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A royal night out

By Jean

A Royal Night Out

A Royal Night Out

Londra, 8 maggio 1945. È il giorno seguente la sconfitta dei nazisti da parte degli Alleati. Il sovrano britannico Giorgio VI si sta preparando allo storico discorso col quale parlerà al suo popolo via radio, dopo l’annuncio della vittoria da parte di Winston Churchill. Ma non è  l’unico problema che il Re si trova ad affrontare… Infatti, a  Buckingham Palace la famiglia reale si sta confrontando  nel classico conflitto generazionale, reso più difficile dal ruolo che rivestono i suoi membri: le figlie, le principesse Elizabeth (futura regina) e Margaret, vorrebbero strappare ai genitori il permesso di unirsi alla gente che festeggia nelle strade della città, salutando la fine tanto desiderata del conflitto mondiale con musica e danze liberatorie, ma soprattutto con la ritrovata serenità e tanta gioia di vivere e speranza.

La mamma è contraria, ma il padre propone un compromesso, concedendo alle ragazze di recarsi al ballo che si terrà la sera stessa, all’Hotel Ritz. A un patto: la scorta di due guardie reali e il rientro  a casa all’una in punto. Appena arrivate alla festa, però, la ribelle ed esuberante  Margaret, approfittando della confusione, riesce a sfuggire alla sorveglianza e si eclissa, confondendosi con il popolo festoso. La principessa Elizabeth si lancerà disperata alla ricerca della sorella, affrontando avventure che, prima di uscire dal suo nido dorato, non avrebbe mai immaginato…

I particolari

Partendo da una sceneggiatura di Dalton Trumbo, nel 1954 William Wyler raccontò in Vacanze Romane la breve fuga di una principessa che si regalò una pausa dai doveri reali, divertendosi a girare per la città in vespa con un affascinante giornalista e ballare sulle rive del Tevere, per poi rientrare nei ranghi. Sei decenni dopo, l’inglese Julian Jarrold omaggia l’illustre predecessore con una commedia “tutta in una notte”, ipotetico sequel de Il discorso del Re. Nel film di Tom Hooper avevamo infatti lasciato Giorgio VI combattere con la balbuzie per diventare un sovrano di giusta autorevolezza. Avevamo anche fatto la conoscenza delle piccole Elizabeth e Margaret, che però rimanevano in secondo piano. In questo film le ritroviamo cresciute e desiderose di festeggiare, insieme all’intera città di Londra, la fine delle ostilità. Gli appassionati di storia della Corona sanno che la futura regina e sua sorella minore la sera dell’8 maggio 1945 uscirono per davvero, ma si limitarono ad andare al Ritz, scortate da una truppa di ufficiali, e non vissero nessuna rocambolesca avventura. Ma si sa che trasformare la verità per renderla simile a una favola è tra i compiti di un artista… Così nasce questa briosa commedia degli equivoci, intrigante, divertente e sicuramente fiabesca. Tra i suoi pregi, lo stile e l’atmosfera  volutamente retrò, ricostruiti con accuratezza in un’operazione affettuosamente nostalgica. Con lo stesso spirito, il regista sceglie la musica giusta (il jazz), il look perfetto per le due protagoniste (stupende in chiffon rosa) e il ritmo più adatto (sostenuto, con inseguimenti a bordo di autobus o tra folle oceaniche). Ne deriva un senso di gaia confusione che ricorda le commedie sofisticate americane degli anni d’oro, ed esprime la profondità del sollievo dopo il dramma, come sublimazione del dolore di aver perso tante giovani vite. Una sofferenza particolarmente “nelle corde” di Jack, disertore della Royal Air Force che accompagna Elizabeth in cerca della sorella e critica il dorato isolamento dei regnanti, inconsapevoli degli orrori in battaglia. Ma il ragazzo in uniforme, pur consapevole di certi limiti, non sa resistere al fascino della principessa e si lascia travolgere dalla giostra scatenata che, girando sempre più veloce, ci porta ancora più indietro nella storia del cinema, ai tempi delle gag del muto. Situazioni forse superficiali  ma divertenti, in cui l’ingenuità delle sorelle reali (all’epoca di 19 e 14 anni, ma “invecchiate” per le esigenze del racconto) le fa cacciare in guai e pericoli, anche paradossali, da cui puntualmente si salvano. Si ride, ci si incanta davanti alla loro graziosa ingenuità, si spera in risvolti romantici che poi, per forza di cose, in quel periodo non possono ancora concretizzarsi.  Grandioso il cast, brillante ma anche in grado di rivelare nascoste profondità.

Concettualmente lontana da  The Queen, cui è stata accostata, l’opera di Jarrold è infine un atto d’amore nei confronti di Londra, in cui i rigidi inquilini di Buckingham Palace convivono con la  vibrante energia che la città sprigiona e si può avvertire anche nei nostri giorni. Una gioiosa macchina di pace dal sapore vagamente Disneyano, arricchito da una  sensibilità tutta contemporanea, che rende il film scoppiettante e molto gradevole, dal primo all’ultimo fotogramma.

Curiosità

La pellicola prende spunto da un episodio realmente accaduto in gioventù alla Regina Elisabetta che, insieme alla sorella Margareth, partecipò a una festa all’Hotel Ritz nel giorno della Vittoria

Era la loro prima uscita da Buckingham Palace. Entrambe rientrarono dopo la mezzanotte.

Il regista inglese Julian Jarrold è noto per aver già diretto Becoming Jane e Ritorno a Brideshead.

Sarah Gadon è attrice feticcio di Cronenberg.

Jack Reynor è un attore irlandese già visto nel Macbeth con Fassbender..

Rupert Everett veste i panni del re Giorgio VI, sovrano del Regno Unito fino al 1952.

Il film è uscito nelle sale inglesi proprio  l’8 maggio 2015, in occasione del 70º anniversario della vittoria inglese nella seconda guerra mondiale.

Citazioni

Nel film, il messaggio alla Nazione pronunciato da Rupert Everett nei panni di Giorgio VI è lo stesso che recita Colin Firth nella pellicola di Tom Hooper Il discorso del re.

“La mamma ha detto di no.” “Che tipo di no?” “ Assolutamente no in nessunissimo caso. La vita che viviamo non è interamente nostra, lo sai.” “Pensa che andrò a finire su qualche copertina tra le braccia di un marinaio ubriaco?” “ Probabile…”

“Cosa c’è di speciale nell’uscire?” “Non lo sapremo mai se non lo facciamo!”

“Caduti in guerra? Caduti è solo un banale eufemismo.”

“Scarpe fatte a mano? Famiglia benestante?” “ Ce la caviamo.”

“Lascia che ti dica che tutta la mia famiglia ha servito in questa guerra.” “ Sandwich, forse.”

“Avete visto mia sorella? È come me, solo più bella!”

“Mi spiace per i soldi, non è una cosa a cui la mia famiglia pensa.” “ La mia ci pensa di continuo, tocca lavorare per vivere.”

“Un soffio di libertà e si sono volatilizzate…”

“Lei sarà anche un capitano, ma io sono una principessa.”“Mi hai mentito tutta la notte solo perché sei una principessa e sai che puoi ottenere tutto quello che vuoi.” “No, io sono stata solo me stessa nella notte più straordinaria della mia vita.” “ Giusto perché tu lo sappia, mia mamma ha finito i tappeti rossi.”

Scheda tecnica

Regno Unito, 2016
Titolo originale: A Royal night out
Regia: Julian Jarrold
Cast: Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson

Paulette

By Jean

Paulette

Paulette

In un casermone squallido, nella periferia degradata di una metropoli francese, vive Paulette, un’anziana signora che, rimasta vedova (per combinazione l’11 settembre 2001) fatica a sbarcare il lunario con la sua magra pensione. Con il  marito ha infatti perso anche la brasserie che assicurava a entrambi una vita dignitosa. Amareggiata dagli sgraditi sviluppi di una vecchiaia che immaginava  più serena, si consuma nell’odio: detesta tutto e tutti, ma soprattutto gli immigrati (il suo ex locale è stato rilevato dai cinesi…) e tra loro in particolare quelli di colore. Vive come uno smacco del destino il fatto che due di loro siano capitati proprio nella sua famiglia: il genero Ousmane, detto “sbucciabanane”, e il suo unico nipote Leo, “la scimmietta”, che malgrado i tentativi di farsi voler bene viene sempre maltrattato. In un certo senso, pur avvelenata da un razzismo di bassa lega, milioni di pregiudizi, e soprattutto le tasche vuote, la situazione potrebbe essere anche sopportabile per la politicamente scorretta Paulette, se non le capitasse tra capo e collo l’ennesima sciagura: il pignoramento dei mobili, ma soprattutto dell’adorata televisione. Ormai il fondo è raggiunto. La sua principale preoccupazione diventa studiare un modo per recuperare ciò che le è stato sottratto. E mentre quest’esigenza si fa sempre più impellente, sempre meno le rimorde la coscienza nell’esaminare opzioni poco legali. Ad ispirarla, gli spacciatori del quartiere, che sembra non abbiano problemi di soldi. Carpendo senza ritegno informazioni al genero, che oltre ad essere negro è pure poliziotto, propone i suoi servigi a Vito, il boss locale: perché non utilizzarla come insospettabile pusher? Dopo la prima reazione, ovviamente negativa, Vito si lascia convincere. Ed ecco Paulette, col suo cesto in paglia da brava massaia, proporre “roba” per la strada, dapprima goffa poi sempre più spigliata. Difatti, gli affari vanno a gonfie vele e il boss la rifornisce sempre più spesso e abbondantemente. Quel  “lavoro straordinario” la distoglie dalle solite attività al centro anziani e le amiche iniziano a sospettare qualcosa di strano dietro la sua ritrovata brillantezza economica.

Quando, per colpa di Leo, un po’ di hashish finisce nell’impasto di una torta, Paulette scopre un universo… e, come pasticciera di lunga esperienza, non ha problemi a scoprire e proporre agli entusiasti consumatori sempre nuove ricette. Inoltre, lavorando in casa, non si espone più alle violente vendette dei “colleghi”, che hanno visto calare vertiginosamente gli incassi a causa sua. Non potendo più tacere sulla nuova attività con le  tre migliori amiche, invece che rimproveri trova un’inattesa complicità. A tutti, come appare evidente, piace il facile guadagno. Nell’ambiente,  la pasticceria casalinga di Paulette inizia ad essere sulla bocca di tutti, tanto da arrivare alle orecchie di Taras, il capo di Vito, che le propone di vendere i suoi dolcetti alle scuole primarie.

