresta.” 

Scheda tecnica

Francia –  Italia – Burkina Faso, 2004
Versione originale: mooré, francese, sottotitolato italiano
Regia: Rasò Ganemtoré
Durata: 29’

By Jean

Secchi

Secchi

Questa è la storia di Gianenzo. Undici anni appena compiuti, diciotto centimetri di altezza. Primo classificato nazionale juniores di: scacchi, disegno, canto, solfeggio, aritmetica, pianoforte e chimica. Il tutto a pari merito con i suoi acerrimi nemici,  si intende. Lui, che fino al terzo anno di asilo era stato il reginetto della classe, si ritrova da ormai cinque anni a combattere contro due colossi della sua portata: la magnetica Luigifausta e l’imperturbabile Pancraziomaria. L’esame di quinta elementare è alle porte e nessuno dei tre sembra intenzionato a cedere. Chi si aggiudicherà il primo posto sul podio dei Secchioni di classe?

Così racconta il regista, Edo Natoli: “Un anno e mezzo fa ho capito che era arrivato il momento di provare a mettere in pratica quello che ho imparato sui set. Ho deciso di provare a far vivere una storia che ho scritto. Non ho cercato finanziamenti, ho creato i miei protagonisti e, per la gioia di mia madre, ho trasformato il salotto di casa in un mini teatro di posa. Pensavo: e che ci vorrà? Tranquilla mamma, un paio di settimane e rimetto tutto apposto… Un anno e mezzo di delirio casalingo. Secchi è un cortometraggio in stop motion a costo zero nato grazie alla generosità di amici e parenti che in un anno e mezzo di lavoro costante mi hanno aiutato con entusiasmo e voglia di dare il massimo ricevendo nient’altro che la mia più profonda gratitudine”.

Edo Natoli si può definire un enfant prodige: nato a Roma nel 1983, a 13 anni debutta al teatro Argentina con Il borghese gentiluomo di Molière, seguono negli anni successivi collaborazioni e spettacoli in teatri nazionali e stranieri. Recita in diverse serie televisive tra cui Raccontami. Nel 2010 è uno dei protagonisti nel film di Mario Martone, Noi credevamo. L’anno seguente lavora nell’esordio teatrale di Paolo Virzì, Se non ci sono altre domande. Nel 2012 fa parte del cast di Troppo amore (Liliana Cavani) e di Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana). Nello stesso anno è protagonista in teatro con L’amavo più della sua vita (Cristina Comencini). Dal 2006 collabora come assistente alla regia per spot, videoclip e film di Gabriele Muccino, Maria Sole Tognazzi, Paolo Virzì e Luca Guadagnino. Nel 2012 firma la co-regia con Paolo Briguglia della trasposizione teatrale del libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.

Una sorridente curiosità: per la produzione, nei credits si cita una fantomatica “chi fa da sé fa per tre production”, che ovviamente non esiste… o meglio, si chiama Edo Natoli.

Scheda tecnica

Regia e sceneggiatura: Edo Natoli
Narratore: Pierfrancesco Favino
Stop motion
Italia, 2013
Durata: 12’

The Long Way Down

By Jean

The Long Way Down

The Long Way Down

Se si vuole parlare di razzismo, e condannarlo come è giusto che sia, non è sempre necessario usare toni seri e severi… A volte può bastare un piccolo film, basato su un’idea geniale: quella di inserire nello spazio ristretto di un ascensore i rappresentanti di tutto il mondo, o quasi. Un mondo in miniatura, con i suoi abitanti, i loro pregi, difetti e tratti caratteristici.

A un artista può bastare un ascensore per parlare di uguaglianza e creare un’opera densa di humour e di suspence. Due elementi ideali per colpire la fantasia di qualsiasi spettatore, e raccontare una realtà complicata con un sorriso appena accennato sulle labbra.

