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Big Night

by Jean

Big Night

Fra tanti film che hanno come tema la cucina, il cibo, e l’idea di usare pentole e fornelli come metafora per parlare di rapporti umani e gente comune, Big Night occupa senz’altro un posto d’onore. Perché non è soltanto un film che parla di un cuoco e dell’arte culinaria, ma è molto, molto di più. È un film che parla di cucina, è vero, e parla di cibo, ma non tanto come oggetto del desiderio di ogni buongustaio… ne parla invece come di un nuovo linguaggio. La lingua con cui si può parlare agli dei, si può creare, e sedurre, e aspirare alla perfezione.

È un film che non racconta una favola, una storia inventata e inverosimile, ma ha invece un profondo contatto con il mondo reale, dove si può anche andare in rovina per non scendere a compromessi con se stessi, per mantenere la propria coerenza e dignità e, nel caso di un genio delle pentole, per offrire una cucina coi fiocchi.

Sono pochi i film sulla ristorazione che riflettono con tanta fedeltà la verità di quello che è cucinare, servire e discutere con il cliente, arrabbiarsi, imprecare, gridare, ballare, scherzare, bere, pregare che quel cliente ritorni, perché alla fine dietro un risotto o un cannolo c’è tutto questo… Certo, per qualche critico severo ha tutte le imperfezioni dell’opera prima, ma ne possiede anche il calore, la generosità, la fresca sensualità. E un toccante crescendo finale che evoca per un momento l’ombra di John Cassavetes. Mangiare, bere, uomo, donna, diceva quel film di Ang Lee. Gira che ti rigira, ogni film sul cibo parla di questo. La novità, qui, è che si tratta anzitutto di una storia di affetto tra fratelli… che comincia così:

Negli Anni Cinquanta, a Keyport, una piccola località sul mare del New Jersey, due fratelli italiani di origine abruzzese — Primo e Secondo Pileggi — aprono un vero ristorante italiano chiamato Paradise. Molto legati ma molto diversi tra loro, i due fratelli si scontrano su come gestire il locale: Primo, (il maggiore come suggerisce il nome stesso) è l’equivalente di uno chef ‘stellato’, un cuoco sopraffino e un brillante perfezionista. Molto legato alla tradizione della cucina nostrana, non vuole scendere a compromessi, e spesso si sente svilire dalle aspettative di una clientela che vorrebbe una cucina, sì, internazionale, ma profondamente americanizzata. E l’offerta di uno zio di tornare in Italia, anzi, meglio ancora, a Roma, per lavorare nel suo ristorante lo attira ogni giorno di più. Il fratello più giovane, Secondo (che funge da maître e direttore del locale), cerca invece di accontentare i gusti dell’ancora sparuta clientela, che ha un’idea distorta della tradizione culinaria, ed è sinceramente innamorato delle possibilità che può offrire una nuova vita sul Nuovo Continente.
Primo è un genio in cucina, e Secondo lo sa. Ma nonostante gli sforzi dell’uno come manager, e la prelibata arte culinaria dell’altro, il ristorante è sull’orlo del fallimento.
I clienti, in effetti, sono piuttosto pochi, al contrario delle lamentele, che invece non scarseggiano… nel risotto ai frutti di mare, i frutti di mare non si vedono, e non c’è mai la pasta come contorno alle polpette (lagnanza che ispira una graziosissima battuta dello chef: “a volte gli spaghetti vogliono stare da soli”), i piatti preparati con amore e con passione impiegano sempre secoli dalla cucina ai tavoli, e non c’è musica dal vivo.
Dall’altro lato della strada, per di più, c’è il ristorante La Grotta Italiana, che ogni sera è al completo grazie a una cucina molto semplice ed economica, a un’atmosfera vivace e divertente, a un menù che prevede gli spaghetti accanto a un secondo di carne, e a una cantante che puntualmente intona le note di O Sole Mio. “Con i piatti che serve, quello dovrebbero chiuderlo in prigione” commenta Primo riferendosi a Pascal, il simpatico proprietario del locale concorrente. Costui, dedito alla criminalità e al racket degli altri ristoratori di zona è proprio il titolare della Grotta Italiana, dove la cucina tricolore viene trattata secondo quegli stereotipi “a stelle e strisce” che fanno inorridire Primo. Da quel vero artista che è, che adora starsene rintanato fra le sue pentole e i fornelli, e borbotta di continuo contro crimini scellerati come “la violenza alla tradizione culinaria”, non stupisce che si sia sempre rifiutato di lavorare per Pascal.
Il talento di Primo è intoccabile, mai entrerà nelle aride logiche di mercato, non sarà mai un business man come dice Pascal… ed è proprio questo che lo eleva dalla mediocrità e ce lo fa amare così tanto. Perché, a modo suo, è ancora un puro. “Se dai alla gente un po’ di tempo — cerca di convincere il fratello — vedrai che impareranno” ad apprezzare, va da sé, quello che la cucina del Paradise è in grado di offrire. Il problema è che il tempo è quasi scaduto…
Il Paradise, quindi, è in seri guai. Talmente seri che lo stesso Secondo, mentre aggiusta i vasi di fiori all’ingresso o raccoglie un mozzicone di sigaretta sul marciapiede, non può fare a meno di sentirsi un po’ depresso. Se gli affari continueranno ad andare male, tutta la fatica per arrivare in America e iniziare una nuova vita sarà stata inutile. E dovrà ritornarsene a casa con la coda fra le gambe. Una prospettiva che non lo attira di certo. In un certo senso, il Paradise rappresenta la lotta e i sacrifici che gli immigranti accettavano pur di restare negli Stati Uniti, e cercare di realizzare il grande Sogno Americano. E Secondo non è diverso dagli altri. Anche lui lotta per costruirsi un futuro migliore. Il “Paradise” è la sua vita, la sua chance per il riscatto, il suo grande amore, e sarebbe disposto a tutto pur di salvarlo. Tant’è che quando la banca gli rifiuta un prestito, arriva persino a chiedere aiuto a quella simpatica canaglia di Pascal. Che, ovviamente, rifiuta. Ma offre, invece, un’altra opportunità. Seduto alla scrivania, nel suo ufficio tappezzato di fotografie di divi e celebrità, è pronto a suggerire lui, una soluzione: basterà invitare il famoso cantante jazz Louis Prima e la sua band a suonare al Paradise, e la reputazione del locale salirà alle stelle. I giornali parleranno dell’evento, gli affari riprenderanno quota, e tutto si sistemerà per il meglio. Si offre persino di chiamare personalmente il musicista, e invitarlo per quella serata speciale, la Big Night del titolo.

