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Palle girate e altre storie

By Jean

Palle Girate e altre storie

Palle Girate e altre storie

Il 24 Maggio 1915, mentre il Piave mormorava, l’Italia entrava in guerra, un conflitto terribile che Papa Benedetto XV definì “un’inutile strage”, fino alla fine del 1918. Nonostante l’Italia — con inappropriata baldanza — si tuffasse nel conflitto dopo un anno rispetto al resto d’Europa, dopo aver scelto con cura con chi schierarsi, il tributo in vite umane fu enorme: oltre 1.200.000 vittime, quasi equamente ripartite tra civili e militari.

Per ricordare quel terribile avvenimento, di cui quest’anno ricorre il centenario, abbiamo deciso di inaugurare il festival con un evento speciale, uno spettacolo teatrale dal titolo Palle girate e altre storie, di Michele D’Andrea.
La Grande Guerra come non l’avete mai vista. Niente canti degli alpini, niente letture strappalacrime, niente tormente di neve.
Il fronte italo-austriaco fu anche un forziere di aneddoti, storie minute, casualità, buone stelle e cattive sorti messe in scena da un’eterogenea umanità scaraventata in trincea. E le ‘palle girate’ sono uno dei tanti insoliti tasselli del grande affresco del ’15-’18, raccontato con un filo narrativo che diverte e commuove.

Michele D’Andrea

Un passato nella dirigenza del Quirinale, Michele D’Andrea si occupa di storia, di comunicazione istituzionale e di araldica militare. Tiene conferenze sulle cose che conosce, compare ogni tanto in televisione e scrive di argomenti ameni. Da giovinetto ha giocato a basket in serie B per una stagione, contribuendo in maniera decisiva alla retrocessione della sua squadra.

Se lo sapesse mio nonno

By Jean

Se lo sapesse mio nonno

Se lo sapesse mio nonno

Questa è la storia di Peppino, un ragazzo straordinario che lavora in un autogrill (quello di Torre Cerrano Ovest, per la cronaca). Il film lo segue sul posto di lavoro, e ne riprende l’impegno durante tutto l’arco della giornata, inframmezzando le scene con le interviste ai colleghi e ai superiori, tutti entusiasti di quello che è un po’ il loro beniamino. Peppino è attento, preciso, addirittura meticoloso, gli piace il lavoro, gli piace fare il caffè anche se a volte è un’operazione un po’ difficile. Gentile con tutti, conosce perfettamente il suo dovere e lo compie con grande serietà (“ha voglia di fare, ha voglia di vivere” è il commento affettuoso e rispettoso di un cliente abituale).

Ma ha anche un sogno nel cassetto… vorrebbe tanto fare il cantante! E i sogni ogni tanto diventano realtà. Per la fine della settimana, infatti, andrà a cantare in un programma, in televisione, con Gianni Morandi… I suoi amici non ci credono, i suoi colleghi non ci credono, ma “se lo sapesse suo nonno” che invece aveva tanta fiducia in lui, ne sarebbe davvero molto felice. E quella fiducia sarebbe davvero ben riposta e giustificata… Perché nelle ultime scene vediamo proprio il nostro Peppino in trasmissione con Morandi, che canta una delle sue canzoni! E ha anche una bella voce intonata. L’Autogrill è chiuso, e tutti i suoi colleghi si godono la grande serata del loro amico con un po’ di soddisfazione e molta emozione. Emozione condivisa da tutto il pubblico presente in trasmissione, che alla fine si alzerà in piedi per applaudire e rendere omaggio al giovane artista. Una standing ovation con i fiocchi. Per non dire che adesso tutti lo riconoscono all’Autogrill, e i suoi amici lo portano addirittura in trionfo.
Felice e soddisfatto, Peppino ci racconta che la sua bella esperienza è finita, ma che un giorno tornerà lì, a lavorare all’Autogrill per davvero.
Eh, già, perché la cosa interessante è che questo ragazzo affetto da sindrome di Down in realtà all’Autogrill non ci ha mai lavorato prima che iniziassero le riprese di questa bella favola. Ed è importante osservare come in pochi giorni sia riuscito a imparare il lavoro, a integrarsi con gli altri colleghi e a farsi voler bene da tutti.

A dimostrazione che l’integrazione di questi ragazzi nella vita reale è una cosa assolutamente possibile.
È questo il messaggio che Lorenzo ed Emanuele Tozzi volevano farci arrivare, e bisogna dire che ci sono riusciti perfettamente.
Ma il merito più grande va, ovviamente, a Peppino, che vi conquisterà con la sua simpatia, energia e talento.

P.S.: a cantare in trasmissione con Gianni Morandi, però, ci è andato davvero!

Scheda tecnica

  • Regia e Sceneggiatura Lorenzo ed Emanuele Tozzi
  • Fuori concorso alla prima edizione di Filmabile; finalista in diversi festival per cortometraggi tra cui: Batik Film Festival 2003, Ogliastra Film festival 2004, Porto San Giorgio Film Festival 2005
The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

By Jean

The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

The Full Monty (squattrinati POCO organizzati)

Chi l’ha detto che essere un po’ pasticcioni, a volte, sia veramente una disgrazia? E che sei amici pasticcioni, non possano trovare una soluzione ai loro problemi quando nel mondo del lavoro sono stati un po’… incompresi?

È quello che succede a Paolo, infermiere ‘stravagante’ che invece di fasciare o medicare i pazienti li lega come salami con garze e bende ovunque tranne che sulle possibili ferite… E che dire di Marco ‘fiorista fallito’ che invece di dare una potatina ad una pianta, la spennacchia tutta fino a farla restare praticamente senza rami e senza foglie. Poi c’è Stefano, cassaintegrato, che si vede chiudere la porta in faccia quando va all’ufficio di collocamento, e poi Rosario, musicista da marciapiede che canta canzoni tristi e racimola pochi spiccioli al giorno, e Ottavio, ‘compagno di ferro’, che lavora fischiettando canzoni ‘operaie’. Ma non è abbastanza capace nell’assemblare le sedie e i mobili nel laboratorio dove era impiegato.
Infine Dario, detto ‘mani di forbici’ che lavora in un salone di bellezza e, sulle note della cavatina del Barbiere di Siviglia di Rossini (Figaro qua, Figaro là) combina un disastroso taglio di capelli a una povera cliente, con il risultato di vedersi buttare fuori dal negozio per sempre.

Delusi, amareggiati, e soprattutto senza soldi, i nostri eroi si ritrovano al Cafè Ramage per decidere del loro futuro. Ad un certo punto Paolo arriva con un’idea sensazionale: dare vita a uno spettacolo di spogliarello in cui lui e i suoi compagni sono tutti coinvolti. L’esibizione sarà un successo!

La storia si chiude con un epilogo finale dei registi che recita così “e gli squattrinati poco organizzati diventarono spogliarellisti molto ricercati!”

Interessante notare che, per tutta la durata del “corto” gli attori non pronunciano una parola, ma la colonna sonora parla per loro, ed è non solo molto bella, ma anche azzeccatissima.

Scheda tecnica

  • Regia e Sceneggiatura: Filippo Mantovan, Maria Frigoli, Massimo Vsiasti Dearischi
Père

By Jean

Père

Père

Un giorno, Hadi carica sul suo taxi una donna che sta per partorire. Questo breve incontro finirà per sconvolgergli la vita. Il tema del racconto suscita riflessioni sulla paternità e gli imprevedibili sviluppi delle relazioni di coppia.

Père inizia con l’inquadratura del protagonista solo, in primo piano, che guarda il mare. Un attimo dopo lo troviamo alla guida di un taxi, sotto la pioggia battente. Proprio in mezzo al forte temporale, si rompono le acque a una passeggera da portare all’ospedale. La tempesta al di fuori diventerà una tempesta interiore per Hadi, all’apparenza calmo, ordinato, gentile. C’è un prima e un dopo questo casuale evento, che lo sconvolge. La ragazza lo accusa di essere il padre del bambino, e lui dovrà dimostrare il contrario. La sua parola non conta più, entrano in gioco le istituzioni e la scienza, a dimostrare la verità. Verità che sia i protagonisti che gli spettatori conoscono ed è confermata, conclamata. Ma un’altra verità si afferma: la sterilità di Hadi, da lui stesso ignorata. Quello che resta da dimostrare, quindi, è cosa significhi davvero essere genitori e quando lo si diventi. Il film è un moderno manifesto di paternità, genitorialità mutata e mutevole. C’è la giovane ragazza madre che vede nell’uomo un padre potenziale per il suo bimbo appena nato. C’è un padre di famiglia che scopre bruscamente che gli amati figli non sono suoi. Un padre cui la scienza vuole portare via il titolo, ma che non rinuncia al ruolo, anzi lo riafferma con forza. La paternità supera la biologia e i legami di sangue, è amore e dedizione, come nella scena in cui Hadi bacia i piedi alla sua bambina con semplicità e umiltà, decretando una paternità che è sacrificio di sé e perdono degli errori propri e della moglie, perché i soli innocenti sono i figli.

Un piccolo film rigoroso, questo firmato dal tunisino Lofti Achour, delicato e dai tempi distesi, che non teme di soffermarsi su un volto o un gesto, che lavora molto sulle luci e le ombre, facendo andare di pari passo i cambi di luminosità negli ambienti con le sfumature degli stati d’animo del protagonista.

Père ha ricevuto il Premio Sunugal, nell’ambito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e dell’America Latina di Milano.

Lofti Achour

Nasce a Tunisi. Dopo una formazione da attore conseguita all’Istituto di Studi Teatrali di Parigi, studia regia e tecnica del documentario agli Atelier Varan, sempre a Parigi, e mette in scena una ventina di pièce teatrali tra Francia e Tunisia. Nel 2006 realizza il primo cortometraggio cinematografico: Ordure.

Scheda tecnica

  • Tunisia/Francia, 2014, 18 min
  • Regia: Lotfi Achour
  • Versione originale: arabo, con sottotitoli in italiano
Made in Mauritius

By Jean

Made in Mauritius

Made in Mauritius

Quanto può valere un cappellino di cotone bianco e rosso con visiera?
Molto, evidentemente, se Bissoon è disposto a ripensare alle proprie convinzioni e a cedere al fascino di un regalo così particolare.

È una mattina come tante, in un piccolo villaggio delle isole Mauritius. Bissoon, anziano agricoltore ormai in pensione, si prepara il suo caffellatte come tutti i giorni, e poi si siede nella sua cucina piena di luce, accanto al tavolino dove una grossa radio un po’ consunta occupa il posto d’onore. È bello fare colazione con un po’ di buona musica. Ma la radio, per la prima volta dopo vent’anni di vita, ha un piccolo problema: si è fuso un fusibile, e non funziona più.
Caricata la vecchia compagna sulla bicicletta, Bissoon arriva a piedi fino alla periferia del villaggio, al piccolo negozio che il giovane Ah-Yan ha ereditato da suo padre, e che ha tutta l’aria di un emporio in cui, tra scatole e scaffali, si può trovare un po’ di tutto.

È divertente, a questo punto del racconto, notare le grandi differenze celate dal divario generazionale: Bissoon è un uomo che ha già una certa età, che ha molto vissuto e visto molte cose, accumulando nel tempo esperienza e saggezza. Che si scontrano subito con la giovane età di Ah-Yan, che invece — come tutti i ragazzi della sua età — vive proiettato completamente nel futuro. E quei fusibili così ‘antichi’ che quasi non si trovano più lo lasciano molto critico e perplesso. Cerca quindi di convincere Bissoon che è venuto il momento di comprare una radio nuova, con antenne particolari in grado di ricevere il segnale dagli angoli più remoti del mondo e dotata di ogni genere di dispositivo elettronico d’avanguardia. Una radio ultramoderna, insomma, un modello ‘Made in China’. E quando l’anziano agricoltore obietterà che non gli interessa e che lui si tiene volentieri la sua radio e vuole solo un fusibile nuovo, gli spiegherà tutti i vantaggi della globalizzazione. Con scarsi risultati iniziali, visto che Bissoon non ha il telefono, non gli interessa internet e neppure il latte munto dall’altra parte del pianeta e messo in scatola proprio lì alle Mauritius, visto che può comprare il latte fresco dal suo vicino ad un prezzo più che stracciato, e che la mucca del vicino non prende virus in rete, né viene minacciata dagli hackers.
Ma, potenza del marketing e delle promozioni commerciali… insieme alla radio nuova, in omaggio, viene offerto un cappellino bianco e rosso delizioso. Come resistere?
Anche se il prezzo della radio è forse un po’ alto, Bissoon si lascia conquistare dal regalo, e cede finalmente alla tentazione.
Tornando a casa con la bici a mano e la radio nuova sul sedile, si fermerà soddisfatto a calzare il berretto nuovo con tanto di visiera che lo protegge dal sole, su cui spicca a grandi lettere la scritta ‘National’…

È interessante questa visione, questo confronto tra due generazioni e due mondi. Ben rappresentata anche la tematica fra le due ambientazioni in cui si sviluppa la narrazione: la casa di Bissoon vecchia e consunta, ma luminosa, e il negozio Ah-Yan, nuovo, ma ripetitivo e buio, con scatole e scatolette senza fine su tutti gli scaffali. Anche i due personaggi sono caratterizzati in modi opposti: vecchio e autoctono il primo, giovane e alloctono il secondo.

Made in Mauritius affronta non solo il tema esplicito della globalizzazione e quindi della scomparsa della dimensione locale, ma anche quella della presenza cinese in Africa attraverso i prodotti ‘Made in China’ e soprattutto attraverso le persone che a poco a poco tentano di colonizzare questo continente. È una piccola riflessione, condita con un sottile umorismo e un vivace senso critico, sul delicato rapporto uomo, ambiente e tecnologia.
Paradossale e ironico che proprio il cappellino simbolo del marketing, del commercio mondiale e della globalizzazione riporti la scritta ‘National’ sopra la visiera.

Fra i diversi riconoscimenti ottenuti da Made in Mauritius ci piace ricordarne uno in particolare, quello ricevuto al Festival del cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano 2011 (Premio Arnone — Bellavite Pellegrini Foundation)

David Constantin

Nato il 26 luglio 1974, vive e lavora alle Mauritius. Dopo essersi laureato in Informazione e Comunicazione, frequenta l’ESAV (Scuola Superiore dell’Audiovisivo) di Tolosa. Nel 1998 realizza il suo primo cortometraggio e dal 2001 si cimenta nel film documentario. Dopo cinque anni passati in Francia a studiare Cinematografia, torna a casa nel 2003. Da allora prosegue sul doppio binario dei cortometraggi di fiction e dei documentari, tra cui Venus d’ailleurs, una serie di quatto documentari sulle origini della popolazione delle Mauritius. È anche fondatore della Cameleon Production, la casa di produzione che ha firmato anche questo cortometraggio. Dal 2008 è membro dell’associazione Porteurs d’Images (portatori d’immagini), co-organizzatrice di Ile Courts, il festival di cortometraggi delle isole Mauriziane. Oltre all’attività di regista, David Constantin ha anche creato un laboratorio di ricerca sull’audiovisivo all’interno del Centro Culturale Charles Baudelaire, dove tiene corsi d’introduzione all’analisi dell’immagine per insegnanti. Ha anche tenuto dei seminari sugli aspetti del film e della cinematografia all’Università Popolare dell’Isola di Mauritius.

Scheda tecnica

  • Isole Mauritius, 2009, 7 min.
  • Regia e Sceneggiatura: David Constantin
  • Cast: Raj Bumma, Put Liang Xi Gul
  • Versione originale: creolo con sottotitoli in italiano
Lazy Susan

By Jean

Lazy Susan

Lazy Susan

Susan fa il doppio turno in un ristorante di Città del Capo che accoglie clienti di ogni tipo, dai wasp agli hipster, dai razzisti ai donnaioli e, soprattutto, i golosi. La giovane cameriera serve tutti meglio che può, e anche con gli avventori più molesti riesce a mantenere alti spirito e qualità del servizio. Fino al giorno in cui…

Tutto girato dal punto di vista di un vassoio girevole, in inglese denominato lazy susan, il cortometraggio mescola commedia dark e critica sociale con ironico humor. Nello spigliato e colorato lavoro di Steve Abbot, il nome e l’oggetto cui si riferisce diventano l’espediente filmico per ‘mettere in tavola’ un ritratto veloce, curioso e variopinto, a tratti affettuoso, a tratti severo, della società sudafricana.

Giocando sul doppio senso, il regista chiama Susan anche la cameriera, una protagonista fino alla fine senza identità, perché ripresa senza inquadrarne il viso. Un po’ a raffigurare la scarsa attenzione umana riservata dai clienti alle persone che si occupano di loro, in un tappeto superficiale improntato, a seconda delle persone, all’affettuosa simpatia, alla distaccata cortesia o a una poco educata sufficienza.

Davanti a lei sfilano le tante facce della multicolore società del Sudafrica, la nazione arcobaleno. I clienti del ristorante hanno tutti un’identità ognuna differente dall’altra, nell’illusione di conoscerli, di approfondire… Ma in realtà non sono altro che una serie di volti che si sovrappongono e non lasciano traccia. Il regista suggerisce che siano quello che mangiano, che sia il cibo, per loro, il trait d’union con gli altri, con il mondo, e che da questo li si possa distinguere. È sempre il cibo il loro mezzo di comunicazione con Susan. Lei non è un volto, ma una persona, che affronta la giornata lavorativa con energia e forse con un sorriso, anche se la camera non lo riprende. Gentile, ma ferma nel pretendere la giusta mancia per un giusto servizio, e dignitosa davanti al gesto sprezzante di una mancia offensiva. Proprio quella cifra miserevole sarà l’unica che le resterà in tasca dopo una rapina, alla fine della giornata. In tasca, ma non dentro di sé, perché quei miseri cinque rand non la rappresentano. Lei è altro, esattamente quello che decide di essere.

Il cortometraggio ha ricevuto il Premio Fondazione Arnone Bellavite Pellegrini nell’ambito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, organizzato a Milano dall’Associazione Centro Orientamento Educativo.

Stephen Abbot

Laureatosi in drammaturgia presso la Wits University nel 2004. Nel 2009 è selezionato per il programma di Focus Features Africa First. Dirige la dark comedy Dirty Laundry, miglior cortometraggio al Durban International Film Festival 2012 e premiato anche al Safta, gli Oscar sudafricani. Nel 2013 realizza alcune puntate di Takalani Sesame, famosa serie per bambini, è attualmente sta lavorando al suo primo lungometraggio, Tree of Crows.

Scheda tecnica

  • Sudafrica, 2015, 10 min
  • Regia Stephen Abbot
  • Versione originale: inglese, xhosa con sottotitoli in italiano
Io esisto

By Jean

Io esisto

Io esisto

In primo piano, una ragazza che cammina. Una lenta marcia, e una giovane donna che sembra dover bucare lo schermo da un momento all’altro e unirsi agli spettatori.
Alle sue spalle, un altro maxi schermo su cui scorrono immagini di vita quotidiana. La ragazza sul maxi schermo guarda un telefonino, ma non risponde, è in mezzo a un gruppo di amici che parlano e scherzano, ma sembra non partecipare al divertimento e all’allegria del gruppo, guarda un film in televisione, ma non sembra divertirsi e continua a cambiare canale inutilmente, e infine, alla stazione, non ascolta l’annuncio all’altoparlante, e mentre tutti si alzano per cambiare binario, rimane seduta sulla panchina, ad aspettare chissà che cosa.

Non ascolta?
Sì, in un certo senso è così, ma è anche più complicato di così.

Perché la protagonista di questi cinque minuti di racconto che spiegano un problema grave in una società che non è preparata a queste evenienza, è non udente. Sorda.
Ma ci sarebbe più di un modo di risolvere la situazione.

Cambia la scena sul maxischermo, mentre la ragazza in primo piano continua a camminare lentamente, come se continuasse a percorrere la sua vita, nonostante tutto. Ma a un certo punto tutte le scene negative si trasformano in quelle positive grazie a delle soluzioni pratiche per l’inclusione sociale e l’accessibilità. Questa volta, sul telefonino le arriva un messaggio che può leggere, e a cui può rispondere. E i ragazzi che sono seduti al tavolino scandiscono le parole, usano il linguaggio dei segni, mostrano i loro stati d’animo con una vera mimica facciale, il televisore è dotato di sottotitoli, e alla stazione, un ragazzo le spiega che deve cambiare binario… Semplice, no? Basta un po’ di buona volontà. Da parte di tutti. Alla fine, infatti, mentre ci spiega che lei non può sentire, la ragazza sorride soddisfatta.

Scheda tecnica

  • Regia e sceneggiatura Giovanna Forcella e Daniela Domine
  • (premio Giuria Popolare al Concorso FilmAbile 2013)
Il ragazzo che disegnava i gangster

By Jean

Il ragazzo che disegnava i gangster

Il ragazzo che disegnava i gangster

Il ragazzo che disegnava i gangster è il cortometraggio interamente prodotto dall’ANFFAS Sanremo. Il film della durata di un quarto d’ora circa ha visto come protagonisti gran parte dei ragazzi disabili che frequentano quotidianamente il centro diurno.

L’idea è nata durante il laboratorio di drammatizzazione e di videoterapia con l’intento di inviare il corto alle selezioni del festival del cinema nuovo di Gorgonzola, festival pubblicizzato anche sulle reti Mediaset che ospita in concorso opere interamente interpretate da ragazzi disabili di centri diurni o residenziali.
Le riprese sono durate circa tre settimane e l’ANFFAS ha visto la preziosa collaborazione dell’Associazione Sanremo Cinema per i mezzi tecnici e del teatro dell’Albero di San Lorenzo al Mare.
Il corto — diretto da Riccardo di Gerlando — è stato scritto dallo stesso di Gerlando in collaborazione con l’educatrice Vera Graglia sotto il coordinamento della coordinatrice del centro dott.ssa Irene Bellone. Hanno inoltre collaborato: Paola Giordano, Piera Cavicchia, Rina Maccario, Giancarlo e Manuel pidutti, Marco di Gerlando e Lorenzo Barberis.

La storia ha come protagonista Marco (interpretato magistralmente da Marco Pingiotti), un giovane down che vuole mettere su un gangstermovie. La fantasia c’è, la creatività anche, e c’è anche una grande capacità di disegnare e scrivere. Manca solo un aiuto da un ‘addetto ai lavori’. Ma Marco riuscirà a trovare e a mettersi in contatto niente di meno che con un grande Maestro del Cinema. Sarà lui, ad approvare e a sostenere Marco nel suo progetto, a dare piccoli consigli, a suggerire, e a godere con Marco della buona riuscita dei suoi sogni…

Il progetto filmico è uno dei moltissimi laboratori e attività che l’ANFFAS Sanremo sta portando avanti con passione e volontà coinvolgendo più di 20 ragazzi disabili.
Al progetto hanno partecipato tutti i ragazzi con disabilità del centro mostrando grande professionalità ed entusiasmo.

Scheda tecnica

  • Regia Riccardo Di Gerlando
  • Soggetto e sceneggiatura Riccardo di Gerlando, in collaborazione con Vera Graglia e Irene Bellone di ANFFAS
  • Cast Marco Pingiotti e altri ragazzi del centro ANFFAS di Sanremo

GARAGOUZ

By Jean

Garagouz

Garagouz

Negli anni ’90 un padre e un figlio percorrono la campagna algerina per presentare il loro spettacolo di burattini. Inizia così Garagouz, un piccolo racconto cinematografico che, come ogni narrazione on the road, raccoglie esperienze e sensazioni che costruiranno una nuova consapevolezza e una nuova maturità nei viaggiatori.

Il film inizia con una lenta inquadratura fissa a ritrarre un furgoncino, quello di Mokhtar e Nabil, parcheggiato a lato della loro casa: come a dire che esso sarà il motore letterale e figurato della storia. Il loro continuo spostarsi, infatti, non è che il pretesto — come sempre capita nei film di viaggio, lunghi o corti che siano — per mettere in evidenza le umane contraddizioni, esplorare i personaggi, scavare dentro la realtà che si va a mostrare.

È molto particolare, questo Garagouz, diremmo molto diverso dalla struttura classica di un cortometraggio. Particolare, anzi addirittura originale.

Di originale, tanto per cominciare, c’è che il regista ci porta dentro paesaggi e universi sconosciuti (sono in pochi a conoscere bene l’entroterra algerino, le sue montagne, i suoi profili) mettendo in evidenza i meravigliosi paesaggi offerti dalle zone rurali dove è stato girato il film, nei pressi di Tamloul e Ghardous, nei comuni di Menaceur e Cherchell (Wilaya de Tipasa) ad un centinaio di chilometri da Algeri. L’azione è lenta, e l’autore si prende volutamente tutto il tempo che gli serve, adagiandosi su tempi e ritmi più da lungometraggio che da cortometraggio. In venti minuti, più che raccontare una storia dà vita ad una serie di situazioni inanellate secondo luogo, la scansione delle azioni del vivere quotidiano: quel che ne scaturisce è un piccolo ritratto di atmosfere più che una vera e propria narrazione.

Originale è anche la struttura del racconto, divisa in piccoli episodi: passaggi narrativi che sono scanditi dagli incontri che avvengono lungo la strada, caratterizzati da diversi scambi di dare-avere.

Il primo incontro, al mattino presto, è tra i due protagonisti, padre e figlio. Il figlio racconta al padre il sogno che ha fatto la notte precedente, e il padre insegna al figlio l’arte del burattinaio e come presentare i vari pupazzi quando dovranno andare “in scena”.

Il secondo incontro è con una famiglia, in mezzo alla campagna, da cui i due viaggiatori ricevono una tanica di acqua, bene quanto mai prezioso in quei luoghi in cui, per farne la provvista, ci vogliono due giorni di cammino tra andare e tornare. Per questo, come segno di gratitudine, lasciano in regalo uno dei loro burattini.

Il terzo incontro è con la polizia, che — dopo aver cercato ogni tipo di irregolarità pur di far valere la propria autorità — sottrarrà un altro burattino ai due artisti viandanti. Non è una bella figura, quella del poliziotto, certo, ma l’unica scusante che lo riscatta un po’ è che il burattino lo ha confiscato per farne un regalo a sua figlia. Forse in un paese come l’Algeria le bambole sono troppo care anche per la polizia. Ma la prepotenza non va mai giustificata.

L’ultimo incontro è con un gruppo di fanatici religiosi che ricevono un passaggio sul furgoncino e per tutta riconoscenza distruggono gli ultimi burattini, simbolo, secondo loro, di ogni male.

Non c’è bisogno di molto ingegno per capire che il viaggio dei due burattinai racconta, in fondo, il difficile viaggio dell’umanità, dall’alba al tramonto, dal tempo delle favole a quello del compimento di ogni cosa, passando attraverso il male per raggiungere il bene. E ogni incontro rappresenta qualcosa: il primo simboleggia la precarietà, il secondo mostra l’ottusità, la poca elasticità mentale e il diktat di un certo tipo di forze dell’ordine, e il terzo incontro è con il fanatismo religioso e l’oscurantismo che vede tutti mali della terra e i demoni nel burattino.

Ad ogni incontro, i narratori perdono qualcosa: è, questa, una chiara allusione alla perdita di creatività e d’ispirazione che avviene in un’Algeria essa stessa un po’ smarrita.  

Salvo che lo spirito artistico non conosce limiti ed il sorriso di un bambino vale tutti i sacrifici, e Mokhtar e suo figlio finiscono per presentare il loro spettacolo.

Rimasti senza burattini, infatti, padre e figlio raggiungono il villaggio dove dovranno improvvisare per i bambini uno spettacolo di ombre cinesi, mettendo in scena il sogno raccontato dal figlio in apertura del film, sogno di gente buona e gente cattiva, di minaccia e speranza di salvezza.

A fine proiezione, ci si rende conto di come una breve parabola possa aprire a un universo ricchissimo. Prova ne sia la sequenza finale. Quei primi piani così lunghi sui volti dei piccoli, sui loro visi attenti, sui loro sorrisi, svelano le ragioni di tutto ciò che viene prima e lo mettono in prospettiva, aiutando a dimenticare tutti i problemi di una giornata solo apparentemente vuota.

Curiosità

Garagouz è il nome locale per chiamare il teatro delle ombre, che è originario dalla Turchia e che è arrivato in nord Africa con gli Ottomani, ma oggi questo termine definisce il burattinaio in genere.

Abdenour Zahzah

Nato nel 1973 a Blida, in Algeria, si laurea ad Algeri nel 1997 in produzione audiovisiva e dirige la cineteca di Blida dal 1998 al 2003. Nel 2002 esordisce alla regia con Frantz Fanon: mémoires d’asile, un documentario sull’ospedale psichiatrico della sua città. Tra il 2003 e il 2006 compie diversi viaggi in Francia, dove realizza documentari da lui considerati un importante apprendistato.
Il 2010 segna il passaggio alla fiction e viene selezionato ai festival di Namur, Montpellier, Dubai, al Fespaco 2011 e alla 21a edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano.