Abu Dhabi, 59° piano di un grattacielo. In un corridoio camminano in direzione opposta due eleganti uomini d’affari. Uno dei due, l’arabo Aly, distratto dal telefono e da una tazza di caffè in mano, si scontra con l’occidentale Ed e gli rovescia addosso la bevanda bollente. Ed si infuria, iniziano a rinfacciarsi ogni sorta di luogo comune e infine arrivano alle mani, al punto che deve intervenire una guardia di sicurezza che li spinge nell’ascensore affinché litighino altrove.

Decidono di risolverla “fra uomini”, ma per arrivare nel garage, sede prescelta della scazzottata,  il percorso è lungo, le fermate molte e i bollenti spiriti si raffreddano. Aly fa a Ed una piccola gentilezza, Ed è troppo ben educato per non apprezzare. E mentre iniziano a conoscersi, un atto di comune solidarietà verso un anziano ospite dell’hotel li unisce e ogni ostilità svanisce. Ma nel frattempo, a causa di un errato passa-parola, la squadra di sicurezza del palazzo li scambia per terroristi e durante la discesa, piano dopo piano, la notizia ingigantisce e si fa sempre più seria…

Non si può che apprezzare questo corto, scritto e girato benissimo. I dialoghi serrati e intelligenti giocano divertiti sugli stereotipi nazionali dei vari ospiti che salgono e scendono dall’ascensore: l’indiano paziente e serafico, l’americana cicciona e sguaiata, la ragazzina orientale isterica, la solenne famiglia saudita. Solo alla fine delle riprese il regista egiziano Yasser Howaidy, medico passato ormai da vent’anni al cinema, si è reso conto che fra attori e troupe tecnica avevano partecipato persone di ben 25 Paesi. Un bell’esempio di come i confini a volte servano più ad unire che a dividere.

Il regista

Nato e cresciuto in Egitto, una laurea in medicina, Yasser Howaidy ha abbandonato la professione medica nel 1992 per dedicarsi al cinema, sua grande passione. Assistente regista per diversi documentari, cortometraggi e film per il grande schermo come The Days of Sadat e Il giovane Alessandro Magno, nella sua filmografia più recente spiccano il documentario Story of Lorica e il cortometraggio The Long Way Down, vincitore di numerosi premi, fra cui:
Arab Screen Independent film Festival 2012: Premio Speciale della Giuria
Salento International Film Festival 2013: Premio della Giuria
Festival del Cinema  Africano, Asiatico e America Latina (FCAAL) 2013:  Premio “Il Razzismo è una brutta Storia”
Festival del Cinema  Africano, Asiatico e America Latina (FCAAL) 2013: Premio “ISMU” per il miglior cortometraggio a valore pedagogico

Scheda tecnica

Egitto – Emirati Arabi, 2012
Regia e sceneggiatura di Yasser Howaidy
Cast: Nicolas Forzy, Rohan Vanmala, Rajeev Dalwani, Ghassan Al Katheri, Jamal Iqbal, Iyad Qasem
Durata: 12’

The Present

By Jean

The Present

The Present

Jake passa tutto il suo tempo incollato ai videogiochi. Chiuso nella sua stanza, con le tapparelle abbassate, unica luce lo schermo del monitor, unico sottofondo il rumore della battaglia. Da solo. Senza distinguere il giorno dalla notte. Con il joystick stretto fra le mani e lo sguardo perduto,  come alienato, rapito, distaccato dal mondo. Ma un giorno la sua mamma entra in casa con un regalo per lui. All’inizio il ragazzo non bada a quel pacco, perso com’è a continuare la partita. Poco dopo, però, scopre il suo contenuto. E’ un cane. Un cucciolo a tre zampe. Ma la disabilità non frena il suo entusiasmo e la voglia di giocare. Prova ad attirare l’attenzione di Jake in tutti i modi. Solo che il ragazzo non ne vuole sapere di quella creatura imperfetta e concentra tutta la sua attenzione e il suo tempo sulle perfezione espressa nei videogiochi. Il cagnolino non si perde d’animo e, alla fine, la  sua tenacia viene ricompensata. Il si avvicina al cucciolo, in un gesto finalmente affettuoso. Perché fra loro c’è un’intesa speciale, che non si può nascondere, che unisce. Afferra le sue stampelle e si dirige verso la porta di casa per uscire, per andare a giocare con il nuovo amico.

