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Se lo sapesse mio nonno

By Jean

Se lo sapesse mio nonno

Se lo sapesse mio nonno

Questa è la storia di Peppino, un ragazzo straordinario che lavora in un autogrill (quello di Torre Cerrano Ovest, per la cronaca). Il film lo segue sul posto di lavoro, e ne riprende l’impegno durante tutto l’arco della giornata, inframmezzando le scene con le interviste ai colleghi e ai superiori, tutti entusiasti di quello che è un po’ il loro beniamino. Peppino è attento, preciso, addirittura meticoloso, gli piace il lavoro, gli piace fare il caffè anche se a volte è un’operazione un po’ difficile. Gentile con tutti, conosce perfettamente il suo dovere e lo compie con grande serietà (“ha voglia di fare, ha voglia di vivere” è il commento affettuoso e rispettoso di un cliente abituale).

Ma ha anche un sogno nel cassetto… vorrebbe tanto fare il cantante! E i sogni ogni tanto diventano realtà. Per la fine della settimana, infatti, andrà a cantare in un programma, in televisione, con Gianni Morandi… I suoi amici non ci credono, i suoi colleghi non ci credono, ma “se lo sapesse suo nonno” che invece aveva tanta fiducia in lui, ne sarebbe davvero molto felice. E quella fiducia sarebbe davvero ben riposta e giustificata… Perché nelle ultime scene vediamo proprio il nostro Peppino in trasmissione con Morandi, che canta una delle sue canzoni! E ha anche una bella voce intonata. L’Autogrill è chiuso, e tutti i suoi colleghi si godono la grande serata del loro amico con un po’ di soddisfazione e molta emozione. Emozione condivisa da tutto il pubblico presente in trasmissione, che alla fine si alzerà in piedi per applaudire e rendere omaggio al giovane artista. Una standing ovation con i fiocchi. Per non dire che adesso tutti lo riconoscono all’Autogrill, e i suoi amici lo portano addirittura in trionfo.
Felice e soddisfatto, Peppino ci racconta che la sua bella esperienza è finita, ma che un giorno tornerà lì, a lavorare all’Autogrill per davvero.
Eh, già, perché la cosa interessante è che questo ragazzo affetto da sindrome di Down in realtà all’Autogrill non ci ha mai lavorato prima che iniziassero le riprese di questa bella favola. Ed è importante osservare come in pochi giorni sia riuscito a imparare il lavoro, a integrarsi con gli altri colleghi e a farsi voler bene da tutti.

A dimostrazione che l’integrazione di questi ragazzi nella vita reale è una cosa assolutamente possibile.
È questo il messaggio che Lorenzo ed Emanuele Tozzi volevano farci arrivare, e bisogna dire che ci sono riusciti perfettamente.
Ma il merito più grande va, ovviamente, a Peppino, che vi conquisterà con la sua simpatia, energia e talento.

P.S.: a cantare in trasmissione con Gianni Morandi, però, ci è andato davvero!

Scheda tecnica

  • Regia e Sceneggiatura Lorenzo ed Emanuele Tozzi
  • Fuori concorso alla prima edizione di Filmabile; finalista in diversi festival per cortometraggi tra cui: Batik Film Festival 2003, Ogliastra Film festival 2004, Porto San Giorgio Film Festival 2005
The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

By Jean

The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

Chi l’ha detto che essere un po’ pasticcioni, a volte, sia veramente una disgrazia? E che sei amici pasticcioni, non possano trovare una soluzione ai loro problemi quando nel mondo del lavoro sono stati un po’… incompresi?

È quello che succede a Paolo, infermiere ‘stravagante’ che invece di fasciare o medicare i pazienti li lega come salami con garze e bende ovunque tranne che sulle possibili ferite… E che dire di Marco ‘fiorista fallito’ che invece di dare una potatina ad una pianta, la spennacchia tutta fino a farla restare praticamente senza rami e senza foglie. Poi c’è Stefano, cassaintegrato, che si vede chiudere la porta in faccia quando va all’ufficio di collocamento, e poi Rosario, musicista da marciapiede che canta canzoni tristi e racimola pochi spiccioli al giorno, e Ottavio, ‘compagno di ferro’, che lavora fischiettando canzoni ‘operaie’. Ma non è abbastanza capace nell’assemblare le sedie e i mobili nel laboratorio dove era impiegato.
Infine Dario, detto ‘mani di forbici’ che lavora in un salone di bellezza e, sulle note della cavatina del Barbiere di Siviglia di Rossini (Figaro qua, Figaro là) combina un disastroso taglio di capelli a una povera cliente, con il risultato di vedersi buttare fuori dal negozio per sempre.

Delusi, amareggiati, e soprattutto senza soldi, i nostri eroi si ritrovano al Cafè Ramage per decidere del loro futuro. Ad un certo punto Paolo arriva con un’idea sensazionale: dare vita a uno spettacolo di spogliarello in cui lui e i suoi compagni sono tutti coinvolti. L’esibizione sarà un successo!

La storia si chiude con un epilogo finale dei registi che recita così “e gli squattrinati poco organizzati diventarono spogliarellisti molto ricercati!”

Interessante notare che, per tutta la durata del “corto” gli attori non pronunciano una parola, ma la colonna sonora parla per loro, ed è non solo molto bella, ma anche azzeccatissima.