Fra i molti premi ricevuti da Garagouz desideriamo ricordare:

  • Dubai International Film Festival 2010 (Muhr Arab sezione cortometraggi — Premio Speciale della Giuria)
  • Montpellier Mediterranean Film Festival 2010 (Premio del Pubblico del Midi Libre)
  • Festival d’Aix en Provence 2010 (Premio del Pubblico e Premio della Giuria Giovane)
  • Fespaco 2011 (Poulain d’or de Yennenga)

Scheda tecnica

  • Algeria, 2010, 22 min
  • Regia e sceneggiatura Abdenour Zahzah
  • Cast Farouk Irki, Mahmed Irki, Tahar Benayachi, Youcef Abbas
  • Versione originale arabo con sottotitoli in italiano
deweneti

By Jean

Deweneti

Deweneti

Per le strade di Dakar, il piccolo Ousmane, un talibè, ossia un allievo della scuola coranica, chiede l’elemosina sorridendo. Ha capito come far presa sulla gente e trova ogni volta la parola giusta per far scender una monetina nel suo barattolo. Promette a tutti fortuna e successo, cercando d’interpretare i loro bisogni. Un giorno viene a conoscenza dell’esistenza di Babbo Natale. Così, comincia a cercare qualcuno che lo aiuti a scrivergli una lettera per poter chiedere di esaudire i desideri suoi e delle persone incontrate nel suo mendicare.

Deweneti, nella lingua wolof, vuol dire auguri. A Dakar il Natale si annuncia in modo sommesso con le decorazioni della tradizione. Per le strade, soffocate dal traffico, tra car (una sorta di minibus), automobili e fuoristrada s’intravedono, nelle scene iniziali, alcuni venditori di festoni natalizi, che occhieggiano anche dalle vetrine dei negozi di giocattoli. Verso il finale, invece, fa capolino un simbolo natalizio sulla parete vuota dell’ufficio dello scrivano pubblico, mentre questi cerca di assecondare le richieste del piccolo cliente trafficando alla macchina da scrivere. Babbo Natale, in quest’atmosfera festosa appena accennata, convive pacificamente con Allah nel cuore e nei pensieri di tutti i personaggi del racconto, che assume i toni lievi e rassicuranti di una favola.

La macchina da presa è in continuo movimento, prevalentemente a mano, e restituisce uno scenario urbano coloratissimo e dinamico, moderno e contraddittorio, con mendicanti vestiti di stracci e a piedi nudi, come il protagonista, e bambini della classe media che valutano con il padre quali giocattoli comprare, tra i tanti esposti nel negozio. Ousmane attraversa strade e piazze chiedendo gentilmente pochi spiccioli, interagendo con sapienza con i potenziali benefattori e rendendosi affabile e accattivante, col bel sorriso su cui spesso indulge la camera, e i grandi occhi neri spalancati. Insiste, ma non è petulante. I suoi modi invitano piuttosto al dialogo, trascinando anche lo spettatore che non riesce a non seguirlo, divertito e intenerito. Impossibile non stare dalla sua parte. Il dinamismo delle riprese e la molteplicità di angolazioni variopinte attraverso le quali si disegna la città, proseguono in parallelo con la ricchezza di sfaccettature e la solarità dell’anima di Ousmane. Lo sviluppo dell’intreccio diventa l’esplicitarsi del suo animo, ed entrambi si lasciano facilmente amare.

Deweneti si è aggiudicato il premio Cinit al XXVI Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano.

Dyana Gaye

La regista nasce a Parigi nel 1975, studia all’Università di Parigi 8 — St. Denis. Si laurea nel 1999 con la sceneggiatura del cortometraggio Une Femme pour Souleymane, che girerà l’anno seguente, ottenendo numerosi premi nei Festival Internazionali. Lavora parallelamente come programmatrice per l’A.C.I.D. (Agence du Cinéma Indépendant pour sa diffusion) e, dal 2004, per il Festival di Parigi. Nello stesso anno realizza J’ais deux Amours. Deweneti è la sua terza opera.

Scheda tecnica

  • Senegal, 2006, 15 min
  • Regia: Dyana Gaye
  • Versione originale: wolof con sottotitoli in italiano
bobby

By Jean

Bobby

Bobby

“Che cosa succederebbe se l’integralismo religioso in Tunisia arrivasse al punto di proibire la presenza di cani — animali impuri — nelle case?” Si chiede il giovane regista tunisino, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, che confessa “io sono cresciuto circondato dai cani, non potrei sopportarlo”.
E sono proprio un piccolo amico a quattro zampe e un bambino i protagonisti di questa storia.
Compiuti otto anni, Fares ha il permesso di andare a scuola da solo.
Sulla strada incontra un simpatico cagnolino randagio che comincia a chiamare Bobby. È l’inizio di una grande Amicizia. Con la complicità della mamma, Fares si prende cura di Bobby contro il volere del padre, fervente musulmano, che rifiuta i cani in quanto creature impure.
Cortometraggio del tunisino Bobby di Mehdi M. Bersaoui, un regista semiesordiente, ormai pienamente integrato nel nostro Paese dove vive. Il racconto è la metafora dell’intolleranza vista attraverso l’amicizia di un bambino e di un cane e la cui vicenda scaturisce dal rifiuto del padre di avere un animale impuro in casa.
Al di là della questione che dipende dall’amore più o meno profondo per i nostri amici animali, il cortometraggio è una piccola opera d’arte. La cinepresa si muove dentro la bolla che circonda il giovanissimo protagonista e in cui solo chi gli è complice può entrare per intero (nelle prime scene i genitori appaiono solo nella parte bassa del corpo, come nei cartoni di Tom e Jerry).
Il film è anche una critica più o meno sottile all’ondata islamista post-rivoluzionara ben esplicitata dalla scena in cui il padre guarda in televisione un programma religioso in cui un predicatore attacca cartoni animati come Topolino e Tom e Jerry (per l’appunto) invocando la morte di questi personaggi.
Una qualche speranza di un mutamento delle idee accompagna il finale del film.

Mehdi M. Barsaoui

Mehdi nasce nel 1978. Nel 2006 si diploma in montaggio cinematografico all’Institut Supérieur des Arts Multimédias (Isamm) di Tunisi.
Successivamente, grazie a una borsa di studio italiana, si specializza presso il DAMS di Bologna. Il suo primo cortometraggio, À ma place, è stato presentato nel 2010 in molti festival di cinema internazionali.
Qui di seguito, un’intervista in cui il regista spiega come è nata l’idea di questo ‘corto’, vincitore, tra gli altri, del Grifone d’Oro per il Miglior Cortometraggio nella Categoria Elements +6 del prestigioso Giffoni Film Festival edizione 2013: “L’idea del film è nata nell’aprile 2011. Passavo le mie giornate davanti al computer seguendo l’attualità del nostro paese (la Tunisia) sconvolto dalla rivoluzione. Mi sono soffermato su un articolo che un amico aveva pubblicato su facebook dal titolo Un progetto di legge per interdire i cani in Iran. Ero scioccato. Io che da sempre sono abituato a vivere in compagnia di un cane fui scandalizzato di fronte a questa intolleranza che fa dell’Iran un paese islamista dove la Sharia è la sola fonte del diritto, e che ora vorrebbe interdire i cani dai luoghi pubblici a causa della loro ‘impurità’. E se un giorno i cani fossero interdetti?” L’idea del film era nata.

Scheda tecnica

  • Tunisia, 2012, 18 min
  • Regia e sceneggiatura Mehdi M. Barsaoui
  • Cast Aleeddine Ben, Hamza, Jamel Sassi, Chekra Rammeh
BLACK SUSHI

By Jean

Black Sushi

Black Sushi

Johannesburg, Sudafrica. Ai giorni nostri, o qualche giorno fa, ma neanche poi tanti, un giovane in cella guarda il ‘foglio di via’ che conferma la sua scarcerazione al termine del periodo di pena. Lo attende il mondo, fuori di quelle porte, ma anche un futuro ricco di incognite. E un amico pronto a proporgli un nuovo ‘colpo’ che potrebbe significare la svolta. Nel bene, ma anche nel male.

E Zama, il giovane protagonista della nostra storia, non ha nessuna voglia di tornare in prigione.

Mentre s’incammina lungo il corridoio principale di quello che sembra un elegante centro commerciale, scorge un’insegna ‘cercasi aiuto/lavorante’ subito fuori di un sushi bar.

“Hai rubato?” lo chef chiede al giovane durante il loro colloquio di lavoro. “Sì” risponde lui. “Ruberai qui?” continua il cuoco giapponese. “No.” Il dialogo è diretto e sincero, e il nostro eroe viene assunto, più che altro per pulire il locale. Inizia così il suo percorso verso la riabilitazione, un vero e proprio viaggio iniziatico. Una iniziazione che attraverso l’espediente della cucina giapponese narra la storia di un riscatto verso la bellezza, nel rispetto della diversità e del riconoscimento reciproco. In questa iniziazione/maturazione Zama viene messo più volte alla prova, a volte persino offeso e mortificato. Preso tra due fuochi. Da un lato c’è lo chef, un po’ scontroso, molto riservato, diffidente, incline a cedere ai pregiudizi e incapace di accettare le diversità. Dall’altro lato ci sono gli amici, che stanno organizzando il ‘colpo’ e che vorrebbero coinvolgerlo in quella nuova rapina, riportarlo indietro, invece di farlo crescere e trovare il suo posto nella società.

Zama però non cede, e non si abbatte, pronto com’è lui per primo a mettersi alla prova e in discussione, con umiltà e passione, con la voglia di cambiare il corso della sua vita e fare qualcosa di ‘importante’, con curiosità, grande ostinazione e caparbietà decide di imparare dal maestro l’arte del sushi.

Affascinato dalla magia compositiva della cucina giapponese, cercherà di apprenderne l’arte sotto la guida del maestro, che dopo una iniziale diffidenza dovrà ricredersi e riconoscere le doti e le capacità del discepolo.

Lo stesso maestro viene a sua volta messo alla prova, obbligato fin dall’inizio a superare ogni dubbio e pregiudizio, e diviene maestro nel momento stesso in cui diventa consapevole dei propri limiti e accetta di avere con sé un discepolo, a cui finalmente riconosce le doti che aveva sempre cercato di nascondere ai suoi stessi occhi.

Superati i pregiudizi e le distanze culturali incomincia il progressivo avvicinamento. Le differenze, (occhi a mandorla e pelle nera) si annullano nella ricerca della perfezione e della bellezza di piccoli gesti. Grande importanza hanno le mani. Strumento attraverso cui Zama si accosta alla cultura giapponese (arte culinaria, lentezza, precisione) e che divengono mezzo sempre più preciso e attento. Uno strumento con ruolo metaforico. “La tua arte non è nelle tue mani, ma nel tuo cuore; le mani sono solo uno strumento”, come conclude il maestro.

I temi pregnanti di tutto il cortometraggio sono quindi incentrati nell’accettazione dell’altro, il riconoscimento delle sue capacità e della ricchezza della diversità, non più barriera ma risorsa per una ricerca del bene comune. Abbattimento dei pregiudizi, sguardo all’essenza delle cose e messa alla prova per crescita reciproca.

Black Sushi è ambientato a Johannesburg, capitale del Sudafrica, ma invece di caratterizzarla in maniera certa, il regista ne restituisce una visione che esce dai canoni geografici: si potrebbe, in effetti, essere ovunque nel mondo, in una delle tante metropoli dove oggi, sempre più spesso, culture diverse vivono insieme e si relazionano.

Dal punto di vista stilistico il film è girato magistralmente. Le riprese sono morbide e fluide, i movimenti di macchina lenti e numerosi i primi piani. Soprattutto sul volto del ragazzo, proprio per sottolineare maggiormente suoi pensieri e le sue emozioni. Numerosi i dettagli anche sulle mani, impegnate nella lenta e precisa, rituale preparazione del sushi.

Grande attenzione è riposta allo scambio di sguardi tra i personaggi, che contribuiscono a definire e sottolineare meglio il legame tra loro (Zama e l’amico), il progressivo avvicinamento e l’intesa che si sta creando tra il maestro e il discepolo, così come con la ragazza del sushi bar.

Due personaggi fondamentali nella storia, la ragazza del sushi bar, che dello chef è anche socia, e l’amico che guida la banda di rapinatori. Perché lei, di razza indoeuropea, è l’unica a non avere preconcetti o ruoli prestabiliti, e anzi si pone da subito in maniera molto positiva nei confronti del giovane aiutante, cercando di risollevargli il morale nei momenti più tristi, insegnandogli l’arte dell’origami. L’amico, invece, che vorrebbe convincerlo a non abbandonare la banda, è, sì, un rapinatore che si prepara a combattere come un guerriero pronto a ‘morire sulle barricate’, che impugna il fucile e la pistola, ma che ha un senso profondo dell’amicizia e della lealtà. E ha, anche, la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male. “Ci vuole molto coraggio a cercare di cambiare — afferma con un pizzico di malinconia quando Zama gli fa capire che non parteciperà alla rapina — E io sono davvero fiero di te”. Nessun rancore, nessun astio, in lui, solo una profonda ammirazione per l’amico che vuole diventare onesto. E crearsi un futuro migliore, in cui la sua dignità non venga più calpestata e le sue capacità vengano finalmente riconosciute ed apprezzate.

E così sarà, alla fine del film, quando il maestro gli chiederà aiuto per preparare il sushi per ospiti di grande importanza. Invitato finalmente, a presentarsi ai commensali — lui, che era stato relegato in cucina senza potersi mostrare ai clienti — riceve da loro un inchino di apprezzamento e un sorriso di complicità e soddisfazione da parte del maestro che ha finalmente trovato il suo allievo.
Come mostra la nuova insegna che dondola appesa al muro all’interno del locale.

Dean Blumberg

Il regista fa parte della nuova generazione di cineasti sudafricani che con il proprio lavoro intendono rappresentare e trasmettere un senso di speranza e fiducia rispetto al passato di sofferenza, violenza e odio che ha dilaniato la società sudafricana per secoli. Il tema del conflitto razziale in Sudafrica, lungi dall’essere superato nonostante l’abolizione ‘sulla carta’ dell’Apartheid nel 1944, viene qui elaborato e trasformato in possibilità di incontro, attenzione, riconoscimento e rispetto dell’altro nella diversità. Un messaggio di pace e di conciliazione rivolto al Sudafrica, ma valido anche per il resto del mondo.

Scheda tecnica

Sudafrica, 2002, 22 min.
Regia e sceneggiatura Dean Blumberg
Cast Mandle Ndimande, Israel Makoe, Kutsuhiko Miyamotto, Zureidsa Jardine
Versione originale inglese con sottotitoli in italiano

Caproni

By Jean

Come si costruisce un areoplano

Come si costruisce un areoplano

Allo scoppio della Grande Guerra, in Italia c’è un ingegnere che da anni disegna e costruisce aerei: Gianni Caproni. Le sue intuizioni saranno fondamentali per gli sviluppi dell’uso bellico dell’aviazione, sancito definitivamente dalla Prima Guerra Mondiale

Dopo anni di tentativi maldestri e intuizioni apparentemente folli, la prima guerra moderna è segnata dalla conquista dei cieli.

Ai tempi della Prima Guerra Mondiale, il pilota non è un soldato come gli altri: il suo andare tra terra e cielo colpisce tutti, lo rende creatura leggendaria.
Nasce il titolo di ‘Asso dell’Aviazione’: lo merita chi batte almeno cinque aerei nemici. E subito pensiamo al leggendario Barone Rosso, Manfred Von Richtofen, in Germania, e a Francesco Baracca in Italia.
L’Italia era stata prima nell’utilizzo degli aeroplani in attività belliche già nel 1911 in Libia. Nel maggio 1915, quando entra in guerra, può però contare soltanto su un’ottantina di velivoli. Ditte italiane che progettino e costruiscano velivoli, ce n’è soltanto una: la Caproni.
Gianni Caproni, ingegnere e imprenditore trentino, vedeva da anni la necessità di uno sviluppo bellico dell’aviazione e da anni progettava e costruiva aeroplani.

Giovanni Battista — o più semplicemente Gianni — Caproni nacque il 3 luglio 1886 in Trentino, in territorio allora austriaco, nella frazione di Massone — allora comune di Oltresarca, attuale Arco — tra Trento ed il Lago di Garda.
I genitori, il geometra Giuseppe Caproni e Paolina Maini, erano piccoli possidenti, cosa che consentì al giovane Giovanni Battista di ottenere un’adeguata istruzione.
Rimasto orfano molto giovane, compì i suoi studi primari presso la Realschule di Rovereto, laureandosi poi in ingegneria civile in quella che era all’epoca la migliore università di ingegneria d’Europa: il politecnico di Monaco di Baviera, nel 1907.
L’anno successivo conseguì una specializzazione in elettrotecnica presso l’istituto Montefiori di Liegi, dove conobbe Henri Coandă. Fu durante la permanenza a Liegi che iniziò a coltivare interesse nell’allora emergente campo dell’aeronautica, dopo aver assistito ad una dimostrazione dei Fratelli Wright. Questo interesse giunse a maturazione con un soggiorno a Parigi dove entrò in contatto con diversi pionieri dell’aeronautica.
E fu proprio insieme all’amico Coandă che costruì il primo aliante, o veleggiatore, secondo il termine in uso all’epoca, di tipo biplano, che fece volare nelle Ardenne nel 1908.

Tornato ad Arco, nel 1909 iniziò la realizzazione del suo primo velivolo a motore, il Ca.1 nel cortile di casa Caproni. Il progetto non riscosse interesse, e Giovanni Battista poté contare solo sul fratello maggiore, Federico Caproni, e sul meccanico Ugo Sandri Tabacchi, che diventò anche il pilota collaudatore.
Prima che il prototipo giungesse a completamento, nel 1910, Caproni si trasferì in territorio italiano — infatti proveniva da una famiglia di solide tradizioni irredentiste — rinunciando per sempre a quel Trentino che era, all’epoca, ancora asburgico.
La destinazione scelta era Cascina Malpensa, in comune di Somma Lombardo, dove venne fondata la Caproni e il velivolo compì il suo primo volo il 27 maggio 1910, rimanendo distrutto nell’atterraggio. L’incidente era probabilmente dovuto alla pressoché nulla esperienza del pilota, proprio il meccanico Tabacchi, e non a difetti del velivolo. Fondò in questo periodo anche la ’Scuola di aviazione Caproni’. Verso la fine del 1910 Caproni si trasferì poi a Vizzola Ticino, dove proseguì lo sviluppo di biplani, con i modelli da Ca.2 a Ca.7.

A partire dal 1911, si concentrò sullo sviluppo di monoplani, con i modelli che vanno da Ca.8 a Ca.16. Questi ebbero maggior successo, e vennero prodotti in piccole serie. Da questa serie di aerei, Gianni Caproni sviluppò il Ca.18, destinato all’osservazione aerea, ma l’aereo uscì sconfitto dal 1º concorso militare italiano, tenutosi all’inizio del 1913. L’azienda si trovò così in difficoltà economiche e lo stesso anno venne acquistata dallo stato italiano; Giovanni Battista Caproni vi rimase come direttore tecnico.
Nonostante le difficoltà è in questo periodo che iniziò lo sviluppo dei trimotori da bombardamento che, dal prototipo Ca.31, porteranno alla sviluppo della famiglia di bombardieri, biplani.
Oltre che alle capacità tecniche di Caproni, fondamentale fu il contributo di Giulio Douhet allora comandante del battaglione aviatori (la Regia Aeronautica vedrà la luce solo nel 1923), che convinto della bontà del progetto, riuscì ad aggirare l’opposizione del generale Maurizio Moris, allora ispettore dell’aeronautica.

Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Giovanni Battista Caproni rifiutò un invito dall’Impero austro-ungarico a trasferire la sua azienda in Austria, questo e la tradizione familiare, fecero sì che durante la prima guerra mondiale venisse considerato dagli austriaci un traditore, come Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Nazario Sauro e tanti altri patrioti trentini.
Il conflitto dimostrò la bontà dei trimotori Caproni, che furono utilizzati dalle forze aeree di Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America e prodotti all’estero su licenza.
Fu infatti sul fronte francese che avvenne il primo bombardamento aereo notturno. Anche se la sua fama deriva da questa famiglia di bombardieri strategici, Gianni Caproni fu anche tra i pionieri dell’aereo da caccia, nel 1914, dal Caproni Ca.18, derivò il caccia Ca.20, rimasto allo stadio di prototipo. La fine della guerra provocò un drastico ridimensionamento dell’industria aeronautica infatti i vari governi italiani che si succedettero nell’immediato dopoguerra non pensarono di mantenere un’aliquota di velivoli da impiegare eventualmente a scopo difensivo e la quasi totalità fu smobilitata se non demolita.

Sempre più convinto delle capacità dell’aeroplano e del suo utilizzo come trasporto civile riadattò la propria fabbrica senza però abbandonare del tutto i progetti relativi all’impiego militare. Tali convinzioni porteranno a rielaborazioni come trasporto passeggeri dei trimotori da bombardamento, e progetti certamente più visionari, come il Caproni Ca.60 Transaereo, un gigantesco idrovolante a scafo per 100 passeggeri, destinato a rotte transatlantiche. Peculiare era la caratteristica di avere tre gruppi di ali triplane montati sopra lo scafo e dove erano installati 8 motori. Il velivolo compì un breve balzo il 4 marzo 1921, ma rimase distrutto in un incendio poco dopo mentre era in riparazione.
E qui vorremmo fare una piccola digressione, perché ci sembra giusto ricordare (come fa anche Miyazaki nel suo Si alza il vento) che l’ingegner Caproni ha fatto volare non solo aerei, ma anche sogni. La figura di quest’uomo, il più geniale protagonista dell’epopea regina del XX secolo, cioè la conquista dei cieli, è finora rimasta quasi nascosta dal fascino dei suoi straordinari velivoli, che ancora detengono imbattuti record e primati tecnologici. È quanto meno doveroso, quindi, riportare in primo piano l’umanità di una figura poliedrica, di un artista prima che un ingegnere, di un pacifista costretto a creare armi micidiali, di un innamorato della natura dedito al progresso dell’industria, di un patriota idealista che voleva abbattere i confini del mondo.

Con l’avvento del governo Mussolini, giunse un nuovo impulso all’industria aeronautica. Nel gennaio 1923 fu costituito il Commissariato per l’aeronautica e pochi mesi dopo fu istituita la Regia Aeronautica e ricostituite subito le tre specialità: caccia, ricognizione e bombardamento con le relative flotte aeree.
Negli anni Trenta, Gianni Caproni creò un gruppo industriale che assunse il nome ‘Aeroplani Caproni S.A.’ arrivando a contare più di 20 consociate (Gruppo Caproni), fra cui le Officine Meccaniche Reggiane, la Motori Marini Carraro, e alcuni stabilimenti all’estero, a Baltimora negli Stati Uniti (Caproni-Curtiss) e in Bulgaria a Kazanlik (Kaproni Bulgarski). Nel 1936 insieme al designer Vittorio Ducrot fondò l’Aeronautica Sicula.
La guerra d’Etiopia procurò moltissime commesse alla Caproni i cui velivoli arrivarono a dominare i cieli abissini.
E uno dei suoi aerei più famosi, il Caproni Ca 309 Ghibli — un bimotore multiruolo sviluppato dall’azienda italiana Caproni Aeronautica Bergamasca (CAB) nella seconda metà degli anni trenta destinato alla ricognizione armata e al collegamento che prestò servizio aereo con la Regia Aeronautica nelle colonie dell’Africa Orientale Italiana — è stato d’ispirazione al regista Hayao Miyazaki, che ha chiamato il suo studio di animazione Studio Ghibli proprio in onore di questo velivolo.

Nel 1940 venne nominato conte di Taliedo, dalla località del comune di Milano dove sorgevano le officine Caproni e il primo aeroporto milanese (il motto del nuovo casato “Senza Cozzar Dirocco” glielo creò proprio Gabriele D’Annunzio). Inizialmente contrario all’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, era fermamente convinto che sarebbe stato un conflitto di macchine, vinto da chi “ne avrebbe schierato il maggior numero e della qualità migliore”.
Continuò a costruire ottimi aeroplani fino alla fine delle seconda guerra mondiale (anche il primo aereo a reazione italiano, il Campini-Caproni CC2 che volò nel 1941, fu un prodotto delle sue industrie), al termine della quale le sue aziende risultarono pressoché distrutte dai bombardamenti alleati e, nonostante i suoi sforzi, non poterono esser ricostruite sia per ragioni finanziarie che a causa delle condizioni di pace imposte all’Italia.

Caproni tentò di riorganizzare il suo gruppo industriale che nel frattempo aveva accumulato numerosi debiti. Tra il 1947 ed il 1951 cercò finanziatori e committenti in tutto il mondo: Unione Sovietica, Francia, e Israele. Provò ad ottenere finanziamenti anche presso le banche vaticane e nel corso di un viaggio negli Stati Uniti incontrò anche il presidente Harry Truman. Nel corso di tale incontro fu introdotto all’interno del gabinetto presidenziale dove con stupore notò che alle pareti erano appese due grandi fotografie, una che lo raffigurava e una di Orville Wright. Ad uno stupito Caproni il presidente statunitense Harry Truman disse:

Le ho trovate qui, il presidente Roosevelt le ha lasciate per l’intera durata della guerra, ed io non le ho rimosse. Voi due siete i creatori dell’Aviazione mondiale e l’America ve ne rende onore”.

Tornato in Italia, tentò ancora di risollevare le sorti di un’azienda che aveva creato con tanto amore e che era famosa in tutto il mondo. Ma ormai non c’era più nulla da fare. La sua assenza aveva minato l’andamento aziendale e poi il trattato di pace imponeva all’Italia di non produrre più motori per aerei.
Insomma, per la Caproni, già indebitata per l’inevitabile crollo delle ordinazioni, fu il disastro. Nel 1951 il gruppo Caproni fallì. Rimase in piedi per qualche tempo lo stabilimento di Gardolo (Trento) che produceva motociclette ‘Capriolo’, ma poi chiuse anche quello.
Un peccato, perché l’ingegnere aveva sempre avuto un occhio di riguardo per la sue gente di origine, dal punto di vista lavorativo ma anche della formazione, sia tecnica che culturale.

Della sua incredibile vita ha lasciato un patrimonio culturale davvero notevole. Innumerevoli i suoi amici in tutto il mondo, che lo rimpiansero quando, il 27 ottobre 1957, morì. Aveva 71 anni.

D'Annunzio aviatore

By Jean

D’Annunzio aviatore

D’Annunzio aviatore

Scrittore, poeta, soldato, statista, esteta, Gabriele d’Annunzio interpreta, forse meglio di qualunque contemporaneo, il ruolo di protagonista dell’Italia dagli anni Ottanta dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento. In un tempo di sconvolgimenti politici, bellici e sociali, d’Annunzio fece della sua intera esistenza una manifestazione del ‘vivere inimitabile’ e fra le sue intuizioni sta la scoperta delle potenzialità dei nuovi mezzi di trasporto come l’automobile e l’aeroplano.

Fin dai primi e incerti esperimenti compiuti in Italia, il volo rappresentò per d’Annunzio un potente mezzo espressivo: per le valenze artistiche — in quanto massima esperienza di movimento nello spazio — e per le implicazioni più concrete sulla vita e sulla storia.
Nel settembre del 1909 fu disputato il primo circuito aereo internazionale in Italia, a Brescia, con la partecipazione di Blériot e di Glenn Curtiss (già vincitore di una record mondiale di velocità a Reims, il 22 agosto dello stesso anno). Erano presenti due scrittori: Kafka e D’Annunzio, che si sarebbe in quei giorni innamorato dell’aviazione per non guarirne più. Fece il suo primo volo proprio con Curtiss l’11 settembre e il ricordo di questa esperienza è vivo nel suo romanzo Forse che sì, forse che no:

“Il cielo incurvato sulla pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi, dai monti, dai boschi…”

E nelle righe che scrisse per commemorare questo avvenimento: “È una cosa divina e inesprimibile. Il momento in cui si lascia la terra è di una dolcezza infinita”, commentò dopo il primo volo, atterrando sul campo di Montichiari (Brescia).