The present (Il dono) è un cortometraggio di animazione ispirato da un fumetto brasiliano di Fabio Coala e realizzato come tesi da Jacob Frey, uno studente della prestigiosa Scuola di Cinema Bade-Wurtemberg, a Ludwigsbourg in Germania. In quattro minuti, con estrema delicatezza, prova a mettere in discussione il rapporto che ciascuno di noi può avere con il mondo della disabilità.

Malgrado la brevità, non mancano i colpi di scena e le emozioni, che si svelano in modo inaspettato, sottile ma molto coinvolgente. Dalla sceneggiatura fino alla direzione, passando per l’animazione 3d e la musica, tutto funziona alla perfezione, tanto che, rivedendo il film più volte, ad ogni visione emergono sempre nuove sfumature e particolari. Evidentemente anche nell’era della velocità, dei tempi brevi e delle poche parole sui social, si può continuare a pensare, a commuoversi, a farsi toccare il cuore. Infatti, il video condiviso sulla rete sta raccogliendo milioni di visualizzazioni..

Jacob Frey, giovane cineasta tedesco ancora sconosciuto al grande pubblico, ha impostato il suo lavoro sul tema del sociale, nello specifico sull’universo degli handicap. E con quest’opera incantevole colpisce nel segno, conciliando due fragili realtà che troppo presto hanno dovuto confrontarsi con gli ostacoli della vita, insegnando che non bisogna mai arrendersi. E che forse, insieme, si è più forti. Giustamente conteso da più di 180 festival internazionali, questo piccolo capolavoro, definito dai media “un gioiello”, si è aggiudicato 50 premi in Europa, Asia, Stati Uniti e Sudamerica.

Scheda tecnica                                         

Germania, 2014
Regista: Jacob Frey
Musica composta da: Tobias Buerger
Scritto da: Fabio Coala
Sceneggiatura: Jacob Frey
Cast: Quinn Nealy, Samantha Brown
Durata: 4’19”

Thriller

By Jean

Thriller

Thriller

Possono i sogni di un bambino alleviare i problemi degli adulti? A questa domanda risponde il regista Giuseppe Marco Albano con il suo cortometraggio Thriller.

In una Taranto martoriata dai veleni di quell’acciaio che, nel corso degli anni, ha distrutto l’ambiente ed innumerevoli vite umane, si muove il piccolo Michele (interpretato magistralmente da Danilo Esposito) studente svogliato con un grande sogno: andare in televisione a ballare il moonwalk di Michael Jackson. Ma il suo desiderio si scontra con una realtà ben più seria: il padre e il fratello, che lavorano all’ILVA, proprio il giorno in cui Michele ha un provino a Roma devono prender parte a un’importante mobilitazione in fabbrica. Se nessuno potrà accompagnarlo negli studi televisivi della capitale, il suo sogno sarà destinato a morire.

Il ragazzo però non si perde d’animo. Proprio grazie alla sua passione per Michael Jackson riesce a trasformare agitazioni sociali, lotte per il lavoro e preoccupazioni per la salute dei cittadini, in un mondo immaginario popolato da zombie. E se nel finale del video originale gli zombie erano solo la rappresentazione delle paure della protagonista, questa volta ad interpretare il ruolo dei morti viventi sono proprio i lavoratori delle acciaierie, tristemente consapevoli di essere quotidianamente a rischio di tumore ai polmoni, per colpa di quel mostro chiamato ILVA che ha già ucciso fin troppe volte.