Scheda tecnica

  • Regia e Sceneggiatura: Filippo Mantovan, Maria Frigoli, Massimo Vsiasti Dearischi
Père

By Jean

Père

Père

Un giorno, Hadi carica sul suo taxi una donna che sta per partorire. Questo breve incontro finirà per sconvolgergli la vita. Il tema del racconto suscita riflessioni sulla paternità e gli imprevedibili sviluppi delle relazioni di coppia.

Père inizia con l’inquadratura del protagonista solo, in primo piano, che guarda il mare. Un attimo dopo lo troviamo alla guida di un taxi, sotto la pioggia battente. Proprio in mezzo al forte temporale, si rompono le acque a una passeggera da portare all’ospedale. La tempesta al di fuori diventerà una tempesta interiore per Hadi, all’apparenza calmo, ordinato, gentile. C’è un prima e un dopo questo casuale evento, che lo sconvolge. La ragazza lo accusa di essere il padre del bambino, e lui dovrà dimostrare il contrario. La sua parola non conta più, entrano in gioco le istituzioni e la scienza, a dimostrare la verità. Verità che sia i protagonisti che gli spettatori conoscono ed è confermata, conclamata. Ma un’altra verità si afferma: la sterilità di Hadi, da lui stesso ignorata. Quello che resta da dimostrare, quindi, è cosa significhi davvero essere genitori e quando lo si diventi. Il film è un moderno manifesto di paternità, genitorialità mutata e mutevole. C’è la giovane ragazza madre che vede nell’uomo un padre potenziale per il suo bimbo appena nato. C’è un padre di famiglia che scopre bruscamente che gli amati figli non sono suoi. Un padre cui la scienza vuole portare via il titolo, ma che non rinuncia al ruolo, anzi lo riafferma con forza. La paternità supera la biologia e i legami di sangue, è amore e dedizione, come nella scena in cui Hadi bacia i piedi alla sua bambina con semplicità e umiltà, decretando una paternità che è sacrificio di sé e perdono degli errori propri e della moglie, perché i soli innocenti sono i figli.

Un piccolo film rigoroso, questo firmato dal tunisino Lofti Achour, delicato e dai tempi distesi, che non teme di soffermarsi su un volto o un gesto, che lavora molto sulle luci e le ombre, facendo andare di pari passo i cambi di luminosità negli ambienti con le sfumature degli stati d’animo del protagonista.

Père ha ricevuto il Premio Sunugal, nell’ambito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e dell’America Latina di Milano.

Lofti Achour

Nasce a Tunisi. Dopo una formazione da attore conseguita all’Istituto di Studi Teatrali di Parigi, studia regia e tecnica del documentario agli Atelier Varan, sempre a Parigi, e mette in scena una ventina di pièce teatrali tra Francia e Tunisia. Nel 2006 realizza il primo cortometraggio cinematografico: Ordure.

Scheda tecnica

  • Tunisia/Francia, 2014, 18 min
  • Regia: Lotfi Achour
  • Versione originale: arabo, con sottotitoli in italiano
Made in Mauritius

By Jean

Made in Mauritius

Made in Mauritius

Quanto può valere un cappellino di cotone bianco e rosso con visiera?
Molto, evidentemente, se Bissoon è disposto a ripensare alle proprie convinzioni e a cedere al fascino di un regalo così particolare.

È una mattina come tante, in un piccolo villaggio delle isole Mauritius. Bissoon, anziano agricoltore ormai in pensione, si prepara il suo caffellatte come tutti i giorni, e poi si siede nella sua cucina piena di luce, accanto al tavolino dove una grossa radio un po’ consunta occupa il posto d’onore. È bello fare colazione con un po’ di buona musica. Ma la radio, per la prima volta dopo vent’anni di vita, ha un piccolo problema: si è fuso un fusibile, e non funziona più.
Caricata la vecchia compagna sulla bicicletta, Bissoon arriva a piedi fino alla periferia del villaggio, al piccolo negozio che il giovane Ah-Yan ha ereditato da suo padre, e che ha tutta l’aria di un emporio in cui, tra scatole e scaffali, si può trovare un po’ di tutto.

È divertente, a questo punto del racconto, notare le grandi differenze celate dal divario generazionale: Bissoon è un uomo che ha già una certa età, che ha molto vissuto e visto molte cose, accumulando nel tempo esperienza e saggezza. Che si scontrano subito con la giovane età di Ah-Yan, che invece — come tutti i ragazzi della sua età — vive proiettato completamente nel futuro. E quei fusibili così ‘antichi’ che quasi non si trovano più lo lasciano molto critico e perplesso. Cerca quindi di convincere Bissoon che è venuto il momento di comprare una radio nuova, con antenne particolari in grado di ricevere il segnale dagli angoli più remoti del mondo e dotata di ogni genere di dispositivo elettronico d’avanguardia. Una radio ultramoderna, insomma, un modello ‘Made in China’. E quando l’anziano agricoltore obietterà che non gli interessa e che lui si tiene volentieri la sua radio e vuole solo un fusibile nuovo, gli spiegherà tutti i vantaggi della globalizzazione. Con scarsi risultati iniziali, visto che Bissoon non ha il telefono, non gli interessa internet e neppure il latte munto dall’altra parte del pianeta e messo in scatola proprio lì alle Mauritius, visto che può comprare il latte fresco dal suo vicino ad un prezzo più che stracciato, e che la mucca del vicino non prende virus in rete, né viene minacciata dagli hackers.
Ma, potenza del marketing e delle promozioni commerciali… insieme alla radio nuova, in omaggio, viene offerto un cappellino bianco e rosso delizioso. Come resistere?
Anche se il prezzo della radio è forse un po’ alto, Bissoon si lascia conquistare dal regalo, e cede finalmente alla tentazione.
Tornando a casa con la bici a mano e la radio nuova sul sedile, si fermerà soddisfatto a calzare il berretto nuovo con tanto di visiera che lo protegge dal sole, su cui spicca a grandi lettere la scritta ‘National’…