Durante la Grande Guerra, d’Annunzio è interprete privilegiato della riscoperta del gesto individuale attraverso imprese aviatorie e navali in grado di trasmettere messaggi simbolici forti e pervasivi. Le imprese nel corso del primo conflitto mondiale sono tali da valergli la fama di ‘poeta aviatore’, anche se è vero che egli non fu mai pilota e dovette sempre affidare a uomini di fiducia i comandi di volo. Ed è per noi un onore, oltre che un piacere, commemorare un personaggio importante della nostra cultura e della nostra storia in occasione delle celebrazioni che si svolgono in tutta Italia per ricordare la Prima Guerra Mondiale con un filmato sul ‘Poeta Soldato’ come si definì lui stesso.
Il documentario è stato realizzato con materiale storico proveniente dall’Istituto Luce, dall’ Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana, dal Vittoriale degli italiani, dal museo Gianni Caproni di Trento e dalla Casa D’Annunzio di Pescara.
D’Annunzio aviatore ospita interventi, interviste e testimonianze di Annamaria Andreoli e della contessa Maria Fede Caproni, figlia di Giovanni Battista Caproni — detto Gianni — l’ingegnere che durante la prima guerra mondiale costruiva gli aerei più potenti del mondo, in un momento in cui l’aviazione era ancora in uno stato embrionale. In quell’azienda lavorò anche Ugo, il figlio di D’Annunzio.

Ma in quegli anni, insieme a Caproni, l’aviazione era dominata anche dagli aerei costruiti dall’abruzzese Pomilio.
“D’Annunzio — commenta Annamaria Andreoli, presidente del Vittoriale degli italiani di Gardone Riviera — non è stato un poeta sedentario ma ha amato lo sport, tra cui anche l’aviazione. E quando ormai l’Ottocento stava per spirare, il poeta ha guardato al nuovo secolo cogliendone il suo sviluppo. Ecco perché D’Annunzio è il poeta della modernità in tutte le sue forme”.
Affascinato dalla nuova macchina, D’Annunzio colse subito l’importanza del nuovo mezzo, seguì con entusiasmo e curiosità le imprese aviatorie e ne trasferì sensazioni ed emozioni nelle sue opere.
Poi la Grande Guerra, i voli su Trieste e Trento e l’azione provocatoria su Vienna, in cui il Vate percorse la distanza di mille chilometri inondando la città di volantini italiani, consacrarono il D’Annunzio aviatore.

Il 23 febbraio 1916 un brusco atterraggio lo rese cieco dell’occhio destro ma le sue azioni aviatorie si susseguirono ininterrottamente su Pola, Cattaro fino alla straordinaria impresa di Vienna.
Quello sulla capitale austriaca fu un difficilissimo raid aereo, per i velivoli di allora, di oltre mille chilometri, di cui 800 su territorio nemico: Vienna fu inondata di volantini italiani. Fu solo un volo dimostrativo e di sfida. Ma fu una beffa atroce per gli austriaci. Per le sue imprese gli furono tributati diversi riconoscimenti e la medaglia d’oro al valor militare.
Grande fu il contributo che D’Annunzio dette allo sviluppo della nascente aviazione e giustamente il suo nome è associato ai grandi aviatori del tempo: il celebre Leone di San Marco, emblema dell’87ª squadriglia chiamata La Serenissima che compì proprio il raid su Vienna, è uno dei quattro distintivi che costituiscono lo stemma araldico dell’Aeronautica militare italiana.

D’Annunzio, anche in questo caso, dimostra la sua propensione alle tecnologie, nonostante fosse uno dei più grandi intellettuali della sua epoca aveva una tensione alla novità, al futuro, che da troppi anni l’intellighenzia italiana ha dimenticato.

Una piccola curiosità: il termine ‘velivolo’ che ancora oggi viene usato parlando di aeroplani fu una parola nuova coniata proprio da Gabriele D’Annunzio.

Stefano Falco

Il regista di questo documentario, nasce a Pescara il 18 luglio 1964. Nel 1993 si laurea in Economia e Commercio c/o la Università degli Studi ‘G. D’Annunzio’ di Chieti.
Nel 1994 costituisce la Multimedia Abruzzo s.a.s. che ottiene l’iscrizione come Società Fornitrice Nazionale Rai con la quale collabora per programmi nazionali e regionali.
Nel 1995 stipula una convenzione con la Università degli Studi ‘G. D’Annunzio’ di Chieti per la progettazione e realizzazione i videocorsi audiovisivi e multimediali.
Nel 1996 elabora un progetto denominato ‘Multimedia Abruzzo’ approvato e finanziato dalla Regione Abruzzo, per servizi alle imprese ed agli Enti Pubblici utilizzando i sistemi di comunicazione multimediali.
Nel 1997 consegue l’EMM (Euro Multimedia Master), Master in gestione di impresa Audiovisiva, promosso da Anica — Rai — Fininvest — Fondo Europeo Media.
Nel 1997 partecipa ad un corso di riqualificazione per sceneggiatori organizzato nell’ambito del programma di riqualificazione RAI Radiotelevisione Italiana e svoltosi a Roma presso l’ANICA dal 23 settembre 1996 al 7 febbraio 1997, ad un corso di Marketing dei Prodotti audiovisivi diretto dal Dott. Alberto Pasquale della Warner Bros Italia indetto dalla Associazione M.A.G.I.C.A. e ad un seminario dell’Anica sulla ‘Identificazione del mercato e del pubblico’ nel settore audiovisivo.
Tra il 1992 e il 2014 realizza tra gli altri i documentari: Histonium, L’Oasi di Serranella, Abruzzo dolce Natale, Marinai d’Abruzzo — la pesca a strascico, La caccia in Abruzzo, Accadde una notte — Sting a Pescara, Il Monito di Marcinelle (Premio Cesena 1996), La via della neve, Provincia di Pescara 70 anni, Visioni d’autore (Premio Varese 1998), I colori dell’Adriatico, Un gesto d’amore, Il Mistero del Volto Santo (Premio Troisi 2001), La storia continua, Ignazio Silone, dalla parte dell’uomo, La montagna sacra, Il martirio di Pescara, Pescara, le immagini nella storia, D’Annunzio aviatore” …e molti altri.
Nel 2009 coordina il progetto della Regione Abruzzo “Le Immagini nella memoria” rivolto alla salvaguardia del patrimonio audiovisivo abruzzese e alla tenuta di archivi multimediali.
Nel 2010 Il Museo Multimediale Scrittura e Immagine di Pescara dedica una sezione personale alla documentaristica di Stefano Falco.
2011 comunicazione e organizzazione Premio Giornalistico Pietro Di Donato sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Dal 2010 al 2013 esegue numerose collaborazioni in progetti del MIUR Abruzzo nella organizzazione di incontri, convegni, premi, iniziative didattiche e campagne di informazione rivolte agli alunni di scuole elementari, medie e superiori nell’ambito di progetti europei.
Dal 2010 al 2013 produce il format televisivo Tastes of Italy insieme alla Società Tastes of The World in programmazione su emittenti internazionali.
Nel 2013 realizza un  serie filmati per il progetto WIDE — Innovation in MED nell’ambito del progetto MED dedicato all’internazionalizzazione delle imprese marchigiane.
Nel 2014, nell’ambito del progetto Light On del programma UE sui diritti fondamentali, si occupa della realizzazione di video contro i comportamenti di normalizzazione di razzismo e xenofobia.
Nel 2014 realizza filmati di divulgazione e promozionali nell’ambito del progetto Travel Smart See More.
Dal 2014 al 2015 realizza, per 28 puntate della rubrica Il Settimanale del TGR Abruzzo, le riprese aeree con drone delle principali località turistiche abruzzesi.

Amore, cucina e curry

By Jean

Amore cucina e curry

Amore cucina e curry

Un pizzico di fascino orientale. Un tocco di eleganza francese, e poi spezie, passione e fantasia…
Ecco gli ingredienti principali di questo nuovo film di Lasse Hallström, che strizza furbescamente l’occhio al suo Chocolat di quindici anni prima, pur raccontando una storia con ritmi, personaggi, e vicende diverse. Ma non troppo.

L’ambientazione, in effetti, è molto simile a quella del film che vide una deliziosa Juliette Binoche e un fascinosissimo Johnny Depp impegnati a lottare contro pregiudizi di un piccolissimo paese sperduto nella campagna francese.
Perché anche qui la location della commedia è un piccolo paese, più precisamente il vero villaggio di Saint-Antonin-Noble-Val, nel sud della Francia, un delizioso paesino nel rigoglioso paesaggio pastorale dei Pirenei dove il tempo sembra essersi fermato.
Un paesino da favola, dove ognuno di noi, molto probabilmente, abiterebbe volentieri, per scappare alle brutture delle grandi città ormai faticose da vivere, con ritmi disumani, tempi strettissimi, nervi spesso a fior di pelle e pessimi rapporti umani.

Non che i rapporti fra i nostri protagonisti siano sempre… latte e miele, tanto per restare in tema gastronomico. Perché fra i due personaggi principali della nostra storia non sempre si presenta tutto facile. A cominciare dai gusti e dalle tradizioni, che sono senz’altro completamente all’opposto, non fosse per altro, perché i due vengono proprio dagli angoli opposti del pianeta.

È dunque un film in cui si parla di cucina e immigrazione, o meglio ancora cucina e integrazione tra due culture e tradizioni molto diverse. E forse nessun film, per quanto il tema qui sia sfiorato con il tono lieve di una favola, può farlo meglio di questo che vede coinvolti nel progetto l’autore del libro da cui il film è tratto, cioè un Americano espatriato, nato in Portogallo e cresciuto in Svizzera; il regista e il direttore della fotografia, Svedesi; una meravigliosa attrice che è la quintessenza della cultura britannica (ma ha origini russe) che interpreta la parte di un’acida signora francese, il tutto condito con un’intera famiglia indiana esiliata in Francia… Una bella mescolanza, verrebbe da dire.

Ma veniamo alla nostra storia…

Che inizia in India, a Mumbai, dove la famiglia Kadam è proprietaria di un bel ristorante, che viene gestito da tutta la famiglia. Il patriarca, Papa, è responsabile della sala, aiutato dai figli che servono ai tavoli. È lui che accoglie i clienti, e suggerisce gli abbinamenti dei vari piatti, ma il primo chef in cucina è proprio la signora Kadam, che insegna al figlio Hassan tutti i segreti e le ricette della tradizione, con i loro profumi, i loro sapori, e le spezie meravigliose.
Ma un brutto giorno, questa famiglia che sembra avere una vita piena di delizie culinarie e piccole gioie quotidiane conosce il dolore di una grave perdita. In seguito al risultato di un’elezione politica che ha provocato una sommossa popolare, il ristorante viene distrutto e messo a fuoco. L’incendio non distrugge soltanto il lavoro di anni di fatica, ma si porta anche via Mamma Kadam. Superati i primi attimi della tragedia, i Kadam lasciano il loro Paese di origine per trasferirsi nel Vecchio Continente.
Dopo un anno passato in Inghilterra, decidono di attraversare la Manica perché — come spiega Hassan a un ufficiale della dogana francese — in Gran Bretagna le verdure “non hanno un’anima”.

Una volta confessato di essere un semplice cuoco e non uno ‘Chef’, una volta ammesso di non saper cucinare altro che una samosa, Hassan e famiglia vengono finalmente ammessi in Francia. E mentre Papa (interpretato da un Om Puri semplicemente eccezionale) conduce tutti i figli attraverso la campagna fermandosi solo ogni tanto a raccoglier qualche gustoso pomodoro, il loro scassatissimo
pullmino ha un incidente: i freni si rompono e bisogna fermarsi per forza, proprio fuori del grazioso villaggio di Saint-Antonin-Noble-Val. Non ci vorrà molto perché Papa si convinca che quello è stato solo un segno del destino, e ancora di più si convincerà della verità delle sue teorie quando vedrà un vecchio ristorante abbandonato in vendita che, secondo lui, gli è stato indicato da Mamma Kadam dall’alto dei cieli.
Ahinoi, tutta la famiglia scoprirà molto presto di essere sfuggita a una guerra civile per piombare in un’altra guerra… all’ultima pentola. Sì, perché il ristorante indiano Maison Mumbai, con il suo dehors e la sua musica etnica ad alto volume dovrà combattere con l’elegante e raffinato ristorante Saule Pleurer (salice piangente) che si trova proprio sul lato opposto della strada, a soli trenta metri (i famosi cento passi del titolo originale) di distanza. E la proprietaria del Saule Pleurer — che può vantare una prestigiosa Stella Michelin — Madame Mallory (a cui dà il volto e il carattere una fantastica Helen Mirren), è una vedova altezzosa, severa sostenitrice della cucina nazionale, che dirige il suo ristorante con algida professionalità e rigore degno di un alto ufficiale.
Va da sé che un rivale etnico proprio di fronte non possa che recarle un gran disturbo.
Comincia così una lotta all’ultima forchetta, con dispetti e ripicche da parte dell’una, prima, e dell’altro poi.
E mentre i due “vecchi” proprietari si fanno dispetti e scaramucce, il giovane Hassan impara i primi rudimenti della cucina francese, grazie anche a Marguerite — aiuto-chef del Saule Pleurer — che gli presta i suoi libri, gli insegna alcuni trucchi e gli svela alcuni segreti della cucina nazionale. Spesso si incontrano lungo il fiume, dove Hassan va alla ricerca del pesce più fresco, o fanno passeggiate a piedi e in bicicletta in cerca di funghi, fino a quando non scocca qualcosa di più di una scintilla…
Ma per quanto fra i due protagonisti più giovani sia percepibile una certa alchimia, non è la loro storia d’amore a reggere il ritmo narrativo del film. Sono invece i due mostri sacri del cinema, con le loro battute e i loro dispettucci a dare vigore e sapore a tutta la vicenda, che sarebbe altrimenti abbastanza banale e un poco insipida.
Madame Mallory è sempre più indispettita dal successo del suo rivale, al punto che va persino dal sindaco a lamentarsi e a chiedere che faccia chiudere quell’orribile locale. Con poco successo, in verità. Papa, per parte sua, rovina una serata importantissima al Saule Pleurer quando va a comprare tutti i piccioni che a Madame servivano per preparare una specialità della casa dedicata a chissà quale importante Ministro.
E con il tempo le cose non migliorano. Anzi. Lo chef di Madame, convinto di agire per il meglio, assolda un po’ di amici che scrivono frasi razziste sul muro della Maison Mumbai, e danno anche fuoco al ristorante. È come se la storia si ripetesse.
Nell’incendio, Hassan si ferisce, riportando ustioni gravissime che lo costringeranno a tenere le mani fasciate per diverso tempo.
Questo episodio rappresenta però la svolta nei rapporti fra i due rivali. Perché Madame Mallory ha — in fondo — una sua etica, un senso di lealtà e di onestà. E non accetta atti vandalici o razzisti nei confronti di chicchessia. Lo chef viene prontamente licenziato, e il muro ripulito a dovere.
E siccome non tutti i mali vengono per nuocere, anche il suo rapporto con i vicini migliorerà. Al punto che, dopo una prova di omelette brillantemente superata, Hassan verrà assunto da Madame come suo nuovo chef, con un certo disappunto da parte di Marguerite, che sperava di venire finalmente promossa al rango superiore.
Fine di una storia d’amore? Sembrerebbe proprio di sì, ma la cucina ha un ruolo più importante, e Hassan diventa sempre più bravo e raffinato. Talmente tanto che, con grande commozione di tutti, grazie a lui il Saule Pleurer ottiene finalmente la seconda stella Michelin.

Per Hassan è l’inizio di una carriera meravigliosa.

E per Madame Mallory e Papa Kadam è l’inizio di un’amicizia, fondata finalmente sul reciproco rispetto e sull’affetto che tutti e due provano per quel giovane talento dei fornelli.
Vanno persino a scuola di ballo insieme, e Papa la definisce la sua “quasi fidanzata”. Tutto sembra finalmente andare per il meglio. Hassan viene assunto dal più rinomato ristorante di Parigi, le più importanti riviste di cucina gli riservano le copertine patinate e le interviste più esclusive; tutti critici ne cantano le lodi, parlando della sua capacità di fondere i sapori d’Oriente e quelli d’Occidente, ma a poco a poco si ha l’impressione che gli manchi qualcosa. Fino alla sera in cui un suo aiutante cuoco non gli fa assaggiare di nuovo un piatto tipico della cucina indiana cucinato con le spezie che sua madre gli ha spedito… Sarà questa la ‘chiave di volta’, la molla che farà ricordare ad Hassan che “i piatti e la cucina sono memoria” e gli farà venire voglia di tornare “a casa”.

Il finale non ve lo raccontiamo. Un po’ perché a questo punto forse lo avrete immaginato da soli, un po’ perché non vi vogliamo rovinare il gusto di un bellissimo finale per una bellissima favola.
Una favola ben scritta e sviluppata nel complesso, che coniuga nelle giuste dosi  romanticismo e commedia.
Convince e piace come lo sceneggiatore abbia raccontato le diversità culturali  e non solo tra due mondi attraverso la cucina e la descrizione dei vari personaggi.

Ma è la cucina, la vera protagonista di questa fiaba, a cui fanno da meravigliosi comprimari tutti gli attori: è la cucina con i suoi sapori, i colori, i profumi che purtroppo non possiamo sentire ma solo immaginare, ed è attraverso la cucina che si crea questa integrazione, questa mescolanza di tradizioni e di profumo di cardamomo e garam masala che conquistano persino la fondue burguignonne… due culture che si fondono e si completano attraverso un linguaggio universale.
Perché in fondo, Amore cucina e curry non è altro che un racconto che rappresenta il trionfo sulla condizione di esiliati, strabordante di passione, maggiorana e madras.
Il ritratto di due mondi che si scontrano e si incontrano, e dell’ambizione di un ragazzo che cerca solo di ritrovare la serenità e l’atmosfera di una vera casa… in ogni pentola, in ogni cucina, in qualsiasi parte del mondo.

Curiosità

  • Amore, cucina e curry è l’adattamento cinematografico del best-seller di Richard C. Morais che, proprio come nel film, racconta il percorso e la maturazione di Hassan Haji, chef di un ristorante indiano nella regione del Jura e la sua rivalità con il pluripremiato chef del ristorante stellato suo vicino.
  • Per assorbire meglio l’atmosfera culinaria che ‘avvolge’ tutto il film, gli attori Charlotte Le Bon e Manish Dayal si sono recati in diversi ristoranti per osservare e apprendere le varie tecniche dei veri chef all’opera. Altri consulenti sul set sono stati gli chef francesi Vincent Meslin e Lanaic Jourden e l’indiano Anil Abhimanyu Sharma.
  • Amore, cucina e curry vede la prima partecipazione sul grande schermo di Charlotte Le Bon (ex-miss meteo di Canal+) a una produzione americana.
  • Soltanto una parte della distribuzione cinematografica è di origine indiana. Oltre all’autore della colonna sonora originale, che infatti è firmata da A.R. Rahman, come si nota nei titoli di coda. A questo illustre compositore si deve anche la colonna sonora del pluripremiato film di Bollywood The Millionaire.
  • Questo film segna il debutto cinematografico degli attori Aria Pandya e Dillon Mitra, già famosi in patria come attori di teatro.
  • Le riprese sono state effettuate alla città del cinema di Luc Besson, presso Seine-Saint-Denis, oltre che nel villaggio di Saint-Antonin-Noble-Val, dove in effetti si svolge la storia. Il mercato della cittadina è stato in qualche modo ‘privatizzato’ per un’intera mattinata per esigenze di scena e di copione. Le ultime riprese sono state effettuate a Carlus, un paesino che si trova vicino ad Albi, nella regione del Tarn. In totale, fra esterni e interni, il film ha richiesto 52 giorni di lavorazione in Francia, seguiti da quattro giorni in India con una troupe ridotta.
  • Non è la prima volta che Lasse Hallström si interessa alla gastronomia, o che decide di girare in Francia. Nel 2001 aveva già diretto  Juliette Binoche nel film Chocolat, girato per lo più in Dordogna.
  • Un regista e un direttore della fotografia svedesi, una squadra di produzione americana, l’attrice principale di origine britannica, e i co-protagonisti indiani e francesi : la distribuzione di Amore, cucina e curry e tutta la troupe riflettono senz’altro la multinazionalità e la fusione di culture di cui si parla nei film. “Si parlavano fino a quattro lingue diverse, durante le riprese: inglese, francese, svedese e hindi. La troupe era davvero in perfetta coerenza con il film… più multiculturali di così!” ha ricordato la produttrice Janet Blake.
  • Le scene in cui si vede il ristorante di Madame Mallory sono state girate in un castello del XIX secolo conosciuto come il Castello della Durantié.
  • L’elegante ristorante di Parigi è in realtà il Georges, in cima al centro Pompidou, anche se ribattezzato nel film e ricostruito come un ristorante… in realtà era soltanto un set.
  • Om Puri, che nel film interpreta Papa, veniva chiamato Papa dalla troupe anche fuori dal set. È entrato così bene nella parte, che ha deciso di lasciare l’albergo dove risiedeva con gli altri attori per prendere un appartamento in cui cucinare per tutti.
  • I due ristoranti che si fronteggiano sui due lati della strada sono stati modificati al computer: la casa presentata come Maison Mumbai in realtà si trovava di fronte a un grande prato. La squadra di scenografi ha pavimentato 75 metri di strada e ha costruito sul lato opposto una facciata di palazzo con un grande schermo blu sul tetto.
  • Sebbene il romanzo sia ambientato negli anni Novanta, la storia è stata resa più attuale per il film.

Scheda tecnica

  • Titolo originale The Hundred-foot Journey
  • Paese di produzione India-USA
  • Anno 2014
  • Regia Lasse Hallström
  • Cast Helen Mirren, Manish Dayal, Charlotte Le Bon, Om Puri, Amit Shah, Farzana Dua Elahe, Dillon Mitra, Aria Pandya
Aya de Yopougon

By Jean

Aya de Yopougon

Aya de Yopougon

Quando l’ideatore e il disegnatore di una serie di fumetti realizzano l’adattamento cinematografico della loro opera, il risultato non può che essere un cartone animato quanto meno straordinario. Aya de Yopougon è proprio questo, e in più è un concentrato di freschezza, di gioia di vivere, di precisione e di realismo. Tutto è pieno di vita, dalla piccola casa di famiglia alla pomposa villa del signorotto locale, dal palazzo elegante all’angolo tranquillo in cui i ragazzi si incontrano per amoreggiare. E c’è un’esplosione di colori: dal giallo ocra all’azzurro dei muri, ai cieli bianchissimi, ai tessuti variopinti dei vestiti e delle lunghe tuniche. L’evocazione degli Anni Settanta è perfetta e piacevolissima. Addirittura i due registi sono riusciti a inserire nel racconto e nelle immagini qualche ‘vero’ pub d’epoca in cui si impara, per esempio, che la birra fa veramente bene alla salute.

L’atmosfera è tenera, ma certo non idealizzata: tanto per dire, le ragazze rischiano di continuo di farsi mettere in stato interessante da qualche génito (la versione ivoriana del playboy). Tutti si impicciano di tutto, si azzuffano, bisticciano, si raccontano frottole, si perdono in una serie interminabile di chiacchiere nel francese tipico di quella regione dell’Africa, così spontaneo e colorito, che nella versione sottotitolata senza dubbio si perde un po’.

Il periodo — la fine degli anni Settanta, durante il mandato presidenziale di Houphouët-Boigny’s — la località (Yopougon, un quartiere povero di Abidjan non esattamente alla moda o famoso) e i personaggi (tutti frutto delle esperienze e dei ricordi di Marguerite Abouet) sono descritti alla perfezione. L’autrice sa perfettamente di che cosa sta parlando, e si vede. Di più, attraverso i personaggi che ha creato, riesce perfettamente a spostarsi dal generale al particolare, facendo del quartiere popolare di Yop City una specie di ‘rappresentazione’ del continente africano, per lo meno di com’era più o meno quarant’anni fa. Una rappresentazione un po’ triste, per la verità. Se prendiamo Yopougon come modello in scala della società africana, scopriamo che è composta essenzialmente da “macho”, sciupafemmine e dongiovanni, imbroglioni, arricchiti e scansafatiche per la metà rappresentata dagli uomini e da donne in cerca di marito per l’altra metà.

E se queste considerazioni possono sembrare un po’ drastiche e debbano essere ammorbidite un po’, è pur vero che alcune delle piaghe che da sempre tormentano l’Africa in questo film sono denunciate non solo apertamente, ma anche molto giustamente, e con tutta l’onestà possibile in un racconto a disegni animati.

Siamo in Costa d’Avorio, più precisamente nella città d’Abidjan, o meglio ancora nel quartiere di Yopougon, soprannominato Yop City per renderlo ‘più simile ai film americani’… Aya e le sue amiche si dividono tra casa, studio e divertimento, sostenendosi nelle reciproche marachelle, anche se Aya è la più coscienziosa e meno incline alle frivolezze tipiche della sua età. Studiosa e responsabile, ama molto leggere e non si perde in feste e bagordi tutte le sere come invece piace a Bintou e Adjoua, le sue amiche del cuore.

Figlie di famiglie che vivono nel quartiere popolare della città, in cui tutti lavorano e hanno le ambizioni più disparate, le giovani sono alla ricerca del buon partito con cui costruire una famiglia e una vita felice.

Tranne Aya che alle tre C (casa, compagno, commessa) preferirebbe la facoltà di medicina e una totale indipendenza. La storia però non è concentrata unicamente sulla protagonista, perché in effetti, le protagoniste sono tre : le due ‘cicale’ che passano il loro tempo a frequentare i maquis (i piccoli bar dove la sera si può anche ballare) e a sognare il grande amore, e Aya, la narratrice, testimone saggia e prudente dei pasticci che combinano le altre due. Che di pasticci ne combinano parecchi….

Ben presto i nodi verranno al pettine e i normali problemi delle ragazzine, i malintesi e le illusioni in cui spesso inciampano quando prese dall’infatuazione del mese, le piccole bugie che sfuggono dal loro controllo, i mille tranelli, emergeranno dando vita ad una saga familiare tanto divertente quanto realistica.

Per quanto sia Aya a raccontare la maggior parte degli avvenimenti, due storie parallele si affiancano a quella principale: quella di Bintou (a cui nella versione originale presta la voce Tella Kpomahou), e quella di Adjoua (‘doppiata’ da Tatiana Rojo) che oltre a sognare il marito ricco hanno l’unica ambizione di aprire un salone di bellezza tutto loro. Ma la sfortuna (o forse la beata incoscienza dell’età) è proprio dietro l’angolo, e Adjoua si ritrova ad aspettare un bambino dopo una breve storia con un ragazzo tanto affascinante quanto misterioso… Decide allora di addossare la responsabilità della sua gravidanza a Moussa (interpretato da Jacky Ido), il figlio scapestrato di un ricco magnate della birra, sperando così di sistemarsi e di assicurare un futuro migliore a tutta la sua famiglia.

Nel frattempo Bintou inizia un flirt con un bellissimo ivoriano rientrato da poco in patria, che nei suoi sogni la rapirà per portarla a vivere nel quartieri più elegante e alla moda di Parigi (non ha, infatti, alcuna idea di dove si trovi e come sia Belleville). E fra un problema e l’altro della amiche, Aya riuscirà a laurearsi in medicina?

C’è veramente di tutto in questa commedia dolce e davvero singolare. Matrimoni non corrisposti, tradimenti, bugie e molto altro…

Particolare è anche il fatto che per narrarla si sia preferita una colorata animazione, in cui gli intermezzi pubblicitari che scorrono in TV sono l’unica parte recitata da persone in carne ed ossa; ed è un caso più unico che raro che il film batta bandiera della Costa d’Avorio, luogo in cui questa forma di espressione cinematografica non è molto apprezzata e neppure molto comune.

Il risultato è un cartone animato intelligente, ricchissimo di significati, forse adatto più ai giovani e agli adulti che ai bambini, anche se i colori, la delicatezza della narrazione e l’assenza di elementi che possano turbare, rendono la visione possibile anche ai più piccoli.

Sorprende scoprire che i problemi che credevamo solo nostri in realtà siano senza terra di origine: la protezione della famiglia, l’onore di una donna, il rispetto della compagna e la mortificazione della menzogna sono concetti condivisi che non variano a seconda della latitudine. Gli adolescenti sono a volte un po’ incoscienti, spensierati, imprudenti e pronti a ficcarsi nei guai nello stesso modo in qualsiasi parte del mondo. E la protezione di un padre per una figlia è un istinto naturale senza confine.

Nonostante le varie crisi familiari e le situazioni drammatiche che nascono dalla condizione di ragazza-madre, Aya de Yopougon dipinge un’immagine abbastanza serena di quella che doveva essere la vita dell’epoca; un’epoca in cui la povertà non era necessariamente sinonimo di violenza, e gli abitanti di Yop City riuscivano comunque a godersi la musica, le danze, una bella bevuta, una serata fra amici, e avevano ancora uno spiccato senso dell’umorismo e una incrollabile fiducia nel domani.

Il film si distingue proprio per il modo in cui racconta una favola dagli insegnamenti fondamentali e profondi; per riuscire a far ridere una platea dei propri difetti; e per dipingere la quotidianità con colori sgargianti.