I particolari

Di Taranto e dei suoi problemi d’inquinamento legati all’ILVA se ne è parlato tanto, sia in TV che al cinema e non è mai abbastanza, vista la gravità della situazione. Il regista Giuseppe Marco Albano lo fa però da un punto di vista diverso: quello di un ragazzino che, nonostante le preoccupazioni familiari, continua a credere al suo sogno. Originale la scelta di mescolare scene di vita quotidiana (dal pescatore che si rammarica, alla fabbrica che ha causato così tanti problemi alla città) ad immagini di ballo del giovanissimo interprete, davvero molto bravo.

Rimbalzando tra i desideri della mente di questo giovanissimo visionario, spensierato e divertito, a quelli del padre e dei suoi colleghi, stanchi e combattuti tra la paura di una possibile disoccupazione e il terrore dei tumori provocati dal lavoro in fabbrica, il regista gioca con i generi, trovando il giusto equilibrio fra documentario, dramma e grottesco.

Tante le citazioni sparse lungo la narrazione: dal richiamo al singolo di Jackson, Bad,  a La classe operaia va in paradiso, di Petri, manifesto della lotta operaia, fino alla danza finale tratta da Thriller, indimenticabile videoclip diretto da John Landis.

E straordinariamente efficaci sono le scene del balletto conclusivo di cui sarebbe un peccato svelare i dettagli, rovinando la sorpresa…

Albano trova una chiave nuova e differente per fare luce su un dramma contemporaneo che da anni affligge il meridione, affidando allo sguardo di Michele la speranza verso un futuro più limpido, lontano dal grigiore delle nubi tossiche..

Curiosità

L’inizio del film è parlato “in lingua originale”, cioè in dialetto locale, con i sottotitoli in italiano

Il regista, Giuseppe Marco Albano nasce a Cisternino da padre pugliese e madre lucana, cresce a Bernalda, dove consegue la maturità scientifica ed inizia ad occuparsi di cinema da autodidatta. Successivamente si trasferisce a L’Aquila, dove frequenta l’Accademia internazionale per le arti e le scienze dell’immagine. In seguito frequenta la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Parma.

Tra i suoi lavori, i cortometraggi Il cappellino, presentato in Festival Italiani ed Internazionali, XIE ZI, finalista al Giffoni Film Festival 2010 e tra i finalisti dei Nastri d’Argento 2011, Stand by me, candidato nella cinquina dei David di Donatello 2011 come Miglior Cortometraggio Italiano e vincitore del Nastro d’Argento 2012. Del 2011 è invece il suo primo lungometraggio dal titolo Una domenica notte. Ha anche vinto il Premio Troisi come regista emergente italiano.

Nel 2014 produce, scrive e dirige il cortometraggio Thriller, presentato in prima assoluta al Giffoni Film Festival 2014. Il corto, ambientato interamente a Taranto, riceve oltre 60 riconoscimenti nazionali, fra cui il premio al miglior film corto della 8° edizione del Festival Internazionale del Film Corto “Tulipani Di Seta Nera” 2015, e internazionali, ma soprattutto vince il prestigioso David di Donatello 2015 per il miglior cortometraggio.

Nel 2015 riceve, inoltre, il Premio Rodolfo Valentino come giovane talento del cinema italiano.

Nel 2016 è il direttore artistico dei Soundies Awards, di Casa Sanremo. Il contest, destinato alle case discografiche che partecipano al 66º Festival della Canzone Italiana, diviso in due sezioni (Campioni e Nuove Proposte) premia il miglior videoclip italiano dell’anno tra i brani in concorso.

Scheda tecnica

Italia, 2014
Sceneggiatura e Regia: Giuseppe Marco Albano
Cast: Danilo Esposito, Antonio Gerardi, Anna Ferruzzo, Giuseppe Nardone
Durata: 14′

Tre piccole storie africane

By Jean

Tre piccole storie africane

Tre piccole storie africane

Il cortometraggio si sviluppa in tre episodi di circa cinque minuti ciascuno e, come esplicitato ironicamente nel titolo originale, si pone come strumento educativo per introdurre i bianchi, i toubab, alla cultura africana e, al contempo, come ironica ma profonda provocazione.