Ma la vecchia bisbetica senza scrupoli di poco tempo prima non esiste più: nel frattempo ha fatto pace col nipotino, che le ha salvato fortunosamente la vita. Il rifiuto non resterà impunito. Mentre con le amiche e Leo si concede un lussuoso week end al mare, gli sgherri di Taras le devastano la casa e, al loro ritorno, rapiscono il bambino. La paura dura poco: la banda viene sgominata dalla polizia grazie alle indagini di Ousmane, che aveva intuito qualcosa di losco dietro alle stranezze della suocera. Tutto è cambiato, per Paulette, che archivia pregiudizi e intolleranza diventando lei stessa migrante: con tutto il suo gruppo di lavoro parte infatti per l’Olanda, dove spopolerà con una nuova, elegante pasticceria Coffee Shop.

I particolari

Ispirato a un episodio di cronaca, il film affronta i problemi di convivenza e sopravvivenza in una multietnica banlieue attraverso il ritratto ironico della sgarbata  e  xenofoba Paulette, il contrario della nonnina comme il faut. Viene subito in mente il paragone con L’erba di Grace, di Nigel Cole,  ma le due eroine non si somigliano affatto: quanto la britannica ha classe e fascino, leggerezza e sex appeal, la francese ha un brutto carattere, è poco attraente e ancor meno simpatica. Eppure… piace.

Sviluppata dal regista Enrico con alcuni allievi del corso di sceneggiatura, questa commedia sulla precarietà dei valori ruota attorno alla protagonista burbera e incattivita, pronta a gettarsi nella criminalità per non rinunciare alla dignità. La incarna in modo straordinario Bernadette Lafont, già scelta per ruoli impegnativi  da Truffaut, Miller e Chabrol tra gli altri. L’attrice, al suo ultimo lavoro, giganteggia tra i compagni di cast, compresa la grande Carmen Maura, icona di Pedro Almodovar.

Divertente, a tratti comico, con un sottofondo amaro, il  film cala una vicenda improbabile in un contesto del tutto verosimile, ironizzando su disagi e difficoltà del tirare a campare ma senza sconfinare in territori troppi scomodi.  Un filo di coraggio in più avrebbe trasformato una simpatica Black Comedy  in qualcosa di memorabile. La scelta di non andare  oltre si palesa con un fiabesco happy end, pur senza tradire del tutto la denuncia sociale sulla condizione degli anziani, la solitudine, l’impoverimento economico ed affettivo. Ma Nonna Spinello,  come viene chiamata dai  clienti Paulette, è solo per amore e ragionevolezza che rientra nei ranghi. in fondo, non è così disdicevole che in una storia hashish e vecchi merletti  prevalgano alla fine i buoni sentimenti. Quasi tutti…

Curiosità

Il film è il risultato del corso di sceneggiatura e scrittura  tenuto da Jérôme Enrico, presso l’ESEC, una scuola di cinema francese. L’idea di base, sviluppata durante un laboratorio di scrittura, appartiene alla studentessa Bianca Olsen che, insieme ai colleghi Laurie Aubenal e Cyril Rambour, ha lavorato per un anno alla storia (in parte vera) di una vecchia signora che, vivendo in una grande città, si lancia nel commercio della cannabis per riuscire ad arrivare a fine mese, supportata da un gruppo di amiche di età compresa tra i 60 e gli 80 anni.

Modello di riferimento di Enrico e degli sceneggiatori è la commedia sociale italiana del secondo dopoguerra, con qualche spunto che ricorda il cinema di Ken Loach.

Il nome di Bernadette Lafont è legato soprattutto alla Nouvelle Vague e a registi come François Truffaut, Claude Chabrol e Jean Eustache. All’età di 74 anni, accetta di interpretare un personaggio che nasconde la cordialità e la gentilezza dietro la scontrosità di chi sa di non aver più nulla da perdere. Accanto a lei, si muovono un gruppo di giovani attori professionisti, con in testa Paco Boublard, impegnati a interpretare i membri della banda di spacciatori di città, e un trio di attrici dalla consolidata carriera come Françoise Bertin, Dominique Lavanant e Carmen Maura (fino alla fine in predicato per la parte di Paulette), prestatesi a rivestire i panni delle componenti della “banda”.. André Peverne interpreta invece la parte di Walter, un tombeur dotato di una certa classe e di un certo fascino e la cui divertente presenza permette di raccontare al meglio la trasformazione fisica e morale di Paulette. Per il personaggio di Walter, il regista Jérôme Enrico non ha fatto mistero di essersi ispirato a un suo zio.

Parlando di film che coinvolgono anziane signore sopra le righe, a Marianne Faithful era andata paradossalmente meglio: in Irina Palm scopriva “il talento di una donna inglese” riciclandosi in una professione ben più umiliante, ma per un fine nobile come salvare la vita a suo nipote.

Citazioni

“Signora, qual è il suo nome?” “Alzheimer”

“Nonna, perché non mi vuoi bene?” “Perché sei negro!”

Scheda tecnica

Francia, 2012
Regia: Jérôme Enrico
Cast: Bernadette Lafonte, Carmen Maura, André Penvern, Dominique Lavanant

The Crow's Egg

By Jean

Crow’s egg

The Crow’s egg

India. Chennai. Due fratellini, “Piccolo Uovo di Corvo” e “Grande Uovo di Corvo”, (per la loro passione di rubare e poi mangiare le uova dai nidi dei corvi) vivono in una bidonville con la madre e la nonna e contribuiscono alla sopravvivenza della famiglia raccogliendo il carbone che cade dai treni merci. L’arrivo di un televisore (regalato dal governo ai proprietari di una carta annonaria che vivono sotto la soglia di povertà) nella loro baracca stravolge la vita dei ragazzi. Ancora di più la visione dello spot di una pizza, che li spingerà a iniziare una singolare avventura con un unico obiettivo: mangiare la pizza tanto pubblicizzata da un popolare attore, dannatamente costosa per le loro inesistenti finanze.

I particolari

Questo primo lungometraggio del giovane regista Tamil, parla dell’India degli slums. Si tratta di quartieri della periferia metropolitana, particolarmente poveri, costituiti da abitazioni misere e fatiscenti. Molti romanzi di Dickens, per fare un esempio, sono ambientati negli slums  di Londra.

Racconta della miriade di persone che ci vivono, anzi sopravvivono, affrontando  enormi difficoltà  tutti i giorni, bambini compresi. Per ognuno è una sfida continua, sempre differente, per non soccombere all’amara sorte che sembra segnata. I due piccoli protagonisti del film, facendosi chiamare “Grande Uovo di Corvo” e “Piccolo Uovo di Corvo”, nonostante la madre non lo accetti, affermano con testardaggine la loro giovane presunta identità. Ci dicono fin da subito che esiste la realtà, quella vera, ma esiste anche una realtà diversa, quella del possibile, per la quale vale la pena di lavorare e faticare, nel vero senso della parola.

Il film si apre su un interno, con il risveglio del più piccolo che bagna il letto nella sua casupola di cemento e latta,  a sottolineare un’identità di bambino come tanti, con le paure e il confronto con la crescita, calata in una situazione di estrema difficoltà economica e familiare: il padre in carcere e la severità della madre, stremata dagli sforzi per dare da mangiare  ai suoi figli e all’anziana suocera.

Poi la macchina da presa fugge all’esterno, inseguendo i due ragazzini nel loro girovagare per la baraccopoli e svolgere quel lavoretto che sostituisce la scuola troppo costosa. In un ambiente sporco, duro, ostile, incontrano i loro pari, piccoli e grandi, tutti impegnati ad inventarsi un modo per andare avanti. Il loro habitat è uno  spazio esteso ma ben delimitato, chiuso da cancelli, barriere fisiche ma ancor più barriere mentali e sociali, spesso inquadrato dall’alto a mostrarcene la finitezza. Al di fuori, il mondo dei privilegiati, per esempio il ragazzino ricco che incontrano continuamente, limitandosi a guardarlo attraverso le inferriate o scambiare qualche parola, senza entrare veramente in contatto. Per i due fratelli più che una forma di relazione diventa fonte di invidia e sconforto, ma anche di stimolo, per avvicinarsi con mille stratagemmi al loro obbiettivo: comprarsi una pizza.

Perché anche nella loro casa è arrivata la tv, con il suo mondo di bellezze e bontà irraggiungibili, come l’apertura di una pizzeria proprio al confine della loro baraccopoli: un locale bello, pulito e impossibile.

Quella pizza tanto desiderata finisce per incarnare il desiderio assoluto, ma anche il bene e il male di un mondo globalizzato, che si presenta uguale per tutti e democratico, ma invece sa solo amplificare le distanze tra ricchi e poveri, quando non si macchia di strumentalizzazione politica e corruzione. O di semplice ma violenta emarginazione, terribile nella sua banalità.

Il regista non prende posizione di fronte alla spiacevole vicenda di cui diventano protagonisti i ragazzini ma, senza cadere nel moralismo o nel didascalico, si mette semplicemente nei loro panni, guardando questo mondo brutto e cattivo con i loro occhi ingenui, sì, ma capaci di riconoscere ciò che è buono e giusto. E regalando loro, dopo fatiche e dispiaceri, un meritato happy end. 

Curiosità

Il regista Manikandan nasce nel 1982 in un piccolo villaggio nello stato Tamil Nadu, a Chennai, in India. Proprio dove si svolge il film, insomma. Si laurea in ingegneria automobilistica, ma presto si rende conto che la sua vera passione è il cinema. Firma il cortometraggio d’esordio, Wind, nel 2010. Crow’s Egg è il suo primo  lungometraggio.

Il popolare attore indiano Silambarasan, detto Simbu, ha accettato di prendere parte al film in un cameo in cui interpreta se stesso. Partecipa alle riprese anche un altro attore molto noto in India, Babu Antony. I due giovani protagonisti sono invece esordienti.

Il film fu selezionato per essere proiettato al 39º Toronto International Film Festival, ed ebbe la sua prima mondiale nel settembre 2014, ricevendo una standing ovation. Ma l’apprezzamento per l’opera prima di questo ex fotografo di matrimoni è stato universale, per la sua saggia e piacevole leggerezza nell’affrontare un tema così difficile, la sua brillantezza, la sensibilità e l’intelligenza.

Non raccolse solo il beneplacito della critica, ma anche il gradimento del pubblico, che lo fece diventare campioni d’incassi al botteghino.

Premi e riconoscimenti

Premio Atalanta – Bergamasca Calcio e Unigasket nell’ambito del Festival del Cinema Africano, dell’Asia e America Latina 2015, organizzato a Milano dall’associazione Centro Orientamento Educativo.
Premio della Giuria al Festival Regard du Monde di Rouen.