È interessante questa visione, questo confronto tra due generazioni e due mondi. Ben rappresentata anche la tematica fra le due ambientazioni in cui si sviluppa la narrazione: la casa di Bissoon vecchia e consunta, ma luminosa, e il negozio Ah-Yan, nuovo, ma ripetitivo e buio, con scatole e scatolette senza fine su tutti gli scaffali. Anche i due personaggi sono caratterizzati in modi opposti: vecchio e autoctono il primo, giovane e alloctono il secondo.

Made in Mauritius affronta non solo il tema esplicito della globalizzazione e quindi della scomparsa della dimensione locale, ma anche quella della presenza cinese in Africa attraverso i prodotti ‘Made in China’ e soprattutto attraverso le persone che a poco a poco tentano di colonizzare questo continente. È una piccola riflessione, condita con un sottile umorismo e un vivace senso critico, sul delicato rapporto uomo, ambiente e tecnologia.
Paradossale e ironico che proprio il cappellino simbolo del marketing, del commercio mondiale e della globalizzazione riporti la scritta ‘National’ sopra la visiera.

Fra i diversi riconoscimenti ottenuti da Made in Mauritius ci piace ricordarne uno in particolare, quello ricevuto al Festival del cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano 2011 (Premio Arnone — Bellavite Pellegrini Foundation)

David Constantin

Nato il 26 luglio 1974, vive e lavora alle Mauritius. Dopo essersi laureato in Informazione e Comunicazione, frequenta l’ESAV (Scuola Superiore dell’Audiovisivo) di Tolosa. Nel 1998 realizza il suo primo cortometraggio e dal 2001 si cimenta nel film documentario. Dopo cinque anni passati in Francia a studiare Cinematografia, torna a casa nel 2003. Da allora prosegue sul doppio binario dei cortometraggi di fiction e dei documentari, tra cui Venus d’ailleurs, una serie di quatto documentari sulle origini della popolazione delle Mauritius. È anche fondatore della Cameleon Production, la casa di produzione che ha firmato anche questo cortometraggio. Dal 2008 è membro dell’associazione Porteurs d’Images (portatori d’immagini), co-organizzatrice di Ile Courts, il festival di cortometraggi delle isole Mauriziane. Oltre all’attività di regista, David Constantin ha anche creato un laboratorio di ricerca sull’audiovisivo all’interno del Centro Culturale Charles Baudelaire, dove tiene corsi d’introduzione all’analisi dell’immagine per insegnanti. Ha anche tenuto dei seminari sugli aspetti del film e della cinematografia all’Università Popolare dell’Isola di Mauritius.

Scheda tecnica

  • Isole Mauritius, 2009, 7 min.
  • Regia e Sceneggiatura: David Constantin
  • Cast: Raj Bumma, Put Liang Xi Gul
  • Versione originale: creolo con sottotitoli in italiano
Lazy Susan

By Jean

Lazy Susan

Lazy Susan

Susan fa il doppio turno in un ristorante di Città del Capo che accoglie clienti di ogni tipo, dai wasp agli hipster, dai razzisti ai donnaioli e, soprattutto, i golosi. La giovane cameriera serve tutti meglio che può, e anche con gli avventori più molesti riesce a mantenere alti spirito e qualità del servizio. Fino al giorno in cui…

Tutto girato dal punto di vista di un vassoio girevole, in inglese denominato lazy susan, il cortometraggio mescola commedia dark e critica sociale con ironico humor. Nello spigliato e colorato lavoro di Steve Abbot, il nome e l’oggetto cui si riferisce diventano l’espediente filmico per ‘mettere in tavola’ un ritratto veloce, curioso e variopinto, a tratti affettuoso, a tratti severo, della società sudafricana.

Giocando sul doppio senso, il regista chiama Susan anche la cameriera, una protagonista fino alla fine senza identità, perché ripresa senza inquadrarne il viso. Un po’ a raffigurare la scarsa attenzione umana riservata dai clienti alle persone che si occupano di loro, in un tappeto superficiale improntato, a seconda delle persone, all’affettuosa simpatia, alla distaccata cortesia o a una poco educata sufficienza.

Davanti a lei sfilano le tante facce della multicolore società del Sudafrica, la nazione arcobaleno. I clienti del ristorante hanno tutti un’identità ognuna differente dall’altra, nell’illusione di conoscerli, di approfondire… Ma in realtà non sono altro che una serie di volti che si sovrappongono e non lasciano traccia. Il regista suggerisce che siano quello che mangiano, che sia il cibo, per loro, il trait d’union con gli altri, con il mondo, e che da questo li si possa distinguere. È sempre il cibo il loro mezzo di comunicazione con Susan. Lei non è un volto, ma una persona, che affronta la giornata lavorativa con energia e forse con un sorriso, anche se la camera non lo riprende. Gentile, ma ferma nel pretendere la giusta mancia per un giusto servizio, e dignitosa davanti al gesto sprezzante di una mancia offensiva. Proprio quella cifra miserevole sarà l’unica che le resterà in tasca dopo una rapina, alla fine della giornata. In tasca, ma non dentro di sé, perché quei miseri cinque rand non la rappresentano. Lei è altro, esattamente quello che decide di essere.

