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Banana

by Jean

Banana

Ci sono film che anche se non hanno un cast stellare, colpiscono per l’immediatezza e maturità.
Ci sono film che partendo da budget ridotti, evidenziano in modo ironico la società di oggi dal punto di vista (solo apparentemente basso) dei ragazzi. Ci sono film, infine, per i quali più che la storia in sé contano le emozioni, quelle che ogni spettatore al cinema cerca, quelle per cui uno spettacolo val la pena di essere visto malgrado sia proiettato in cinema periferici e lontani.
La verità è che film come Banana in Italia, semplicemente, non se ne fanno. O se ne fanno pochi. Vale a dire lungometraggi in cui i ragazzi sono protagonisti e vengono trattati con la medesima complessità e sfaccettatura degli adulti, non come figli ma come coetanei, non come esseri umani cretini ma come esseri umani diversi — un filo più idealisti e ingenui, ma solo di una sfumatura — non tutti per bene ma all’occorrenza anche bastardi, piccini e meschini senza salvezza come il resto dell’umanità.

Mentre all’estero questo tipo di cinema è abbastanza florido, da noi non ne esiste una vera tradizione, solo sporadiche incursioni che, anche nei casi migliori, non ricevono il credito che meritano. Banana però non è sorprendente solo per la sua natura ma soprattutto per la sua fattura. Scritto con una fluidità, una serietà e un rispetto della materia trattata che impressionano, vanta anche una consapevolezza della vera lingua parlata dai ragazzi (non i termini gergali e di moda ma l’atteggiamento, gli insulti, le insicurezze e le arroganze) che rischiara tutto il racconto di plausibilità.

Come Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, Banana è un supereroe all’italiana, pronto a combattere contro ostacoli insuperabili perché da grandi poteri (nel suo caso di coerenza etica) derivano grandi responsabilità.
È un ragazzino appassionato alla bellezza, alla grandezza e alla profondità di quell’avventura che è il quotidiano vivere e che capisce che, per averle, deve essere disposto a fare fatica e a soffrire, trascinando nel suo mondo anche gli adulti che lo circondano, tutti smarriti, lontani da loro stessi e che non sembrano riuscire più a ricordare quale era l’esistenza allo stato puro, irrigiditasi e sbiaditasi, col tempo, in “recite” e delusioni. È ingenuo, quindi coraggioso. Patetico, quindi tragico. Continuamente sconfitto e umiliato, quindi mai rassegnato. Ed è l’unico che lotta.
Lotta per una sua personalissima idea di felicità, assoluta, confusa, disordinata e nata sconfitta, come sono le idee che hai a dodici, tredici, quindici anni. Eppure limpida, senza compromessi.
La vita non fa che prenderlo a sberle, metaforiche e letterali. Ma lui non molla. E, nel suo piccolo, diventa un esempio.

Banana è un film per ragazzi ma che, come da tradizione nel cinema young adult, parla molto agli adulti.

“E parla molto dell’Italia di oggi. E il tricolore, sbiadito e sfilacciato, che giganteggia sul campo da calcio dei ragazzi non sta certo lì a caso. L’Italia
è un luogo triste, travolto dalla fatica, cattivo, mortifero, mentre Banana è l’opposto: è vitale, puro e vuole fare molto di più di quello che il suo ambiente si aspetta da lui. Il padre è il classico italiano medio che si lamenta sempre delle tasse, che dice ‘i cinesi ci conquisteranno’, che è scoraggiato. Quello che lo stesso Banana definisce ‘un catenacciaro’, ovvero chi rimane in difesa senza attaccare mai. Banana invece è un piccolo Don Chisciotte di periferia che non rinuncia a combattere”.

Intorno a lui si muovono i compagni e un mondo di ‘adulti’ composto dai suoi annoiati genitori che ormai non comunicano più, dalla burbera e terribile professoressa Colonna, con la quale il preside tenta di mantenere un rapporto cordiale, da sua sorella Emma, intellettuale di casa, con due lauree e tanto di Master, aspirante alla carriera di ricercatrice (ma disposta a trovare lavoro come animatrice di un villaggio turistico).
Adulti ormai disillusi, e lontanissimi dal piccolo mondo gentile e quieto delle storie con ragazzi cui siamo abituati.
Il tutto sullo sfondo della periferia romana — ma le inquadrature evitano intelligentemente di lasciar avvertire la collocazione geografica del tutto — che diventa l’ambiente ideale per una commedia che volge lo sguardo verso la stanca Italia d’inizio XXI secolo, meschina, ottusa, volgare e cinica.