Scheda tecnica

India, 2014
Titolo originale: Kaaka Muttai
Lingua originale Tamil, con sottotitoli in italiano
Regia: M. Manikandan
Cast: Ramesh, J. Vignesh

Mascarades

By Jean

Mascarades

Mascarades

La provincia algerina è abitata da gente capace di vivere intensamente, affrontare i problemi e fronteggiare i divertenti malintesi della sorte. È il mondo descritto dal regista Lyes Salèm in Mascarades.

Siamo in un piccolo villaggio dell’altopiano dell’Aurès, in Algeria, in cui gli  abitanti si scambiano sentimenti di solidarietà e invidia, così come accade in tutte le piccole comunità.

Mounir Mekbek è un uomo orgoglioso e sicuro di sé. Il suo sogno è essere apprezzato dai concittadini per ciò che vale. E’ anche molto attento alle apparenze, minacciate dall’unico neo della sua famiglia: Rym, la sorella narcolettica che si addormenta all’improvviso, scatenando l’ilarità e l’imbarazzo dei presenti. La ragazza è bella, ma per questo suo “difetto” fatica a trovare un aspirante marito. Anzi, a detta di tutti in paese, è destinata a restare zitella. Invece, di lei è innamorato e ricambiato Orgueilleux, il migliore amico di Mounir. Ma quest’ultimo, che con l’amico forma una bella coppia di fannulloni, ha altre aspirazioni per la ragazza. Vuole tacitare i sarcasmi dei paesani trovandole un marito benestante, possibilmente straniero. E’ disperato per la sua malattia, tanto da affermare che, se servisse a farla guarire, sarebbe persino disposto a mangiare un maiale.

Una notte, tornando dalla città ubriaco, Mounir annuncia che un ricco uomo d’affari straniero ha chiesto la mano di Nym. La clamorosa (e fantasiosa) notizia si diffonde in fretta, trasformando lui e la sua famiglia nell’oggetto delle gelosie e dei pettegolezzi di un intero paese.

Per non sfigurare, Mounir deve tener fede alla sua dichiarazione e comincia i preparativi per il matrimonio…

I particolari

Il racconto cinematografico analizza il rapporto tra un piccolo villaggio e il resto del mondo. Si conoscono gli abitanti attraverso un personaggio che non si vede mai, e si nota come a volte la relazione con il mondo esterno possa diventare profondamente immaginativa.

La scelta della malattia di Rym, la narcolessia, serve a rappresentare l’intera Algeria, ritratta come un Paese addormentato. In questa chiave di lettura la figura di Orgueilleux, l’innamorato di Rym, diventa un personaggio simbolo del rinnovamento di questa Algeria che sogna (come succede spesso ai narcolettici), e vive con passione (il suo amore per  la fidanzata) impegnandosi a suo modo a uscire da una situazione di immobilità (rappresentata dal viaggio). La narcolessia è forse la metafora più pertinente con l’idea che il regista ha dell’Algeria di oggi: vivace, intelligente, con molti sogni in testa,che non riesce a realizzare perché si addormenta.

Divertente l’episodio del goffo tentativo di trarre vantaggio da un equivoco nato dalla voce di Rym: è fidanzata con un australiano, anzi no con un canadese, anzi no con uno svedese. La leggenda di essere la futura sposa di un pretendente bellissimo si ingrandisce e come tutte le bugie si stravolge durante il passaparola: “so solo che alloggia in un hotel quattro stelle, quindi deve essere ricco”, dice uno del paese. Eppure la soluzione è semplice. Rym può guarire solo con la medicina universale: l’amore.

Perché nonostante le differenze, le difficoltà, gli inganni, la povertà, lo stesso Mounir è felice e ama la moglie follemente. Segno d’amore sono, ad esempio, i loro balletti metaforici quando sono arrabbiati, oppure quando si tirano asciugamani e coperte. E’ la dimostrazione dell’importanza del matrimonio, sia quello felice di Mounir, sia quello che sarà altrettanto gioioso della sorella col suo amato Orgueilleux.

Il film è allegro, divertente, calzante, mai spiazzante. Unisce la modernità alla tradizione. Il regista riesce a muovere gli attori e le comparse con un ritmo perfetto. Utilizza l’ironia per legare i personaggi fra loro, e una fotografia solare fa risaltare la vivacità dei caratteri.

Curiosità

Il film è stato girato interamente in Algeria, a sud-est di Algeri, prima che inizi il deserto. “Ho scelto questo posto” ha dichiarato il regista, “perché volevo che il film ricordasse almeno un po’ un regista italiano che amo molto: Sergio Leone”.

Nell’idea originaria, la storia si doveva svolgere in una giornata, con una trama semplice: un uomo vuol far sposare la sorella a un fidanzato inesistente. Lavorando alla sceneggiatura, le cose si sono evolute.

Il regista ha scelto il titola Mascarades perché riflette la vicenda del protagonista, Mounir, e di tutti gli altri abitanti del villaggio, che accolgono la finzione e stanno al gioco.

Ma il termine Mascarades (Mascherate) evoca da una parte finzione e divertimento, dall’altra la serietà e persino la gravità che celano. In effetti il film richiama entrambi gli aspetti: l’allegra commedia ma anche una pungente satira della società.

Spiega il regista: “Essendo legato al teatro, ne traggo ispirazione per il mio lavoro nel cinema. Ad esempioil Coro, nella tragedia greca, era un personaggio a pieno titolo, rappresentava la voce del popolo end era in grado di trarre degli insegnamenti da ciò che avveniva nella vicenda. Ho cercato di realizzare lo stesso effetto in questo film con la musica, collaborando con l’autore della colonna sonora in questa logica. La musica conosce Mounir e le sue vicissitudini, e sa anche come andrà a finire. Allegra, frizzante, ma non sottolinea mai l’umore del personaggio perché interviene un tempo prima, anticipando ciò che accadrà”.

Il film è stato accolto molto bene in Algeria e in molti Paese Arabi, dal pubblico e dalla stampa.

Lyes Salem è nato nel 1973 in Algeria. Attore teatrale, televisivo e cinematografico, ha studiato Lettere Moderne alla Sorbona.

Premi e riconoscimenti

Festival di Namur 2008, Premio del Pubblico e della Giuria Giovani; Festival del Cinema Francofono di Angoulême 2008, Gran Premio della Giuria; Dubai Film Festivl 2008, Premio Muhr per il miglior film arabo, Premio Fipresci; Fespaco 2009, Terzo Premio Lungometraggio Etalon de Bronze.

Scheda tecnica

Algeria – Francia, 2008
Versione originale: arabo, francese con sottotitoli in italiano
Regia: Lyes Salem
Cast: Lyes Salem, Sarah Reguleg, Mohamed Bouchaib, Rym Takoucht
Durata: 92’

Africa United

By Jean

Africa United

Africa United

Il mondiale di calcio è stato un grande evento sportivo, mediatico e politico, che ha travolto e infiammato il continente africano, coinvolgendo ovviamente anche il cinema, di finzione e non. Pochi mesi dopo la fine del mondiale, il film della regista esordiente inglese Debs Gardner-Paterson, Africa United  ha conconquistato il pubblico dell’ultimo festival di Toronto, tanto che la proiezione si è conclusa con una standing ovation. Un bel successo, per questa coproduzione anglorwandese, che racconta la storia di cinque bambini e dei loro sogni, girato tra Rwanda, Sudafrica e Burundi. Un paese, quest’ultimo, praticamente ignorato fino a questo momento dall’industria cinematografica. .

Africa United inizia in Rwanda, dove la madre della regista è cresciuta. Dudu, un bambino orfano dell’aids, prepara un pallone con un preservativo, una busta di plastica e uno spago. Fabrice, una promessa del calcio appartenente alla classe media, è amico di Dudu e della sua sorellina Beatrice che sogna di diventare un medico. Un giorno Fabrice è notato da un talent scout in cerca di giovani calciatori per rappresentare l’Africa alla cerimonia inaugurale dei mondiali a Johannesburg. Il talent scout gli dice di presentarsi per un’audizione a Kigali, la capitala rwuandese. Dudu e Beatrice decidono di partire con Fabrice alla volta del Sudafrica e del sogno della World Cup, ma salgono sull’autobus sbagliato e non arrivano a Kigali: da questo momento inizia la loro avventura attraverso l’Africa. Un viaggio lungo e affascinante che li porterà ad ampliare il loro team con l’aggiunta di altri due membri, Celeste, una giovane prostituta, e George, un ex bambino soldato scappato dalla Repubblica Democratica del Congo.

I particolari

Africa United, che è il nome scelto dai ragazzi per la loro squadra, è un road movie nel quale elementi fiabeschi si mescolano all’estremo realismo di alcune situazioni e non a caso l’avventura dei bambini viene riletta e poi raccontata da Dudu alla sorellina Beatrice e a tutti i loro amici: una storia nella storia che la Gardner-Paterson ha scelto di mettere in scena con una tecnica d’animazione che aiutasse lo spettatore ad identificarsi con lo sguardo di Dudu sul mondo. I cinque protagonisti rappresentano ognuno l’archetipo di un aspetto o di un problema che caratterizzano il continente africano, ancora difficile da decifrare e in continua evoluzione: Dudu e la piccola Beatrice incarnano il dramma dell’HIV, Celeste rappresenta la piaga della prostituzione minorile, George è l’esempio di un’altra realtà violenta, quella dei bambini soldato e infine c’è Fabrice che sogna di diventare calciatore e che viene da una famiglia agiata, può studiare e possiede un cellulare.

Dudu, Fabrice, Beatrice, George e Celeste attraversano sette paesi africani e compiono un viaggio quasi impossibile, durante il quale superano ostacoli, si scontrano con il mondo corrotto degli adulti, si dividono, imparano a conoscersi e uniscono le loro speranze allo scopo di realizzare un sogno. Africa United è una fiaba nella quale gli orchi e i draghi sono rappresentati dal mondo degli adulti mentre i bambini rappresentano la speranza per un futuro migliore. Una soluzione didascalica che riesce comunque a coinvolgere e commuovere anche grazie all’interpretazione dei piccoli attori non professionisti e in particolare al volto espressivo e accattivante del giovanissimo Eriya Ndayambaje che interpreta Dudu.