Il cortometraggio ha ricevuto il Premio Fondazione Arnone Bellavite Pellegrini nell’ambito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, organizzato a Milano dall’Associazione Centro Orientamento Educativo.

Stephen Abbot

Laureatosi in drammaturgia presso la Wits University nel 2004. Nel 2009 è selezionato per il programma di Focus Features Africa First. Dirige la dark comedy Dirty Laundry, miglior cortometraggio al Durban International Film Festival 2012 e premiato anche al Safta, gli Oscar sudafricani. Nel 2013 realizza alcune puntate di Takalani Sesame, famosa serie per bambini, è attualmente sta lavorando al suo primo lungometraggio, Tree of Crows.

Scheda tecnica

  • Sudafrica, 2015, 10 min
  • Regia Stephen Abbot
  • Versione originale: inglese, xhosa con sottotitoli in italiano
Io esisto

By Jean

Io esisto

Io esisto

In primo piano, una ragazza che cammina. Una lenta marcia, e una giovane donna che sembra dover bucare lo schermo da un momento all’altro e unirsi agli spettatori.
Alle sue spalle, un altro maxi schermo su cui scorrono immagini di vita quotidiana. La ragazza sul maxi schermo guarda un telefonino, ma non risponde, è in mezzo a un gruppo di amici che parlano e scherzano, ma sembra non partecipare al divertimento e all’allegria del gruppo, guarda un film in televisione, ma non sembra divertirsi e continua a cambiare canale inutilmente, e infine, alla stazione, non ascolta l’annuncio all’altoparlante, e mentre tutti si alzano per cambiare binario, rimane seduta sulla panchina, ad aspettare chissà che cosa.

Non ascolta?
Sì, in un certo senso è così, ma è anche più complicato di così.

Perché la protagonista di questi cinque minuti di racconto che spiegano un problema grave in una società che non è preparata a queste evenienza, è non udente. Sorda.
Ma ci sarebbe più di un modo di risolvere la situazione.

Cambia la scena sul maxischermo, mentre la ragazza in primo piano continua a camminare lentamente, come se continuasse a percorrere la sua vita, nonostante tutto. Ma a un certo punto tutte le scene negative si trasformano in quelle positive grazie a delle soluzioni pratiche per l’inclusione sociale e l’accessibilità. Questa volta, sul telefonino le arriva un messaggio che può leggere, e a cui può rispondere. E i ragazzi che sono seduti al tavolino scandiscono le parole, usano il linguaggio dei segni, mostrano i loro stati d’animo con una vera mimica facciale, il televisore è dotato di sottotitoli, e alla stazione, un ragazzo le spiega che deve cambiare binario… Semplice, no? Basta un po’ di buona volontà. Da parte di tutti. Alla fine, infatti, mentre ci spiega che lei non può sentire, la ragazza sorride soddisfatta.

Scheda tecnica

  • Regia e sceneggiatura Giovanna Forcella e Daniela Domine
  • (premio Giuria Popolare al Concorso FilmAbile 2013)
Il ragazzo che disegnava i gangster

By Jean

Il ragazzo che disegnava i gangster

Il ragazzo che disegnava i gangster

Il ragazzo che disegnava i gangster è il cortometraggio interamente prodotto dall’ANFFAS Sanremo. Il film della durata di un quarto d’ora circa ha visto come protagonisti gran parte dei ragazzi disabili che frequentano quotidianamente il centro diurno.

L’idea è nata durante il laboratorio di drammatizzazione e di videoterapia con l’intento di inviare il corto alle selezioni del festival del cinema nuovo di Gorgonzola, festival pubblicizzato anche sulle reti Mediaset che ospita in concorso opere interamente interpretate da ragazzi disabili di centri diurni o residenziali.
Le riprese sono durate circa tre settimane e l’ANFFAS ha visto la preziosa collaborazione dell’Associazione Sanremo Cinema per i mezzi tecnici e del teatro dell’Albero di San Lorenzo al Mare.
Il corto — diretto da Riccardo di Gerlando — è stato scritto dallo stesso di Gerlando in collaborazione con l’educatrice Vera Graglia sotto il coordinamento della coordinatrice del centro dott.ssa Irene Bellone. Hanno inoltre collaborato: Paola Giordano, Piera Cavicchia, Rina Maccario, Giancarlo e Manuel pidutti, Marco di Gerlando e Lorenzo Barberis.

La storia ha come protagonista Marco (interpretato magistralmente da Marco Pingiotti), un giovane down che vuole mettere su un gangstermovie. La fantasia c’è, la creatività anche, e c’è anche una grande capacità di disegnare e scrivere. Manca solo un aiuto da un ‘addetto ai lavori’. Ma Marco riuscirà a trovare e a mettersi in contatto niente di meno che con un grande Maestro del Cinema. Sarà lui, ad approvare e a sostenere Marco nel suo progetto, a dare piccoli consigli, a suggerire, e a godere con Marco della buona riuscita dei suoi sogni…

Il progetto filmico è uno dei moltissimi laboratori e attività che l’ANFFAS Sanremo sta portando avanti con passione e volontà coinvolgendo più di 20 ragazzi disabili.
Al progetto hanno partecipato tutti i ragazzi con disabilità del centro mostrando grande professionalità ed entusiasmo.