Sul piano stilistico, le storie sono molto semplici, rendendo così ancora più immediato il messaggio. Filo conduttore è il tema della relazione interculturale scorretta, basata sull’etnocentrismo. Ogni episodio si presenta come una favola, richiamando così la tradizione orale africana, e come tutte le favole ha una morale, che accomuna i racconti con un filo conduttore che parla di comunicazione, ma soprattutto di comprensione reciproca: ovvero, un’amara lezione su come non ci si dovrebbe comportare nell’incontro con l’altro e “l’altrove”.

Il primo episodio, I bianchi si divertono,  condanna un atteggiamento di superiorità e insensata prepotenza da parte degli occidentali nei confronti di qualcosa che è loro sconosciuto, ovvero le tradizioni antiche e rituali. Un uomo anziano si appresta a celebrare un rito, l’ultimo della sua vita, in quanto sente che la fine è vicina. Emerge il contesto animista che fonda un legame indissolubile tra la terra e il cielo, il finito e l’infinito, i vivi e gli antenati, la vita e la morte, l’individuo e la sua comunità di appartenenza. L’uomo, ancora cosciente di sé, si prepara ad accettare il momento del passaggio estremo, e attraverso una celebrazione di purificazione conferma la propria fede nel Grande Spirito e il personale impegno per il bene sociale e la pace. Dall’intimità dell’anima, nel buio del raccoglimento e della notte, dalla capanna si eleva, con la voce fuori campo, la semplice preghiera del protagonista e la scena si apre piano piano alla luce, attraversa il villaggio, si solleva da terra fino ad arrivare nel cielo limpido e pacato. Non a caso la preghiera termina con un’invocazione alla pace. Poi lo sguardo cinematografico si sposta sugli occhi e sul viso, segnati dall’età e dal tempo, dell’uomo. Immaginiamo che attraverso il sacrificio della capretta che  sta per acquistare utilizzando tutti i suoi averi, simboleggiati dai cauri, tradizionali conchiglie africane, intenda invocare un trapasso sereno. Un rito che elabora la paura della morte sia per chi vi si prepara sia per coloro che vi assistono. Ma la cerimonia non avrà luogo e la favola ci spiega con amarezza il perché. Gli occhi fissi del vecchio in primissimo piano, nella sequenza finale,  riflettono l’impossibilità di dare continuità a una tradizione, lo sgomento per una azione violenta e ingiusta, il rammarico per non aver da dire nulla ai bambini che assistono alla scena, la delusione per uno scontro arbitrario fatto quasi per gioco da persone prepotenti,  che continuano la loro corsa, incuranti del disastro che hanno creato. In questo episodio è ben rappresentata la distanza tra due culture, anche in seno alla spiritualità e alla concezione della vita. Diversi percorsi di riflessione sono tracciati dagli altri due episodi: in Buona fortuna Trophy, viene simpaticamente riproposto il convenzionale differente modo di intendere e vivere il tempo per gli occidentali e gli africani. I primi come i maratoneti sempre e dovunque frettolosi e dinamici, gli altri, al pari dei massi rocciosi, rilassati e stabili. I figli del giaguaro richiama infine, in modo forse più diretto,  il legame con le tradizionali favole africane che spesso hanno per protagonisti gli animali, con tutti i pregi, i vizi e difetti umani. L’episodio condanna l’atteggiamento spregiudicato di alcuni speculatori occidentali che tentano di appropriarsi, seppur temporaneamente, delle proprietà altrui, pensando di poter ripagare il prestito con qualche paccottiglia di seconda mano.