Scheda tecnica

Gran Bretagna- Rwanda, 2010
Titolo originale: The World Cup
Regia: Deborah ’Debs’ Gardner-Paterson
Cast: Emmanuel Jal, Eriya Ndayambaje, Roger Nsengiyumva, Sanyu Joanita Kintu, Sherrie Silver
Durata: 88’

Il mistero del gatto trafitto

By Jean

Il mistero del gatto trafitto

Il mistero del gatto trafitto

L’ingenuo mammone Clinton vive una rassicurante quotidianità fatta di routine, in una sorta di perenne adolescenza. Vende giocattoli davanti a casa, accudito in tutto e per tutto e completamente dipendente dalla madre, ironicamente consapevole della sua “diversità” tanto da non dare peso a certe sue pretese infantili. Clinton si è adagiato serenamente nella mancanza di autonomia, compensato dal legame profondo con il suo gattone grigio, un anziano certosino di nome Moisey, davanti al quale tutto il resto perde importanza. Si può quindi immaginare lo choc e lo sconforto che prova per la morte improvvisa del piccolo amico, trovato trafitto da una freccia. Il ragazzo non se ne fa una ragione e intende vendicare il povero micio trovando il suo assassino. Inizia così a indagare. D’altronde, diventare un detective è il suo sogno nel cassetto… Per prima cosa assilla lo sceriffo Hoyle che, frequentando la madre, si è meritato tutto il suo disprezzo. Ovviamente, non si accontenta del modus operandi del rappresentante della legge. A lui non interessano le prove o la razionalità, vuole solo scovare il responsabile del delitto che lo ha tanto addolorato per ritrovare un po’ di pace. Conduce quindi le investigazioni  seguendo le ossessioni, ma anche le sue intuizioni, che lo portano a sospettare della bella Greta, una ragazza che vive in un ospizio, in una camera inspiegabilmente tappezzata con le foto del suo Moisey. Ma il motivo, che scoprirà presto, è semplice: il gatto, che la ragazza chiamava Orazio, apparteneva anche a lei. Dopo l’iniziale baruffa, i due padroni del micio assassinato decidono di unire gli sforzi per trovare il colpevole, scoprendo risvolti sorprendenti e cacciandosi in un mare di guai.

I particolari

Il mistero del gatto trafitto è una classica commedia thriller, apparentemente lineare, eppure aggrovigliata come un gomitolo di lana dopo essere stato usato come giocattolo da un micio. A partire dall’iniziale e roteante flash back, la regista Gillian Greene ricama con mano lieve e felice una trama che, tutt’altro che ingenua come potrebbe apparire, si dipana in un vortice un po’ folle, sempre in divenire, sempre sorprendente nei suoi risvolti anche velenosi. C’è ben altro, dietro la morte dell’innocente gattone, un mosaico di cui si scoprono lentamente le tessere e di cui tira le fila Ford, il titolare dei grandi magazzini della città. Nel rimescolare continuo dei fatti, ogni personaggio nasconde e poi palesa una doppia personalità, o subisce una mutazione: la madre accondiscendente esprime una nuova severità, i commessi del centro commerciale, apparentemente collocati tra i cattivi, si scoprono vittime del sistema, Greta oscilla tra la seduttrice poco di buono e la purezza fatta donna, lo stesso protagonista, a mano a mano che ci si dirige verso la fine del film, acquista sicurezza e maturità, anche fisica. Una sapiente sceneggiatura crea un equilibrio ben bilanciato tra antipatie personali e reali colpevolezze, facendo credere fino a un attimo prima della conclusione che tutto potrebbe essere frutto dell’immaginazione di Clinton.

Lui, il fulcro della storia, tenero Peter Pan sognatore, a volte disarmante altre irritante, mosso dall’amore incondizionato per il suo amico a quattro zampe e dalle fissazioni che chiunque, sano di mente, avrebbe abbandonato, si fa benvolere e convince. Grandioso l’attore che ne veste i panni, Fran Krantz, esperto di ruoli bizzarri e sopra le righe (Dollhouse e Quella casa nel bosco). Un giallo disciolto in una Black Comedy folle ma ammaliante, simpatico, spiazzante, a confermare la teoria che anche dietro vicende apparentemente insignificanti può nascondersi un mistero. Si nota la zampata del produttore Sam Raimi, e si ascolta volentieri una colonna sonora che ben accompagna quadri fotografici perfetti, attrazioni amorose e sensuali, vendette commerciali, nonsense, e li amalgama in una ricetta da gustare con piacere, un sorriso e, magari, un bel micio, vivo e vegeto,  sulle ginocchia…

Curiosità

È il primo film diretto da Gillian Green, moglie di Sam Raimi.

Il Mistero del gatto trafitto è stato girato tutto a Los Angeles, tranne una scena realizzata in un famoso locale, l’Avignone’s bar di Montrose, sempre in California.

Si possono enumerare molte citazioni indirette della cinematografia internazionale, nella pellicola, tutte a sottolineare la passione per le storie fantastiche, i gialli e l’investigazione del protagonista. A casa di Clinton infatti, si possono notare i video di Il mago di Oz, Quarto Potere, Testimone d’accusa, La donna che visse due volte, Un’adorabile infedele, I Goonies, Timecop, indagini dal futuro e Vampires. Appesi alle pareti, i poster di L’alibi sotto la neve, Crimine silenzioso, Anatomia di un omicidio, Omicidio a luci rosse, Rapina record a New York.

Scheda tecnica

Stati Uniti, 2014
Titolo originale: Murder of a Cat
Regia: Gillian Greene
Cast: Fran Krantz, Nikki Reed, Greg Kinnear, J.K. Simmons
Durata: 100’

Felix

By Jean

Felix

Felix

Può un ragazzino vivere nel ricordo di un padre che quasi non ha conosciuto, e conciliare il suo amore per il jazz con gli scrupoli di una mamma che invece non vuole che lui “perda tempo” con la musica? Può un ragazzino che si trova all’improvviso catapultato, grazie a una borsa di studio, in un mondo a lui estraneo, tra piccoli snob che lo considerano meno di niente, sopravvivere e stravolgere quello che sembra un disegno del destino? Può e deve, come insegna questo film.

Il quattordicenne Felix Xaba sogna di diventare un sassofonista come il suo defunto padre Zweli, ma nel frattempo suona il flauto e combatte con la madre Lindiwe, convinta che il jazz sia la musica del diavolo e sicura che, se continuerà a suonare, il ragazzo finirà proprio come il padre: un fallito che butterà via tutti i suoi giorni, i suoi sogni e il suo denaro in una taverna dietro l’altra, prima di morire ancora giovane per abuso di superalcolici.

Le ambizioni di Lindiwe per il futuro di suo figlio non prevedono il jazz, ma il ragazzo continua a suonare di nascosto.

Quando ottiene una borsa di studio, Felix lascia gli amici della borgata, da cui è molto rispettato, per frequentare una scuola privata elitaria nella quale, invece, tutti lo considerano un poveraccio da quattro soldi e dove una banda di piccoli bulli, capitanati da Junior Junior, gli rende la vita impossibile.

Tra le umiliazioni continue da parte dei compagni e l’incomprensione da parte  della mamma, che gli vieta di suonare, Felix trova conforto solo in compagnia di un vecchio musicista ambulante un po’ ubriacone, Bra Joe, che si esibisce al sassofono fuori dalla locanda del quartiere. E un bel giorno viene a sapere che faceva parte del gruppo di suo padre, i Bozza Boys, un tempo la migliore e più famosa jazz band di Cape Town.

A scuola, la notizia di un’audizione per il concerto jazz annuale è la svolta che fa scattare in Felix una gran voglia di riscatto. Purtroppo, il primo provino è un disastro, perché il nostro giovane eroe non sa leggere la musica, e nemmeno suonare il sassofono.

Per fortuna, Mrs. Cartwright, la sua insegnante di Inglese, convince il professore di musica, Mr. Murray, a concedergli una seconda possibilità.

Armato del vecchio sassofono del papà, il “nostro” corre a cercare l’aiuto di Joe, che coinvolge in questa nuova avventura musicale anche Fingers Fortuin, un altro componente della Bozza Boys Band ormai un po’ avanti negli anni.

Insieme inizieranno un corso di solfeggio, lettura di spartiti e sassofono “full immersion” per il figlio del loro vecchio amico, che non solo imparerà a suonare lo strumento di suo padre, ma anche molte verità sulle sue radici, il suo passato e la musica che ha accompagnato tutta la sua vita.

Quando mamma Lindiwe scopre che Felix prende lezioni dal vecchio suonatore ambulante amico del marito, esplode in una collera incontrollabile. Sequestra al figlio il sassofono, lo porta al banco dei pegni e proibisce al ragazzo di avere qualsiasi contatto con Joe, o con la musica Jazz.

Per tutta risposta, Felix rintraccia di nascosto tutti i componenti della Bozza Boys Band e, con l’aiuto di Joe, li convince a tornare insieme per una serata alla taverna della loro amica Peggy. Lo scopo è raccogliere i fondi per riscattare il sax dal banco dei pegni. La serata è un successo sotto tutti i punti di vista.

Felix ricompra il sassofono e stupisce Mr. Murray alla seconda audizione, che supera brillantemente. Adesso fa parte dell’orchestra per il concerto di fine anno, ed è al settimo cielo per la felicità… per lo meno finché non dà la buona notizia alla mamma. Lei infatti, delusa dal suo comportamento ambiguo, rifiuta e strappa l’invito in mille pezzi.

Solo dopo essersi confidata con il pastore del coro Gospel di cui fa parte, si renderà conto che la musica, qualunque musica, è un dono di Dio, e che sta facendo un torto terribile a suo figlio. Nel frattempo anche i due fratellini di Felix le fanno capire che se non li lascerà andare al concerto, loro non le vorranno più bene e non la considereranno più la loro mamma. Così, Lindiwe si convince. Felix è commosso, quando la vede nel pubblico, con i suoi fratelli più piccoli che l’accompagnano, e molto emozionato nell’annunciare una sorpresa…

Una tromba suona dietro le quinte. Felix scosta il sipario, fa entrare tutti i Bozza Boys sul palco e insieme improvvisano un numero jazz dal ritmo incredibile, che conquista tutta la platea.

Il concerto di fine anno, quindi, non solo si confermerà come un trionfo, ma riconcilierà Lindiwe con la musica e il ricordo di Zweli, che ormai non c’è più.

I particolari

È grazioso, questo film che ricorda un po’ la storia di Billy Elliot, spostata dal mondo del balletto a quello del jazz. Certo, la trama non è particolarmente originale, ma colpiscono alcune tematiche sviluppate nel racconto, come il classismo stupido e a tratti addirittura violento, e lo snobismo che fa accettare persone di un altro colore quando queste ricoprono ruoli importanti nella società.

Molto bella la fotografia, e molto bravi i ragazzi, nessuno escluso, a cominciare dal protagonista, interpretato dal piccolo Hlayani Jr. Mabasa per finire con la bella e brava Linda Sokhulu (mamma Lindiwe), famosa star della televisione, qui alla sua prima prova in un lungometraggio.