È a questo punto che il film prende il volo e diventa un concerto di colori e di suoni, di ingredienti e di piatti prelibati preparati a puntino. Tutto ruoterà intorno alla preparazione della serata più importante nella vita dei due fratelli dal momento in cui sono sbarcati sul suolo americano: la serata che può rappresentare la vera svolta. E tutto dipenderà solo dal menu. Proprio come nel Pranzo di Babette e in Mangiare, Bere, Uomo, Donna, è il cibo ad assumere il ruolo principale e a dare a tutta la storia quell’importante sfumatura di allegria e gioia di vivere. A cominciare dal favoloso ‘timpano di maccheroni’ che diventa il vero protagonista del film… o quasi.
Perché in realtà Big Night non è solo un inno all’arte culinaria, o un trionfo della cucina italiana, anche se questo potrebbe sembrare (alla fine della splendida cena preparata da Primo, tutti i commensali hanno un’espressione felice e soddisfatta, tranne una signora che esclama fra le lacrime “mia madre era una pessima cuoca!”). E la cosa che colpisce di più, a parte la simpatia e lo charme dei due protagonisti, è l’assoluta sensazione di affetto quasi tangibile che si prova seguendo le vicende sullo schermo. Scritto come un omaggio al senso della famiglia, il film è anche un inno all’amore fraterno, all’amicizia, e a una certa nostalgia per i bei tempi andati, per un mondo forse più gentile ed elegante.
Di più… c’è una strana sensazione di buon vicinato: in una specie di ‘girotondo’ della cinepresa che studia tutti i personaggi di contorno, impariamo a conoscere il sacerdote, il fornaio e la fioraia. Primo è innamorato di lei, ma è molto timido. Così l’unica cosa che riesce a fare per dichiararle quanto meno la sua simpatia, è offrirle un piatto di lasagne perché “chi mangia bene sta vicino a Dio”.