Scheda tecnica

Costa d’Avorio – Francia, 1999
Lingua originale francese con sottotitoli italiani
Titolo originale: Trois fables a l’usage des blancs en Afrique
Regia: Luis Marquès, Claude Gnakouri
Cast: Wayata Sora, Mathurin Nahounou, Arnaud Gallibert, Soro Solo
Durata: 17’                  

La pelote de laine

By Jean

Un gomitolo di lana

Un gomitolo di lana

La violenza sulle donne è senza dubbio un tema doloroso per chiunque abbia un minimo di coscienza sociale. Sono anni che l’Occidente si batte e lotta contro questa piaga, la peggior forma di vigliaccheria che si possa esercitare nei confronti di un essere più debole (così come contro i bambini, gli anziani, i disabili e anche gli animali) con campagne di sensibilizzazione ed educazione, leggi più severe e un maggior controllo, cercando di coinvolgere anche il mondo Orientale. Un mondo tradizionalmente chiuso, anche suo malgrado. Perché la violenza non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica, più subdola e sottile, spesso invisibile ma non per questo meno odiosa. Così si esprime chi ha un potere dato dalla prepotenza, a volte dall’ignoranza, e dalla paura di perdere un predominio. E quando si sente minacciato, si “difende” manifestando diffidenza e chiusura, rifiutando il confronto. Coercizioni che vengono esercitate prevalentemente sulle donne, più deboli per ragioni fisiche, culturali e geografiche.

Per fortuna ci sono altre donne, sfuggite alle maglie di questa sottile oppressione, pronte a denunciare con coraggio e anche con ottimismo determinate situazioni ancora in essere.

Riallacciandosi a un filone caro alla cinematografia magrebina, Fatma Zamoum sviluppa in modo originale il tema della condizione della donna musulmana, in bilico tra sottomissione ed emancipazione dal potere maschile. E se in tanti film la denuncia dell’oppressione e del maschilismo viene ricondotta a una lucida accusa all’integralismo politico e religioso, qui i riferimenti all’Islam sono assenti.

La pelote de laine è una storia di coppia, di determinazione, collaborazione e audacia femminile e di paura e insicurezza maschile. Di chiusura mentale, ma anche di allegria e ottimismo.

Fatiha e Mohamed sono algerini immigrati in Francia con i figli, nel 1974. Mentre lui va in fabbrica, lei accudisce la casa e i bambini e  si apre con tante speranze alla nuova realtà. Ma amaramente scopre che non può neanche varcare una porta tenuta chiusa a chiave dal marito, nel timore che possa “perdersi”, andandosene in giro da sola per la città. La severità dello sguardo e il silenzio di Fatiha fanno capire che qualcosa è cambiato in Mohamed, che nella loro terra d’origine le cose andavano diversamente e che la svolta è stata segnata dal loro arrivo in Francia, dall’avere oltrepassato confini culturali altrui. Per Mohamed il sistema di vita occidentale si pone come una minaccia all’integrità del suo equilibrio familiare, anche per colpa della cattiva influenza dei compagni di lavoro. Per Fatiha, invece, è un’opportunità insperata. Pazientemente, la giovane donna aspetta che il marito prenda consapevolezza della loro nuova realtà e ci si adatti, ma chi rifiuta quello che non conosce per paura di perdere il proprio ruolo di potere non può apprezzare i cambiamenti né riconoscerne la positività. Anzi, l’uomo, completamente trascinato da una scontentezza incomprensibile, comincia persino a bere, arrivare a casa tardi ed essere prepotente. Sarà la fantasia a sostenere Fatiha, unita alla voglia di non adeguarsi a schemi mentali irrigiditi. E l’amore ad aiutarla a costruire un rapporto tenero e allegro con il figlio. Gioca, ride, si veste in tuta e trasforma la piccola casa nella banlieau parigina in una dimora degna di essere vissuta. Si inventerà stratagemmi, instaurerà un’amicizia inattesa con una vicina francese, fatta di… gomitoli di lana, comprensione e complicità, e cambierà i colori del suo mondo. Perché l’universo femminile è creativo, pieno di risorse e provvido di solidarietà e alleanze. Quello maschile è pressoché assente, incapace di mediare e foriero di conflittualità.