Scheda tecnica

  • Regia Riccardo Di Gerlando
  • Soggetto e sceneggiatura Riccardo di Gerlando, in collaborazione con Vera Graglia e Irene Bellone di ANFFAS
  • Cast Marco Pingiotti e altri ragazzi del centro ANFFAS di Sanremo

GARAGOUZ

By Jean

Garagouz

Garagouz

Negli anni ’90 un padre e un figlio percorrono la campagna algerina per presentare il loro spettacolo di burattini. Inizia così Garagouz, un piccolo racconto cinematografico che, come ogni narrazione on the road, raccoglie esperienze e sensazioni che costruiranno una nuova consapevolezza e una nuova maturità nei viaggiatori.

Il film inizia con una lenta inquadratura fissa a ritrarre un furgoncino, quello di Mokhtar e Nabil, parcheggiato a lato della loro casa: come a dire che esso sarà il motore letterale e figurato della storia. Il loro continuo spostarsi, infatti, non è che il pretesto — come sempre capita nei film di viaggio, lunghi o corti che siano — per mettere in evidenza le umane contraddizioni, esplorare i personaggi, scavare dentro la realtà che si va a mostrare.

È molto particolare, questo Garagouz, diremmo molto diverso dalla struttura classica di un cortometraggio. Particolare, anzi addirittura originale.

Di originale, tanto per cominciare, c’è che il regista ci porta dentro paesaggi e universi sconosciuti (sono in pochi a conoscere bene l’entroterra algerino, le sue montagne, i suoi profili) mettendo in evidenza i meravigliosi paesaggi offerti dalle zone rurali dove è stato girato il film, nei pressi di Tamloul e Ghardous, nei comuni di Menaceur e Cherchell (Wilaya de Tipasa) ad un centinaio di chilometri da Algeri. L’azione è lenta, e l’autore si prende volutamente tutto il tempo che gli serve, adagiandosi su tempi e ritmi più da lungometraggio che da cortometraggio. In venti minuti, più che raccontare una storia dà vita ad una serie di situazioni inanellate secondo luogo, la scansione delle azioni del vivere quotidiano: quel che ne scaturisce è un piccolo ritratto di atmosfere più che una vera e propria narrazione.

Originale è anche la struttura del racconto, divisa in piccoli episodi: passaggi narrativi che sono scanditi dagli incontri che avvengono lungo la strada, caratterizzati da diversi scambi di dare-avere.

Il primo incontro, al mattino presto, è tra i due protagonisti, padre e figlio. Il figlio racconta al padre il sogno che ha fatto la notte precedente, e il padre insegna al figlio l’arte del burattinaio e come presentare i vari pupazzi quando dovranno andare “in scena”.

Il secondo incontro è con una famiglia, in mezzo alla campagna, da cui i due viaggiatori ricevono una tanica di acqua, bene quanto mai prezioso in quei luoghi in cui, per farne la provvista, ci vogliono due giorni di cammino tra andare e tornare. Per questo, come segno di gratitudine, lasciano in regalo uno dei loro burattini.

Il terzo incontro è con la polizia, che — dopo aver cercato ogni tipo di irregolarità pur di far valere la propria autorità — sottrarrà un altro burattino ai due artisti viandanti. Non è una bella figura, quella del poliziotto, certo, ma l’unica scusante che lo riscatta un po’ è che il burattino lo ha confiscato per farne un regalo a sua figlia. Forse in un paese come l’Algeria le bambole sono troppo care anche per la polizia. Ma la prepotenza non va mai giustificata.

L’ultimo incontro è con un gruppo di fanatici religiosi che ricevono un passaggio sul furgoncino e per tutta riconoscenza distruggono gli ultimi burattini, simbolo, secondo loro, di ogni male.

Non c’è bisogno di molto ingegno per capire che il viaggio dei due burattinai racconta, in fondo, il difficile viaggio dell’umanità, dall’alba al tramonto, dal tempo delle favole a quello del compimento di ogni cosa, passando attraverso il male per raggiungere il bene. E ogni incontro rappresenta qualcosa: il primo simboleggia la precarietà, il secondo mostra l’ottusità, la poca elasticità mentale e il diktat di un certo tipo di forze dell’ordine, e il terzo incontro è con il fanatismo religioso e l’oscurantismo che vede tutti mali della terra e i demoni nel burattino.

Ad ogni incontro, i narratori perdono qualcosa: è, questa, una chiara allusione alla perdita di creatività e d’ispirazione che avviene in un’Algeria essa stessa un po’ smarrita.  

Salvo che lo spirito artistico non conosce limiti ed il sorriso di un bambino vale tutti i sacrifici, e Mokhtar e suo figlio finiscono per presentare il loro spettacolo.

Rimasti senza burattini, infatti, padre e figlio raggiungono il villaggio dove dovranno improvvisare per i bambini uno spettacolo di ombre cinesi, mettendo in scena il sogno raccontato dal figlio in apertura del film, sogno di gente buona e gente cattiva, di minaccia e speranza di salvezza.

A fine proiezione, ci si rende conto di come una breve parabola possa aprire a un universo ricchissimo. Prova ne sia la sequenza finale. Quei primi piani così lunghi sui volti dei piccoli, sui loro visi attenti, sui loro sorrisi, svelano le ragioni di tutto ciò che viene prima e lo mettono in prospettiva, aiutando a dimenticare tutti i problemi di una giornata solo apparentemente vuota.