Non stupisce quindi scoprire che la storia sia frutto della collaborazione tra moglie e marito: lei (Marguerite Abouet) ha creato il personaggio di Aya e le strisce della graphic novel, lui (Clément Oubrerie) le ha illustrate. Lei è ivoriana, lui è francese. L’unione di due continenti ha fatto emergere l’universalità di famiglia, adolescenza e sentimenti.

A completare un piccolo film che nel suo genere ha qualcosa di veramente speciale, una colonna sonora d’eccezione che fonde ritmi e generi diversi — rifacendosi comunque ai gusti e alla musica dell’epoca — dal funk, al rock, alla disco music, all’afropop, e afrojazz, inserendo brani famosi di Super Mama Djombo, Ottawan, Prince Nico ‘Mbara e Bembeya Jazz National: forse una delle colonne sonore più originali ed eclettiche fra quelle mai composte per un cartone animato.

Curiosità

  • Come già detto, Aya de Yopougon nasce come fumetto. Realizzato in 6 volumi e tradotto in 15 lingue, è stato in seguito ‘adattato’ per il grande schermo dagli stessi autori.
  • Clement Oubrerie, Joann Sfar e Antoine Delesvaux, produttori esecutivi di Aya, sono gli stessi produttori del cartoon Il gatto del Rabbino. Da notare che Marguerite Abouet ha dato la voce a uno dei personaggi di quest’ultimo film.
  • Yop City è il soprannome di Yopougon, il più grande dei tredici comuni del distretto di Abidjan, capitale economica della Costa d’Avorio, dove l’autrice è nata, e dove si svolge la storia.
  • La città di Yopougon diventa, nel film, a tutti gli effetti un personaggio in più. “La mia città era” racconta Marguerite Abouet, “un posto in cui vivevano Senegalesi, Ivoriani, gente dal Cameroun, o dal Burkina Fasu, e così via. Una vera comunità cosmopolita in cui ciascuno trovava la sua collocazione. Tra gli eroi di questo film c’è prima di tutto questo quartiere che mi fa un po’ pensare a Parigi, in cui si ritrovano e si mescolano popolazioni di tutte le origini e di tutte le classi sociali. Mi sono resa conto quasi subito che non avrei potuto concepire questo film basandolo solo su personaggi di origine ivoriana.”
  • Passare da una serie di fumetti a un vero film a disegni animati non è cosa tanto semplice. Ci sono parecchi stratagemmi, soluzioni e parametri da prendere in considerazione. Uno dei punti principali è la musicalità del cartoon. In Africa, le parole sono pronunciate in un modo molto particolare, così come la gestualità è molto diversa da quella europea. Si è quindi dovuto evitare in tutti i modi il rischio di creare degli stereotipi. “Marguerite” ha raccontato suo marito e co-autore Clement Oubrerie, “non ha soltanto seguito la direzione degli attori, ma ha anche mimato e recitato tutti i personaggi che sono nel film e che in seguito sono serviti come riferimento per gli animatori”. In effetti, il ritmo è essenziale per tutta la narrazione della storia e ha dato al film una musicalità molto particolare e molto vicina a quella del mondo reale. I colori del cartoon si ispirano, naturalmente, a quelli della versione stampata, anche se più tenui, e infine i dialoghi che accompagnano lo scorrere di immagini e disegni sono senz’altro molto più complessi di quelli del fumetto.

Marguerite Abouet

Nata nel quartiere di Youpogon, ad Abidjan in Costa d’Avorio, nel 1971, Marguerite Abouet è una scrittrice ivoriana, conosciuta soprattutto per il romanzo a fumetti Aya de Yopougon, pubblicato a partire dal 2005 in sei volumi.
Attualmente vive a Romainville, un comune a est di Parigi, con il marito illustratore Clément Oubrerie.

Clément Oubrerie

Nato a Parigi nel 1966, Clément Oubrerie è un illustratore francese, autore di più di quaranta libri per bambini. Nel 2005 ha partecipato, con Marguerite Abouet, alla realizzazione del romanzo a fumetti Aya de Yopougon, di cui ha curato i disegni anche per i volumi successivi. Tra le altre opere, ha adattato a fumetti Zazie nel metrò, il romanzo di Raymond Queneau. Nel 2007 ha fondato, con Joann Sfar e Antoine Delesvaux, la Autochenille Production, che ha prodotto il film animato de Il gatto del rabbino.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Aya de Yopougon
  • Paese di produzione Francia/Costa d’Avorio
  • Anno 2013
  • Regia Marguerite Abouet, Clément Oubreri
Banana

By Jean

Banana

Banana

Ci sono film che anche se non hanno un cast stellare, colpiscono per l’immediatezza e maturità.
Ci sono film che partendo da budget ridotti, evidenziano in modo ironico la società di oggi dal punto di vista (solo apparentemente basso) dei ragazzi. Ci sono film, infine, per i quali più che la storia in sé contano le emozioni, quelle che ogni spettatore al cinema cerca, quelle per cui uno spettacolo val la pena di essere visto malgrado sia proiettato in cinema periferici e lontani.
La verità è che film come Banana in Italia, semplicemente, non se ne fanno. O se ne fanno pochi. Vale a dire lungometraggi in cui i ragazzi sono protagonisti e vengono trattati con la medesima complessità e sfaccettatura degli adulti, non come figli ma come coetanei, non come esseri umani cretini ma come esseri umani diversi — un filo più idealisti e ingenui, ma solo di una sfumatura — non tutti per bene ma all’occorrenza anche bastardi, piccini e meschini senza salvezza come il resto dell’umanità.

Mentre all’estero questo tipo di cinema è abbastanza florido, da noi non ne esiste una vera tradizione, solo sporadiche incursioni che, anche nei casi migliori, non ricevono il credito che meritano. Banana però non è sorprendente solo per la sua natura ma soprattutto per la sua fattura. Scritto con una fluidità, una serietà e un rispetto della materia trattata che impressionano, vanta anche una consapevolezza della vera lingua parlata dai ragazzi (non i termini gergali e di moda ma l’atteggiamento, gli insulti, le insicurezze e le arroganze) che rischiara tutto il racconto di plausibilità.

Come Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, Banana è un supereroe all’italiana, pronto a combattere contro ostacoli insuperabili perché da grandi poteri (nel suo caso di coerenza etica) derivano grandi responsabilità.
È un ragazzino appassionato alla bellezza, alla grandezza e alla profondità di quell’avventura che è il quotidiano vivere e che capisce che, per averle, deve essere disposto a fare fatica e a soffrire, trascinando nel suo mondo anche gli adulti che lo circondano, tutti smarriti, lontani da loro stessi e che non sembrano riuscire più a ricordare quale era l’esistenza allo stato puro, irrigiditasi e sbiaditasi, col tempo, in “recite” e delusioni. È ingenuo, quindi coraggioso. Patetico, quindi tragico. Continuamente sconfitto e umiliato, quindi mai rassegnato. Ed è l’unico che lotta.
Lotta per una sua personalissima idea di felicità, assoluta, confusa, disordinata e nata sconfitta, come sono le idee che hai a dodici, tredici, quindici anni. Eppure limpida, senza compromessi.
La vita non fa che prenderlo a sberle, metaforiche e letterali. Ma lui non molla. E, nel suo piccolo, diventa un esempio.

Banana è un film per ragazzi ma che, come da tradizione nel cinema young adult, parla molto agli adulti.

“E parla molto dell’Italia di oggi. E il tricolore, sbiadito e sfilacciato, che giganteggia sul campo da calcio dei ragazzi non sta certo lì a caso. L’Italia
è un luogo triste, travolto dalla fatica, cattivo, mortifero, mentre Banana è l’opposto: è vitale, puro e vuole fare molto di più di quello che il suo ambiente si aspetta da lui. Il padre è il classico italiano medio che si lamenta sempre delle tasse, che dice ‘i cinesi ci conquisteranno’, che è scoraggiato. Quello che lo stesso Banana definisce ‘un catenacciaro’, ovvero chi rimane in difesa senza attaccare mai. Banana invece è un piccolo Don Chisciotte di periferia che non rinuncia a combattere”.

Intorno a lui si muovono i compagni e un mondo di ‘adulti’ composto dai suoi annoiati genitori che ormai non comunicano più, dalla burbera e terribile professoressa Colonna, con la quale il preside tenta di mantenere un rapporto cordiale, da sua sorella Emma, intellettuale di casa, con due lauree e tanto di Master, aspirante alla carriera di ricercatrice (ma disposta a trovare lavoro come animatrice di un villaggio turistico).
Adulti ormai disillusi, e lontanissimi dal piccolo mondo gentile e quieto delle storie con ragazzi cui siamo abituati.
Il tutto sullo sfondo della periferia romana — ma le inquadrature evitano intelligentemente di lasciar avvertire la collocazione geografica del tutto — che diventa l’ambiente ideale per una commedia che volge lo sguardo verso la stanca Italia d’inizio XXI secolo, meschina, ottusa, volgare e cinica.

Mentre la sceneggiatura — firma dello stesso regista — riesce nella sempre più difficile impresa di non incappare mai in risvolti banali e, a tratti, si prova l’impressione di avvertire l’influenza da parte di un certo vecchio cinema francese per ragazzi… da Zero in condotta (1933) di Jean Vigo a La guerra dei bottoni (1962) di Yves Robert.
Una commedia che, nonostante insegnanti di ginnastica sciancati, scherzi da parte di alunni e grottesche interrogazioni, rimane, comunque, sempre amara nell’inscenare i confronti tra Banana e la violenta e sboccata ‘fauna giovanile’ (e non solo) che lo circonda.
Una commedia dal sapore dolce-amaro. È una allegra riflessione sulla felicità, che silenziosamente muove un’interessante critica sociale. Il film ha inizio e fine con una partita di calcetto tra compagni di scuola e Andrea Jublin si è servito del calcio come metafora della vita e dalla ricerca della felicità. Ma niente lieto fine strappalacrime, nessuna finzione se non il racconto di una storia normale…

Quella di Giovanni, al primo anno di liceo e con tante strane fantasie per la testa — prima fra tutte Jessica, la bella e tenebrosa della sua classe.
Soprannominato Banana per un piede appena un po’ ricurvo che non gli consente di tirare dritto il pallone, e per la sua passione per i colori brasiliani giallo-verdi emblema di un coraggio di cui si sente portatore, comunque non si arrende alla prepotenza dei compagni che lo vogliono relegato nel ruolo di portiere, e, ad ogni partita, invece di rimanere al suo posto tenta la grande azione personale, inevitabilmente fallimentare.

Lui è davvero convinto di essere un grande giocatore e nonostante i compagni lo costringano — fra insulti e minacce — a stare in porta, metodicamente si toglie i guantoni, scarta tutti gli avversari, parte in dribbling e tira, ma i suoi colpi finiscono sempre fuori, nel giardino del vicino, che non sopporta gli schiamazzi dei bambini e squarcia puntualmente il loro pallone. La fine di queste partite è sempre uguale, con Banana picchiato dai compagni — racconta Jublin — Banana è un personaggio con una grande vitalità perché come dice un altro personaggio ‘non vuole sciupare la sua vita’. È pronto ad affrontare qualsiasi ostacolo per raggiungere la felicità”.

La ricerca della felicità, con il cuore oltre l’ostacolo, come dice il nobile motto di un vecchio reggimento di Cavalleria.

E di ostacoli sul suo cammino Banana ne incontra molti: i compagni che non lo vogliono in squadra, le ragazzine — anzi, le Jessichine, sempre impegnate a mandare messaggi con il telefonino — che lo deridono per la sua pinguedine e soprattutto l’indifferenza di Jessica, la ragazza di cui è innamorato. Senza demordere e senza curarsi dell’assurdità del suo progetto, lui cicciotto, bruttino e un po’ sfigato (ma dotato di un ottimismo devastante), aspira a conquistare quella ragazza, più grande, più bella e molto più smaliziata di lui.
Quando capisce che probabilmente verrà bocciata perché insufficiente in tutte le materie, decide di aiutarla contro ogni logica, anche se lui stesso è il primo ad aver bisogno d’aiuto per non essere bocciato (gli incubi che ha in materia sono straordinari). Il piano di Banana è semplice. Aiuterà Jessica a recuperare in italiano, unica materia in cui lui se la cava, perché se conquisterà la sufficienza con la terribile professoressa Colonna, l’insegnante d’italiano, anche gli altri professori non avranno il coraggio di bocciarla. Per realizzare i suoi desideri sa che può contare solo su se stesso ed è disposto anche a fare sacrifici, a lottare e soffrire, perché nulla nella vita è semplice da ottenere. D’altronde la regola del calcio brasiliano, di cui Banana è grande appassionato, è che bisogna attaccare sì con slancio, ma anche con coraggio, determinazione e con il cuore in mano.

E sarà proprio quella determinazione a fare di lui il piccolo, grande eroe che vincerà oltre ogni previsione: Jessica otterrà la tanto sospirata e sudata sufficienza, la professoressa Colonna ritroverà almeno un briciolo di serenità e di fiducia nel futuro, accettando di nuovo la compagnia del preside, il tema di Giovanni prenderà finalmente un bel “dieci” e lui… no, non riuscirà ancora a fare gol, ma la palla, come un messaggio di rinnovata speranza, tornerà oltre il muro finalmente intatta e senza squarci.
Chi non molla e resta se stesso, alla fine, riesce a cambiare un pochino anche gli altri. Un sacco di cose fanno schifo, ma se iniziamo noi a fare meno schifo, magari qualcun altro ci seguirà.
Ebbene sì, c’è una speranza in fondo. Che quel tiro calciato da Banana oltre il muro della superficialità possa avere effetto almeno una volta, almeno su una persona. Quello di ricevere in cambio un pallone integro dai proprietari dell’altra parte del giardino.
A volte i sogni si avverano.

Un paio di considerazioni

  • Bonaiuto come l’Italia: bella ed esausta. Ad interpretare la professoressa Colonna è Anna Bonaiuto in un cast che mescola attori conosciuti come Camilla Filippi, Giselda Volodi e Giorgio Colangeli con tanti ragazzini esordienti, a partire da Marco Todisco, bravissimo a restituire la verità di Banana. “Ho scritto il film pensando ad Anna Bonaiuto, sono andato da lei e le ho proposto il ruolo dicendole: ‘se non lo fai tu non so chi può farlo’. Il personaggio della professoressa Colonna è anche un po’ il simbolo dell’Italia: bella, colta, intelligente, elegantemente vestita però esausta. Senza più la forza di lottare”.
  • Un italiano agli Oscar. Anche il suo corto era ambientato in una classe e non è un caso. “Il tema dei ragazzi mi è molto caro — dice il regista — perché hanno vitalità ed energia che gli adulti non hanno più o se hanno ancora sono dei disadattati”. Un cortometraggio che aveva attratto l’attenzione dell’Academy. Di quell’esperienza Jublin ricorda: “Fu una settimana fantastica e surreale con anche tre feste al giorno in cui c’erano da Paris Hilton a Martin Scorsese, tutto estremamente organizzato anche nei dettagli. Ma l’immagine più forte che mi rimane riguarda proprio la serata della premiazione quando sul tappeto rosso accanto a George Clooney, Danny Day Lewis, che quell’anno vinse per Il petroliere, ebbi una sensazione strana. Anche loro sono semplicemente registi o attori molto bravi a fare quello che fanno. Il mito degli Oscar, che per uno che fa cinema è il massimo, si è come ridimensionato e lì ho visto come dei grandi talenti, dei professionisti, dei lavoratori appassionati ognuno nel suo campo”.

…e una frase che spiega molte cose

  • Ogni donna aspetta l’amore della sua vita, ma intanto si sposa

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2015
  • Regia Andrea Jublin
  • Cast Matteo Todisco, Anna Bonaiuto, Ascanio Balbo, Beatrice Modica, Giorgio Colangeli, Giselda Volodi, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato, Andrea Jublin.
Big Night

By Jean

Big Night

Big Night

Fra tanti film che hanno come tema la cucina, il cibo, e l’idea di usare pentole e fornelli come metafora per parlare di rapporti umani e gente comune, Big Night occupa senz’altro un posto d’onore. Perché non è soltanto un film che parla di un cuoco e dell’arte culinaria, ma è molto, molto di più. È un film che parla di cucina, è vero, e parla di cibo, ma non tanto come oggetto del desiderio di ogni buongustaio… ne parla invece come di un nuovo linguaggio. La lingua con cui si può parlare agli dei, si può creare, e sedurre, e aspirare alla perfezione.

È un film che non racconta una favola, una storia inventata e inverosimile, ma ha invece un profondo contatto con il mondo reale, dove si può anche andare in rovina per non scendere a compromessi con se stessi, per mantenere la propria coerenza e dignità e, nel caso di un genio delle pentole, per offrire una cucina coi fiocchi.

Sono pochi i film sulla ristorazione che riflettono con tanta fedeltà la verità di quello che è cucinare, servire e discutere con il cliente, arrabbiarsi, imprecare, gridare, ballare, scherzare, bere, pregare che quel cliente ritorni, perché alla fine dietro un risotto o un cannolo c’è tutto questo… Certo, per qualche critico severo ha tutte le imperfezioni dell’opera prima, ma ne possiede anche il calore, la generosità, la fresca sensualità. E un toccante crescendo finale che evoca per un momento l’ombra di John Cassavetes. Mangiare, bere, uomo, donna, diceva quel film di Ang Lee. Gira che ti rigira, ogni film sul cibo parla di questo. La novità, qui, è che si tratta anzitutto di una storia di affetto tra fratelli… che comincia così:

Negli Anni Cinquanta, a Keyport, una piccola località sul mare del New Jersey, due fratelli italiani di origine abruzzese — Primo e Secondo Pileggi — aprono un vero ristorante italiano chiamato Paradise. Molto legati ma molto diversi tra loro, i due fratelli si scontrano su come gestire il locale: Primo, (il maggiore come suggerisce il nome stesso) è l’equivalente di uno chef ‘stellato’, un cuoco sopraffino e un brillante perfezionista. Molto legato alla tradizione della cucina nostrana, non vuole scendere a compromessi, e spesso si sente svilire dalle aspettative di una clientela che vorrebbe una cucina, sì, internazionale, ma profondamente americanizzata. E l’offerta di uno zio di tornare in Italia, anzi, meglio ancora, a Roma, per lavorare nel suo ristorante lo attira ogni giorno di più. Il fratello più giovane, Secondo (che funge da maître e direttore del locale), cerca invece di accontentare i gusti dell’ancora sparuta clientela, che ha un’idea distorta della tradizione culinaria, ed è sinceramente innamorato delle possibilità che può offrire una nuova vita sul Nuovo Continente.
Primo è un genio in cucina, e Secondo lo sa. Ma nonostante gli sforzi dell’uno come manager, e la prelibata arte culinaria dell’altro, il ristorante è sull’orlo del fallimento.
I clienti, in effetti, sono piuttosto pochi, al contrario delle lamentele, che invece non scarseggiano… nel risotto ai frutti di mare, i frutti di mare non si vedono, e non c’è mai la pasta come contorno alle polpette (lagnanza che ispira una graziosissima battuta dello chef: “a volte gli spaghetti vogliono stare da soli”), i piatti preparati con amore e con passione impiegano sempre secoli dalla cucina ai tavoli, e non c’è musica dal vivo.
Dall’altro lato della strada, per di più, c’è il ristorante La Grotta Italiana, che ogni sera è al completo grazie a una cucina molto semplice ed economica, a un’atmosfera vivace e divertente, a un menù che prevede gli spaghetti accanto a un secondo di carne, e a una cantante che puntualmente intona le note di O Sole Mio. “Con i piatti che serve, quello dovrebbero chiuderlo in prigione” commenta Primo riferendosi a Pascal, il simpatico proprietario del locale concorrente. Costui, dedito alla criminalità e al racket degli altri ristoratori di zona è proprio il titolare della Grotta Italiana, dove la cucina tricolore viene trattata secondo quegli stereotipi “a stelle e strisce” che fanno inorridire Primo. Da quel vero artista che è, che adora starsene rintanato fra le sue pentole e i fornelli, e borbotta di continuo contro crimini scellerati come “la violenza alla tradizione culinaria”, non stupisce che si sia sempre rifiutato di lavorare per Pascal.
Il talento di Primo è intoccabile, mai entrerà nelle aride logiche di mercato, non sarà mai un business man come dice Pascal… ed è proprio questo che lo eleva dalla mediocrità e ce lo fa amare così tanto. Perché, a modo suo, è ancora un puro. “Se dai alla gente un po’ di tempo — cerca di convincere il fratello — vedrai che impareranno” ad apprezzare, va da sé, quello che la cucina del Paradise è in grado di offrire. Il problema è che il tempo è quasi scaduto…
Il Paradise, quindi, è in seri guai. Talmente seri che lo stesso Secondo, mentre aggiusta i vasi di fiori all’ingresso o raccoglie un mozzicone di sigaretta sul marciapiede, non può fare a meno di sentirsi un po’ depresso. Se gli affari continueranno ad andare male, tutta la fatica per arrivare in America e iniziare una nuova vita sarà stata inutile. E dovrà ritornarsene a casa con la coda fra le gambe. Una prospettiva che non lo attira di certo. In un certo senso, il Paradise rappresenta la lotta e i sacrifici che gli immigranti accettavano pur di restare negli Stati Uniti, e cercare di realizzare il grande Sogno Americano. E Secondo non è diverso dagli altri. Anche lui lotta per costruirsi un futuro migliore. Il “Paradise” è la sua vita, la sua chance per il riscatto, il suo grande amore, e sarebbe disposto a tutto pur di salvarlo. Tant’è che quando la banca gli rifiuta un prestito, arriva persino a chiedere aiuto a quella simpatica canaglia di Pascal. Che, ovviamente, rifiuta. Ma offre, invece, un’altra opportunità. Seduto alla scrivania, nel suo ufficio tappezzato di fotografie di divi e celebrità, è pronto a suggerire lui, una soluzione: basterà invitare il famoso cantante jazz Louis Prima e la sua band a suonare al Paradise, e la reputazione del locale salirà alle stelle. I giornali parleranno dell’evento, gli affari riprenderanno quota, e tutto si sistemerà per il meglio. Si offre persino di chiamare personalmente il musicista, e invitarlo per quella serata speciale, la Big Night del titolo.

È a questo punto che il film prende il volo e diventa un concerto di colori e di suoni, di ingredienti e di piatti prelibati preparati a puntino. Tutto ruoterà intorno alla preparazione della serata più importante nella vita dei due fratelli dal momento in cui sono sbarcati sul suolo americano: la serata che può rappresentare la vera svolta. E tutto dipenderà solo dal menu. Proprio come nel Pranzo di Babette e in Mangiare, Bere, Uomo, Donna, è il cibo ad assumere il ruolo principale e a dare a tutta la storia quell’importante sfumatura di allegria e gioia di vivere. A cominciare dal favoloso ‘timpano di maccheroni’ che diventa il vero protagonista del film… o quasi.
Perché in realtà Big Night non è solo un inno all’arte culinaria, o un trionfo della cucina italiana, anche se questo potrebbe sembrare (alla fine della splendida cena preparata da Primo, tutti i commensali hanno un’espressione felice e soddisfatta, tranne una signora che esclama fra le lacrime “mia madre era una pessima cuoca!”). E la cosa che colpisce di più, a parte la simpatia e lo charme dei due protagonisti, è l’assoluta sensazione di affetto quasi tangibile che si prova seguendo le vicende sullo schermo. Scritto come un omaggio al senso della famiglia, il film è anche un inno all’amore fraterno, all’amicizia, e a una certa nostalgia per i bei tempi andati, per un mondo forse più gentile ed elegante.
Di più… c’è una strana sensazione di buon vicinato: in una specie di ‘girotondo’ della cinepresa che studia tutti i personaggi di contorno, impariamo a conoscere il sacerdote, il fornaio e la fioraia. Primo è innamorato di lei, ma è molto timido. Così l’unica cosa che riesce a fare per dichiararle quanto meno la sua simpatia, è offrirle un piatto di lasagne perché “chi mangia bene sta vicino a Dio”.

Ma torniamo alla nostra storia…

Pascal, dicevamo, si offre di invitare Louis Prima per questa serata di gala, e sembra farlo dal profondo del cuore. In realtà, è tutta una finta, probabilmente un desiderio di vendetta da parte sua, visto che Secondo ha una storia con sua moglie Gabrielle (bisogna dire che Secondo ha una vita sentimentale piuttosto complicata, diviso com’è fra la sua amante e la sua fidanzata Phyllis che aspetta sempre una dichiarazione che sembra non dover venire mai).
Fingendo di avere organizzato per loro una serata indimenticabile, convince i due poveri fratelli Pileggi a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio. Che naturalmente non arriverà. In ogni caso la serata diventerà davvero indimenticabile per tutti. Preparando una cena degna di un re, Primo ritroverà se stesso, Secondo inizierà a domandarsi che cosa vuole veramente dalla vita, e tutti e due riscopriranno qualcosa che hanno sempre saputo, ma che forse avevano dimenticato: che il cibo, come l’amore, è un mezzo di comunicazione universale, che arriva al cuore senza bisogno di parole.
Questa ‘rivelazione’ diventerà ancora più profonda e sentita il giorno seguente quando, dopo una litigata notturna sulla spiaggia in cui ciascuno dei due cercherà di addossare la colpa del fallimento sulle spalle dell’altro, Secondo preparerà nel più assoluto silenzio (in cui l’unica battuta è “hai fame?”) una omelette spettacolare (così come spettacolare è la lunga scena che ne riprende la preparazione) che poi dividerà con il fratello e il lavapiatti in attesa di decidere come affrontare il futuro.

 

Curiosità

  • Il film è stato girato in 35 giorni soltanto.
  • Stanley Tucci (che è anche co-regista) ha collaborato alla stesura della sceneggiatura perché voleva creare per se stesso un personaggio (Secondo) che gli piacesse e gli desse soddisfazione recitare…
  • La cantante che si esibisce nel ristorante ‘rivale’ è in realtà Christine Tucci, sorella dell’ attore e regista.
  • Nell’edizione italiana i due fratelli sono di origine abruzzese, ma calabrese in quella originale. La decisione di mutarne l’accento fu presa correttamente in sala di doppiaggio per meglio salvaguardare il tentativo proprio del film di allontanarsi dal cliché classico del cinema americano che vede gli italoamericani sempre come dei mafiosi.
  • È interessante notare che nella cucina di Primo non si vedono mai, in nessuna inquadratura, né un piatto di spaghetti, né un piatto di polpette.
  • Stanley Tucci e Tony Shalhoub (Primo) hanno lavorato insieme in diverse occasioni, compresa la serie televisiva Detective Monk, ben nota ai telespettatori italiani. Sono anche ottimi amici, il che spiega il grande affiatamento sul set, quasi percepibile a livello fisico quando si guarda il film.
  • La parte di Phyillis (la fidanzata di Secondo), in origine, doveva essere interpretata da Mary-Louise Parker, e non da Minnie Driver.
  • Il pianista nel ristorante di Pascal suona una tastiera elettronica. Considerando che il film è ambientato negli anni Cinquanta, ne mancavano ancora almeno venti, prima che qualcuno la inventasse.
  • Alcuni brani della colonna sonora sono cantati da Rosemary Clooney, già apparsa in White Christmas con Bing Crosby. No, non è un caso, se il cognome è lo stesso: Rosemary Clooney è la zia del più famoso e fascinoso George.
  • Nella scena finale del film, tutte le bottiglie (sui tavoli e in cucina) hanno l’etichetta con la denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita). Cosa impossibile, visto che l’etichetta DOCG è stata emessa in Italia sono negli anni Novanta.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Big Night
  • Paese di produzione U.S.A.
  • Anno 1996
  • Regia Stanley Tucci, Campbell Scott
  • Cast Tony Shalhoub, Stanley Tucci, Minnie Driver, Campbell Scott, Isabella Rossellini, Mark Anthony, Allison Janney, Liev Schreiber, Ian Hom.
East is East

By Jean

East is East

East is East

East is East è una storia familiare, ma non solo. È la storia di un periodo particolare, i primi anni Settanta, in cui s’iniziava a parlare di società multietnica, ma non è tutto. È una storia d’integrazione, di conflitto tra tradizioni e modernità, di incomprensione tra generazioni e culture differenti, ma non è un dramma a sfondo sociale…
È una commedia ironica, un romanzo d’amore, un mix di molti argomenti importanti, trattati con leggerezza, ma non con superficialità… Il racconto si ambienta a Salford, un piccolo centro del Lancashire, nei pressi di Manchester, nel 1971.

