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BLACK SUSHI

by Jean

Black Sushi

Johannesburg, Sudafrica. Ai giorni nostri, o qualche giorno fa, ma neanche poi tanti, un giovane in cella guarda il ‘foglio di via’ che conferma la sua scarcerazione al termine del periodo di pena. Lo attende il mondo, fuori di quelle porte, ma anche un futuro ricco di incognite. E un amico pronto a proporgli un nuovo ‘colpo’ che potrebbe significare la svolta. Nel bene, ma anche nel male.

E Zama, il giovane protagonista della nostra storia, non ha nessuna voglia di tornare in prigione.

Mentre s’incammina lungo il corridoio principale di quello che sembra un elegante centro commerciale, scorge un’insegna ‘cercasi aiuto/lavorante’ subito fuori di un sushi bar.

“Hai rubato?” lo chef chiede al giovane durante il loro colloquio di lavoro. “Sì” risponde lui. “Ruberai qui?” continua il cuoco giapponese. “No.” Il dialogo è diretto e sincero, e il nostro eroe viene assunto, più che altro per pulire il locale. Inizia così il suo percorso verso la riabilitazione, un vero e proprio viaggio iniziatico. Una iniziazione che attraverso l’espediente della cucina giapponese narra la storia di un riscatto verso la bellezza, nel rispetto della diversità e del riconoscimento reciproco. In questa iniziazione/maturazione Zama viene messo più volte alla prova, a volte persino offeso e mortificato. Preso tra due fuochi. Da un lato c’è lo chef, un po’ scontroso, molto riservato, diffidente, incline a cedere ai pregiudizi e incapace di accettare le diversità. Dall’altro lato ci sono gli amici, che stanno organizzando il ‘colpo’ e che vorrebbero coinvolgerlo in quella nuova rapina, riportarlo indietro, invece di farlo crescere e trovare il suo posto nella società.

Zama però non cede, e non si abbatte, pronto com’è lui per primo a mettersi alla prova e in discussione, con umiltà e passione, con la voglia di cambiare il corso della sua vita e fare qualcosa di ‘importante’, con curiosità, grande ostinazione e caparbietà decide di imparare dal maestro l’arte del sushi.

Affascinato dalla magia compositiva della cucina giapponese, cercherà di apprenderne l’arte sotto la guida del maestro, che dopo una iniziale diffidenza dovrà ricredersi e riconoscere le doti e le capacità del discepolo.

Lo stesso maestro viene a sua volta messo alla prova, obbligato fin dall’inizio a superare ogni dubbio e pregiudizio, e diviene maestro nel momento stesso in cui diventa consapevole dei propri limiti e accetta di avere con sé un discepolo, a cui finalmente riconosce le doti che aveva sempre cercato di nascondere ai suoi stessi occhi.

Superati i pregiudizi e le distanze culturali incomincia il progressivo avvicinamento. Le differenze, (occhi a mandorla e pelle nera) si annullano nella ricerca della perfezione e della bellezza di piccoli gesti. Grande importanza hanno le mani. Strumento attraverso cui Zama si accosta alla cultura giapponese (arte culinaria, lentezza, precisione) e che divengono mezzo sempre più preciso e attento. Uno strumento con ruolo metaforico. “La tua arte non è nelle tue mani, ma nel tuo cuore; le mani sono solo uno strumento”, come conclude il maestro.

I temi pregnanti di tutto il cortometraggio sono quindi incentrati nell’accettazione dell’altro, il riconoscimento delle sue capacità e della ricchezza della diversità, non più barriera ma risorsa per una ricerca del bene comune. Abbattimento dei pregiudizi, sguardo all’essenza delle cose e messa alla prova per crescita reciproca.

Black Sushi è ambientato a Johannesburg, capitale del Sudafrica, ma invece di caratterizzarla in maniera certa, il regista ne restituisce una visione che esce dai canoni geografici: si potrebbe, in effetti, essere ovunque nel mondo, in una delle tante metropoli dove oggi, sempre più spesso, culture diverse vivono insieme e si relazionano.

Dal punto di vista stilistico il film è girato magistralmente. Le riprese sono morbide e fluide, i movimenti di macchina lenti e numerosi i primi piani. Soprattutto sul volto del ragazzo, proprio per sottolineare maggiormente suoi pensieri e le sue emozioni. Numerosi i dettagli anche sulle mani, impegnate nella lenta e precisa, rituale preparazione del sushi.

Grande attenzione è riposta allo scambio di sguardi tra i personaggi, che contribuiscono a definire e sottolineare meglio il legame tra loro (Zama e l’amico), il progressivo avvicinamento e l’intesa che si sta creando tra il maestro e il discepolo, così come con la ragazza del sushi bar.

Due personaggi fondamentali nella storia, la ragazza del sushi bar, che dello chef è anche socia, e l’amico che guida la banda di rapinatori. Perché lei, di razza indoeuropea, è l’unica a non avere preconcetti o ruoli prestabiliti, e anzi si pone da subito in maniera molto positiva nei confronti del giovane aiutante, cercando di risollevargli il morale nei momenti più tristi, insegnandogli l’arte dell’origami. L’amico, invece, che vorrebbe convincerlo a non abbandonare la banda, è, sì, un rapinatore che si prepara a combattere come un guerriero pronto a ‘morire sulle barricate’, che impugna il fucile e la pistola, ma che ha un senso profondo dell’amicizia e della lealtà. E ha, anche, la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male. “Ci vuole molto coraggio a cercare di cambiare — afferma con un pizzico di malinconia quando Zama gli fa capire che non parteciperà alla rapina — E io sono davvero fiero di te”. Nessun rancore, nessun astio, in lui, solo una profonda ammirazione per l’amico che vuole diventare onesto. E crearsi un futuro migliore, in cui la sua dignità non venga più calpestata e le sue capacità vengano finalmente riconosciute ed apprezzate.

E così sarà, alla fine del film, quando il maestro gli chiederà aiuto per preparare il sushi per ospiti di grande importanza. Invitato finalmente, a presentarsi ai commensali — lui, che era stato relegato in cucina senza potersi mostrare ai clienti — riceve da loro un inchino di apprezzamento e un sorriso di complicità e soddisfazione da parte del maestro che ha finalmente trovato il suo allievo.
Come mostra la nuova insegna che dondola appesa al muro all’interno del locale.

Dean Blumberg

Il regista fa parte della nuova generazione di cineasti sudafricani che con il proprio lavoro intendono rappresentare e trasmettere un senso di speranza e fiducia rispetto al passato di sofferenza, violenza e odio che ha dilaniato la società sudafricana per secoli. Il tema del conflitto razziale in Sudafrica, lungi dall’essere superato nonostante l’abolizione ‘sulla carta’ dell’Apartheid nel 1944, viene qui elaborato e trasformato in possibilità di incontro, attenzione, riconoscimento e rispetto dell’altro nella diversità. Un messaggio di pace e di conciliazione rivolto al Sudafrica, ma valido anche per il resto del mondo.

Scheda tecnica

Sudafrica, 2002, 22 min.
Regia e sceneggiatura Dean Blumberg
Cast Mandle Ndimande, Israel Makoe, Kutsuhiko Miyamotto, Zureidsa Jardine
Versione originale inglese con sottotitoli in italiano

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