Curiosità

Roberta Durrant è direttore creativo/produttrice per il cinema e la televisione. Nella sua brillante carriera ha diretto e prodotto per le reti televisive sudafricane molte serie di fiction e telefilm che hanno avuto un duraturo successo e vinto diversi premi. Gode inoltre di una ottima reputazione nell’industria cine-televisiva per le sue capacità di insegnare e sostenere giovani autori, aspiranti scrittori, registi, e produttori.

Felix è il primo film sudafricano scritto, diretto, girato e prodotto al femminile dall’avvento della democrazia nel Paese, nel 1994: ci sono voluti quasi vent’anni perché un gruppo di sole donne potesse girare un lungometraggio…

Scheda tecnica

Regia: Roberta Durrant
Cast: Hlayani Jr Mabasa, Linda Sokhulu, Dame Janet Suzman, Thapelo Mofokeng, Royston Stoffels, Nicholas Ellenbogen, Andre Jacobs, Elvis Mahomba, Okwethu Banisi, Joseph Hughes, Joshua Wyngaard, Joshua Samson, Wonga Fasi, Wesley Lerwill, Langley Kirkwood
Sudafrica, 2013
Durata: 94’

The Lady in the Van

By Jean

The Lady in the Van

The Lady in the Van

La vicenda è ambientata verso la metà degli anni Settanta, in un lindo ed elegante quartiere dell’alta borghesia londinese. L’atmosfera che vi si respirava solo poco tempo prima è turbata da un’inquietante presenza che i suoi abitanti chic & snob mal sopportano. Si tratta di Miss Mary Shepherd, una scontrosa ma altrettanto eccentrica e arzilla signora, con la fastidiosa peculiarità di vivere in un furgone scassato, un Bedford ridipinto di un giallo accecante, che parcheggia volta per volta davanti alle diverse dimore. La donna, dal passato oscuro e dall’intenso “profumo”, turba la tranquillità e il superficiale senso estetico dei perbenisti con il suo malconcio abitacolo, ma incuriosisce uno dei recalcitranti vicini, il commediografo Alan Bennett, che si ritrova ad offrirle, quasi suo malgrado, una sistemazione nel vialetto davanti a casa. A poco a poco, tra due persone così diverse, l’anziana homeless e il raffinato intellettuale, s’instaura una insolita quanto consolidata forma di convivenza, che si protrarrà per 15 anni. In questo lungo lasso di tempo, nonostante l’amicizia, la donna riuscirà a mantenere molti segreti. Solo dopo la sua morte, Bennet scoprirà che da giovane fu una delle più brillanti allieve del pianista Alfred Cortot, che suonò Chopin in un famoso concerto, che provò a farsi suora, fu fatta internare dal fratello, ma riuscì a fuggire, e che un incidente con il suo van in cui fu coinvolto un motociclista la ossessionava, tanto da farla vivere con i sensi di colpa e la paura di essere arrestata.

I particolari

Ambientata tra il 1974 e il 1989 in una via di Camden Town, il quartiere a Nord di Londra famoso per la scena punk rock, i pub e il mercato preferito dai modaioli appassionati di shopping e bizzarrie, la storia autobiografica scritta da  Bennett ne mostra un aspetto molto diverso, tutto villette a schiera e buon vicinato. Al centro della commedia, approdata al palcoscenico al cinema sempre per la regia di Hytner, c’è il rapporto di complessa e conflittuale amicizia realmente vissuta tra lo scrittore (interpretato da Alex Jennings) e una senzatetto dal passato misterioso, straordinariamente religiosa e totalmente avviluppata in un amore – odio per la musica, Miss Shepherd. Le presta il volto una sempre straordinaria Maggie Smith, impareggiabile nelle sequenze più stereotipate come in quelle più intense. La sistemazione nel viale d’ingresso della casa di Bennet, che doveva essere solo temporanea, si trasforma in lunghi anni di anomala coabitazione, ma soprattutto in un rapporto complesso fatto di piccoli e grandi gesti, liti che culminano con porte di casa o sportelli di furgone sbattuti, con il sottofondo di un affetto celato da entrambi. Le ragioni del duraturo successo della pièce teatrale, che fanno presagire altrettanto gradimento nelle sale cinematografiche, sono evidenti: prima tra tutte la felice commistione tra un irresistibile humor corrosivo di chiara matrice britannica e, a seguire, una capacità descrittiva di caratteri e situazioni sostenuta da interpreti di altissimo livello. La trasposizione sul grande schermo è stata comunque una scommessa, benché affidata a un veterano nel campo (questo è il suo terzo adattamento da Bennett, dopo La pazzia di Re Giorgio III e Gli studenti di Storia): non era facile gestire un plot minimale e un testo breve senza rovinarne le peculiarità. Il regista ci riesce in buona parte, scomponendo i tempi della narrazione e ricorrendo a flash back: ovvero, l’evento traumatico dell’incidente fa da incipit, così si scoprono subito le ragioni dello stato mentale e la reale natura di Miss Shepherd. La scelta toglie intensità drammatica alla vicenda, ma aggiunge linearità all’intreccio a favore della narrazione, e lascia spazio ad elementi surreali, come la visione di un Dio barbuto (di chiaro stampo Pythoniano) e la moltiplicazione dei Bennett: il narratore e il protagonista, assolutamente identici. Una duplicazione che pone l’accento sulla comicità, in una confezione e una direzione dallo stampo televisivo, dove per televisivo si intende il lusinghiero standard della BBC…

Da notare la fotografia luminosa che rende bene la Londra di quegli anni, più pulita di ora, già multietnica e mai eccessiva. La colonna sonora asseconda la passione per il pianoforte della protagonista. Nella realtà e nel racconto, Bennett scoprirà tutti i segreti della bizzarra vecchietta solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1989. Questo lo spinse a scrivere il libro su di lei.

Curiosità

Il vero Alan Bennet appare alla fine del film in un cameo, arrivando in bicicletta per l’apposizione della targa commemorativa in memoria di Miss Shepherd.

Il teatro per i londinesi, che si tratti di un musical o di un dramma shakespeariano,  è una cosa seria. Una parte imprescindibile della vita culturale, con platee presenti nella quasi totalità dei quartieri. Ce n’è uno in particolare, però, il celebre West End, che rappresenta una piccola isola felice per tutti gli amanti del palcoscenico, incastonata nel cuore stesso della città, a due passi da Piccadilly Circus e Trafalgar Square. E per anni, proprio sulle assi di uno di quei teatri, il Queen’s Theatre, è andato in scena, dal 1999, The Lady In The Van, diretta, come il film, da Nicholas Hytner, nominata al 2000 Olivier Awards come Play of the Year. Ma non fu solo portata in scena. La storia fu adattata anche per la radio, in un drama del 2009 sulla BBC.

Le riprese sono state effettuate dove effettivamente la vicenda si ambientò, Gloucester Crescent in Camden Town. Molti di coloro che ne furono testimoni, decenni or sono, vivono tuttora là.

Durante un montaggio che mostra il passaggio degli anni, Miss Shepherd decora il suo furgone con la Union Jack e con fotografie della Regina Elisabetta II. Questo a indicare che era il 1977, l’anno del Giubileo della Regina.

Tre degli attori di questo film furono anche interpreti della serie di Harry Potter: Maggie Smith, Jim Broadbent e Frances de la Tour. Peraltro, è la prima volta in cui appaiono insieme, al di fuori della fortunata serie.

Il Premio Oscar Maggie Smith veste i panni di Miss Shepherd per la terza volta: sul palcoscenico, alla radio e ora sul set. Durante la conferenza stampa di presentazione, l’attrice ha affermato che alla sua età (81 anni) è stato faticoso girare le scene aggrovigliata in un furgone, e per questo è stata un’esperienza del tutto nuova rispetto a quella teatrale, pure interpretando lo stesso personaggio.

Per Alan Bennett, suo coetaneo, “è una benedizione essere ancora in grado di lavorare, e questa energia è dovuto soprattutto dalle persone che ti circondano”. Lo stesso ha svelato alla stampa quanto i soldi non fossero rilevanti per Miss Shepherd, tanto che, ripulendo il furgone dopo la sua morte, ha trovato fra le cianfrusaglie spicci e banconote per un valore di 600 pounds (quasi 1000 euro).

Il regista Nicholas Hytner ha raccontato che, essendo Camden Town diventato uno dei centri della movida londinese, un lunedì all’inizio delle riprese ha sorpreso una coppia in amorevole atteggiamenti che aveva dormito durante il week-end all’interno del furgoncino utilizzato nel film.

Citazioni

Alan Bennett: Le case del quartiere sono state costruite come ville per la borghesia vittoriana. E i loro scantinati sono ora allargati da coppie liberali in apparenza, ma non è facile nella loro nuova prosperità. “Colpa”, per riassumere in una parola. Significa che, in misura diversa, tollerano Miss Shepherd perché le loro coscienze si sentono assolte dalla sua presenza.

Scheda tecnica

Regno Unito, 2015
Durata: 104’
Regia: Nicholas Hytner
Cast: Maggie Smith, Alex Jennings, Roger Allam, Deborah Findlay

Si e Sai

By Jean

Si e Sai

Si e Sai

La tranquilla cittadina di Bordighera, ridente Città delle Palme del Ponente Ligure, in un tardo pomeriggio d’estate viene sconvolta da un efferato delitto: in un aiuola dei giardini pubblici viene scoperto il cadavere di una giovane donna. Per incastrare il colpevole servono i professionisti dell’indagine scientifica, la squadra di “Si e Sai”, capitanata da Gilberto Grissino, Orazio Cazio e Mac Donald.

Se ne vedranno delle belle, tra situazioni sorprendenti, protagonisti e comprimari improbabili e suggestive location.

I particolari

Parodia al pesto della famosa serie poliziesca televisiva CSI, scritto come si pronuncia, immaginato e diretto con pochi mezzi ma tanta determinazione da Luca Viale Grossi Bianchi, appassionato di cinema e teatro e attore, il lungometraggio trasporta con ironia lo spettatore nella Liguria più scanzonata, un Ponente popolato da personaggi caricaturali come il comandante della polizia Lino Be, l’anatomopatologo Angelo della Morte e la criminologa Rina Cata. Nata per scherzo da un’idea del regista e produttore e dei suoi amici, l’opera amatoriale e soprattutto goliardica ha raccolto un buon successo alla “prima”, lo scorso settembre, ovviamente a Bordighera. In una escalation di humor demenziale, il film targato Arziglia’s (un quartiere bordigotto) regala settanta minuti di quella spensieratezza tipica di una serata conviviale, all’insegna di un angosciante quesito: quando ci scappa il morto, chi lo inseguirà?

Curiosità

Luca  Viale Grossi Bianchi è nato a Sanremo nel 1986, e vive a Bordighera.