George Khan è pakistano, migrato in Gran Bretagna da più di vent’anni. Ha sposato in seconde nozze Ella, un’inglese cattolica con la quale ha fatto sette figli, sei maschi e una femmina. Con la numerosa famiglia gestisce un fish and chips in un quartiere operaio, dove s’iniziano ad avvertire le prime tensioni a sfondo razzista, concretizzate con la comparsa sui muri dei manifesti di Enoch Powell, leader del National Front, partito conservatore e xenofobo attivo in quegli anni, peraltro caratterizzati anche dagli esordi di una controcultura giovanile che combatteva proprio quel tipo di pensiero, nella vicina Swinging London. Per i Khan, però, sembra procedere tutto lungo i binari del prestabilito, compresa la tradizione di combinare i matrimoni per i propri figli. D’altronde, il patriarca li ha educati nella rigida osservanza della religione islamica e dei costumi del paese d’origine.

I problemi si presentano quando Nazir, il primogenito (di cui si lascia solo intuire l’omosessualità) si sottrae all’ultimo momento alle nozze con la ragazza pakistana scelta per lui. L’inflessibile padre-padrone, anglicizzato ma non abbastanza, lo disconosce, e lui se ne va, per inseguire il sogno di diventare stilista. Senza darsene per inteso, George va avanti nella “gestione” dei figli senza curarsi della loro volontà, convinto di agire per il loro bene. Così fa circoncidere suo malgrado il minore, Sajid, già fragile emotivamente, e continua a cercare le più vantaggiose occasioni di matrimonio per gli altri. Conosce il signor Shah, che vuol maritare le due poco attraenti figliole, e gli promette Abdul e Tarik. Naturalmente, nessuno dei due è disposto ad ubbidire, soprattutto Tarik che, frequentando di nascosto la discoteca del quartiere, ha conosciuto una ragazza bianca, nipote di un vicino di casa che odia gli immigrati, e ha imbastito con lei un flirt.
Insomma, contro George Khan si scatena la ribellione dei rampolli, che si sentono più inglesi degli inglesi e vedono in certe sue convinzioni solo il retaggio obsoleto di pratiche folkloristiche, mentre lui si ostina nel non voler cambiare. Un muro contro muro, senza reciproca comprensione.
Tenta di fare da filtro Ella, che inglese lo è davvero: sta dalla parte dei ragazzi e nello stesso tempo ama il marito. Ma a volte non ne può più e scoppiano liti furibonde.
Abdul e Tarik stanno per rassegnarsi a impalmare le due sgraziate pakistane quando, deus ex machina, compare Saleem, il fratello hippy che finge di studiare ingegneria, mentre in realtà crea provocatori oggetti d’arte iperrealisti, e la situazione precipita. Anche il doppio matrimonio salta. George ed Ella sembrano sul punto di rottura, ma forse per il patriarca è arrivato il momento di riflettere e, chissà, di diventare davvero british…

East is East, ovvero L’Oriente è l’Oriente, è tratto dall’omonima commedia autobiografica del pakistano Ayub Khan-Din, messa in scena per la prima volta al London Royal Court Theatre nel 1997.
Lui stesso ne ha curato la versione cinematografica, che introduce fin dalla prima scena l’argomento del meltin’ pot alla base della storia: la famiglia Khan, all’insaputa dell’islamico padre padrone, partecipa ad una processione anglicana.
La prospettiva dall’alto focalizza anche lo spazio e i confini simbolici del conflitto — dove Est è Est — e della contaminazione, dove Est è anche Ovest…

Così il film entra di diritto in un certo cinema britannico, che parla della integrazione delle comunità pakistane di seconda generazione, come My Beautiful Laundrette, Sammy e Rosie vanno a letto, Il giardino indiano, London kills me e Mio figlio il fanatico, con riferimenti al realismo sociale di Ken Loach.
Il tono è quello della commedia, anche se non mancano punti di tensione e drammaticità, alleviati da un’ironia sempre presente. Un teatrino familiare cui assistono, più o meno partecipi, i vicini, il prete cattolico, l’imam, lo xenofobo, e in cui si ride spesso e volentieri, anche se con un sottofondo di amarezza, dei contrasti tra tradizione e anarchia, libero arbitrio e tirannia.
La regia dell’allora esordiente O’Donnel cerca di mantenersi neutrale, ma sceglie il punto di vista del piccolo Sajid, filtrato dal cappuccio del suo parka, bozzolo che lo protegge dal mondo. Ogni personaggio è ben tratteggiato, sia dalla cinepresa sia dagli attori: tra tutti spiccano l’indiano Om Puri, straordinario, feroce, fanatico George, con i suoi tic e le sue sfuriate, e l’altrettanto eccezionale Linda Basset, che incarna con passione Ella, in bilico tra gli opposti ed ugualmente amati fronti familiari.
Degna di nota la sequenza finale, con la presentazione delle brutte promesse spose ai fidanzati e, al posto della torta, l’iperrealista scultura del fratello artista, raffigurante un innominabile sesso femminile, nello stile del miglior cinema muto.
I dialoghi sono intelligenti e al contempo divertentissimi, sospesi in una baraonda di equivoci e situazioni bizzarre, originalità, buon gusto e sensibilità. Si ride, si pensa, ci si commuove, si rivive, tra capelli a caschetto e camicie a fiori, il fascino di un periodo in cui tutto ferveva di cambiamenti. Insomma, East is East è un capolavoro d’insolita grazia, anche se ingiustamente poco conosciuto.

Curiosità

  • Per rendere ‘vero’ l’arredamento di casa Khan, lo staff voleva carta da parati e moquette originali degli anni Settanta. Non riuscendo a trovarle sono state realizzate appositamente, con un notevole aumento dei costi di produzione.
  • Tra le sue particolarità, l’abitazione non ha un bagno, ma era normale per una casa a schiera del tempo. Per lavarsi si usava una tinozza di stagno, come si vede all’inizio, da piazzare in salotto o in camera da letto, in condivisione con gli altri familiari, mentre il gabinetto si trovava in una piccola dependance in giardino.
  • La scena in cui i bambini corrono dietro alle auto è ispirata alla realtà. In quel periodo, gli abitanti dei quartieri popolari raramente possedevano un’automobile: per i piccoli residenti erano una curiosa novità.
  • In una sequenza girata e poi tagliata, dopo quella in cui Peggy definisce crudelmente Meenah una paki, i ragazzi Khan discutono per capire quale sia la loro vera nazionalità. Solo Maneer, l’unico a seguire fedelmente i dettami della religione islamica e gli ordini del padre, si autodefinisce pakistano, mentre gli altri dichiarano di sentirsi anglo-pakistani o addirittura britannici. In effetti, gli attori che interpretano i figli di George sono tutti nati in Inghilterra, rendendo così facilmente credibile, coi modi di fare e parlare, la volontà di sottrarsi alle tradizioni di un paese di origine mai nemmeno visto.
  • I vestiti dei fratelli Khan sono volutamente consumati e fuori moda, per rendere realisticamente il fatto che “si tramandavano” da un fratello all’altro, con il passare degli anni.

…e qualche errore

  • Dopo il matrimonio saltato del primo figlio, Nazir, si vedono i fratelli che fissano attoniti la porta. Tutti indossano dei cappelli che, secondo l’inquadratura, appaiono o scompaiono. Plateale, l’apparizione di quello di Tarik: prima è a fianco di Abdul con il capo scoperto, un attimo dopo, in uno shot a campo lungo si toglie un copricapo che non si sa bene quando si sia messo…
  • Durante la gita a Bradford della famiglia Khan è possibile intravvedere nel riflesso del pulmino in partenza, una dozzina di attrezzisti seduti vicino ai loro bagagli e microfoni.
  • Quando la famiglia va alla cabina telefonica per chiamare Nazir, sullo sfondo passa un treno. Il film è ambientato nel 1971, ma il convoglio ha i colori degli Intercity, introdotti nelle ferrovie britanniche solo negli anni Ottanta.
  • In un altro anacronismo, i Khan, entrando a Bradford, incrociano un Policeman addormentato. In quegli anni non avevano ancora fatto la loro comparsa sulle strade inglesi.
  • Nelle prime immagini di casa Khan, si vedono delle foto appese sopra una mensola del camino. La distanza tra una foto e l’altra aumenta o diminuisce a seconda delle inquadrature.

Scheda tecnica

  • Titolo originale East is East
  • Paese di produzione Gran Bretagna
  • Anno 1999
  • Regia Damien O’Donnel
  • Cast Om Puri, Linda Basset, Jordan Routledge, Archie Panjabi, Jan Aspinal
La famiglia Bélier

By Jean

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier

Il cinema francese, fucina di grandi emozioni e infinite sfumature del vivere, regala spesso film
di forte impatto psicologico. Con l’anima appassionata di ogni paese mediterraneo che si rispetti, coglie e disegna attentamente le bellezze e a volte le miserie dell’animo umano. E sa sorriderne, e anche riderne, come pochi altri, sfornando commedie semplici, deliziose, sfiziose, dove tutto quadra, dove tutto è in gran parte prevedibile dopo una manciata di minuti. Ma non importa, perché il divertimento sta nel seguire le peripezie dei personaggi, le loro piccole manie o grandi follie, mentre la curiosità si alimenta nel provare a capire con quali mezzi e lungo quali percorsi arriveranno al finale già scritto per loro. Per certi film il successo è garantito, perché trova la strada verso il grumo di sentimenti che ogni persona racchiude nel petto senza girare troppo, con chiarezza di intenti. La recente commedia La famiglia Bélier si auto definisce nel sottotitolo “Un film che vi farà star bene”. Ed è questa la sensazione che lascia, grazie alla semplicità e alla immediatezza dei temi affrontati: la disabilità come fonte di diversità e integrazione, e l’adolescenza come risorsa di conoscenza e crescita. Argomenti profondi, difficili, ma risolti in modo da donare un senso di rassicurazione, di consolazione.

La storia, ambientata nelle campagne della Normandia, prende l’avvio dalla quotidianità di un nucleo familiare speciale: sono tutti sordomuti tranne la figlia primogenita, Paula. Sulle sue spalle pesa il compito di fare da tramite tra il mondo Bélier e quello che sta al di fuori delle mura domestiche. La ragazza diventa l’interprete privilegiata delle comunicazioni con “gli altri”, quelli che sentono e parlano: i fornitori e i clienti della grande fattoria di famiglia, il veterinario e il medico di base. Lei indossa quei panni volentieri, dividendosi tra la scuola, la fiorente impresa familiare e il ruolo di mediatrice servizievole. Finché, quasi per caso, o per amore, si scontra con l’imprevisto di un talento tutto suo: la meravigliosa voce. La sorte le regala una chance che, con l’ironia che spesso riserva la vita, può assicurarle una brillante carriera proprio grazie a ciò che manca ai suoi cari, e che rischia di stravolgere i delicati equilibri in cui tutti lievemente si adagiano. Infatti, quando manifesta l’intenzione di darsi una possibilità partecipando al concorso di Radio France che, in caso di vittoria, la porterebbe a studiare canto a Parigi, iniziano i problemi. I genitori hanno paura di lasciarla volare via dal nido per inseguire il suo sogno, e faticano a digerire la prospettiva di perdere l’amata figlia che li assiste e li aiuta. In fondo, quasi li infastidisce la sua dote, che vivono come diversità al contrario. Quanto a lei, scalpita come ogni adolescente che per la prima volta si trova a desiderare la realizzazione personale, un futuro diverso e l’amore. L’affetto dei familiari e il senso di responsabilità nei loro confronti iniziano ad apparirle un peso. Così come iniziano i conflitti. Il suo maestro di musica la incoraggia, i genitori cercano di demotivarla, e Paula è sempre più combattuta, alla ricerca di un affrancamento e di un compromesso che renda tutti felici ma che appare irrealizzabile. Un grande dono di natura e la faticosa ir-ragionevolezza di chi l’ama davvero, però, andranno oltre le piccole meschinità che a volte affliggono l’animo anche dei migliori tra gli esseri umani, e riusciranno a operare il miracolo.

I Belièr sono persone i cui valori arrivano al pubblico in una modalità diretta di gesti e movenze, di corpi emozionati che, se pur in modalità silenziosa, trasmettono un repertorio di stati d’animo intenso e deciso. Pur non potendo parlare, insomma, comunicano moltissimo… Il ricco ventaglio emotivo che fa da cornice al film permette agli spettatori di mettersi, almeno per qualche minuto, nei loro panni, anzi, nelle loro orecchie sorde, ed è così che la diversità diventa integrazione e fonte di conoscenza.
Campione di incassi e fenomeno di stagione, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità. Comicità e momenti di crisi si alternano, nella rappresentazione del rito di passaggio che divide genitori e figli di ogni angolo del mondo davanti all’inevitabile riorganizzazione di ruoli. I personaggi vivono situazioni esilaranti, mentre, attraverso l’amore, spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con misura umorismo, lacrime, pregiudizi e canzoni, il film snocciola uno svolgimento ben ordito in cui ciascun personaggio assolve il suo compito con toccante sincerità, aggirando il rischio di precipitare nel pathos. Pur trascinando il pubblico nel mondo dei sordomuti, Lartigau non calca la mano sulle difficoltà che devono affrontare, anzi, presenta persone che hanno imparato a gestirle, che vivono piuttosto agiatamente, leggono, s’informano, studiano e conoscono il mondo, senza sentirsi affatto ‘figli di un dio minore’. E naturalmente gioiscono, si arrabbiano, litigano e fanno pace come tutti. Chiusi nella bolla silenziosa delle pareti domestiche, o in un esterno bucolico, si fanno sentire forte e chiaro attraverso il linguaggio marcato dei segni, che regista e attori adattano con sensibilità a una vicenda in cui si canta, anche… Soprattutto i brani dello chanteur neo melodico parigino Michel Sardou, ammirato dal professore di musica di Paula. È sua la poetica (e un po’ retro…) colonna sonora di questa famiglia, lontana dalle città, immersa in una Francia senza tempo dai gusti antichi e veraci, che vorrebbero preservare a ogni costo. La stessa Paula, pur sedicenne, vive un distacco solo fisico dalle sue origini. Parafrasando la canzone di Sardou Je vole, lei non fugge, ma vola verso spazi in cui prepararsi alla vita. Irresistibile il cast, condotto da François Damiens e Karin Viard, Rodolphe e Gigi, genitori non sordi a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che scorre nel loro sangue e cerca una melodia. Una melodia resa reale da Louane Emera-Paula con la sua voce, le sue mani e il suo bel volto acerbo. Un’esordiente diciottenne che sorprende per bravura e spontaneità. Un plauso al regista Eric Lartigau (ex assistente, tra gli altri, di Emir Kusturica) al suo quinto film ma primo vero successo, premiato dal pubblico per la profonda umanità che racchiude, e l’originalità della divertente e stravagante rappresentazione di certe limitazioni che diventano veramente… diverse abilità.

Curiosità

  • L’idea di raccontare di un’udente all’interno di una famiglia di sordomuti nasce dall’esperienza vissuta da Véronique Poulain, assistente dell’attore e comico francese Guy Bedos. Figlia di genitori sordi, ha descritto con umorismo il rapporto con i suoi nel libro Les mots qu’on ne me dit pas (Le parole che non mi dicono). Victoria Bedos, figlia di Guy, ne ha tratto una sceneggiatura e il regista Lartigau l’ha resa più sua insieme a Thomas Bidegain, che ha collaborato a diversi script di Jacques Audiard.
  • Il canto è la strada che il destino ha scelto per Paula Bélier. Purtroppo non può che essere un mondo completamente ignoto ai genitori, cui è negato ascoltarla. Per loro, d’istinto, il suo talento è un tradimento e quasi un’aggressione, perché li esclude. In una confessione che sembra tenera e invece diventa comica, i genitori confessano a Paula che la madre ha pianto, il giorno della sua nascita, quando ha saputo che non era sorda. Le lacrime, però, non erano di gioia. Gigi ha infatti un’avversione per gli udenti; l’aveva sollevata la speranza che un giorno la figlia potesse perdere l’udito. Si, perché, come ribadisce Rodolphe “Essere sordomuti non è un handicap, è un’identità — spiega il regista — Quello che mi divertiva in questa storia era spingere gli spettatori a chiedersi dove si possa situare la normalità”.
  • Lartigau ha esaminato un’ottantina di ragazze, prima di trovare quella giusta per interpretare Paula. “Sfortunatamente quella che mi piaceva di più aveva la voce peggiore!” ha raccontato. Poi un amico gli consigliò di guardare due giovani cantanti nel talent show The Voice e lì ha scoperto Louane Emera, spontanea e dalla voce emozionante. “La cosa che mi è piaciuta in lei è la fragilità contenuta, come se fosse sul punto di crollare alla fine della prima strofa. Sembra che tutto si regga su un filo sottile, eppure lei c’è, ancorata e solida — ha detto il regista. — soprattutto, possiede il senso dell’istante”. Nella competizione canora televisiva, la giovane artista arrivò alla semifinale.
  • Della famiglia Bélier, l’unico non udente nella vita reale è Luca Gelberg, che interpreta il fratello di Paula. Sordo profondo, non aveva alcuna esperienza con la macchina da presa. Anche Bruno Gomila, l’interprete del signor Rossigneux, è veramente sordo e bilingue, cioè si esprime sia oralmente che col linguaggio dei segni. Gli altri tre componenti familiari si sono dovuti avventurare nell’apprendimento di questa forma di comunicazione, sotto la guida di docenti non udenti, in lezioni protratte per quattro o cinque mesi, al ritmo di quattro ore al giorno. Sembra però che i loro sforzi non abbiano portato a un risultato ineccepibile. All’anteprima di Tolosa, il 31 ottobre 2014, il pubblico sordo ha dovuto leggere i sottotitoli perché non capiva quello che gli interpreti “dicevano” sullo schermo. Inoltre, secondo la giornalista sorda del Guardian Rebecca Atkinson, il film è un “ennesimo insulto cinematografico alla comunità dei sordi” perché Lartigau non ha usato attori non udenti per i ruoli principali, e non si è dissociato dal clichè della “perdita” della musica, per una persona che non la può semplicemente ascoltare.
  • Malgrado giudizi poco lusinghieri da parte della comunità di non udenti, il film in Francia è stato il fenomeno cinematografico dell’anno, con sette milioni e mezzo di spettatori nelle prime due settimane di proiezioni. D’altronde si tratta di una commedia popolare/dramma sentimentale, ingredienti sempre graditi al grande pubblico, e riecheggia per certi versi l’acclamato Quasi amici, pur senza la sua sottile complessità. Identico, lo spunto: una disabilità vista come opportunità più che come limite.
  • Per interpretare il professore di musica, Eric Elmosmino ha studiato con un pianista la gestualità giusta per rendere credibile il suo personaggio, oltre a prendere lezioni di canto. Quanto alla sua allieva sul set, ha dovuto invece seguire uno specifico allenamento sportivo per imparare a controllare la respirazione e gestire così al meglio il linguaggio dei segni e la voce usati in contemporanea.
  • La canzone di Michel Sardou Je Vole era stata scritta dall’artista come fosse il messaggio lasciato da un adolescente suicida. Nel film, il testo è stato significativamente modificato per adattarsi al tema, ovvero un giovane che non vuole morire, ma solo lasciare la casa d’origine per iniziare una nuova vita..
  • Tra i premi che la pellicola si è aggiudicata finora, il César a Louane Emera come miglior promessa femminile, il Lumière come miglior attrice a Karin Viard e come miglior rivelazione femminile a Louane Emera, e la Salamandre D’or a Eric Lartigau al Sarlat Film Festival.

Citazioni

“Cosa fai? Chiudi quegli occhi e fai volare la tua anima!”.

Scheda tecnica

  • Titolo originale La famille Bélier
  • Paese di produzione Francia
  • Anno 2015
  • Regia Eric Lartigau
  • Cast Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Luca Gelberg
La mafia uccide solo d’estate

By Jean

La mafia uccide solo d’estate

La mafia uccide solo d’estate

Sulla mafia si sono scritti fiumi di parole, e impressionati chilometri di pellicola.
L’argomento è sempre di tragica attualità, purtroppo, e per quanto sia stato sviscerato così tante volte lascia il lettore, o lo spettatore, velenosamente affascinato, come se assistesse a una brutta favola, dai cattivi protagonisti che non sempre finiscono male come sarebbe logico aspettarsi, se di fantasia si parlasse. Il lieto fine, persino nelle produzioni più popolari, come le fiction televisive, lascia il posto all’amaro in bocca come spesso succede nel mondo reale. Ma non è sempre così. Qualcuno arrischia evoluzioni differenti, e cerca persino di far sorridere, forse per insegnare che la speranza e l’umanità non devono mai morire sotto una raffica di pallottole. D’altronde, non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un personaggio come Pierfrancesco Diliberto, aka Pif, ironico protagonista di inchieste televisive d’assalto nei neri panni di Iena, e poi più lieve e quasi surreale narratore di vita, armato di videocamera e sorrisi disarmanti, nel suo Il testimone, uno dei programmi più seguiti di Mtv.

Già il titolo di questo film la dice lunga: La mafia uccide solo d’estate, frase tratta da un breve dialogo tra il protagonista Arturo, ancora bambino, e il padre che lo rassicura prima di dormire.

“Ma la mafia ucciderà anche noi?”
“Tranquillo. Ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate.”

Viene da chiedersi perché un bimbo si preoccupi di cose tanto più grandi di lui. Solo apparentemente lontane dall’innocenza della sua tenera età. Infatti, Cosa Nostra irrompe nella sua esistenza ancora prima di nascere.
I genitori, freschi di nozze, lo concepiscono il 10 dicembre del 1969, giorno in cui si compie un bagno di sangue nello stabile in cui abitano, la famigerata strage di Viale Lazio, a Palermo. Con queste premesse, sembra quasi destino che la prima parola del piccolo Arturo sia “mafia”, pronunciata additando Fra Giacinto, religioso opportunista legato a doppio filo coi padrini. Si, perché la sua inconsueta apparizione nel grembo della madre a suon di spari gli ha lasciato una facoltà particolare: lui i mafiosi li riconosce al primo sguardo. Tanto che si spaventa vedendo uno sconosciuto all’ospedale, che si rivela essere nientemeno il boss dei boss, Totò Riina. Con queste premesse, la sua vita procede su un binario parallelo a quello della criminalità organizzata siciliana. Fin dalle elementari si innamora eternamente e segretamente di Flora, la bella figlia di un banchiere, vicino di casa del giudice Rocco Chinnici. La sua timidezza gli impedisce di farsi avanti, ma resta folgorato dall’ispirazione quando assiste a un’intervista televisiva al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in cui rivela divertito di essersi dichiarato alla moglie al cimitero.
Arturo lo prende a modello, lo innalza a eroe da emulare e ne raccoglie in un album le immagini ritagliate dai giornali. Non solo. La figura del Divo Giulio incombe dalle pareti di camera sua in una gigantografia che si porta persino in vacanza. Il suo strano fato intanto lo porta a conoscere un giovane coinquilino che fa il giornalista, Francesco. Questi, a causa del suo impegno contro la mafia, viene relegato dal direttore nel ruolo di cronista sportivo. Ciononostante, la sua passione è tale da contagiare Arturo. Intuendone la predisposizione e le ottime qualità, lo incoraggia a perseguire il suo stesso sogno.
Intanto, Cosa Nostra continua a mietere vittime, mantenendo quel surreale filo rosso sangue con il cammino del giovane predestinato. Muore Boris Giuliano, che incontrava quotidianamente al bar, Pio La Torre, durante la premiazione di un concorso per giovani giornalisti, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli aveva concesso un’intervista proprio perché vincitore del concorso di cui sopra, e Rocco Chinnici, ucciso in un attentato il giorno stesso della partenza di Flora e della sua famiglia per la Svizzera.
Gli anni passano e Arturo è assunto da una televisione locale come pianista e aiutante nella trasmissione Bonsuar, condotta da tale Jean Pierre. Il primo giorno di lavoro trova come ospite del programma Salvo Lima, deputato democristiano. Lo accompagna l’assistente e, con immenso stupore, scopre che è la mai dimenticata Flora. La sorpresa gli fa dimenticare le note della sigla e, di conseguenza, cacciar via. Ma viene assunto dalla DC come inviato speciale per la campagna elettorale.
Il nuovo ruolo dura poco, perché, a causa di un discorso da scrivere per Lima, litiga con Flora e viene licenziato, per essere di nuovo ingaggiato da Jean Pierre. Proprio con il presentatore assiste all’assassinio dell’onorevole, punito per non aver collaborato a scarcerare alcuni mafiosi, ed è tra i primi a prestare soccorso. Nel frattempo, grazie al maxi-processo condotto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vengono arrestati numerosi membri di Cosa nostra. Poco tempo dopo, nel 1992, i due magistrati vengono uccisi nelle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Dopo questi attentati, la gente di Palermo inizia a capire che l’omertà è un’arma a doppio taglio e scende in piazza a protestare. Arturo e Flora, superati i rancori, si fidanzano e dalla loro unione nasce un bambino, che verrà educato dal padre a riconoscere il male e a combatterlo.

In questa “commedia drammatica”, originale, amara, ironica e dalle sfumature paradossali, la trama prende spunto dall’esperienza personale e l’impegno sociale di Pif che, come tanti suoi concittadini, ha vissuto la realtà scomoda e dolorosa di una Palermo sospesa e divisa tra una normale quotidianità e la violenza sanguinosa e arrogante imposta dalla mafia, in particolare tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, periodo in cui la vicenda è ambientata. Un progetto nato dalla fortunata intuizione del produttore Mario Gianani che, dopo aver assistito a una puntata del programma Il testimone, contattò il giornalista per chiedergli se avesse qualche idea da utilizzare in campo cinematografico. Pif, che accarezzava l’idea di portare una storia sul grande schermo, dopo l’esordio nel 1998 come aiuto regista di Franco Zeffirelli e poi, due anni dopo, di Marco Tullio Giordana ne I cento passi, dedicato all’eroe antimafia Peppino Impastato, non esitò a cogliere la palla al balzo.
Il personaggio del piccolo Arturo, così interiormente e realmente soggetto alle “malavitose stranezze”, incarna la difficoltà del vivere stretti tra le spire di un potere malvagio e nemmeno troppo occulto, che per forza di cose condiziona lo stesso esistere. E poi, da adulto, rappresenta e onora, dopo le titubanze e i pavidi servilismi iniziali, i molti giovani, giornalisti e attivisti siciliani, che non hanno avuto paura della verità e non si sono piegati o nascosti, rischiando e spesso perdendo la vita. Una parafrasi della sua terra, in lotta per il riscatto.

Lui, e gli altri protagonisti della storia, raccontano due realtà parallele, che a volte si intersecano, malauguratamente. Da una parte la serenità della famiglia, le occasioni gioiose, la nascita dell’amore e la scelta del futuro, dall’altra gli attentati, le minacce, la morte violenta e il silenzio complice e omertoso. La vita è naturalmente anche questo: un alternarsi di bene e male, gioia e dolore. È fisiologico sopravvivere all’orrore aggrappandosi ai valori e alle emozioni migliori. Lo si nota in luoghi particolarmente soggetti alla violenza, o dopo fatti eclatanti, come l’ultimo attacco terroristico a Parigi: ci si continua a innamorare, a fare figli, ad andare a scuola o uscire la sera, rifiutando di arrendersi, sostituendo l’abnorme con la normalità. Il senso ultimo di questa storia accorata, sorprendente, a tratti divertente, con un messaggio civile molto forte, sta nel risveglio delle coscienze e nella volontà di scegliere da che parte stare, ascoltando la voce del cuore e dell’intelligenza. Come in una guerra, Pif apre infatti il film con una dedica ai caduti giusti e innocenti, e nel prosieguo non lesina particolari e nomi e cognomi di assassini e mandanti, in una versione non edulcorata della cronaca di fatti che nessuno dovrebbe dimenticare, e di cui non si parla mai abbastanza. Lo fa col suo stile, con gli occhi ingenui del piccolo Arturo, con la sua particolare sensibilità e l’atipico umorismo che sa di non mancare di rispetto a nessuno, pur toccando temi di tale profondità e che tanta sofferenza hanno causato. Anche i riferimenti ad Andreotti, che diventa quasi un supereroe per un bimbo che non ne coglie i risvolti oscuri da Amico degli Amici, sono ironici. Questa è la principale caratteristica della narrazione: l’alternarsi tra la leggerezza del racconto e la freddezza della cronaca. Un mezzo efficace per far informare e coinvolgere anche chi di solito rifugge da telegiornali e talk show. Ecco così la descrizione affettuosa di una città che lentamente comprende e reagisce, ritrovando forza e dignità, pur nella consapevolezza che ci sia ancora così tanto da fare. Ecco la narrazione di personaggi come Boris Giuliano e Rocco Chinnici attraverso i loro rituali umani, e la descrizione buffa dei Padrini, che non per questo cessano di essere quello che sono.