Curiosità

Garagouz è il nome locale per chiamare il teatro delle ombre, che è originario dalla Turchia e che è arrivato in nord Africa con gli Ottomani, ma oggi questo termine definisce il burattinaio in genere.

Abdenour Zahzah

Nato nel 1973 a Blida, in Algeria, si laurea ad Algeri nel 1997 in produzione audiovisiva e dirige la cineteca di Blida dal 1998 al 2003. Nel 2002 esordisce alla regia con Frantz Fanon: mémoires d’asile, un documentario sull’ospedale psichiatrico della sua città. Tra il 2003 e il 2006 compie diversi viaggi in Francia, dove realizza documentari da lui considerati un importante apprendistato.
Il 2010 segna il passaggio alla fiction e viene selezionato ai festival di Namur, Montpellier, Dubai, al Fespaco 2011 e alla 21a edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano.

Fra i molti premi ricevuti da Garagouz desideriamo ricordare:

  • Dubai International Film Festival 2010 (Muhr Arab sezione cortometraggi — Premio Speciale della Giuria)
  • Montpellier Mediterranean Film Festival 2010 (Premio del Pubblico del Midi Libre)
  • Festival d’Aix en Provence 2010 (Premio del Pubblico e Premio della Giuria Giovane)
  • Fespaco 2011 (Poulain d’or de Yennenga)

Scheda tecnica

  • Algeria, 2010, 22 min
  • Regia e sceneggiatura Abdenour Zahzah
  • Cast Farouk Irki, Mahmed Irki, Tahar Benayachi, Youcef Abbas
  • Versione originale arabo con sottotitoli in italiano
deweneti

By Jean

Deweneti

Deweneti

Per le strade di Dakar, il piccolo Ousmane, un talibè, ossia un allievo della scuola coranica, chiede l’elemosina sorridendo. Ha capito come far presa sulla gente e trova ogni volta la parola giusta per far scender una monetina nel suo barattolo. Promette a tutti fortuna e successo, cercando d’interpretare i loro bisogni. Un giorno viene a conoscenza dell’esistenza di Babbo Natale. Così, comincia a cercare qualcuno che lo aiuti a scrivergli una lettera per poter chiedere di esaudire i desideri suoi e delle persone incontrate nel suo mendicare.

Deweneti, nella lingua wolof, vuol dire auguri. A Dakar il Natale si annuncia in modo sommesso con le decorazioni della tradizione. Per le strade, soffocate dal traffico, tra car (una sorta di minibus), automobili e fuoristrada s’intravedono, nelle scene iniziali, alcuni venditori di festoni natalizi, che occhieggiano anche dalle vetrine dei negozi di giocattoli. Verso il finale, invece, fa capolino un simbolo natalizio sulla parete vuota dell’ufficio dello scrivano pubblico, mentre questi cerca di assecondare le richieste del piccolo cliente trafficando alla macchina da scrivere. Babbo Natale, in quest’atmosfera festosa appena accennata, convive pacificamente con Allah nel cuore e nei pensieri di tutti i personaggi del racconto, che assume i toni lievi e rassicuranti di una favola.

La macchina da presa è in continuo movimento, prevalentemente a mano, e restituisce uno scenario urbano coloratissimo e dinamico, moderno e contraddittorio, con mendicanti vestiti di stracci e a piedi nudi, come il protagonista, e bambini della classe media che valutano con il padre quali giocattoli comprare, tra i tanti esposti nel negozio. Ousmane attraversa strade e piazze chiedendo gentilmente pochi spiccioli, interagendo con sapienza con i potenziali benefattori e rendendosi affabile e accattivante, col bel sorriso su cui spesso indulge la camera, e i grandi occhi neri spalancati. Insiste, ma non è petulante. I suoi modi invitano piuttosto al dialogo, trascinando anche lo spettatore che non riesce a non seguirlo, divertito e intenerito. Impossibile non stare dalla sua parte. Il dinamismo delle riprese e la molteplicità di angolazioni variopinte attraverso le quali si disegna la città, proseguono in parallelo con la ricchezza di sfaccettature e la solarità dell’anima di Ousmane. Lo sviluppo dell’intreccio diventa l’esplicitarsi del suo animo, ed entrambi si lasciano facilmente amare.

Deweneti si è aggiudicato il premio Cinit al XXVI Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano.

Dyana Gaye

La regista nasce a Parigi nel 1975, studia all’Università di Parigi 8 — St. Denis. Si laurea nel 1999 con la sceneggiatura del cortometraggio Une Femme pour Souleymane, che girerà l’anno seguente, ottenendo numerosi premi nei Festival Internazionali. Lavora parallelamente come programmatrice per l’A.C.I.D. (Agence du Cinéma Indépendant pour sa diffusion) e, dal 2004, per il Festival di Parigi. Nello stesso anno realizza J’ais deux Amours. Deweneti è la sua terza opera.