Il regista sta pensando al sequel e ha lanciato un appello per trovare fondi, al fine di rendere la produzione del secondo film più semplice della prima, girata tra il 2013 e il 2015, ma con molti rallentamenti. “L’idea è nata ovviamente guardando la serie tv” spiega. “Mi piace sdrammatizzare, avevo voglia di fare qualcosa di divertente, su quello stile. Per me è stata una bella esperienza e una sfida con me stesso. Alla fine sono contento, finirlo è stato di per sé un bel successo”.

La produzione, che ha impegnato una folta schiera di sceneggiatori, operatori, attori e collaboratori di vario genere, tutti entusiasticamente volontari, ha fatto passare nel film una serie di personaggi “del posto”, locali, bar, negozi, case private, inserendosi nel tessuto locale vero con passione, oltre che ironia, e fotografando Bordighera in tutte le sue componenti paesaggistiche e urbane.

Divertente la parodia dei nomi dei protagonisti delle vere serie di CSI: Gilberto Grissino, alias Gilbert Grissom (CSI Las Vegas), Orazio Cazio, alias Horatio Caine (CSI Miami), Mac Donald, alias Mac Taylor (CSI New York).

Special guest stars: il gruppo musicale genovese I Trilli e il noto attore e regista sanremese Enzo Mazzullo.

Scheda tecnica

Italia, 2016
Regia: Luca Viale Grossi Bianchi
Cast: Luca Viale Grossi Bianchi, Fabio Quaranta, Daniele Leonetti, Andrea De Stefanis, Mauro Bozzarelli, Daniela Lanzoni, Enzo Mazzullo
Durata: 70’

Si può fare

By Jean

Si può fare

Si può fare

Milano, 1983. Il sindacalista Nello, uomo dai forti valori etici ma appassionato di terziario e modernità, si ritrova a una svolta lavorativa destinata a cambiargli la vita, anche se ancora non lo sa. Dopo aver scritto un libro sul mondo del mercato, considerato politicamente scorretto da compagni e dirigenti, ma in fondo solo troppo avanti per quei tempi, viene infatti catapultato per punizione in una realtà a lui assolutamente sconosciuta: la Cooperativa 180, una delle tante sorte dopo la legge Basaglia per accogliere i pazienti psichiatrici, dimessi alla chiusura dei manicomi.

Dopo il disorientamento iniziale e alcuni attriti, sia con i medici sia con i problematici ospiti, e grazie al sostegno di Sara, con cui vive una turbolenta ma intensa relazione, Nello recupera il suo spirito d’iniziativa. Deciso a svolgere l’inatteso incarico con i criteri e le regole che ha sempre applicato, fa di tutto per coinvolgere i recalcitranti assistiti e far loro comprendere in cosa consista davvero la cooperazione e la dignità del lavoro. In un’assemblea in cui tutti prendono la parola ed esprimono idee e possibilità, si giunge alla decisione di abbandonare le attività assistenziali ed entrare sul mercato reale come posatori di parquet. Ogni paziente ricoprirà un ruolo secondo le proprie attitudini manuali e caratteriali. La partenza non è facile. Il primo incarico fallisce per inesperienza (abbiamo sbagliato perché abbiamo fatto, li consola Nello) ma dopo aver ottenuto l’appalto dall’atelier di moda dove Sara sogna di diventare stilista, la cooperativa decolla. Ha riscosso infatti un grande successo la soluzione inventata da Luca e Gigio, pazienti – artisti fantasiosi, che suppliscono all’imprevista fine del materiale utilizzando gli scarti del legno per uno straordinario mosaico.

Ma nascono anche i primi problemi di carattere medico. Si fanno sentire stanchezza, demotivazione, frustrazione, e Nello intuisce una soluzione: serve ridurre i farmaci, che ai più nuocciono all’umore e alla produttività. Il direttore sanitario Del Vecchio si oppone, così, con l’aiuto di uno psichiatra più aperto alle novità, il basagliano Furlan, e grazie a dei fondi europei, la cooperativa si trasferisce in una specie di residenza protetta alternativa, in cui i pazienti imparano a badare a loro stessi e alle loro esigenze, economiche, di sussistenza ma anche emotive. Ma non tutto fila liscio…  Il giovane Gigio si innamora di Caterina, una ragazza cui ha rinnovato il parquet, ma le sue illusioni si scontrano brutalmente con la realtà. Il suo suicidio sprofonda Nello (che nel frattempo non ha saputo risolvere i suoi stessi problemi familiari) nella disperazione, convinto di aver sbagliato tutto. I pazienti tornano nel vecchio centro, sotto la supervisione di Del Vecchio, che ammette però il loro generale miglioramento e decide di continuare su quella strada.

Il sindacalista, superato lo smarrimento e i sensi di colpa, recupera il suo amore di sempre, rientra a capo della cooperativa, coinvolge gli ospiti di altri centri psichiatrici e tutto riparte alla grande, con la commessa per decorare le fermate della metropolitana di Parigi.

I particolari

Si può fare è uno di quei film che lasciano il segno, colpendo dritto al cuore. Al di là del suo valore cinematografico e attoriale, può ben definirsi commedia civile, ma soprattutto umana, affrontando temi seri come il disagio mentale, lo stigma verso i  “pazzi”, i paradossi della società, il recupero di esseri umani alla deriva, le difficoltà di comunicazione tra le persone, anche quelle “normali”, con la leggerezza di un sorriso in sottofondo, un dolce disincanto che lega lo spettatore ai personaggi con umana empatia e affetto.

Diretto con mano delicata da Giulio Manfredonia (Non dirlo al mio capo, Tutto tutto niente niente, La nostra terra, Qualunquemente , Fratelli detective, È già ieri, Sono stato negro pure io) che lo ha scritto a quattro mani con Fabio Bonifacci (sceneggiatore di E allora Tango, Tandem, Ravanello Pallido, Notturno bus, Lezioni di cioccolato, Amore, bugie e calcetto) si ispira alle storie vere delle cooperative nate negli anni ottanta per dare lavoro ai pazienti, liberati dai manicomi ma vittime del caos che seguì, i primi tempi, la Legge 180. In particolare la “Noncello” di Pordenone, che in realtà ha avuto uno sviluppo differente: il sindacalista – direttore infatti era stato assunto nel 1990 con un compenso annuale di 56 milioni di lire, quando la cooperativa aveva circa 400 soci e fatturava 7 miliardi l’anno.

Regia e sceneggiatura non enfatizzano la drammaticità di alcune situazioni, piuttosto la stemperano  a favore di un clima arioso, a tratti francamente comico, che diverte ma nello stesso tempo fa riflettere. E sullo sfondo, disegnata con la stessa misura, anche di mezzi, una Milano da bere pre Tangentopoli, con la sua varia fauna di arrampicatori, snob e pseudo artisti.

Claudio Bisio, geniale nel ruolo di Nello, crea un protagonista sospeso tra amore e cinismo, democrazia e senso degli affari, generosità e individualismo. Un’ottima prova, anche corale, che vede tutti (compreso il regista) impegnati a ricreare un ambiente credibile  nel quale far muovere un ensemble di “matti” talmente autentici, senza compiacimenti, senza edulcorarli o creare macchiette, da strappare un applauso.

D’altronde, come dichiarava Basaglia, “la follia è una condizione umana, in noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.

Curiosità ed errori

Il film è dedicato alle oltre 2500 cooperative sociali esistenti in Italia e ai 30000 soci diversamente abili che vi lavorano.

Si tratta dell’ultimo film per il grande schermo prodotto da Angelo Rizzoli a distanza di quindici anni dal precedente Padre e figlio (1994) e il primo a nome della Rizzoli Film a distanza di trent’anni da Dimenticare Venezia (1979).

Gigio e Caterina, al loro primo appuntamento, vanno a vedere al cinema Ritorno al futuro.

Claudio Bisio ha dichiarato che, per prepararsi meglio alla parte, ha visto e rivisto più volte Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Roberto Forza, direttore della fotografia e Marco Belluzzi, scenografo, compaiono come attori in due ruoli minori; il primo interpreta uno dei compagni sindacalisti di Nello, con il quale discute nella scena di apertura, il secondo interpreta il fratello di Sara nella scena in cui i soci della cooperativa svolgono il loro primo lavoro.

Il film presenta alcune analogie con Amore, bugie e calcetto, sempre del 2008,  scritto da Bonifacci e diretto da Luca Lucini: in entrambi sono presenti Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e Andrea Bosca; in tutti e due il personaggio di Bisio di cognome si chiama Trebbi; infine, le due scene d’apertura sono molto simili tra loro: in Amore, bugie e calcetto Bisio sbatte la mano sul tavolo, nell’altro un compagno sindacalista di Nello sul tavolo sbatte il suo libro.

Citazioni

“Che ruolo può avere all’interno di una società uno che non parla ed il cui curriculum è misero? Il Presidente!” (Nello)

“Io non gli do ragione solo perché sono matti. Li ho sempre trattati alla pari. Se mi fanno incazzare, mi incazzo: questo è rispetto.” (Nello)

“Ti hanno votato contro, non hai capito che è la tua vittoria più bella?” (Dottor Furlan)

“Noi facciamo tutto con gli scarti, questa è una cooperativa di scarti.” (Ossi)

“Siamo matti, mica scemi.” (Luca)

“Desidera fare l’amore con me? No? Grazie lo stesso.” (Fabio)

“Lei ha sbagliato con Gigio. Ma tutti sbagliamo. Se le avessi dato retta dall’inizio avremmo collaborato e forse non sarebbe successo, e quindi è anche colpa mia. È colpa del dottor Furlan. Di Luca che ha fatto la rissa, della ragazza che l’ha baciato… e che facciamo? Ci mettiamo tutti a letto? Quindi la pianti; i sensi di colpa non servono a niente. Impari la lezione e si rimbocchi le maniche.” (Dottor Del Vecchio)

Premi e riconoscimenti

David di Donatello 2009: Premio David Giovani a Giulio Manfredonia
Nastro d’Argento 2009: miglior soggetto a Fabio Bonifacci
Globo d’Oro 2009: miglior produzione a Angelo Rizzoli

Scheda tecnica

Italia, 2008
Regia: Giulio Manfredonia
Cast: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele Di Virgilio

Soul Boy — L'anima mangia la paura

By Jean

Soul Boy — L’anima mangia la paura

Soul Boy — L’anima mangia la paura

Non è male chiudere l’anno con questa opera prima della 31enne Hawa Essuman, prodotta e supervisionata da un mentore d’eccezione come il tedesco Tom Tykwer (Lola corre, Profumo, The International). In fondo possiamo considerarlo un film natalizio (in Germania è uscito il 2 dicembre) e offre una prospettiva certamente diversa da Un altro mondo di Muccino jr., parzialmente girato nello stesso slum di Kibera, in Kenia. Il protagonista Abila ha forse qualche anno in più di Charlie, ma nessuno lo porta via dal suo inferno verso la dorata Europa, anzi, il destino gli riserva la possibilità di dimostrare a se stesso e agli altri il proprio valore e la propria dignità.