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, lo stile utilizzato richiama, come è lecito aspettarsi, il linguaggio televisivo, forte del suo impatto più immediato con lo spettatore. Il regista utilizza un doppio registro per i due lati della vicenda, sorrisi e pugni nello stomaco, tra cui si riesce a destreggiare con sapienza.
Particolarmente riuscita la prima parte in cui Arturo e Flora, ancora bambini, si conoscono e scoprono il mondo dei sentimenti, in un’atmosfera quasi fiabesca. Cui si contrappone, di botto, nel seguito, l’irruzione del mondo reale con le sue brutture, scomponendo le emozioni in ciò che le nega e brutalizza, fino al commosso finale. L’idea, nel complesso, è quella di un Pinocchio buono che si scontra con quanto si nasconde dietro le luci e le dolcezze di un deludente Paese dei Balocchi, su sceneggiatura scritta dallo stesso Pif/Diliberto, con Michele Astori e Marco Mantani.
Ottimo e convincente il cast, con menzione speciale per Cristiana Capotondi nei panni di Flora, e lo sguardo e i modi inconfondibili del regista, completamente a suo agio sul set come davanti (e dietro) alla videocamera.

Un plauso, dunque, al felice esordio nel mondo del grande schermo per quello che, in campo televisivo, ha detto e dirà ancora molto di interessante e, si può azzardare, geniale.

 

Curiosità

  • Ha partecipato al Torino film festival, aggiudicandosi il premio del pubblico come miglior film.
  • Ma la lista dei premi e dei riconoscimenti è lunghissima. Vale la pena citare i più importanti:
  • David di Donatello 2104: miglior regista esordiente e David Giovani a Pierfrancesco Diliberto.
  • Nastri d’argento 2014: miglior regista esordiente a Pierfrancesco Diliberto e migliore soggetto a Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto e Marco Martani.
  • Ciak d’oro 2014: Ciak d’oro Alice/Giovani a Pierfrancesco Diliberto.
  • Globo d’oro 2014: migliore sceneggiatura a Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto e Marco Martani.
  • European Film Award 2014: migliore commedia a Pierfrancesco Diliberto.
  • Bari International Film Festival 2014: Premio Francesco Laudadio per la miglior opera prima e seconda a Pierfrancesco Diliberto.
  • Trailer FilmFest 2014: Premio del pubblico come miglior Trailer della stagione cinematografica.
  • Il presidente del Senato ed ex Procuratore Nazionale antimafia Pietro Grasso ha definito questo film “la miglior opera cinematografica sul tema mafia che abbia mai visto”. Di parere contrario Nocturno Magazine, che ha dichiarato senza mezze misure: “Ma che c…. significa? La mafia uccide anche d’inverno!”, dimostrando probabilmente di non aver compreso lo spirito del film.
  • Il titolo è, per una banale coincidenza, molto simile a quello di un libro di Angelino Alfano intitolato, appunto, La mafia uccide d’estate ed edito da Mondadori.
  • In una scena del film, il boss Bagarella è intento a ritagliare una foto di Ivana Spagna da un giornale degli anni Ottanta mentre intona una personale versione di Easy Lady. La scena, pur se ambientata nel 1982 (quindi anacronisticamente prima della pubblicazione del brano nel 1986), si riferisce a un fatto realmente accaduto, di cui si è avuta notizia nel 1996, ovvero che il boss fosse tanto invaghito della cantante tanto invaghito dalla cantante da aver pensato di farla rapire.
  • È stato distribuito nelle sale italiane il 28 novembre 2013. Ha incassato in totale 4.662.000 euro.

Citazioni…

Arturo: “La mafia, a Palermo, ha sempre influenzato la vita di tutti. In particolar modo la mia… Se Totò Riina non avesse organizzato la cosiddetta Strage di Viale Piave, io non sarei mai stato concepito”. “Quando sono diventato padre ho capito due cose. La prima è che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo. La seconda è che avrei dovuto insegnargli a riconoscerla”.

A Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Generale, Andreotti dice che l’emergenza criminalità organizzata è in Campania e in Calabria. Ha sbagliato regione?”.

“In città avvenne un evento storico. I Palermitani scoprirono che esisteva la mafia e glielo fecero scoprire i giudici di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che istruirono il maxi processo”.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2013
  • Regia Pierfrancesco “Pif” Diliberto
  • Cast Pierfrancesco “Pif” Diliberto, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioè, Maurizio Marchetti
La parte degli angeli

By Jean

La parte degli angeli

La parte degli angeli

La porzione degli angeli corrisponde alla percentuale di evaporazione nel processo di maturazione del whisky. Ma l’elemento volatile del pregiato distillato non si disperde realmente: tutti reclamano la propria parte, e persino le creature celesti esigono la loro. Per quella parte che va in cielo ce n’è una che torna in terra, e si chiama speranza. Il maestro Ken Loach prende spunto da questa leggenda proprio per raccontare una storia di emarginazione e di speranza ambientata in Scozia…

L’incipit de La parte degli angeli si svolge davanti a un giudice: al suo cospetto si alternano le storie di delinquenza di alcuni ragazzi di Glasgow; tutti vivono ai margini della società,chi per un motivo, chi per l’altro: l’introduzione dei personaggi è divertente e originale, e si rivela un modo perfetto per anticiparne le personalità.
A Robbie, un teppista dedito alla violenza quotidiana, viene concesso di scontare la pena effettuando lavori socialmente utili, grazie all’attenuante di una compagna incinta; seguono la stessa sorte Albert, Mo e Rhino, che con lui andranno a comporre l’allegro e strampalato quartetto al centro dell’opera. Robbie sembra geneticamente destinato alla violenza da un’infanzia trascorsa in riformatorio e da una famiglia di delinquenti che gli ha lasciato in eredità l’eterno conflitto con il ‘nemico’, quello che sta dalla parte della legge.
Grandi occhi azzurri, viso innocente, e una cicatrice che gli segna il viso e che non si può non notare, Robbie la violenza ce l’ha segnata per sempre sul corpo, nell’albero genealogico (il padre si picchiava con quello della compagna), ma se la porterà dietro anche nell’anima, visto i crimini commessi in passato. Però una seconda possibilità non si nega a nessuno, neanche se si cresce a Glasgow completamente allo sbando.
E nonostante le difficoltà è proprio questo che Robbie tenterà di ottenere a tutti i costi: una seconda possibilità.
Ma può un giovane dall’infanzia difficile, abituato a ottenere ciò che vuole solo con la forza e la prepotenza, avere la possibilità di cambiare vita, diventare un marito e un padre affidabile?
Con la disoccupazione giovanile alle stelle e un futuro incerto all’orizzonte si direbbe proprio di no, e l’unica cosa sicura è che non c’è molto da stare allegri. Eppure Ken Loach riesce a regalarci sull’argomento una divertente commedia ricca di speranza, una favola magica e realistica al tempo stesso sull’importanza di una seconda possibilità nella vita. Certo, anche questa volta non rinnega il suo cinema scomodo pur inserendolo all’interno di una storia per molti aspetti ‘leggera’. Non rinnega il suo cinema scomodo perché dopo averci presentato e fatto capire chi sarà il protagonista della storia, quello che dovrebbe attirare le simpatie e l’affetto del pubblico, Ken decide di mostrarci lo stesso personaggio in una nuova versione, non più quella del ragazzo sfortunato che la vita ha preso a calci e che ha solo bisogno di una possibilità per riemergere, ma quella del teppista idiota da chiudere in galera e buttare via la chiave (davvero difficile solidarizzare con il giovane Robbie  dopo il confronto che ha con la vittima di un suo pestaggio). Salvo poi accompagnare il protagonista e lo spettatore lungo il percorso di redenzione del personaggio incastonando la sua vicenda all’interno di una storia ‘leggera’, divertente, ma con la giusta tensione, sempre in bilico tra commedia e dramma.

Robbie, dicevamo, è un giovane sbandato che viene condannato per un barbaro pestaggio. Stavolta, però, nonostante la lunga fedina e la brutalità dell’atto, la condanna a 300 ore di servizi sociali è relativamente clemente per via del fatto che gli viene riconosciuto un generale sforzo nel cambiare la propria condotta, unito alla circostanza che a giorni diventerà padre.
Già dopo le prime ore di lavori sociali, Robbie instaura un buon rapporto con Harry, l’assistente sociale a cui è stato affidato, che lo accompagna all’ospedale dove sta per partorire la sua ragazza, Leonie, e lo soccorre dopo il pestaggio dei parenti di questa che cercano di dissuaderlo dal frequentarla. Ma Leonie ama Robbie e, seppure conscia delle difficoltà presenti, crede nella possibilità di crescere insieme il loro figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che hanno fatto Robbie e la sua compagna Leonie, contro il padre e i familiari di lei.
Harry ha creato un bel gruppo e, al di fuori dell’orario di servizio, organizza una gita istruttiva in una distilleria che risulterà decisiva per le sorti di Robbie e degli altri tre ragazzi costretti ai servizi sociali. Alla nascita del piccolo Luke, il facoltoso padre di Leonie offre invano del denaro a Robbie perché si allontani dalla figlia. Questa, intanto, con l’aiuto di amici e parenti, sta cercando un’abitazione dignitosa mentre Robbie sembra fatalmente legato a vecchie faide mai spente.
Un educativo viaggio con Harry a Edinburgo evidenzia il talento di assaggiatore di Robbie, il quale però, oltre alle degustazioni, ha fatto attenzione soprattutto alla notizia che presto verrà messa all’asta una botte di whisky di ingentissimo valore. Studiato un piano criminoso, Robbie si attiva con tre amici del suo gruppo per sottrarre parte del preziosissimo liquido.
Dopo una serie di peripezie, con grande arguzia Robbie riesce a sottrarre due bottiglie di introvabile whisky ricavando da una sola di queste la considerevole cifra di 100.000 sterline che divide con i suoi compagni. Nella stessa operazione si è fatto abilmente assumere da una distilleria e così parte con Leonie e Luke per rifarsi una vita lontano dalle beghe di Glasgow, non prima di aver omaggiato Harry dell’altra bottiglia di sublime whisky sottratto nell’asta milionaria.

Così come per le fiabe, è importante che anche i film ci mostrino che i draghi si possono sconfiggere, ed è esattamente quello che fa Ken Loach, raccontandoci una storia semplice e molto attuale, alternando momenti drammatici a spunti spassosi e assai godibili.
Ne emerge un affresco agrodolce e verosimile, che mostra la realtà di tanti giovani, offrendo una chiave di lettura positiva dell’insieme: i germi inespugnabili del disagio e della violenza vengono narrati con franchezza, ma rimane la speranza di mutare il corso della storia.
Ogni cosa può mutare, sempre.
Non resta quindi che lasciarsi travolgere da questi giovani protagonisti che hanno un unico e naturale desiderio, un desiderio comune a ogni essere umano, soprattutto fuori dal contesto di un film, per quanto questo rispecchi la realtà: essere compresi e apprezzati, avere una vita normale. Perché la speranza è l’ultima a morire, specie per gli ultimi della lista. E il vecchio Ken è uno dei pochi ancora capaci di accendere l’immaginazione degli spettatori senza umiliarne l’intelligenza e di regalare a tutti noi un film che fa sorridere, in alcuni momenti ridere ed in altri commuovere, ma sempre con un occhio alla nostra società e alle sue contraddizioni.
Parlare di cose serie facendo ridere e riflettere è un’arte difficilissima e forse mai come in questo film Ken Loach ci è riuscito alla perfezione.

Curiosità

  • Quando il numero dei giovani disoccupati e cassaintegrati nel Regno Unito ha raggiunto il fatidico record di un milione di persone per la prima volta nel 2011, ne La parte degli angeli Ken Loach e il suo sceneggiatore di fiducia Paul Laverty hanno deciso di parlare di quella generazione sacrificata dagli avvenimenti, così come avevano già fatto in precedenza nel loro film Sweet Sixteen del 2002.
  • La parte degli angeli segna la diciassettesima presenza di Loach al Festival di Cannes. Dalla sua prima volta con Kes, nel 1970, il regista inglese è stato premiato ben quattro volte: con il Prix du Cinéma Contemporain per Uno sguardo, un sorriso nel 1981, due volte con il Premio della Giuria per Piovono pietre (1993) e L’agenda nascosta (1990), e infine con la Palma d’Oro nel 2006 per Il vento che accarezza l’erba.
  • Per girare questo film, Loach è ritornato in luoghi a lui molto noti, come la Scozia e Glasgow, che molto spesso ricorrono nelle sue opere. Un’attrazione, questa, spiegata in gran parte dalla sua profonda amicizia con lo sceneggiatore Paul Laverty, originario della costa ovest del Paese.
  • Il film conta fra i suoi interpreti un vero conoscitore ed esperto di whisky, Charles McLean, che interpreta Rory McAllister. Mentre scriveva il copione, Paul Laverty ha avuto modo di incontrarlo diverse volte, e la sua visione del personaggio ne è stata profondamente modificata. Seguendo il suo consiglio, Loach decise perciò di affidargli la parte, preferendo avere un vero appassionato della “materia” che non aveva mai recitato invece di un bravo attore che di whisky non sapeva nulla.
  • E a questo proposito… Non essendo assolutamente preparato in fatto di whisky, Paul Laverty ha dovuto studiare e prepararsi seriamente prima di scrivere la sceneggiatura. Per far ciò, si è scelto un ‘tutore’ che lo seguisse nei suoi studi: suo cognato, con il quale è partito per un tour sulla ‘rotta del whisky’ attraverso la Scozia, partendo da Bladnoch (a sud-ovest di Glasgow) per arrivare a Old Pulteney (nel nord-est del Paese).
  • Non solo… Sempre durante la stesura della sceneggiatura, Laverty ha incontrato diversi educatori e assistenti incaricati di occuparsi di ragazzi in difficoltà. Questi incontri gli hanno confermato che anche nei casi più disperati, c’è un potenziale speciale nei giovani. Ha poi incontrato John Carnochan, ufficiale a capo del reparto di lotta alla violenza in un quartiere di Glasgow… E infine, ha conosciuto un certo Paul Brannigan, un giovanotto un po’ sbandato che partecipava ad alcune iniziative di quartiere e che ha poi ottenuto il ruolo di Robbie, il protagonista del film.
  • Per mantenere il segreto sulle varie parti della storia, e creare nel cast un senso di attesa e curiosità, gli attori ricevevano solo poche pagine alla volta della sceneggiatura. A mano a mano che proseguiva la lavorazione del film, e dopo sei settimane dall’inizio delle riprese, hanno scoperto come proseguiva la storia, senza però sapere ancora come sarebbe finita. È questa una delle ragioni per cui le riprese si sono svolte seguendo un concetto cronologico (e non, come a volte accade, girando tutte le scene in un particolare interno o di notte etc.)
  • Per questa stessa ragione, Siobjan Reilly (che nel film interpreta Leonie, la fidanzata di Robbie) ha scoperto alcune particolarità del suo personaggio a mano a mano che continuavano le riprese. Così è stata un po’ una sorpresa scoprire che il suo personaggio era incinta e che nel film ci sarebbe stato un bebè! È stata lei, a quel punto, a proporre alle costumiste di prendere in prestito i vestiti di sua sorella che aveva appena avuto un bambino. E alla fine del film, è proprio suo nipote che ‘interpreta’ la parte di Luke…

Scheda tecnica

  • Titolo originale The Angels’ Share
  • Paese di produzione Gran Bretagna, Belgio, Italia
  • Anno 2012
  • Regia Ken Loach
  • Cast Paul Brannigan, John Henshaw, Gary Maitland, William Ruane, Jasmin Riggins, Siobhan Reilly, Paul Donnelly, Finlay Harris, Jim Sweeney, Nick Farr, Roger Allam, Daniel Portman, David Goodall
Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo

By Jean

Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo

Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo

Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo è un piccolo gioiellino, delizioso e godibile, questo cartone animato dal sapore un po’ retrò, piacevolmente lontano sia dall’animazione digitale, dagli effetti speciali e dal 3D, sia dalle consuete tematiche trattate dai cartoon per bambini. E infatti è una pellicola che, malgrado l’apparenza leggera, si rivolge ai bambini e agli adulti con intelligenza e buon gusto, riuscendo alla fine a soddisfarli entrambi.

È un racconto nel racconto, poiché è narrato oralmente ai bambini del proprio villaggio da un vecchio saggio. Ma le immagini che lo rappresentano valgono molto di più per la bellezza e l’umanità che emanano.

Il film è diretto da Rémi Bezançon e da Jean-Christophe Lie (che aveva già lavorato a film Disney campioni d’incasso come Il Gobbo di Notre Dame, Hercules e Tarzan oltre che ad Appuntamento a Belleville) e si è aggiudicato la nomination al César nella categoria dei film d’animazione.
Bezançon viene dal cinema dal vivo (Travolti dalla cicogna), Lie da una scatenata animazione vintage (il corto L’homme à la Gordini). Sono due giovani registi francesi già candidati in passato al César e decisi ad unire le loro forze e competenze per realizzare insieme un cartone vecchio stile che inizia come Bambi, con la tragica morte improvvisa di un animale genitore, e finisce come un’avventura alla Corto Maltese.

Realizzato a partire da 150.000 disegni eseguiti a mano da una troupe di 250 persone in 8 diversi studi di animazione del mondo, Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo sono in realtà un ottimo spunto per rileggere in chiave poetica, elegante ed emozionante la vera storia della prima giraffa giunta in Europa,  e precisamene a Parigi, dono del Pascià d’Egitto Mehemet Alì al Re di Francia Carlo X nel 1827, nella speranza —  purtroppo vana —  che quest’ultimo aiutasse il suo paese assediato dai turchi.
Una giraffa diventata leggenda, una giraffa diversa dalle altre che attraversò l’Africa e la Francia a piedi, in nave e in mongolfiera a tappe serrate in mezzo a folle entusiaste di fronte allo stravagante ed elegante incedere dell’esotico animale. Quando Zarafa giunse ai Jardin des Plantes di Parigi, la folla si precipitò ad ammirarla e per mesi interi si organizzarono serate à la girafe mentre per le strade si vedevano signore vestite e pettinate a tema e bambini che compravano dolci a forma di giraffa. E ancora la giraffa spopolò su carte da parati, piatti, bomboniere, porcellane, orologi, tessuti maculati e persino nella musica popolare. Un fenomeno vero e proprio, una passione mai tramontata tra grandi e piccini: quella per un animale da sempre amatissimo e allo stesso tempo misterioso.

Ben dosando elementi realistici e altri più fantastici, l’avventura si fa epica, misteriosa e ‘magica’, emozionante e appassionante. La regia e la sceneggiatura regalano momenti di informazione storica e formazione educativa, i momenti di divulgazione e riflessione -come il tema della schiavitù del bimbo africano Maki, che dovrà essere venduto in Europa, o le alleanze Egitto-Francia contro i Turchi — ma anche quelli di puro divertimento e spettacolo narrativo.

“Volevo dimostrare che la libertà è la cosa più importante nella vita — spiega Rémi Bezançon — Molte persone stanno ancora lottando per ottenere la loro”.

Il racconto parte dall’Egitto — anzi, dal Sudan — e arriva in Francia, ma sembra quasi  il giro del mondo poiché le storie e i personaggi sono tanti, buoni e cattivi, ma tutti con qualcosa da insegnare. Non è solo la storia di una giraffa giramondo, ma è piuttosto la ‘Storia’ quella vera, quella con la lettera maiuscola, da cui tutti noi, grandi e piccini, abbiamo ancora tanto da imparare.
Non è mai facile raccontare la storia ai più giovani senza cadere nella retorica e, soprattutto, senza annoiare. Lo è ancor meno quando si tratta di un avvenimento ignoto ai più e con al centro un’altra nazione. Questo film di animazione di Rémi Bezançon riesce a parlare al cuore e alla mente di bambini di ogni latitudine. Ottiene il risultato grazie alla struttura della storia che affianca in uno stesso percorso di avventura il piccolo Maki e la sua amica Zarafa. Intorno a loro si muovono personaggi comici come il venditore nel deserto Mahmoud, intraprendenti come il pilota di Mongolfiere Malaterre, avventurosi e determinati come il beduino Hassan, il Principe del Deserto.
A poco a poco, si aggiungeranno alla compagnia altri personaggi come le due mucche Sun e Moon e la piratessa Boubolina. Ognuno di loro contribuisce a far progredire una storia che viene contestualizzata all’interno di una tradizione orale che ormai sembra essere stata delegata ai media (quando non è addirittura cancellata dai videogiochi): quella dell’anziano griot che, avvalendosi di piccoli pupazzi, racconta a dei bambini una vicenda avventurosa mescolando realtà e fantasia.

La grande ‘Madre terra’ e il grande ‘Baobab’: un vecchio che racconta ai piccoli del villaggio la storia del  bambino Maki e della giraffa Zarafà e del loro fantastico e magico viaggio. Una storia che insegna partendo da lontano, dall’Africa dove uomini di malaffare catturavano e vendevano schiavi bambini, una storia che insegna  come nel deserto o altrove non ci si deve  mai accontentare solo  di ciò che si vede e di come nel deserto o in ogni altro luogo quando ti perdi devi guardare il cielo, una storia che insegna a mantenere le promesse.
Il tutto raccontato ad un gruppo di bambini da un anziano del villaggio accovacciato ai piedi di un grande albero in Africa, tradizione antica di un nonno che seduce i nipotini con storie e avventure fantastiche. E non si può definite altrimenti che fantastica la sbalorditiva avventura vissuta dal cucciolo di giraffa Zarafa e dal suo piccolo amico Maki, un bambino sfuggito ad uno schiavista e scappato nel deserto in groppa alla mamma di Zarafa che però viene uccisa proprio dallo schiavista. Maki promette all’animale morente di prendersi cura di Zarafa e così farà inseguendola per mezzo mondo quando il beduino Hassan la catturerà per portarla a Parigi a bordo di una mongolfiera. Per Maki e Zarafa sarà un susseguirsi di incontri, scontri, tradimenti e conquiste, in un interminabile viaggio che li porterà fino alla capitale francese e ritorno, almeno per Maki e alcuni dei suoi amici, fra cui la bambina che poi diventerà sua moglie e il vecchio Malaterre, pilota della mongolfiera, mentre Hassan dopo aver perduto e ritrovato Maki ed il suo affetto numerose volte si incamminerà alla volta della Grecia dove la bellissima piratessa Boubolina lo attende.

Ci sono tutti gli elementi della favola, in questo piccolo grande film: gli eroi positivi —  sfortunati ma appassionati e leali — i cattivi goffi ed imbranati come lo schiavista che finirà nella gabbia dell’orso polare abbandonato perfino dal suo cane, gli adulti carismatici come Hassan che ha un ruolo complesso nella sua ambivalenza fra giustizia e responsabilità e tutta una serie di figure di contorno inserite magistralmente a far da coro ora comico ora commovente ai protagonisti.

La grafica è piena di grazia e leggerezza, i fondali scuri di Parigi sono magnifici e la brillantezza dell’azione e dei dialoghi fa di Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo un gioiello di tecnica, originalità e capacità di coinvolgere, emozionare e divertire gli spettatori ogni età, parlando un linguaggio semplice che —  per chi vuol vedere ed ascoltare —  nasconde un metalinguaggio che trasmette in immediato ‘insegnamenti’ come il rispetto per la natura, l’attenzione alla vita in tutte le sue forme, il senso della dignità, la capacità di costruire una società a misura di tutti. E al tempo stesso ricorda fenomeni gravi come lo schiavismo, la schiavitù degli animali, la morte, il distacco dagli affetti più cari, lo sradicamento dal mondo di origine (che per la giraffa Zarafa come per molti esseri umani ai nostri giorni è l’Africa) e il reinserimento in un mondo del tutto diverso, la necessità di mantenere una promessa se si vuole avere e ricevere fiducia e soprattutto che la memoria di un uomo, di un popolo e di una nazione è un patrimonio a cui non si deve mai rinunciare.

Curiosità

  • Rémi Bezançon ha iniziato a scrivere la sceneggiatura de Le avventure di Zarafa, giraffa Giramondo nel 2001, insieme al suo collega sceneggiatore Alexander Abela. All’epoca, non avendo girato ancora neppure il suo primo film, Bezançon decise di accantonare il progetto, con l’intento, magari, di recuperarlo in seguito. Ci vollero altri sette anni, fino al 2008, perché lo ritirasse ‘fuori dal cassetto’ e lo proponesse a una casa di produzione cinematografica. Fu la produttrice Valérie Schermann che gli suggerì l’idea di lavorare fianco a fianco con un regista venuto dal mondo dell’animazione, Jean-Cristophe Lie. L’incontro fu assai felice, e ancora più felice il risultato che ne derivò: Zarafa, questo delizioso cartone animato che ha avuto un successo più che meritato in tutto il mondo.
  • I numeri di Zarafa potrebbero far girare la testa a chiunque, persino a una giraffa! Il film conta 1195 piani di lavoro, che hanno richiesto l’impegno di 250 persone in tutto il mondo, divise in 8 diversi studi di animazione.
  • L’animazione bidimensionale (2D) richiede moltissimo tempo per la realizzazione: per Zarafa, un disegnatore produceva in media 1,5 secondi di animazione ‘rough’ (cioè animazione allo stadio iniziale, non ancora elaborata e raffinata) al giorno.
  • La realizzazione di Zarafa ha richiesto più di 150.000 disegni, senza tener conto dei bozzetti e di quelli realizzati nelle varie fasi dell’animazione!
  • Zarafa è il primo film di animazione girato da Rémi Bezançon. Per realizzare un film del tutto diverso dai lungometraggi di cui di solito è regista (Il primo giorno del resto della tua vita, tanto per fare un esempio), Bezançon ha dovuto ben presto confrontarsi e adattarsi alle costrizioni che questa tecnica impone. “All’inizio credevo che realizzando un film di animazione avrei potuto fare tutto ciò che è impossibile con le riprese reali. Io che amo che tutto proceda rapidamente e senza intoppi, ho imparato a mie spese che l’animazione è la scuola della pazienza e dell’umiltà” ha confessato.
  • Nata nel 1825, la giraffa offerta dal Viceré d’Egitto Mehemet Alì al re di Francia Carlo X suscitò un grande scalpore non appena arrivò in Francia nel 1827 dopo un lungo viaggio durato diversi mesi — con una sosta a Marsiglia durante l’inverno, dove arrivò il 31 ottobre 1826, per consentire alla ‘piccola’ giraffa (all’epoca era già alta 3 metri e mezzo!) di adattarsi al nuovo clima — dal Sudan all’Europa. Il percorso da Marsiglia a Parigi venne effettuato via terra, a piedi, e richiese altri 42 giorni. Lungo il cammino — che attraversò fra l’altro Aix-en-Provence, Avignon, Orange, Lyon, la giraffa attirò l’entusiasmo e la curiosità degli abitanti che non vollero perdere l’occasione di ammirare uno spettacolo tanto raro. Quando arrivò a Lyone, il 6 giugno 1827, 30.000 persone si diedero appuntamento per vederla passare. La giraffa divenne la nuova beniamina nazionale. Honoré de Balzac scrisse un racconto su di lei, e il piccolo Gustave Flaubert (allora appena un ragazzino) viaggiò da Rouen a Parigi (una distanza considerevole, per quei tempi) solo per il piacere di vederla. Quando finalmente Zarafa arrivò a Parigi, una folla in delirio di più di 100.000 persone — più o meno un ottavo dei parigini, in quegli anni — venne ad accoglierla alle porte della città. E quando poi fu alloggiata nella sua nuova casa, solo nei primi sei mesi più di 600.000 spettatori curiosi (cioè quasi tutta la città) vennero a farle visita al Jardin des Plantes, dove Zarafa rimase fino alla fine dei suoi giorni, avvenuta nel 1845. Imbalsamata, è oggi conservata al Museo di Storia Naturale di La Rochelle.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Zarafa
  • Paese di produzione Francia, Belgio
  • Anno 2012
  • Regia Rémi Bezançon e Jean-Christophe Lie
Pranzo di Ferragosto

By Jean

Pranzo di Ferragosto

Pranzo di Ferragosto

I film che affrontano il tema della terza età, soprattutto nella cinematografia italiana, sono rari. La condizione di anziano fa paura e suscita riflessioni sempre più amare, a mano a mano che gli anni passano. La stessa parola ‘vecchio’, quasi fosse uno stigma, non viene usata per indicare una persona avanti con gli anni. Nell’immaginario, evoca odore di stantio, qualcosa che non funziona più o è andata a male, soprattutto in una società giovanilistica, costi quel che costi. Un pregiudizio a volte superato nelle commedie, raramente con misura o tenerezza, quasi sfiorando la macchietta, il grottesco, o scivolando al contrario in melensaggini patetiche, senza trattare l’anziano semplicemente come una persona che ha molto vissuto, con i suoi pregi e i suoi difetti, forse esasperati ma caratteristici della fragilità umana, a qualunque età.