Scheda tecnica

  • Senegal, 2006, 15 min
  • Regia: Dyana Gaye
  • Versione originale: wolof con sottotitoli in italiano
bobby

By Jean

Bobby

Bobby

“Che cosa succederebbe se l’integralismo religioso in Tunisia arrivasse al punto di proibire la presenza di cani — animali impuri — nelle case?” Si chiede il giovane regista tunisino, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, che confessa “io sono cresciuto circondato dai cani, non potrei sopportarlo”.
E sono proprio un piccolo amico a quattro zampe e un bambino i protagonisti di questa storia.
Compiuti otto anni, Fares ha il permesso di andare a scuola da solo.
Sulla strada incontra un simpatico cagnolino randagio che comincia a chiamare Bobby. È l’inizio di una grande Amicizia. Con la complicità della mamma, Fares si prende cura di Bobby contro il volere del padre, fervente musulmano, che rifiuta i cani in quanto creature impure.
Cortometraggio del tunisino Bobby di Mehdi M. Bersaoui, un regista semiesordiente, ormai pienamente integrato nel nostro Paese dove vive. Il racconto è la metafora dell’intolleranza vista attraverso l’amicizia di un bambino e di un cane e la cui vicenda scaturisce dal rifiuto del padre di avere un animale impuro in casa.
Al di là della questione che dipende dall’amore più o meno profondo per i nostri amici animali, il cortometraggio è una piccola opera d’arte. La cinepresa si muove dentro la bolla che circonda il giovanissimo protagonista e in cui solo chi gli è complice può entrare per intero (nelle prime scene i genitori appaiono solo nella parte bassa del corpo, come nei cartoni di Tom e Jerry).
Il film è anche una critica più o meno sottile all’ondata islamista post-rivoluzionara ben esplicitata dalla scena in cui il padre guarda in televisione un programma religioso in cui un predicatore attacca cartoni animati come Topolino e Tom e Jerry (per l’appunto) invocando la morte di questi personaggi.
Una qualche speranza di un mutamento delle idee accompagna il finale del film.

Mehdi M. Barsaoui

Mehdi nasce nel 1978. Nel 2006 si diploma in montaggio cinematografico all’Institut Supérieur des Arts Multimédias (Isamm) di Tunisi.
Successivamente, grazie a una borsa di studio italiana, si specializza presso il DAMS di Bologna. Il suo primo cortometraggio, À ma place, è stato presentato nel 2010 in molti festival di cinema internazionali.
Qui di seguito, un’intervista in cui il regista spiega come è nata l’idea di questo ‘corto’, vincitore, tra gli altri, del Grifone d’Oro per il Miglior Cortometraggio nella Categoria Elements +6 del prestigioso Giffoni Film Festival edizione 2013: “L’idea del film è nata nell’aprile 2011. Passavo le mie giornate davanti al computer seguendo l’attualità del nostro paese (la Tunisia) sconvolto dalla rivoluzione. Mi sono soffermato su un articolo che un amico aveva pubblicato su facebook dal titolo Un progetto di legge per interdire i cani in Iran. Ero scioccato. Io che da sempre sono abituato a vivere in compagnia di un cane fui scandalizzato di fronte a questa intolleranza che fa dell’Iran un paese islamista dove la Sharia è la sola fonte del diritto, e che ora vorrebbe interdire i cani dai luoghi pubblici a causa della loro ‘impurità’. E se un giorno i cani fossero interdetti?” L’idea del film era nata.

Scheda tecnica

  • Tunisia, 2012, 18 min
  • Regia e sceneggiatura Mehdi M. Barsaoui
  • Cast Aleeddine Ben, Hamza, Jamel Sassi, Chekra Rammeh
BLACK SUSHI

By Jean

Black Sushi

Black Sushi

Johannesburg, Sudafrica. Ai giorni nostri, o qualche giorno fa, ma neanche poi tanti, un giovane in cella guarda il ‘foglio di via’ che conferma la sua scarcerazione al termine del periodo di pena. Lo attende il mondo, fuori di quelle porte, ma anche un futuro ricco di incognite. E un amico pronto a proporgli un nuovo ‘colpo’ che potrebbe significare la svolta. Nel bene, ma anche nel male.

E Zama, il giovane protagonista della nostra storia, non ha nessuna voglia di tornare in prigione.

Mentre s’incammina lungo il corridoio principale di quello che sembra un elegante centro commerciale, scorge un’insegna ‘cercasi aiuto/lavorante’ subito fuori di un sushi bar.

“Hai rubato?” lo chef chiede al giovane durante il loro colloquio di lavoro. “Sì” risponde lui. “Ruberai qui?” continua il cuoco giapponese. “No.” Il dialogo è diretto e sincero, e il nostro eroe viene assunto, più che altro per pulire il locale. Inizia così il suo percorso verso la riabilitazione, un vero e proprio viaggio iniziatico. Una iniziazione che attraverso l’espediente della cucina giapponese narra la storia di un riscatto verso la bellezza, nel rispetto della diversità e del riconoscimento reciproco. In questa iniziazione/maturazione Zama viene messo più volte alla prova, a volte persino offeso e mortificato. Preso tra due fuochi. Da un lato c’è lo chef, un po’ scontroso, molto riservato, diffidente, incline a cedere ai pregiudizi e incapace di accettare le diversità. Dall’altro lato ci sono gli amici, che stanno organizzando il ‘colpo’ e che vorrebbero coinvolgerlo in quella nuova rapina, riportarlo indietro, invece di farlo crescere e trovare il suo posto nella società.

Zama però non cede, e non si abbatte, pronto com’è lui per primo a mettersi alla prova e in discussione, con umiltà e passione, con la voglia di cambiare il corso della sua vita e fare qualcosa di ‘importante’, con curiosità, grande ostinazione e caparbietà decide di imparare dal maestro l’arte del sushi.