È questa la provocazione lanciata dalla regista, che può essere utile per rivisitare le tematiche dell’emancipazione femminile e riaprire un discorso di genere su un livello più paritario.

Un discorso ancora difficile in alcuni angoli del Mondo, ma forse qualcosa sta cambiando. Al di lá del contesto algerino, il film fornisce spunti per una destrutturazione degli stereotipi sulla donna musulmana e lancia una speranza sulla formazione delle nuove generazioni. Il futuro infatti è Said, cresciuto tra le maglie del dialogo e della solidarietà.

La regista

Fatma Zohra Zamoum è nata nel 1967 a Bordj-Ménaïel (Algeria), in un villaggio circondato da terre fertili a cinque chilometri dal mare.

Nel 1988, dopo il diploma alla Scuola Superiore di Belle Arti ad Algeri, si trasferisce  a Parigi approfittando  della doppia nazionalità algerina e francese. Nella Ville Lumière si iscrive alla Sorbona, dove nel 1995 consegue una laurea in Studi Cinematografici e Audiovisivi.

Da quel momento in poi la sua vita si divide fra due grandi passioni: il cinema e la pittura. Fino a che il cinema non prende il sopravvento, e Fatma comincia a dedicarsi alla scrittura di sceneggiature per corti e lungometraggi e alla regia di documentari e corti, finora autofinanziati.

Sempre alla ricerca di nuovi stimoli culturali, ha inoltre pubblicato due romanzi, A’ tous ceux qui partent (1999) e Comment j’ai fumé tous mes livres (2004) oltre a diversi saggi sulla pittura

Attualmente insegna Storia dell’Arte all’Università di Marne-la-Vallée.

La Pelote de Laine è il suo primo lavoro “importante”, cui hanno fatto seguito nel 2009 il primo lungometraggio Z’har e nel 2011  Combien tu m’aimes.

Ad oggi, La Pelote de Laine è il suo maggior successo in campo cinematografico, vincitore di premi come:

Montréal International Film Festival 2006: Menzione della Giuria – Categoria Regard sur le Monde

Journées Cinématographiques de Carthage 2006: Tanit d’argent nella sezione cortometraggi

Festival du Film Court Francophone di Vaulx-en-Velin 2007: Premio della stampa

Fespaco 2007: Prix spécial ville de Ouagadougou, Prix Spécial de l’Espoir

Festival Cinema Africano d’Asia e America Latina 2006: Menzione speciale della giuria del concorso cortometraggi africani

Premio CEM-Mondialità/COE al Miglior Cortometraggio

Scheda tecnica

Algeria – Francia, 2006
Titolo originale: La pelote de laine
Regia: Fatma Zohra Zamoum
Cast: Fadila Belkebla, Mohammed Ourdache, Sofiane Ahsis, Louise Danel, Gil Morand et Didier Morvan
Durata: 14’

Vivo e veneto

By Jean

Vivo e veneto

Vivo e veneto

Un ragazzo nero è seduto di fronte a un’officina, il padrone bianco arriva e con un fischio lo fa alzare. Sembra l’inizio di un racconto sulla discriminazione e il razzismo, fin troppo frequenti nella realtà, invece il giovane viene invitato ad entrare e gli viene offerto un lavoro, con la formula “tu hai bisogno, io ho bisogno”, ed è tutt’altra storia.