La bellezza e la particolarità di Pranzo di Ferragosto, opera prima alla regia di Gianni Di Gregorio è la semplice verità. Con scanzonata autoironia e pungente affetto, trasfonde su pellicola l’esperienza personale. Il protagonista, infatti, gli somiglia moltissimo… E porta il suo stesso nome.

Gianni non lavora. O meglio, è impegnato a tempo pieno in un’occupazione che gli garantisce la  sopravvivenza. Arrivato alla cinquantina senza grandi aspirazioni, senza una famiglia e molte altre cose legate alla dignità, trascorre le sue giornate prevalentemente tra casa e osteria. È figlio unico di madre vedova, una nobildonna decaduta capricciosa e dispotica che lo tiranneggia e lui assiste più assecondando gli eventi che per effettiva volontà. I due vivono in un appartamento fatiscente nel centro di Roma e faticano a tirare avanti, oppressi dai debiti. L’afa estiva toglie il fiato e si è alla vigilia di Ferragosto quando Alfonso, l’amministratore del condominio, si presenta alla loro porta per riscuotere quanto gli è dovuto in una lunga serie di rate non pagate. Consapevole delle difficoltà dei due, propone uno scambio apparentemente favorevole: le cifre in sospeso saranno azzerate se Gianni gli farà un favore. Dovrà semplicemente ospitare Marina, sua madre, per la notte e il giorno successivo, in modo da lasciarlo partire tranquillo per le terme a curare la sua dermatite. Pur riluttante, Gianni accetta. Ma inizia a pentirsene quando vede attivare, oltre a Marina, una seconda arzilla vecchietta, Maria, la zia di Alfonso, simpatica ma con qualche problema di memoria e la mania di cucinare lasagne, peraltro squisite. Ai cenni di ribellione, l’amministratore risponde con un argomento irresistibile: un po’ di soldi in cambio dell’ospitalità. Gianni si lascia mestamente convincere, ma non sa che i suoi guai non sono finiti. In seguito a un malore, e se ne comprende il motivo, chiama Marcello, medico e amico di famiglia. La simpatica riunione di vecchiette, ormai tre, al dottore sembra un inatteso dono del destino. La badante rumena è in ferie, lui deve coprire il turno di notte in ospedale, e la madre non può restare troppo a lungo sola. Perché Gianni non accoglie anche lei nell’allegro gruppetto familiare? L’infelice non riesce a rifiutare, ed ecco aggiungersi all’affollato Ferragosto la quarta commensale, Grazia, che non può mangiare latticini e deve prendere una lunga lista di medicine a orari precisi.

Inizia così una serie di divertenti (soprattutto per lo spettatore… ) avventure, con il povero Gianni che deve fronteggiare i diversi caratteri, i problemi, le personalità e le manie delle attempate compagne, fino all’allegro pranzo dell’indomani. Una prova difficile, ma in fondo gradita a tutti. Tanto che, quando arriva il momento di ritornare alle solite e solitarie vite, le ospiti propongono al recalcitrante ma in fondo affettuoso anfitrione un progetto che non può rifiutare. Ed è giusto così.

Una commedia sulla terza età, scanzonata e verace, che offre diversi spunti di riflessione. Piccola e tenera, la storia entra nel cuore in punta di piedi e luci di sorrisi. L’improvvisata casa di riposo diventa teatro di gag spassose che lasciano poco spazio alla malinconia. Certo, si pensa, si immagina, si ricorda… ma con la pacata certezza che ogni periodo della vita ha le sue minuscole gioie e bellezze. La scelta di ambientare la commedia nel giorno di Ferragosto, in cui tutto rallenta fino a fermarsi, in una riarsa e deserta Trastevere, impone un ritmo calmo alla narrazione, in controtendenza con le frenesie quotidiane della vita moderna ma adeguato alle protagoniste. Eppure sono proprio loro a conferire brio al film, con l’inarrestabile esuberanza di battute, atteggiamenti, capricci da primedonne e spicciola saggezza. Il regista, autore e attore Di Gregorio, deciso a raccontare una storia vera, oltre che verosimile, si fa carico del ruolo forse più difficile, e lo fa con maestria: il figlio, scapolo irrimediabile di mezz’età, e con il vizio del bere, che tiene d’occhio la madre come se fosse una bimba e ne sopporta le bizze non solo perché la mamma è sempre la mamma, ma anche per comodità, vista la precarietà economica in cui si è pigramente arenato. Ovvero, ciò che l’amore non può, lo può il digiuno… Le signore che lo circondano, bravissime, sono tutte attrici non professioniste e la loro naturalezza permette al film di illuminarsi di sfumature genuine e neorealiste. A volte faticano a non guardare in camera, ma ogni gesto o parola sono quelli della realtà, tra volti segnati dalla stanchezza e inumiditi dal caldo, e splendide banalità come la pasta al forno di Zia Maria.

Il regista romano affronta la sfida di realizzare un’opera che rischiava di essere poco commerciabile, e la vince, aggiudicandosi anche il successo ai botteghini. Un premio meritato per la particolare abilità nel raccontare una vicenda fin troppo umana, ma libera da stereotipi e retorica, che tratteggia i chiaroscuri della vecchiaia (ebbene no, non abbiamo paura di questa parola!) senza orpelli patetici ma autentica tenerezza. Una particolarità che si riflette nei dialoghi, che sembra di aver già ascoltato e conservato in qualche angolino della memoria, personale e collettiva. Così come va conservata con cura e rispetto questa piccola gemma splendente di emozioni semplici. Gustosa come un buon pranzo della festa a casa della nonna. Perché non fa mai male pensare che invecchiare non è in sé un problema, o una malattia: diventa tale con la solitudine, la mancanza di rispetto e l’abbandono in luoghi, o pensieri, privati d’amore.

Curiosità

  • Il budget per realizzare Pranzo di Ferragosto è stato di soli 500.000 euro, grazie anche all’ambientazione a basso costo: la vera casa del regista. Il ruolo dell’amministratore è interpretato da un bravo attore di teatro, Alfonso Santagata, il dottore e l’amico trasteverino sono invece due veri amici d’infanzia di Di Gregorio.
  • Così confida il regista, in un’intervista: “Figlio unico di madre vedova, ho dovuto misurarmi per lunghi anni, da solo, (moglie e figlie si erano dileguate per istinto di sopravvivenza), con mia madre, personaggio di soverchiante personalità, circondato dal suo mondo. Pur se provato, ho conosciuto e amato la ricchezza, la vitalità e la potenza dell’universo dei “vecchi”. Ma ho anche visto la loro solitudine e vulnerabilità in un mondo che cammina a passo accelerato senza sapere dove va perché dimentica la sua storia, perde la continuità del tempo, teme la vecchiaia e la morte ignorando che nulla ha valore se non la qualità dei sentimenti. Nell’estate del 2000 realmente l’amministratore del condominio, sapendomi moroso, mi propose di tenere sua madre per le vacanze di ferragosto. In un sussulto di dignità rifiutai, ma da allora mi chiedevo spesso cosa sarebbe potuto succedere se avessi accettato. Questo è il risultato. Per le attrici, ho scelto delle signore che non avevano mai recitato, prive di vizi formali, in base alla forza della loro personalità. Durante le riprese mi hanno travolto, la storia cambiava in base ai loro umori ma l’apporto, in termini di spontaneità e verità, è stato determinante. Alcune riprese le ho addirittura rubate. In quanto a me, ho interpretato il ruolo protagonista perché, in fase casting, mentre spiegavo all’equipe che occorreva trovare un uomo di mezz’età, più o meno alcolizzato, che aveva vissuto per anni con la madre, tutti i visi si sono rivolti verso di me. Ho avuto il coraggio perché da ragazzo ho studiato regia ma anche recitazione con Alessandro Fersen.
  • Pranzo di Ferragosto ha totalizzato, complessivamente, € 2.143.000 e vinto molti Premi: Mostra del Cinema di Venezia 2008: Leone del futuro, Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”; David di Donatello 2009: miglior regista esordiente; Nastri d’argento 2009: miglior regista esordiente; Ciak d’oro: miglior opera prima, miglior sonoro in presa diretta e miglior cast corale

Citazioni

Giovanni: “Grazia!! Ma tutta la pasta al forno, te sei magnata?!”.

“Stasera signore però famo una roba leggera… un brodetto, un brodetto veggetale”.
“Sì, però col parmiggiano”.

Grazia: “Mi piace ricordare queste cose, i momenti dell’infanzia… perché la vecchiaia ci offre poco…”

La madre di Luigi: “Io sto fumando e bevendo e tu come sei venuto te ne puoi anche andare!”.

Giovanni: “Marì, ti vado a fare una camomilla”.
Zia Maria: “Per te! A me la camomilla? A questa età la camomilla? E che te sei messo in testa, che sei riccio?”.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2008
  • Regia Gianni Di Gregorio
  • Cast Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Luigi Marchetti, Marina Cacciotti
Saint Louis Blues — Un transport en commun

By Jean

Saint Louis Blues — Un transport en commun

Saint Louis Blues — Un transport en commun

“Quando ho concepito il film, avevo una voglia irresistibile di fare una commedia musicale nella sua tradizione più profonda… Da tempo sognavo di fare una commedia musicale. Ho studiato cinema, ma anche musica e danza e questo film è stato occasione per riunire tutte le mie passioni!”

Nessuna dichiarazione poteva essere più sincera di questa di Dyana Gaye, che del film Saint Louis Blues  — Un transport en commun non è solo regista e sceneggiatrice, ma anche autrice di buona parte della ‘colonna sonora’ e persino aiutante coreografa… E nessuno, forse, avrebbe messo altrettanta passione per far raccontare il suo Paese cantando da attori non professionisti..

Siamo a Dakar, in Senegal, alla fine dell’estate. All’autostazione Pompiers un gruppo di viaggiatori si imbarca su un pulmino/taxi per compiere il viaggio fino a Saint Louis, intrecciando i diversi destini e raccontando la propria vita a suon di musica.
A bordo, sei passeggeri: oltre al conducente, Souki, diretta al funerale del padre che non ha mai conosciuto; Malik, un ragazzo pieno di speranze che desidera andare a salutare la sua fidanzata prima di mettersi in viaggio per l’Italia; Madame Barry, proprietaria di un elegante salone di bellezza, desiderosa di rivedere i figli dopo molti anni di lontananza; Joséphine e Binette, due ragazze francesi le cui vacanze in Senegal stanno per finire. Manca, in realtà, un settimo passeggero, ma Antoine, un altro francese studente di musicologia, ha perso il taxi per qualche minuto di ritardo. Partito con un’altra macchina per raggiungerli, quest’ultimo incontra la nipote di Madame Barry — Dorine — giovane apprendista parrucchiera in cerca di libertà e a sua volta diretta a Saint Louis.

La strada è lunga, il calore intenso e le strade super affollate. Il francese si mescola dolcemente ai vari dialetti locali, le canzoni ai dialoghi. E la durata del viaggio permetterà a ciascun passeggero, che non ha nulla che lo leghi al suo compagno di viaggio, di unire il proprio destino a quello degli altri viaggiatori.

Le canzoni del film — tutte scritte dalla stessa Dyana Gaye e interpretate dalla Surnatural Orchestra (una grande band composta da diciannove musicisti) e dal gruppo Les Cordes — rivelano in musica i sentimenti nascosti di ciascun protagonista: così Malik, che spera di fare fortuna in Italia, si immagina già arrivato a destinazione, anche se la sua è una realtà immaginaria un po’… diversa dalla realtà. Per questo canta un twist in cui si sente anche un mandolino (strumento considerato profondamente legato al nostro Paese), con sonorità di altri tempi, che si potrebbero ascoltare in una vecchia trasmissione alla radio.

La signora Barry, invece, si esprime attraverso un ritmo jazz, ma avrebbe potuto cantare anche musica lirica. “La sua acconciatura alla ‘Castafiore’ (Bianca Castafiore è un personaggio immaginario spesso presente nei disegni animati delle Avventure di Tintin. Dotata di una voce particolarmente squillante, è un soprano italiano di fama internazionale) — ha commentato la regista — la connota così. Lei canta il blues, i suoi rimpianti, la sua scelta di vivere a Dakar per crearsi un futuro e una carriera, e soprattutto la lontananza dai suoi figli”.
Quanto al tassista, è molto critico riguardo alla situazione socio-economica del Paese: è anche abbastanza stufo di sentire che “la Francia è amica del continente africano” e vorrebbe che il Senegal fosse un po’ più pro-attivo e indipendente.

Come per le musiche, anche le coreografie sono state ideate in funzione del personaggio e dell’attore. In realtà, più che di coreografie si è trattato di sviluppare l’espressione corporea di ciascuno. Dietro a quello che si vede sullo schermo, c’è stato un grande lavoro preparatorio molto, molto lungo. Tanto per cominciare, una settimana di lavoro intensivo in cui sono state messe in scena le scene musicali e le coreografie. E poi giornate di prove senza fine che hanno portato al risultato assolutamente eccezionale che si vede nel film.

“Potendo spaziare in termini creativi — ha raccontato ancora Dyana Gaye — mi sembrava importante trovare per ogni personaggio l’espressione musicale individuale più appropriata, con toni che ne rappresentassero l’umore e le emozioni e il ruolo nel corso del film. Infatti la componente musicale risponde all’esigenza di avvicinamento ai personaggi e non è solo l’esplorazione dei generi musicali.
Con il compositore Baptiste Bouquin (alla nostra terza collaborazione dopo J’ai deux amours e Deweneti) abbiamo pensato un pezzo per ogni personaggio e situazione. Si passa dalle canzoni più ‘intime’ a gruppi coreografici corali, che hanno bisogno di diversi strumenti.”

Il casting è composto da non-professionisti, a parte il conducente, alcuni musicisti e la sorella della regista, che è anche ballerina e coreografa (interpreta una delle sorelle nel film). Durante il casting, naturalmente, si sono presentati al provino anche attori professionisti, ma la decisione finale è stata di “dare più attenzione all’energia” e di non badare tanto alla professionalità, quanto al desiderio che traspariva in tutti i candidati.
Tempo e mezzi erano limitati, e bisognava che gli attori fossero subito pieni di entusiasmo e di voglia di partecipare. Per la maggior parte degli attori era la prima esperienza cinematografica.

“Girare nel caos di una stazione di autobus e taxi a Dakar non è stato facile. Ma niente è semplice in questo film. Tuttavia, stranamente, la parte ala stazione degli autobus è stata la meno complicata. Abbiamo affittato uno spazio per quattro o cinque giorni. Appena iniziato con le riprese abbiamo attirato l’attenzione di tutti coloro che stavano intorno, ma la vita della stazione è continuata per lo più normalmente.
Tutti guardavano e alla fine hanno partecipato, infatti molte comparse sono abitanti della città di Dakar o che abbiamo incrociato per strada. Quando si gira una scena in Senegal, la gente ti fa capire che sei in mezzo a loro: bisogna renderli partecipi. Credo sia un punto di forza del film, perché la natura di quello che filmiamo prende forma ed energia proprio da questa partecipazione. Così tutto si carica di realismo”.

Ed è proprio quello che è successo: in un’alternanza di sequenze musicali e coreografiche corredate da riprese molto realistiche, la regista ci offre uno sguardo sull’Africa pieno di freschezza e soprattutto di speranza.

Dyana Gaye

La regista è nata a Parigi nel 1975 da genitori senegalesi. Studia cinema all’università di Saint-Denis, dove ottiene una specializzazione nel 1988. Si laurea nel 1999 con la sceneggiatura di Une femme pour Souleymane, che realizza con successo l’anno seguente grazie al sostegno economico della Bourse Louis Lumière del Ministero degli Affari Esteri francese. Nel 2006 il cortometraggio Deweneti ottiene grande successo a livello nazionale e internazionale ed è nominato al Premio César (gli Oscar francesi) 2008 come miglior cortometraggio.

Parti delle dichiarazioni della regista sono tratte da un’intervista rilasciata a Olivier Barlet.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Senegal/Francia
  • Anno 2009
  • Regia e sceneggiatura Dyana Gaye
  • Cast Umban Gomez de Kset, Anne Jeanine Barboza, Bigué N’Doye, Adja Fali, Antoine Diandi
Se Dio vuole

By Jean

Se Dio vuole

Se Dio vuole

A volte si sprecano gli aggettivi, quando si scrive una recensione. E magari si tende ad esagerare nelle lodi… Ma quando si definisce Se Dio vuole brillante, intelligente, emozionante, divertente e persino commovente, non si calca la mano per simpatia. La simpatia per questo film la si prova eccome, una specie di empatia immediata, o quasi, grazie ai personaggi che gli danno vita, squisitamente umani con le loro poche virtù e i loro molto difetti. Ma questo non inficia acriticamente il giudizio. Nel panorama cinematografico della commedia italiana si possono citare innumerevoli titoli di pregio, degni di nota per soggetto, realizzazione, cast… A questa opera prima di Edoardo Falcone, gia apprezzato co-sceneggiatore di Nessuno mi può giudicare, Stai lontana da me e Ti ricordi di me si può aggiungere quel quid in più per il tema affrontato con delicatezza, umorismo e un’indulgenza non bonaria ma consapevole dei limiti che la nostra natura ci pone. Un tema che potrebbe sembrare fin troppo sfruttato (la vocazione religiosa, la fede e l’ateismo contrapposti come a suo tempo fu per Don Camillo & Peppone, che ogni tanto vengono in mente, durante la visione, fatte le debite proporzioni di periodo storico) ma invece snocciola situazioni e svolgimenti in fondo inediti, che lasciano allo spettatore la responsabilità di una conclusione, senza esagerati moralismi e liete fini scontate.

Uno stimato chirurgo, Tommaso, è specialista dell’unico muscolo che usa pochissimo, il cuore.
Come molti colleghi, abituati a trattare con il dolore e la morte quotidianamente, ha una visione laica, anzi, categoricamente atea, della vita. Applica al lavoro la fredda razionalità della sua mente e non si scioglie nemmeno nei confronti dei familiari, ai suoi occhi piuttosto deludenti. La moglie Carla, con cui sta insieme da una vita, con gli anni ha perso l’affascinante smalto della Pasionaria che lo aveva colpito, ed è sfiorita e depressa come i suoi ideali. La figlia maggiore, Bianca, apatica giovane donna, non gode il suo favore, anzi, la considera una specie di oca giuliva per la mancanza assoluta di idee e interessi. Si trascina in un matrimonio con un ometto servile, un triste agente immobiliare a caccia di nude proprietà. L’unica fonte di soddisfazione familiare è il secondogenito, Andrea, brillante studente di medicina, per il quale è stata attentamente programmata e costruita una carriera sulle orme paterne. Ma da poco è diventato anche sorgente di preoccupazione. Spesso si chiude in camera, solo, e la sera esce senza dire a nessuno dove vada e con chi. Insomma, il ragazzo è diventato ‘strano’ e le certezze di Matteo vacillano fino al devastante sospetto che sia gay. Naturalmente, da uomo e medico con la mente aperta, libera da condizionamenti religiosi e varie bigotterie, è fiero oppositore di ogni forma di discriminazione… Ma si sa che anche le convinzioni più ferree vacillano, quando vengono inaspettatamente minacciate da vicino. In effetti,
Andrea avvisa la famiglia di voler rivelare qualcosa, e mentre Tommaso si convince che i suoi timori siano reali, l’annuncio ha tutt’altro tenore, ma uguale dirompenza: il ragazzo vuole farsi prete. Una mazzata per un agnostico come lui, disposto ad appoggiare il figlio per scelte sessuali ‘diverse’ ma non a vederlo indossare l’abito talare, tanto lontano da un impeccabile camice da primario. Cosi, finge un sostegno senza se e senza ma, mentre invece inizia una battaglia personale per scongiurare uno scenario per lui inaudito. Inizia a seguirlo di nascosto, scoprendo colui che individua come responsabile di quella follia. Si tratta di un sacerdote fuori dagli schemi, Don Pietro, che lo lascia esterrefatto con una sorta di ‘one man show’ eseguito davanti a un giovane pubblico che lo osanna come una rock star. Ecco come ha lavato il cervello a mio figlio! si dice Tommaso, ingaggiando immediatamente una battaglia senza esclusione di colpi col prete. Approfittando di un ritiro in monastero di Andrea, Tommaso elabora un piano e si presenta al nemico sotto mentite spoglie. Intende scoprire cosa si nasconda dietro quell’aria da ‘santone de noantri’, sbugiardarlo (in effetti Pietro è un ex carcerato) e riportare il figlio sulla retta e laica via. Ma non andrà esattamente così. Per dirla in sintonia con il tema del film, Dio è ovunque mentre il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi… e le beffe del destino sono sempre in agguato, capovolgendo piani e aspettative.

Si sa che i cineasti italiani sono maestri nell’arte della commedia, anche se ogni tanto cedono alla facile strada della ruffianeria, o si inerpicano sulle erte salite dell’intellettualismo un po’ snob, o, peggio di tutto, lasciano eccessivo spazio alla risata grassa piuttosto che all’ironia e al sorriso. In questo lavoro invece tutto fila senza cadute di stile, senza cerebralismi fuori luogo ai fini della trama, con la piacevole abbondanza di trovate brillanti, energia scenica, narrazione intelligente e umorismo di classe. Insomma, un prodotto in linea con l’attualità e le relativi problematiche, ma di una perfezione d’altri tempi, quasi fosse intervenuto direttamente quello che, pur senza apparire, è il protagonista principale. Falcone firma con il bravo Martani una delle sceneggiature più interessanti del periodo e, dietro la telecamera, riesce a ricordare la vecchia, sublime scuola di genere dei maestri Risi e Monicelli.

I personaggi sono caratterizzati attentamente e sono resi ulteriormente credibili dai grandi attori che prestano loro il volto, in primis Marco Giallini ed Alessandro Gassmann, perfettamente calati nei panni del chirurgo agnostico e burbero e del sacerdote di borgata con un passato men che onesto. Entrambi giganteggiano: Giallini nel donare verità allo scettico Tommaso (nome ad hoc…) un uomo che si dibatte tra le contraddizioni ma sa mettersi in discussione e faticosamente avvia una crescita personale, Gassmann, che pare inventato apposta per incarnare la semplice, gioiosa ma tormentata (e un po’ sopra le righe) umanità di Don Pietro. Ottima anche Laura Morante, mai deludente qualunque ruolo incarni. Brilla il talento comico di Ilaria Spada alias la figlia oca, mentre Edoardo Pesce tratteggia con sapienza il vile personaggio del marito di Bianca, Gianni. Tutti sostenuti da dialoghi vivaci, verosimili e a tratti poetici e immersi nella splendida fotografia, e la ‘grande bellezza’ di Roma.
Ogni dettaglio trova con armonia il suo posto e il suo ritmo, la sottigliezza narrativa non viene mai sovrastata dalla facile battuta, si ride e ci si emoziona senza perdere il gusto della misura, con colpi di scena intelligenti, che lasciano sorpresi proprio come nella vita reale, in un crescendo culminante nel non finale voluto, musicalmente ricamato da Francesco De Gregori.

La marcia in più che fa particolarmente amare questo film, è la leggerezza nell’affrontare un tema che poteva diventare predica o rifiuto, e la contemporanea profondità che racconta il bisogno di ciascuno di noi di cercare ‘altro e oltre’ per colorare a pastello gli inevitabili chiaroscuri dell’anima. O della mente. Se preferiamo. L’importante è non fossilizzarsi e osare guardare al di là dei nostri sicuri confini.
La visione lascia sereni, riconciliati. Perché, che si creda in Dio o no, come afferma Tommaso: “Sarà pure una banalità, ma l’importante è amare”.

Curiosità

Se Dio vuole è un film che sa guardare al passato e riproporre situazioni e gag del grande cinema italiano di sempre. In primis, i carrelli a precedere il dottor Giallini e il suo team di infermieri citano con evidente volontarietà le scorribande ospedaliere del Medico della mutua di Sordi, mentre la pausa pranzo dei due protagonisti con panino alla mortadella, ricorda il celebre duetto tra Francesco Nuti e Antonio Petrocelli in Caruso Pascoski.

C’è un particolare divertente da citare, probabilmente sconosciuto ai più: l’ex galeotto divenuto prete piacione, dall’eloquio magnetico e le platee acclamanti esiste davvero, a Roma. Si tratta di don Fabio Rosini, che affabula folle con le sue interpretazioni evangeliche, talmente sopra le righe da essersi guadagnato l’appellativo di ‘prete parabolico’.

Citazioni

Don Pietro: “Dio sta ovunque”.
Tommaso: “Ma com’è fare il prete?”
Don Pietro: “Bello! C’è solo questa scocciatura di lavorare la domenica… Sto a scherzà!”.

Dialogo tra Tommaso e un paziente:
“Professore, è stato un miracolo!”
“I miracoli non esistono: sono io che sono bravo”.

Carla, a Tommaso:
“Ho pensato a tutti i momenti belli che abbiamo passato negli ultimi dieci anni. Non me n’è venuto in mente uno!”.

Tommaso, parlando di Andrea:
“Ultimamente lo vedo strano”
Carla:
“Vabbè, lui è sempre stato un po’ particolare. Ma come, non ti ricordi che da piccolo stava sempre alla finestra a contare le ambulanze che passavano?”.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2015
  • Regia Edoardo Falcone
  • Cast Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Laura Morante, Ilaria Spada, Edoardo Pesce
Si alza il vento

By Jean

Si alza il vento

Si alza il vento

Si alza il vento (風立ちぬ Kaze tachinu) è un film d’animazione scritto e diretto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli nel 2013.

È una sorta di film biografico sull’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi (1903-1982), inventore del famigerato Mitsubishi A6M Zero, utilizzati dall’Impero giapponese durante la seconda guerra mondiale ed è tratto dal manga Kaze tachinu, sceneggiato e disegnato dallo stesso Miyazaki nel 2009, a sua volta ispirato al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori. Si alza il vento è il film con cui il regista Miyazaki si è definitivamente ritirato dalle scene.

Uscito nelle sale giapponesi nel luglio 2013 e presentato in concorso alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, fu il più grande successo del 2013 al botteghino giapponese e venne acclamato dalla critica cinematografica mondiale. Venne candidato a numerosi riconoscimenti, come l’Oscar al miglior film d’animazione, il Golden Globe per il miglior film straniero e il premio della Japanese Academy nella categoria animazione dell’anno.

La storia è ambientata all’inizio del XX secolo, e tra ambientazioni e contenuti degni de La montagna incantata di Thomas Mann, racconta la figura di Jirō, nell’epoca breve in cui il Giappone rincorse l’Occidente per mettersi al pari dopo il lungo isolamento finito solo nella metà del 1800, all’inseguimento della sua passione: la progettazione di aeroplani.

Per la prima volta nella produzione di Miyazaki, il film non è destinato a un pubblico giovanissimo, poiché non offre gli appigli fantastici e sognanti delle opere precedenti. Il plot si dipana tra gli eventi realmente accaduti nel Giappone in quell’epoca, e non mancano le riflessioni care al Maestro sulla guerra, violenza, sui fascismi e il pesante fardello dato dal conseguimento dei propri sogni.

Si alza il vento (風立ちぬ Kaze tachinu)
Giappone, 2013, 126 min.
Lunedì 14 dicembre, ore 10,30, Sala Proiezioni — Federazione Operaia Sanremese
Martedì 15 dicembre, ore 21, Sala Proiezioni — Federazione Operaia Sanremese

Smetto quando voglio

By Jean

Smetto quando voglio

Smetto quando voglio

Meglio ricercati che ricercatori. L’ironico (e disperato…) sottotitolo del film potrebbe malauguratamente diventare ispirazione per i disoccupati ingegni nostrani, in questi tempi grami in cui non pagano laurea, master e quozienti intellettivi superiori alla media. Il mondo del lavoro è quello che è, bisogna arrangiarsi, trovando alternative. In poche parole è la formula (e mai definizione fu più adatta) dello straordinario e meritato successo dell’opera prima — Smetto quando voglio — di Sydney Sibilia, un giovane salernitano con il sogno del cinema. Con l’aiuto dei cosceneggiatori Valerio Attanasio e Andrea Garello, questo fantasioso regista poco più che trentenne, reduce da corti pubblicitari atti a sbarcare il lunario, costruisce un esordio nei lungometraggi folgorante per humor e intelligenza, la cui premessa è solo in apparenza assurda, visto che prende spunto da un articolo di cronaca su due laureati in filosofia impiegati come netturbini a Roma.

Nella trama, i filosofi diventano laureati in Macroeconomia, Neurobiologia, Antropologia, Lettere Classiche e Archeologia. Paradossalmente, le specializzazioni si riveleranno perfette per giungere al vertice della piramide malavitosa.