Tutto parte quando una mattina, risvegliatosi da un incubo nel negozio-abitazione che divide col padre, Abila (14 anni) trova l’uomo ancora a letto e in preda a uno strano torpore. Riesce solo a capire che la causa di questo malessere è una donna. La madre sarta non gli dà ascolto, solo la coetanea Shiku (Leila Dayan Opou), che è di etnia Kikuyu mentre lui è Luo, si offre di aiutarlo a scoprire come risuscitare il padre. Ben presto, Abila capisce che il padre è vittima di Mama Akinyi (Rose Adhiambo), una nyawawa (spettro), che per vendetta contro gli uomini lo ha sedotto e gli ha portato via l’anima. Facendosi coraggio, la incontra e convince la donna a dargli l’opportunità di dimostrare il proprio coraggio: se supererà in 24 ore le sette prove che si richiedono in genere a uomini fatti, potrà riscattare l’anima del padre.

Seguito da Shiku, Abila attraversa in lungo e in largo il grande slum e affronta prove fisiche e morali estreme pur di riuscire nel suo intento. Arriverà a salvare la vita a un ladro che rischiava il linciaggio e a una bambina bianca che rischiava di morire soffocata, ma alla fine sarà solo grazie a un intervento decisivo di Shiku che potrà superare la sfida con la paura della morte, evocata nell’incubo della prima sequenza. Imparerà a conoscere i propri limiti e a superarli, che fuori di Kibera abitano famiglie bianche ricche ma non necessariamente felici, e che i nyawawa sono rancorosi ma di parola.

I particolari

Soul Boy è una favola iniziatica dagli intenti esplicitamente didascalici. Ad interessare però è soprattutto il progetto che sta dietro il film, i suoi ipotetici sviluppi e le prospettive che si aprono per la debuttante regista. Essuman è nata ad Amburgo nel 1980 da genitori ghanesi ma è cresciuta a Nairobi. La sua carriera è iniziata nel 2006 con il documentario Through My Eyes sulla generazione ruandese post genocidio, poi ha lavorato nel 2007 da assistente nella serie tv Makutano Junction, e in seguito ha realizzato tre corti (Cold War, Coming Out, The Lift). Il progetto di Soul Boy è nato nel settembre 2008 su iniziativa di Tom Tykwer e della moglie Marie Steinmann, da anni attiva come volontaria negli slum di Nairobi con una ONG inglese (Anno’s Africa): si trattava di girare, con la società di produzione di Tykwer (One Fine Day Films) e in collaborazione con una società locale (la Ginger Ink) un film a basso costo, con una troupe ridotta all’osso, e un cast tecnico artistico da formare e reperire proprio nello slum di Kibera. Con una sceneggiatura scritta dal keniota Billy Kahora, la lavorazione ha avuto appena una settimana di preproduzione e si è svolta dal 17 novembre al 1 dicembre 2008.

Presentato in anteprima a gennaio al Göteborg International Film Festival, il film ha avuto una buona accoglienza in festival maggiori (Rotterdam, Berlino) mietendo premi a Rotterdam e Leuven e riscuotendo interesse in numerosi festival di interesse panafricano e non solo. In Italia è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema Africano di Verona, dove ha vinto il Premio del pubblico. Un successo che non stupisce, vista l’efficacia del plot e dell’impianto registico, sostanzialmente scolastico, con una alternanza di campi/controcampi e totali, vivacizzati qua e là da scene d’azione con macchina a mano, ma sostenuto da un buon ritmo, nonostante il metraggio poco consueto (il film dura 61’). Difficile discernere dove comincia il talento dell’una e dove finisce la padronanza tecnica dell’altro. Bisognerà attendere la prossima prova di Essuman.

Certo, gli autori omettono di interrogarsi sulle ricadute di alcune scelte che fanno problema: tutti i film ancorati su protagonisti teenager finiscono per riportare  inevitabilmente all’imago infantilistica del continente nero, rafforzata qui dal riferimento archetipico alle trame dei racconti iniziatici e, per soprammercato, dall’enfasi sull’elemento magico. È possibile tuttavia anche leggere questi elementi alla luce di una legittima volontà di essere popolari, ovvero di mantenere una possibilità di interazione col pubblico locale keniota e dell’Africa Orientale. Del resto, l’immagine di Kibera che emerge da Soul Boy nulla concede a una recente tendenza del cinema transnazionale, che in Brasile hanno definito slumxploitation, in cui rientra ad esempio The Millionaire. Inoltre, il film lancia messaggi importanti in direzione del dialogo inter etnico, in un paese ancora lacerato dall’eredità degli scontri avvenuti a inizio 2008.

In ogni caso, Tykwer e compagna sembrano conquistati dal mal d’Africa, se è vero che dopo questo, è nato un altro progetto più strutturato e permanente di formazione e promozione (Film Africa!), che ha messo in cantiere un nuovo lungometraggio, diretto da David Tosh Gitonga e dal titolo provvisorio Nairobi Half Life. Comunque lo si voglia giudicare, si tratta dell’ennesimo segnale di vitalità che arriva dal quadrante orientale del continente nero, finalmente valorizzato anche da autori e critici europei e riconosciuto come fucina di talenti e non solo come sfondo esotico per megaproduzioni straniere.

Scheda tecnica

Germania – Kenya, 2010
Regia: Hawa Essuman
Cast: Samson Odhiambo, Leila Dayan Opou, Krysteen Savane, Frank Kimani, Joab Ogolla, Lucy Gachanja, Katherine Damaris, Kevin Onyango Omondi, Calvin Shikuku Odhiambo, Nordeen Abdulghani
Durata: 61’

The Help

By Jean

The Help

The Help

Corre l’anno 1963 e siamo nel cuore profondo degli Stati Uniti, il Mississippi, esattamente a Jackson. Eugenia “Skeeter” Phelan, è la rampolla di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri. Tornata a casa fresca di laurea, ottiene un lavoro nel piccolo quotidiano cittadino, ma il suo obbiettivo è più ambizioso. Diversamente dalle coetanee, già tutte sposate con figli, lei desidera realizzarsi come persona e non come casalinga. Vuole diventare scrittrice. Ha in mente un progetto importante, da proporre a una casa editrice di New York, con il sostegno dell’influente Miss Stein. Skeeter, giovane donna dalla mente aperta e proiettata verso il futuro, si ritrova suo malgrado sprofondata in una realtà ancorata al passato che la sconcerta e amareggia, caratterizzata da razzismo e pregiudizio. Trova ad esempio anacronistico, e soprattutto ingiusto,  il trattamento umiliante e discriminatorio subito dalle molte afroamericane assunte come domestiche nelle famiglie bianche abbienti. Ad esempio Aibileen Clark: una vita passata a crescere bambini non suoi, mentre il suo unico figlio le è stato strappato da un incidente sul lavoro, in cui nessuno lo ha soccorso. È, in fondo, la vera mamma della bambina di cui si occupa, figlia dell’immatura Elisabeth. Oppure  Minny Jackson, dal carattere particolarmente spinoso, sposata a un uomo violento e madre di cinque figli, per cui la vita è un giogo pesante e doloroso. È proprio questo il punto focale del libro che Skeeter vorrebbe pubblicare: la condizione umana e sociale di queste donne indispensabili alle capricciose e spesso perfide datrici di lavoro, e forse proprio per questo maltrattate, raccontandola attraverso il loro punto di vista. Qualcosa di mai fatto prima.

Aibileen, nonostante dubbi e timori, accetta di aiutarla, finendo per coinvolgere anche Minny, licenziata per aver utilizzato il bagno anziché andare fuori, come suo dovere. Il gesto, in realtà causato da una tempesta che impediva di uscire di casa, polemizzava con la recente decisione delle famiglie bianche di assegnare bagni separati alle persone di colore in servizio presso le loro case. Skeeter raccoglie testimonianze e sottopone i primi manoscritti a Miss Stein. La donna è incuriosita e la spinge ad approfondire e arricchire il racconto coinvolgendo altri testimoni, perché sia pubblicato.

Minny, nel frattempo, è assunta dalla fragile Celia Foote, casalinga inesperta ma dal gran cuore, e soprattutto immune dal razzismo dell’élite locale, che infatti la emargina. Poco le importa perché sono altri problemi ad affliggerla: le molte gravidanze interrotte da aborti naturali, dolorosamente taciuti al marito. Intanto si moltiplicano gli episodi di violenza e intimidazione contro gli afroamericani, una situazione pericolosa in cui Skeeter non trova altre donne disposte a raccontare le angherie subite, neppure in forma anonima.

Questo fin quando, a seguito del brutale assassinio dell’attivista nero Medgar Evers, la presa di coscienza supera la paura. Incoraggiate dalle imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili di Martin Luther King, sono tante le testimoni che decidono di collaborare, assicurando al libro, The Help,  la pubblicazione e il successo. Skeeter divide i guadagni con le donne che l’hanno aiutata e ristabilisce il rapporto con la mamma malata, che in sua assenza aveva cacciato l’amatissima e anziana “Mamie” Constantine per futili motivi. Rotto il fidanzamento con l’uomo che non sapeva rinunciare al conformismo per amore, la ragazza lascia Jackson e si trasferisce a New York per seguire il sogno della sua vita. E le protagoniste della storia? Per loro, il lato negativo della gratificazione morale ed economica è affrontare le ritorsioni dei datori di lavoro.

Nonostante nomi ed ambientazione diversi dagli originali, le corrispondenze con le persone reali infatti vengono presto a galla. Ad essere infuriata è soprattutto Hilly, la “padrona” di Minny, che si riconosce nella descrizione di un episodio particolarmente imbarazzante: aver mangiato una torta non esattamente di cioccolata, preparata dalla domestica per vendicarsi del licenziamento. Non sapendo più come colpirla (nel frattempo si è trasferita dai Foote insieme ai figli), Hilly istiga l’amica Elizabeth a cacciare  Aibileen, universalmente riconosciuta come l’artefice dell’ormai popolarissimo libro, con la falsa accusa di aver rubato alcune posate d’argento. Tra le lacrime della bambina e la totale passività della sua mamma, la donna, dopo aver esecrato l’odio che rende Hilly una vittima di se stessa, esce dalla casa con fiera dignità per vivere una nuova vita grazie a The Help. Perché “il vento della libertà inizia a soffiare”.