Affascinato dalla magia compositiva della cucina giapponese, cercherà di apprenderne l’arte sotto la guida del maestro, che dopo una iniziale diffidenza dovrà ricredersi e riconoscere le doti e le capacità del discepolo.

Lo stesso maestro viene a sua volta messo alla prova, obbligato fin dall’inizio a superare ogni dubbio e pregiudizio, e diviene maestro nel momento stesso in cui diventa consapevole dei propri limiti e accetta di avere con sé un discepolo, a cui finalmente riconosce le doti che aveva sempre cercato di nascondere ai suoi stessi occhi.

Superati i pregiudizi e le distanze culturali incomincia il progressivo avvicinamento. Le differenze, (occhi a mandorla e pelle nera) si annullano nella ricerca della perfezione e della bellezza di piccoli gesti. Grande importanza hanno le mani. Strumento attraverso cui Zama si accosta alla cultura giapponese (arte culinaria, lentezza, precisione) e che divengono mezzo sempre più preciso e attento. Uno strumento con ruolo metaforico. “La tua arte non è nelle tue mani, ma nel tuo cuore; le mani sono solo uno strumento”, come conclude il maestro.

I temi pregnanti di tutto il cortometraggio sono quindi incentrati nell’accettazione dell’altro, il riconoscimento delle sue capacità e della ricchezza della diversità, non più barriera ma risorsa per una ricerca del bene comune. Abbattimento dei pregiudizi, sguardo all’essenza delle cose e messa alla prova per crescita reciproca.

Black Sushi è ambientato a Johannesburg, capitale del Sudafrica, ma invece di caratterizzarla in maniera certa, il regista ne restituisce una visione che esce dai canoni geografici: si potrebbe, in effetti, essere ovunque nel mondo, in una delle tante metropoli dove oggi, sempre più spesso, culture diverse vivono insieme e si relazionano.

Dal punto di vista stilistico il film è girato magistralmente. Le riprese sono morbide e fluide, i movimenti di macchina lenti e numerosi i primi piani. Soprattutto sul volto del ragazzo, proprio per sottolineare maggiormente suoi pensieri e le sue emozioni. Numerosi i dettagli anche sulle mani, impegnate nella lenta e precisa, rituale preparazione del sushi.

Grande attenzione è riposta allo scambio di sguardi tra i personaggi, che contribuiscono a definire e sottolineare meglio il legame tra loro (Zama e l’amico), il progressivo avvicinamento e l’intesa che si sta creando tra il maestro e il discepolo, così come con la ragazza del sushi bar.

Due personaggi fondamentali nella storia, la ragazza del sushi bar, che dello chef è anche socia, e l’amico che guida la banda di rapinatori. Perché lei, di razza indoeuropea, è l’unica a non avere preconcetti o ruoli prestabiliti, e anzi si pone da subito in maniera molto positiva nei confronti del giovane aiutante, cercando di risollevargli il morale nei momenti più tristi, insegnandogli l’arte dell’origami. L’amico, invece, che vorrebbe convincerlo a non abbandonare la banda, è, sì, un rapinatore che si prepara a combattere come un guerriero pronto a ‘morire sulle barricate’, che impugna il fucile e la pistola, ma che ha un senso profondo dell’amicizia e della lealtà. E ha, anche, la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male. “Ci vuole molto coraggio a cercare di cambiare — afferma con un pizzico di malinconia quando Zama gli fa capire che non parteciperà alla rapina — E io sono davvero fiero di te”. Nessun rancore, nessun astio, in lui, solo una profonda ammirazione per l’amico che vuole diventare onesto. E crearsi un futuro migliore, in cui la sua dignità non venga più calpestata e le sue capacità vengano finalmente riconosciute ed apprezzate.

E così sarà, alla fine del film, quando il maestro gli chiederà aiuto per preparare il sushi per ospiti di grande importanza. Invitato finalmente, a presentarsi ai commensali — lui, che era stato relegato in cucina senza potersi mostrare ai clienti — riceve da loro un inchino di apprezzamento e un sorriso di complicità e soddisfazione da parte del maestro che ha finalmente trovato il suo allievo.
Come mostra la nuova insegna che dondola appesa al muro all’interno del locale.

Dean Blumberg

Il regista fa parte della nuova generazione di cineasti sudafricani che con il proprio lavoro intendono rappresentare e trasmettere un senso di speranza e fiducia rispetto al passato di sofferenza, violenza e odio che ha dilaniato la società sudafricana per secoli. Il tema del conflitto razziale in Sudafrica, lungi dall’essere superato nonostante l’abolizione ‘sulla carta’ dell’Apartheid nel 1944, viene qui elaborato e trasformato in possibilità di incontro, attenzione, riconoscimento e rispetto dell’altro nella diversità. Un messaggio di pace e di conciliazione rivolto al Sudafrica, ma valido anche per il resto del mondo.

Scheda tecnica

Sudafrica, 2002, 22 min.
Regia e sceneggiatura Dean Blumberg
Cast Mandle Ndimande, Israel Makoe, Kutsuhiko Miyamotto, Zureidsa Jardine
Versione originale inglese con sottotitoli in italiano

Se lo sapesse mio nonno
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The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)
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Père
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Made in Mauritius
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Lazy Susan
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Io esisto
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Il ragazzo che disegnava i gangster
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GARAGOUZ
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deweneti
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bobby
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BLACK SUSHI
Black Sushi