Ma torniamo alla nostra storia…

Pascal, dicevamo, si offre di invitare Louis Prima per questa serata di gala, e sembra farlo dal profondo del cuore. In realtà, è tutta una finta, probabilmente un desiderio di vendetta da parte sua, visto che Secondo ha una storia con sua moglie Gabrielle (bisogna dire che Secondo ha una vita sentimentale piuttosto complicata, diviso com’è fra la sua amante e la sua fidanzata Phyllis che aspetta sempre una dichiarazione che sembra non dover venire mai).
Fingendo di avere organizzato per loro una serata indimenticabile, convince i due poveri fratelli Pileggi a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio. Che naturalmente non arriverà. In ogni caso la serata diventerà davvero indimenticabile per tutti. Preparando una cena degna di un re, Primo ritroverà se stesso, Secondo inizierà a domandarsi che cosa vuole veramente dalla vita, e tutti e due riscopriranno qualcosa che hanno sempre saputo, ma che forse avevano dimenticato: che il cibo, come l’amore, è un mezzo di comunicazione universale, che arriva al cuore senza bisogno di parole.
Questa ‘rivelazione’ diventerà ancora più profonda e sentita il giorno seguente quando, dopo una litigata notturna sulla spiaggia in cui ciascuno dei due cercherà di addossare la colpa del fallimento sulle spalle dell’altro, Secondo preparerà nel più assoluto silenzio (in cui l’unica battuta è “hai fame?”) una omelette spettacolare (così come spettacolare è la lunga scena che ne riprende la preparazione) che poi dividerà con il fratello e il lavapiatti in attesa di decidere come affrontare il futuro.

 

Curiosità

  • Il film è stato girato in 35 giorni soltanto.
  • Stanley Tucci (che è anche co-regista) ha collaborato alla stesura della sceneggiatura perché voleva creare per se stesso un personaggio (Secondo) che gli piacesse e gli desse soddisfazione recitare…
  • La cantante che si esibisce nel ristorante ‘rivale’ è in realtà Christine Tucci, sorella dell’ attore e regista.
  • Nell’edizione italiana i due fratelli sono di origine abruzzese, ma calabrese in quella originale. La decisione di mutarne l’accento fu presa correttamente in sala di doppiaggio per meglio salvaguardare il tentativo proprio del film di allontanarsi dal cliché classico del cinema americano che vede gli italoamericani sempre come dei mafiosi.
  • È interessante notare che nella cucina di Primo non si vedono mai, in nessuna inquadratura, né un piatto di spaghetti, né un piatto di polpette.
  • Stanley Tucci e Tony Shalhoub (Primo) hanno lavorato insieme in diverse occasioni, compresa la serie televisiva Detective Monk, ben nota ai telespettatori italiani. Sono anche ottimi amici, il che spiega il grande affiatamento sul set, quasi percepibile a livello fisico quando si guarda il film.
  • La parte di Phyillis (la fidanzata di Secondo), in origine, doveva essere interpretata da Mary-Louise Parker, e non da Minnie Driver.
  • Il pianista nel ristorante di Pascal suona una tastiera elettronica. Considerando che il film è ambientato negli anni Cinquanta, ne mancavano ancora almeno venti, prima che qualcuno la inventasse.
  • Alcuni brani della colonna sonora sono cantati da Rosemary Clooney, già apparsa in White Christmas con Bing Crosby. No, non è un caso, se il cognome è lo stesso: Rosemary Clooney è la zia del più famoso e fascinoso George.
  • Nella scena finale del film, tutte le bottiglie (sui tavoli e in cucina) hanno l’etichetta con la denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita). Cosa impossibile, visto che l’etichetta DOCG è stata emessa in Italia sono negli anni Novanta.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Big Night
  • Paese di produzione U.S.A.
  • Anno 1996
  • Regia Stanley Tucci, Campbell Scott
  • Cast Tony Shalhoub, Stanley Tucci, Minnie Driver, Campbell Scott, Isabella Rossellini, Mark Anthony, Allison Janney, Liev Schreiber, Ian Hom.
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