Una storia che racconta di un biciclettaio padovano e del suo nuovo apprendista africano. Fra loro, l’unico mezzo di comunicazione è il dialetto veneto, usato dall’artigiano per insegnare allo straniero l’arte delle piccole riparazioni. Tra una chiave del dieci scambiata prima per un cacciavite e poi per un pappagallo, proverbi non capiti, inevitabili e buffi equivoci, la convivenza si rivela, come facilmente si può supporre, difficile (anche con l’aiuto di Moliere) ma, in ogni caso, non impossibile. E il dialetto, da apparente elemento di chiusura verso l’altro, diventa invece veicolo d’integrazione grazie a una trama che si snoda fra incomprensioni e situazioni a tratti comiche,  per poi sfociare in un’amicizia. Questi gli ingredienti del cortometraggio Vivo e Veneto,  interpretato dal brillante attore padovano Valerio Mazzucato e da Moses Kibuuka, per la prima volta sullo schermo.

I particolari

Un bianco e un nero in bianco e nero = integrazione.

È proprio questa la missione del corto di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni: spiegare che la voglia di integrazione batte e abbatte tutte le barriere delle diversità, unisce ciò che la società divide, dà dignità e valore all’essere umano.

Per queste e altre motivazioni Vivo e veneto si è aggiudicato il Premio Reset-Dialogues on Civilizations per il dialogo interculturale al Capalbio Internatiol Short Film Festival, una soddisfazione che diventa doppia, considerando che il lavoro di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni è stato scritto, girato e montato in 10 giorni, durante il Workshop Cinema Lab 2013 di Kinocchio, che aveva come tema provocatorio “L’integrazione non fa notizia”. Senza sminuire il valore e la potenza del contenuto, sempre importante e attuale, non si può non mettere in risalto una forma da intenditori di cinema: il bianco e nero, insieme scarno ed elegante, e i dialoghi, semplici ma incisivi, rimandano inevitabilmente a un primo Jim Jarmusch (citazione forse azzardata, ma non esagerata), un po’ scanzonato alla Daunbailò e un po’ surreale, come nella strana coppia di Dead Man.

Come precisano i registi, l’idea di sviluppare il tema dell’integrazione partendo dall’ironia a tratti feroce della terra veneta, è nata dall’osservazione del quotidiano. Per gli stranieri, in molti ambienti di lavoro, l’incapacità di comprendere le regole che vengono impartite è all’ordine del giorno e non è raro che i ritmi di produzione prevedano, senza tante gentilezze, che si debba fare, prima di capire. Ma sono sufficienti piccoli gesti per venirsi incontro e abbattere il pregiudizio.

Così ha dichiarato Francesco Bovo: “Sento sempre più spesso parlare di immigrazione senza controllo e di aumento della criminalità a seguito degli intensi flussi migratori, e più percepisco forme di cattiveria nei confronti della diversità, più mi accorgo di paradossi quasi grotteschi nel considerare l’immigrato. Sento discorsi come: li rispedirei tutti a casa, tranne il mio vicino che è una bravissima persona e mi offre sempre il caffè,  oppure: li rispedirei tutti in Cina ‘sti cinesi, tranne quello del mio baretto di fiducia che mi fa sempre il grappino dopo pranzo. Con questo voglio dire che se tanti si soffermassero anche solo ad ascoltarsi si renderebbero conto di quanto basti veramente poco per smettere di essere razzisti”.

Francesco Bovo (Monselice, 1985) si laurea in Scienze delle Spettacolo e della produzione multimediale al DAMS di Padova. Parallelamente al cinema, si appassiona anche al teatro, lavorando come tecnico luci e audio presso il Teatro delle Maddalene. Tra le sue fonti di ispirazione Stanley Kubrick, Tim Burton e David Fincher.

Alessandro Pittoni (Padova, 1984) si laurea in Economia presso l’Università di Padova. Dal 2011 riveste il ruolo di Responsabile Marketing & Eventi nell’associazione no-profit Cineforum Antonianum, storico filmclub patavino. Attualmente lavora come producer e autore di contenuti video brandizzati.

Scheda tecnica

Italia, 2014
Sceneggiatura e Regia: Francesco Bovo, Alessandro Pittoni
Cast: Valerio Mazzucato, Moses Kibuuka
Durata: 8′

A mano libera
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Vivo e veneto
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