Nella Roma di questi giorni, Pietro Zinni, un geniale ricercatore universitario trentasettenne, si vede negare il rinnovo dell’assegno di ricerca, ritrovandosi da un giorno all’altro in mezzo a una strada. Naturalmente, è un disastro: una casa da pagare, una fidanzata esigente, la vita costa e i soldi non ci sono più. Pietro ha molti amici, eccellenti accademici, che hanno già subito identica sorte, ma si rifiuta di adattarsi, come loro, a lavori umilianti. Non vuole trasformarsi da brillante scienziato a lavapiatti in un ristorante cinese o in benzinaio per un gestore bengalese, né vestire i panni del giocatore di poker. Proprio non vuole saperne di rassegnarsi come tanti compagni di sventura a buttare al vento qualifiche e talento. Ma un nerd che ha sempre e solo studiato, come può reinserirsi nel mondo del lavoro? Dopo un’attenta analisi del mercato, in relazione a quanto acquisito nella breve seppur fulgida carriera, individua un’alternativa in bilico tra legalità e criminalità. Con l’aiuto di un amico chimico sintetizza una smart drug simile all’ecstasy, una sostanza stupefacente che il Ministero non ha ancora messo al bando. La produzione in sé non è fuorilegge, ma lo spaccio e il lucro che ne derivano si. Azzittendo la voce della coscienza con l’istinto di sopravvivenza, Pietro non fatica troppo a reclutare i compagni finiti in rovina e mettere su una banda di sette cervelloni. Lo scopo è fare soldi e riappropriarsi della dignità. Intorno al gruppo, che oscilla tra gli uomini di Ocean’s 11 e I soliti ignoti, con qualche connotato de L’armata Brancaleone, inizia a vorticare un mondo sconosciuto e sinistramente affascinante. Lo spaccio in discoteca, le donne, le auto costose… Ma la criminalità vera, quella che non ha dottorati di ricerca ma sa usare molto bene le armi, non prevede l’ingresso nel mercato di improvvisati competitors. E le cose, per i nostri, prendono una piega inaspettata.

Difficile resistere alla forza di questa commedia. Il divertimento che regala, intelligente, originale e mai becero, si miscela con la serietà dell’analisi sociale. Una condizione diffusa come il precariato d’eccellenza viene affrontata con un sorriso dolce amaro che non consola ma fa riflettere con ironia. Molti spunti riportano alla cinematografia internazionale contemporanea di genere. Vengono in mente Guy Ritchie, il maestro Tarantino e l’allievo Rodriguez. Ma anche riferimenti alle serie televisive giovanili più cult, come Breaking Bad, e l’impagabile Friends versione nerd che è la sit com The Big Bang Theory. Naturalmente il tutto è cucinato in salsa nostrana, romana in particolare, e la scelta di evitare lo scimmiottamento senza averne i mezzi è un’altra caratteristica apprezzabile. Già dalle prime immagini si demanda alla bellezza gratuita della Capitale il miglior effetto speciale, con suggestive inquadrature notturne da un drone. La fotografia si affida a una surreale saturazione del colore tipo flou, dalle sfumature acide. Il montaggio ben ritmato e vivace asseconda la fresca regia, come la bella colonna sonora.

Un discorso a parte merita il lavoro di costruzione dei personaggi, particolarmente riuscito nella coralità. La caratterizzazione anche eccessiva dei protagonisti — i due irresistibili latinisti che comunicano nella lingua dei Cesari mentre lavorano alla pompa di benzina, lo statistico che conta (male) le carte a poker e l’antropologo manovale — non fa che accrescere le occasioni per ridere, anche un po’ a denti stretti… Gli attori, non tra i più famosi della scena italiana, li incarnano con bravura e simpatia. Edoardo Leo, il protagonista, in piena fase ascendente, è trascinante, e Valeria Solarino, la fidanzata, riesce a colorare i tratti di una donna disegnata sui toni del grigio, ma con una coscienza, l’unica nel branco di maschi fuori controllo. Camei degni di nota per i veterani Sergio Solli, viscido barone universitario, e Neri Marcorè, lo sfigurato criminale ‘Er Murena’.
Cercando la morale di questa storia in sé immorale, per i canoni della normalità, il succo è: malgrado tutto, una vita passata sui libri non è inutile, e la conoscenza e il sapere sono armi di costruzione molto potenti.
E in fondo “tutt’al più può essere definito un reato a responsabilità limitata…” come afferma Giacomo Furia ‘Cardone’, compare di Totò ne La banda degli onesti. O, pescando nel cinema immortale e civilmente impegnato, ci si può citare la didascalia iniziale de Le mani sulla città, di Rosi: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”.

Curiosità

  • Nato a Salerno nel 1981, appassionato di cinema e film maker da quando avuto in mano la prima videocamera, Sibilia lavora da giovanissimo come animatore nei villaggi turistici, poi alla cassa di una nota catena di fast food a Londra, e come copywriter a Milano. Decide quindi di trasferirsi a Roma, dove realizza i cortometraggi Iris Blu, Noemi e Oggi gira così, prodotto dalla Ascent Film, con il quale vince numerosi festival nazionali ed europei. Sbarca il lunario con promo e piccoli spot.
  • Quando il produttore Matteo Rovere, nel 2010, gli ha chiesto di scrivere un film, Sydney Sibilia non ha dovuto faticare molto per trovare l’idea: poco prima aveva letto un articolo di giornale che titolava “Quei netturbini con la laurea da 110 e lode”.
  • Quasi nessuno sa che in Italia una droga, per essere definita tale, deve essere censita nell’elenco ufficiale delle molecole illegali del Ministero della Salute. La droga sintetica al centro della vicenda altro non è che la MDMA, che in realtà in Italia è illegale.
  • Premi e riconoscimenti, nel 2014: i Nastri d’argento come miglior produttori a Domenico Procacci e Matteo Rovere, con Rai Cinema; il Globo d’oro per la miglior commedia a Sydney Sibilia; il Ciak d’oro come Rivelazione dell’anno a Sydney Sibilia e Miglior manifesto a Federico Mauro; al Reykjavík International Film Festival il Golden Puffin come miglior scoperta dell’anno.

Citazioni

Pietro: “In Italia una droga per essere definita tale dev’essere censita nell’elenco delle molecole illegali del Ministero della Salute. Cocaina, eroina, anfetamina, metadone, ecstasy e più o meno altre 200 molecole fanno parte di quell’elenco. Se non è in quella tabella la puoi produrre, la puoi assumere, ma soprattutto la puoi vendere. A 24 anni mi sono laureato in neurobiologia con il massimo dei voti, ho un master in neuroscienze computazionali e uno in dinamica molecolare. Negli ultimi mesi ho messo su una banda che gestisce un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro, sono accusato di produzione e spaccio di stupefacenti, rapina a mano armata, sequestro di persona e tentato omicidio. Mi chiamo Pietro Zinni… e sono un ricercatore universitario”.

Pietro: “Mi hanno cacciato a calci in culo dall’università! A me! Hai capito? A me! Io non so fare niente, so solamente teorizzare delle molecole! Beh, ne ho teorizzata una che mi da quello che mi spetta!”.

Andrea: “Sono laureato, ma guardi che è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole. Ho inoltrato una richiesta per rinunciare al mio titolo accademico, significa che, tempo due settimane, c’ho praticamente la quinta elementare…”.

Pietro: “Siete due latinisti di fama internazionale e fate i benzinai di notte per un cingalese che vi paga a nero!”.

“Da quando parli il cingalese?” “Una volta che sai il sanscrito tiri giù tutto il ceppo”.

Pietro: “Io non capisco perché ogni cosa che facciamo debba per forza prendere una piega surreale!”.

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2014
  • Regia Sydney Sibilia
  • Cast Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paola Calabresi, Libero De Rienzo
Taxi Teheran

By Jean

Taxi Teheran

Taxi Teheran

Ci sono persone che non sanno rinunciare alle proprie passioni, costi quello che costi. Ci sono spiriti liberi che proprio non ce la fanno a tacere la verità, per quanto male gliene possa incogliere. Ci sono film coraggiosi che sfidano confini, divieti, anatemi per arrivare al cuore delle persone, perché non sono solo materiale impressionato su una telecamera, ma dediche d’amore al cinema. Quando una persona, che è spirito libero, realizza un lungometraggio coraggioso, violando apertamente un regime come quello iraniano, mette al mondo una creatura con le ali, magica come un sogno, che non può essere fermata, o imprigionata. Taxi Teheran è tutto questo, e anche di più. Cinematografia militante, documentario di strada, divertente e in fondo tenera cronaca di un paese e della sua gente, immersa in una realtà in cui c’è poco da sorridere e molto da temere. Ti cattura, ti lascia semi nell’anima e un inatteso benessere, forse un senso di sollievo per il privilegio di poter viaggiare, di potersi vestire come si vuole, di poter studiare, guidare, cantare, creare. Essere donne senza veli sul viso e catene all’intelligenza. La fortuna di non aver paura di essere incarcerati o giustiziati per un’opinione o una risata, per avere un cagnolino o voler suonare il rock, come ne I gatti persiani, di Bahman Gobadhi, altro autore pesantemente osteggiato in patria ma acclamato all’estero.

La ricetta del successo di questo film sta nella sua semplice immediatezza. Praticamente la trama non esiste, esiste la realtà, con le stridenti contraddizioni di un Paese che storicamente fu culla di civiltà mentre al giorno d’oggi reprime ogni forma di cultura e progresso.
Un taxi attraversa le strade della capitale iraniana in un giorno qualsiasi. Passeggeri di diversa estrazione sociale salgono e scendono dalla vettura. Alla guida non c’è un conducente qualsiasi ma lo stesso regista, perché non c’è sentenza che possa impedire a un artista di essere se stesso.
Così, su questo set mobile in incognito salgono persone di ogni genere, che esprimono posizioni differenti nei confronti della società in cui vivono. Si va da chi vorrebbe applicare pene capitali esemplari a chi invece difende giovani donne ‘colpevoli’ di essere state colte dalla polizia non dentro ma solo nei pressi di uno stadio (il cui accesso è consentito unicamente agli uomini). A questo argomento, Panahi dedicò nel 2006 un altro lavoro duramente represso dal governo, Offside. Tra la multiforme umanità che si siede sul taxi, il trafficante di dvd illegali, il borseggiatore, le vecchiette con i pesci rossi da liberare e la bambina che, con la sua vivace intelligenza, porge più di uno spunto di riflessione. Ma non è l’unica mente brillante al femminile. Dietro chador e hijab fervono pensieri aperti e indipendenza, svelati con parole sicure che irridono e frantumano l’oppressione di stato. Tra i viaggiatori anche un ferito e la sua giovane moglie. L’uomo, temendo di morire, affida le ultime volontà alla videocamera di un telefonino per impedire che alla consorte venga sottratta la loro casa. Un gesto dal valore simbolico: grazie alle nuove tecnologie è sempre più difficile per le dittature impedire al popolo di testimoniare la realtà, superando confini e divieti. Sembra tutto improvvisato, invece i passeggeri non sono inconsapevoli, bensì attori, seppure presi dalla strada, amici e parenti del regista. Un valore simbolico hanno anche le prospettive di ripresa, una puntata davanti, l’altra dentro, come riferendosi a futuro e presente, o a interiorità e mondo esteriore, percezioni e realtà oggettiva. Si potrebbe azzardare un paragone, fatti i dovuti confronti di mondi e relative difficoltà, con le tecniche narrative di Wim Wenders. O con un attuale neorealismo, con punte di inatteso e sorridente sentimento e qualche auto citazione, dal taxi metafora di prigione, ma anche di viaggio.

Panahi non parla direttamente di politica o Islam, ma non tace sui diritti civili delle donne, sull’intolleranza o sulla censura. Esemplificativi il decalogo del buon film recitato dalla bambina (non a caso sua nipote…) e il discorso finale della signora con le rose. E da queste lezioni di vita e libertà il mondo dovrebbe imparare a liberarsi da un velo che offende più degli altri l’umanità: l’indifferenza.

In conclusione, cos’è Taxi Teheran? Un documentario? Verosimile finzione? Bandiera di protesta?
Forse semplicemente un regalo, per chi ama il cinema come forma di libera espressione, da chi cinema vive e, incredibilmente, di cinema rischia di morire, costretto a girare con i mille limiti della clandestinità, ma non si ferma. Dimostrando che non esistono barriere che possano arrestare il pensiero creativo. E che quando alla base di una storia c’è un’idea forte e originale, bastano pochi mezzi per farne un capolavoro.

Curiosità

  • Il governo ha proibito al regista iraniano di fare film sino al 2030. Condannato a sei anni e libero su cauzione, dice lui stesso “non so per quanto”, ha coraggiosamente aggirato l’ostacolo montando la telecamera sul cruscotto del taxi e muovendosi veloce nel traffico per non essere notato. L’opera che ne è nata non è stata ovviamente autorizzata dal Ministero per l’Orientamento Islamico, e quindi priva di titoli di coda.
  • Da quando il tribunale iraniano lo ha condannato al silenzio, sono già tre i film che Jafar Panahi ha realizzato in clandestinità. La novità, dopo This is not a Film, sbarcato avventurosamente al festival di Cannes in una chiavetta Usb, e Closed Curtain, visto solo a Berlino, è che stavolta il regista per girare è uscito di casa, applicando a se stesso il detto islamico più famoso nei paesi non islamici: se Maometto non va alla montagna…
  • Il caso di Jafar Panahi ha dell’assurdo. A partire dal suo primo film Il palloncino bianco ha collezionato un costante alternarsi tra premi prestigiosi e pesanti censure. Il palloncino bianco vince la Caméra d’or di Cannes riservata al miglior debutto, subito dopo Lo specchio si aggiudica il Pardo d’oro di Locarno e Il cerchio il Leone d’oro di Venezia. Il quarto film, Oro rosso, premio della giuria nella sezione Un certain regard di Cannes, viene designato a rappresentare l’Iran per l’Oscar al miglior film straniero ma subito dopo ritirato e vietato dal regime. Per Offside, bellissima metafora dell’emarginazione femminile, arrivano Orso d’argento a Berlino e divieto di circolazione in patria. Alla fine del Duemila il gioco si fa ancora più duro. Una catena di arresti, processi-farsa, condanne, proibizioni non impedisce a Panahi di realizzare clandestinamente (e fortunosamente far uscire dai confini) altri film, fino a questo. Mentre la sua poltrona di giurato a Cannes resta vuota sotto i riflettori in segno di solidarietà per tutta la durata del festival, il Premio Sakharov del Parlamento Europeo per la libertà di pensiero viene ritirato da sua figlia.
  • “Una lettera d’amore al cinema”. Così il regista americano Darren Aronofsky definisce l’opera, assegnandogli l’Orso d’oro. A Berlino l’autore iraniano naturalmente non c’è, sostituito dalla nipotina Hana, ma affida le sue emozioni proprio a una lettera: “Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante”.
  • “A un certo punto avevo bisogno di girare fuori di casa”, racconta Panahi. “Aprivo le finestre, guardavo la città e cercavo un’alternativa. Se avessi posizionato la videocamera in una strada avrei messo in pericolo la troupe”. Il regista inizia a fotografare il cielo, per un anno intero. Ma nessun laboratorio vuole aiutarlo per sviluppo e ingrandimento. “Un giorno, sconfortato, ho preso un taxi per tornare a casa. Due passeggeri discutevano mentre riflettevo. Niente più film, né foto. Forse non mi restava altro che diventare un tassista e ascoltare le storie dei passeggeri. Ed ecco scoccare la scintilla”. Inizia a fare corse in taxi, ascoltando. “Alcuni mi riconoscevano, altri no. A un certo punto ho preso il cellulare e iniziato a filmare. Ma non funzionava. Così ho deciso di realizzare una docu-fiction, di cui ho scritto la sceneggiatura, e nascosto una videocamera Black Magic in macchina per non attirare l’attenzione”. Il primo ciak il 27 settembre 2014, le riprese durano quindici giorni. Gli attori sono tutti non professionisti. “La piccola Hana, l’avvocatessa Nasrin e Omid, il venditore di Dvd, interpretano loro stessi nella vita. Lo studente cinefilo è mio nipote. La maestra è la moglie di un mio amico, il ladro l’amico di un mio amico e il ferito uno che viene dalla provincia. Alla fine di ogni giornata facevo un backup e mettevo il girato al sicuro. Ho realizzato molte copie del primo montaggio e le ho nascoste in una serie di città diverse.” Il film è costato 32.000 euro, la troupe ha accettato un salario ridotto.
  • “Ogni anno dei rappresentanti della Berlinale vengono in Iran per visionare i nuovi film. Hanno visto il mio e due settimane dopo mi hanno confermato che era invitato nella sezione ufficiale del concorso”. Il presidente della giuria Darren Aronofsky, dopo aver consegnato il premio, ha twittato: “Taxi è meraviglioso, intrattenimento magistralmente costruito. La giuria è rimasta toccata, commossa, ispirata da un grande autore”.
  • Il presidente della Celluloid Dreams, Hengameh Panahi (nessun legame di parentela) che si occupa della distribuzione internazionale del film, spiega che il regista “ha bisogno di soldi. È un padre, ha bambini, ma non lavora”. Il film è stato venduto in 30 paesi, supportato da cineasti e artisti di tutto il mondo.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Taksojuht
  • Paese di produzione Iran
  • Anno 2015
  • Regia Jafar Panahi
  • Cast Jafar Panahi, amici e parenti
Tutti per uno

By Jean

Tutti per uno

Tutti per uno

Una delicatissima parabola sulla diversità: questo è in sintesi Tutti per uno, il film di Romain Goupil che ha l’ambizione di raccontare uno dei drammi di questi ultimi anni dal punto di vista dei bambini, che forse non ne capiscono di politica, ma conoscono bene la legge dell’amicizia assoluta che regna a quell’età.
Tutti per uno, come recita il titolo italiano, per rendere onore sia al tema centrale della solidarietà, sia a quella parte del film che è dedicata alle peripezie di un simpatico gruppo di ragazzini reminiscenti delle piccole canaglie televisive o de I ragazzi della via Pal. E d’altra parte, da Zero in condotta — piccolo grande capolavoro ‘rivoluzionario’ di Jean Vigo — al bellissimo e assai più recente Stella (della regista Sylvie Verheyde), non si contano i film d’oltralpe che cercano nel mondo dei bambini la traduzione concreta dei princìpi predicati dalla Rivoluzione Francese: liberté, égalité, fraternité.

È cosa universalmente riconosciuta che il cinema francese manifesta da sempre un’incredibile dolcezza nel raccontare la stagione più acerba dell’uomo, oltre a una straordinaria capacità di entrare in sintonia con lo sguardo puro e gli entusiasmi prorompenti di bambini e adolescenti. Non c’è bisogno di scomodare Truffaut per spiegare che la grande differenza con il cinema americano dedicato all’infanzia sta nella costruzione del punto di vista: laddove gli Stati Uniti giocano coi bambini, interagiscono con loro sia per scorgerne le piccole scoperte, le prime paure, che per suscitare gag o sentimentalismi, la tradizione francese preferisce diventare il bambino che gioca, cercare un’adesione totale con la sensibilità infantile o i turbamenti dell’adolescenza.

Tutti per uno conferma e rafforza questa suddivisione che vede i ragazzi come il soggetto e quasi mai solamente l’oggetto della rappresentazione. Anzi, rende in qualche modo più evidente la distanza, raccontando quella che potrebbe essere un’avventura di un gruppo di ragazzini estremamente abili e smaliziati in stile I Goonies o Piccole canaglie, attraverso i delicati equilibri fra gravità e leggerezza, fra cronaca e fiaba, de Gli anni in tasca.
Tutti per uno è merce rara: sa dire cose gravi nei toni di una fiaba, e la regia di Goupil possiede quell’aria leggiadra che ricorda certi pomeriggi passati a fantasticare nell’infanzia.

Una storia semplice, quella del film, ma terribilmente quotidiana e attuale, che la realtà spesso ci fa affrontare in maniera ben più dura…
Nel 2067, Milana torna con la mente al periodo della sua prima infanzia, quando passava i pomeriggi coi compagni della scuola elementare… Descrive la scuola di ‘quei’ tempi (i nostri tempi, l’azione si svolgerà infatti nel 2009) come se fosse stata qualcosa di molto diverso da quella che è nel 2067.

“Eravamo una banda” ricorda, e ne nomina i componenti: Blaise con la sorella Alice, Youssef, Claudio, Alì e lei, la narratrice. In classe mentre l’insegnante spiega le frazioni, non c’è una grande attenzione. Milana e i suoi amici sono sempre pronti per raccontare una storia alla madre di Blaise per potersi incontrare in uno scantinato in cui si dedicano a un traffico illegale: copiano i videogiochi e i dvd e li rivendono. Sono dei videopirati organizzati. Anche per i compiti sanno come muoversi su Internet per trovare le risposte. Rubano anche le liquirizie dai negozi.
In quegli anni, le nuove politiche d’immigrazione francesi causano l’espulsione di molti clandestini e una brutta notte ha inizio una retata nell’edificio in cui abita Milana. Sono gli africani ad essere presi di mira e Youssef e tutta la sua famiglia vengono arrestati. È la bambina a raccontarlo a Blaise il mattino seguente, mentre dinanzi a scuola è in atto una protesta con volantini su cui è scritto Liberté pour Youssef.
Nella loro ingenuità, i bambini temono che sia stato preso a causa del loro traffico di dvd pirata. Ma la verità non tarda ad emergere ed è proprio Milana a raccontarla: Youssef è stato espulso perché senza documenti. La stessa situazione vale per lei e i suoi genitori immigrati dalla Cecenia (mentre la sorellina è nata in Francia). Potrebbero essere arrestati ed espulsi in qualsiasi momento.
Non appena i bambini si rendono conto della situazione, si organizzano per tutelare la loro amica. In modo particolare Blaise, il giovanissimo leader della piccola banda, si impegna dapprima facendo in modo che la famiglia accolga Milana in casa sua, e poi organizzando una vera sparizione di grande richiamo per i media.
Funziona il ritratto di questa piccola banda che non pare conoscere il problema dell’integrazione nonostante siano evidenti le differenze tra la famiglia piccolo-borghese di Blaise e di sua sorella Alice e quella di Milana, formata da madre, sorella e un indeterminato numero di cugini che dividono un piccolissimo appartamento. Le simpatie, i primi battiti del cuore e il gusto dell’avventura, anche quando si tratta di fare qualche piccolo traffico illegale per incrementare i propri fondi… il regista coglie davvero bene l’incoscienza degli anni a cavallo tra infanzia e adolescenza, tratteggiando i suoi bambini in modo tenero e ben riconoscibile.

L’occhio sulla ‘piccola impresa’ di Blaise e amici per salvare Milana dall’espatrio si mantiene dunque sempre ad un’altezza di poco più di un metro, intento a cercare una perfetta sincronia coi giovanissimi protagonisti e con il loro immaginario fatto di nascondigli, messaggi in codice e innocenti bugie con cui allestire una battaglia sociale che ha le forme e le vesti del gioco, ma che si è fatta per loro estremamente seria.
I ragazzi apprendono la situazione politica e diventano a loro modo dei piccoli rivoluzionari nel momento in cui la brutalità delle istituzioni arriva a scontrarsi con la forza dei loro legami.
E in questo mondo di adulti tanto ligi a una burocrazia così cieca, soltanto loro hanno la soluzione.
Lasciano un messaggio, ci chiamiamo tutti Milana e scompaiono nel loro scantinato rifugio segreto, un piccolo mondo a parte nel seminterrato di un palazzo nascosto agli occhi indiscreti per vivere il loro sogno. Un mondo esclusivamente a loro misura, fatto di biscotti ,di giochi e di disegni senza presenze ingombranti e indesiderate. Solo Alì non potrà raggiungerli perché ha il fratello ammalato. Così sarà utile come contatto con l’esterno.
Mentre i ragazzi si sistemano per prepararsi a un soggiorno che non sanno quanto sarà lungo, anche i loro genitori si mobilitano.
In Francia, e non solo, scatta un processo di imitazione e altri ragazzini scompaiono per solidarietà con i coetanei immigrati a rischio di espulsione.
La situazione di Milana viene finalmente sanata: la famiglia ottiene la regolarizzazione, e i ragazzi possono porre termine alla loro impresa. Una conquista che ha tutto il sapore della realizzazione di un sogno.
Ma purtroppo è un sogno a breve scadenza.
Si esce a mani alzate dal rifugio (Les Mains en l’air è il suggestivo titolo originale molto più bello della traduzione italiana) in segno di resa.

E ciò che, nella felicità per il risultato ottenuto, provoca dolore in Milana è che la regolarizzazione prevede la ricongiunzione con il padre a Lille. Dovrà quindi lasciare Blaise.

È proprio lui, nel 2067, a dirci: “Milana ha lasciato Parigi, non so neppure se sia ancora viva. Eppure non passa giorno senza che io pensi a lei.”
Nel cercare di plasmare un nuovo modello per le battaglie sociali, un ideale fatto di creatività e di non violenza con cui sostenere il futuro dell’integrazione e dell’accoglienza, Goupil tende spesso a diluire il suo discorso civile dentro a una parabola sulla genuinità e la forza immaginativa dell’infanzia perduta.
Se, così facendo, si fa più flebile il messaggio politico, è vero anche che il film si carica di un sentimento poetico e melanconico tenero e suadente. È tutto magico finché si resta uniti, racconta in sostanza il film. La vera perdita dell’innocenza avviene quando ci si separa e si scopre di essere rimasti soli, con le mani in alto a dichiarare la nostra resa al mondo degli adulti.

Curiosità

  • Presentato come Evento Speciale al Festival di Cannes 2010 dove ha incontrato il favore del pubblico, suscitando una certa commozione in tutti gli spettatori.
  • 2010 Vincitore del Festival internazionale di Bologna ‘Giovani e Cinema’.
  • Se il progetto di questo film era stato studiato in modo speciale per l’attrice protagonista, quest’ultima ha dimostrato una certa reticenza ad accettare la parte per diverso tempo. Una volta accettata la parte, però, Valeria Bruni Tedeschi ha contribuito parecchio a delineare il suo personaggio. Ha scelto personalmente le pettinature e i vestiti di Sandrine e ha studiato un approccio molto particolare riguardo alla femminilità del personaggio, al suo modo di rapportarsi con i più piccoli e al suo modo di essere madre.
  • Il regista ha utilizzato spesso gli attimi che precedevano o seguivano le riprese, durante i quali i ragazzi chiacchieravano e scherzavano fra loro. Includendoli nel film, ha rimarcato il rapporto fra di loro, fatto di divertimento e complicità e dato a tutta l’opera un sapore di naturalezza e spontaneità.
  • Nella finzione cinematografica, solo i minori di diciotto anni potranno percepire gli squilli dei portatili della banda di bambini — che sono i loro segnali di adunata — impercettibili per gli adulti poiché si tratta di ultrasuoni.
  • Nel prologo e nell’epilogo (come una specie di ‘cornice’ da struttura letteraria) il film cambia di temporalità… ma per quale ragione? Ce lo spiega lo stesso regista, Romain Goupil: “Per estrarsi dalla palude nauseabonda nella quale siamo tuffati attualmente, e che fa che rischiamo di finire per riflettere in termini inaccettabili, di entrare in un dibattito che tra 50 o 60 anni sarà considerato come una indegnità totale, nella sua formulazione stessa. C’è l’idea che i responsabili di questa situazione, come i delinquenti e gli inetti che hanno rifiutato di aiutare Sarajevo e che hanno scostato lo sguardo dalle tragedie del Ruanda e della Cecenia, possono già preparare il loro discorso di pentimento da recitare più o meno fra 50 anni. Da adulta, Milana descrive una situazione diventata incomprensibile nel 2067 — ciò che si è fatto subire ai bambini in Francia durante il primo decennio degli anni 2000 — ciò mi permette di porre una domanda: quanto tempo occorre per accorgersi che ciò che avviene ora è semplicemente inammissibile”.

Un piccolo commento

Tutti per uno è senz’altro un film da vedere, quali che siano le proprie convinzioni in merito.
L’unica pecca è il fatto che si vedono i ragazzi che vendono DVD contraffatti (scaricati illegamente da internet e caricati su dischi e venduti come normali). Questo non è un buon messaggio per chi ama il cinema e vuole che cresca e non sia distrutto dalle copie illegali in circolazione. Noi siamo sempre e comunque contro la pirateria informatica.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Les mains en l’air
  • Regia Romain Goupil
  • Paese di produzione Francia
  • Anno 2010
  • Cast Valeria Bruni Tedeschi, Linda Doudaeva, Jules Ritmanic, Louna Klanit, Louka Masset, Jeremie Yousaf, Dramane Sarambounou, Hippolyte Girardot, Romain Goupil, Malika Doudaeva, Sissi Duparc, Helene Babu, Alice Butaud, Clemence Charpentier, Florence Muller, Vincent Deniard, Souz Chirazi, Marion Scali
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