I particolari

Una grande storia, un grande cast. Un capolavoro, in cui tutto fila alla perfezione, soprattutto quando mette in luce i lati peggiori degli esseri umani, e lascia il segno in chi ha un cuore che non batte solo meccanicamente… Opera corale al femminile (gli uomini hanno ruoli marginali) ispirato al bestseller omonimo di Kathryn Stockett, The Help ha il pregio di costituire un’efficace ossimoro. È tanto attuale quanto old style. Perché la memoria va a film come La lunga strada verso casa, del 1990, che vedeva Sissy Spacek (presente anche qui) al fianco di Whoopi Goldberg. La perfetta ricostruzione di abiti, ambienti e comportamenti potrebbe rischiare di renderlo una stereotipata rivisitazione dei tempi in cui Martin Luther King aveva un sogno e John Fitzgerald Kennedy se lo vedeva stroncare a Dallas. Ma proprio nella sua apparente debolezza sta la forza di questo film: riproponendo un passato apparentemente lontano fa sentire quasi fisicamente allo spettatore che la linea sottile tra integrazione e rifiuto non ha interrotto il suo percorso. I mille soprusi camuffati da bon ton, l’emarginazione crudele, come quella sui mezzi pubblici, la pretesa di una scala di valore a seconda del colore delle pelle… questo pervade di una rabbia impotente sia la pellicola e i protagonisti sia lo spettatore che coltiva la sua umanità.

Privo di raffinatezze linguistiche, l’onesto lavoro di Taylor è piaciuto alla “gente” ma inaspettatamente anche alla critica. Tra i vari pregi ha anche quello di ricordarci che la parola (detta e scritta) ha sempre avuto un valore di riscatto. E parole pronunciate con tanta forza, nel bene e nel male, da protagoniste e comprimarie d’eccezionale intensità (a partire dalla sempre perfetta Jessica Chastain, a concludere con la meravigliosa Emma Stone, e un azzeccatissimo cast di colore, in particolare Octavia Spencer) diventano grida anche quando sono soltanto sussurrate.

Curiosità

Il soggetto è tratto dal romanzo L’aiuto (2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia del regista e sceneggiatore Tate Taylor, che ha opzionato i diritti cinematografici fini dalla sua prima pubblicazione.

Il film ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra i quali spicca il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Il film si è rivelato subito un successo negli Stati Uniti, paese in cui ha incassato più di 160 milioni di dollari. Non ha riscosso lo stesso successo nel resto del mondo, dove ha incassato circa 40 milioni di dollari.

La pre-produzione del film è iniziata nel marzo 2010 con l’ingaggio dell’attrice Emma Stone nel ruolo di Skeeter Phelan. Il ruolo di Minny è stato affidato a Octavia Spencer, amica di vecchia data di Taylor e della Stockett, che aveva già ispirato la scrittrice per il personaggio di Minny Stockett nel romanzo e che aveva prestato la sua voce nella versione audiolibro del romanzo.

Le riprese del film sono iniziate nel luglio 2010 e si sono estese fino a ottobre 2010. La città di Greenwood (Mississippi) è stata scelta per ritrarre la Jackson degli anni sessanta. Parti del film sono state girate anche nella vera Jackson, così come nelle vicine Clarksdale e Greenville.

La splendida  colonna sonora del film è stata pubblicata il 26 luglio 2011 su etichetta Geffen Records. Tra i brani presenti nella tracklist figura l’inedito The Living Proof, scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film. Il brano ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale.

Premi e riconoscimenti

Il film ne ha mietuto una messe, tra candidature e vittorie. Negli Stati Uniti ha ottenuto riscosso ben tre premi ai Critics’ Choice Movie Awards, conferiti annualmente dalla più importante associazione di critici statunitensi. I riconoscimenti sono andati a Viola Davis come Miglior attrice protagonista, Octavia Spencer come Migliore attrice non protagonista e al Miglior Cast.

Il film, inoltre, si è aggiudicato 5 candidature ai Golden Globe 2012, con la vittoria del premio per la migliore attrice non protagonista assegnato a Octavia Spencer. Ha ottenuto quattro candidature agli Oscar 2012; come miglior film, miglior attrice protagonista a Viola Davis e la doppia candidatura per la miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer e Jessica Chastain, con la vittoria a Octavia Spencer.

Citazioni

“Il coraggio non sempre equivale a prodezza. Il coraggio è avere l’ardire di fare ciò che è giusto, malgrado la debolezza della nostra carne.”

“Mae Mobley è stata la mia ultima bambina. Nel giro di dieci minuti l’unica vita che conoscevo non c’era più. Dio dice che bisogna amare il nostro nemico. È difficile, però… Ma si può cominciare dicendo la verità. Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo a essere me stessa. Quando ho detto la verità… mi sono sentita libera. E ho cominciato a pensare a tutte le persone che conosco e  alle cose che ho visto e che ho fatto. Mio figlio Treelore diceva sempre che un giorno ci sarebbe stato uno scrittore in famiglia… Credo che sarò io.”

Scheda tecnica

Stati Uniti, Emirati Arabi, India, 2011
Regia: Tate Taylor
Cast: Emma Stone, Viola Davis, Ottavia Spencer, Jessica Chastain

Tir Na Nog

By Jean

Tir Na Nog

Tir Na Nog

Ossie e Tito sono figli di papà Riley, conosciuto come il re dei nomadi. L’uomo, dopo la morte della moglie, ha abbandonato la vita errabonda e si è stabilito in un quartiere degradato, nei dintorni di Dublino. Un giorno li raggiunge il nonno materno, che porta loro un regalo meraviglioso: uno splendido cavallo candido, che ha trovato lungo il viaggio e lo ha seguito. Per la magia dell’incontro e la bellezza dello stallone, lo ha chiamato Tir – Na – Nog, un nome legato alle antiche tradizioni celtiche, che significa Terra dell’eterna giovinezza. Ma un allevatore senza scrupoli glielo sottrae illegalmente, così i due fratellini gitani lo riprendono e scappano, inseguiti dalla polizia, dal padre e da una bella ragazza. Una fuga che si trasforma in un viaggio iniziatico dal sapore fiabesco, attraverso i brulli ma incantevoli paesaggi di un’Irlanda aspra e selvaggia. Una fantasiosa avventura alla ricerca del West, durante la quale troveranno molto altro, che li accompagnerà dall’infanzia all’adolescenza, imparando, come in ogni fiaba che si rispetti, le gioie e i dolori del diventare grandi. Un viaggio un po’ comico un po’ surreale, in cui i ragazzi avranno l’occasione di ritrovare il volto di una madre che non avevano mai conosciuto…E guadagnarsi il riscatto dallo squallore dei casermoni popolari in cui erano confinati, anzi imprigionati.

I particolari

In questo bel film che contiene tutti gli elementi favolistici più amati, si snocciolano buoni sentimenti e una dichiarata propensione per l’intrattenimento adatto alle famiglie. Tratto dai racconti di Michael Pearce, è diretto dall’inglese Mike Newell. Un lavoro ben fatto, in cui la fotografia di Tom Siegel esalta di colori e luci lo splendore della natura. Ma ad essere valorizzati sono anche alcune caratteristiche della terra in cui è ambientato, l’Irlanda, celebrata con sguardo appassionato.

Un film in cui l’essere nomadi, ed essere forse anche per questo liberi, e anche solo per questo semplicemente “essere”, diventa ragione di vita e bellezza assoluta. Il ritmo galoppante, come ben si addice allo stupendo protagonista, un montaggio ad hoc, commozione e allegria dosati nel modo giusto e uno spirito ecologistico di riconoscenza per la terra completano il quadro. A sostenere il tutto,  il costante rigore narrativo, la recitazione appropriata e la mano sicura del regista. Positivo per la ricchezza di valori umani che lo percorre, senza cedimenti al patetico e al sentimentale, e per il coraggio di far spazio al soprannaturale. Non a caso, il nome dello stallone Tir – Na – Nog fa riferimento all’altro mondo della mitologia irlandese, probabilmente il più conosciuto. Un luogo ai confini del mondo, collocato su un’isola lontana, a ovest. Lo si può raggiungere con un arduo viaggio o su invito di uno degli elfi che vi risiedono. Molti racconti popolari del Medio Evo narrano di numerose visite di eroi e monaci irlandesi a quest’isola. Questo “aldilà” è un posto in cui la malattia e la morte non esistono. È un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove la musica, la resistenza, la vita e tutti i passatempi piacevoli stanno insieme in un singolo posto. Qui la felicità dura per sempre, nessuno desidera cibi o bevande. È l’equivalente celtico dei Campi Elisi greci e romani o del Valhalla vichingo. È il paese delle fate nel fumetto Ancient Magus Bride di Kore Yamazaki.

Curiosità

Il regista irlandese Jim Sheridan ha scelto di riportare al cinema il film che da lui fu scritto nel 1992.

Non si sa ancora quali cambiamenti Sheridan apporterà a questa nuova versione della sua storia, al momento in fase di sviluppo.

Ellen Barkin e Gabriel Byrne erano sposati al tempo in cui il film fu girato.

Nel cast figurano tanti attori irlandesi come mai prima, tutti insieme: Gabriel Byrne, David Kelly, Colm Meaney e Brendam Gleeson.

Furono utilizzati diversi cavalli bianchi durante le riprese. In particolare esemplari specialmente addestrati. Ma in pochi shots partecipò anche un pony Irish Connemara.

In una situazione il padre spiega ai ragazzi che Murphy è il nome più comune in Irlanda. In effetti è proprio così.

Il regista Mike Newell, nato in Gran Bretagna nel 1943, ha diretto molti film di cui alcuni di grande successo. Esordì con La maschera di ferro, cui seguì La trentanovesima eclisse, Bad blood e Ballando con uno sconosciuto. Dopo una serie di pellicole minori, arriva il campione di incassi e di critica Quattro matrimoni e un funerale, che sarà seguito tra gli altri da Un’avventura  terribilmente complicata e Donnie Brasco.

 Scheda tecnica

Gran Bretagna, 1992
Titolo originale: Into the West
Regia: Mike Newell
Cast: Gabriel Byrne, Ellen Barkin, Ciaràn Fitzgerald, Ruaidri Conroy
Durata: 97’

A royal night out
A Royal Night Out
Paulette
Paulette
The Crow's Egg
Crow’s egg
Mascarades
Mascarades
Africa United
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Il mistero del gatto trafitto
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Felix
Felix
The Lady in the Van
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Si e Sai
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Si può fare
Si può fare
Soul Boy — L'anima mangia la paura
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The Help
The Help
Tir Na Nog
Tir Na Nog