Mentre la sceneggiatura — firma dello stesso regista — riesce nella sempre più difficile impresa di non incappare mai in risvolti banali e, a tratti, si prova l’impressione di avvertire l’influenza da parte di un certo vecchio cinema francese per ragazzi… da Zero in condotta (1933) di Jean Vigo a La guerra dei bottoni (1962) di Yves Robert.
Una commedia che, nonostante insegnanti di ginnastica sciancati, scherzi da parte di alunni e grottesche interrogazioni, rimane, comunque, sempre amara nell’inscenare i confronti tra Banana e la violenta e sboccata ‘fauna giovanile’ (e non solo) che lo circonda.
Una commedia dal sapore dolce-amaro. È una allegra riflessione sulla felicità, che silenziosamente muove un’interessante critica sociale. Il film ha inizio e fine con una partita di calcetto tra compagni di scuola e Andrea Jublin si è servito del calcio come metafora della vita e dalla ricerca della felicità. Ma niente lieto fine strappalacrime, nessuna finzione se non il racconto di una storia normale…

Quella di Giovanni, al primo anno di liceo e con tante strane fantasie per la testa — prima fra tutte Jessica, la bella e tenebrosa della sua classe.
Soprannominato Banana per un piede appena un po’ ricurvo che non gli consente di tirare dritto il pallone, e per la sua passione per i colori brasiliani giallo-verdi emblema di un coraggio di cui si sente portatore, comunque non si arrende alla prepotenza dei compagni che lo vogliono relegato nel ruolo di portiere, e, ad ogni partita, invece di rimanere al suo posto tenta la grande azione personale, inevitabilmente fallimentare.

Lui è davvero convinto di essere un grande giocatore e nonostante i compagni lo costringano — fra insulti e minacce — a stare in porta, metodicamente si toglie i guantoni, scarta tutti gli avversari, parte in dribbling e tira, ma i suoi colpi finiscono sempre fuori, nel giardino del vicino, che non sopporta gli schiamazzi dei bambini e squarcia puntualmente il loro pallone. La fine di queste partite è sempre uguale, con Banana picchiato dai compagni — racconta Jublin — Banana è un personaggio con una grande vitalità perché come dice un altro personaggio ‘non vuole sciupare la sua vita’. È pronto ad affrontare qualsiasi ostacolo per raggiungere la felicità”.

La ricerca della felicità, con il cuore oltre l’ostacolo, come dice il nobile motto di un vecchio reggimento di Cavalleria.

E di ostacoli sul suo cammino Banana ne incontra molti: i compagni che non lo vogliono in squadra, le ragazzine — anzi, le Jessichine, sempre impegnate a mandare messaggi con il telefonino — che lo deridono per la sua pinguedine e soprattutto l’indifferenza di Jessica, la ragazza di cui è innamorato. Senza demordere e senza curarsi dell’assurdità del suo progetto, lui cicciotto, bruttino e un po’ sfigato (ma dotato di un ottimismo devastante), aspira a conquistare quella ragazza, più grande, più bella e molto più smaliziata di lui.
Quando capisce che probabilmente verrà bocciata perché insufficiente in tutte le materie, decide di aiutarla contro ogni logica, anche se lui stesso è il primo ad aver bisogno d’aiuto per non essere bocciato (gli incubi che ha in materia sono straordinari). Il piano di Banana è semplice. Aiuterà Jessica a recuperare in italiano, unica materia in cui lui se la cava, perché se conquisterà la sufficienza con la terribile professoressa Colonna, l’insegnante d’italiano, anche gli altri professori non avranno il coraggio di bocciarla. Per realizzare i suoi desideri sa che può contare solo su se stesso ed è disposto anche a fare sacrifici, a lottare e soffrire, perché nulla nella vita è semplice da ottenere. D’altronde la regola del calcio brasiliano, di cui Banana è grande appassionato, è che bisogna attaccare sì con slancio, ma anche con coraggio, determinazione e con il cuore in mano.

E sarà proprio quella determinazione a fare di lui il piccolo, grande eroe che vincerà oltre ogni previsione: Jessica otterrà la tanto sospirata e sudata sufficienza, la professoressa Colonna ritroverà almeno un briciolo di serenità e di fiducia nel futuro, accettando di nuovo la compagnia del preside, il tema di Giovanni prenderà finalmente un bel “dieci” e lui… no, non riuscirà ancora a fare gol, ma la palla, come un messaggio di rinnovata speranza, tornerà oltre il muro finalmente intatta e senza squarci.
Chi non molla e resta se stesso, alla fine, riesce a cambiare un pochino anche gli altri. Un sacco di cose fanno schifo, ma se iniziamo noi a fare meno schifo, magari qualcun altro ci seguirà.
Ebbene sì, c’è una speranza in fondo. Che quel tiro calciato da Banana oltre il muro della superficialità possa avere effetto almeno una volta, almeno su una persona. Quello di ricevere in cambio un pallone integro dai proprietari dell’altra parte del giardino.
A volte i sogni si avverano.

Un paio di considerazioni

  • Bonaiuto come l’Italia: bella ed esausta. Ad interpretare la professoressa Colonna è Anna Bonaiuto in un cast che mescola attori conosciuti come Camilla Filippi, Giselda Volodi e Giorgio Colangeli con tanti ragazzini esordienti, a partire da Marco Todisco, bravissimo a restituire la verità di Banana. “Ho scritto il film pensando ad Anna Bonaiuto, sono andato da lei e le ho proposto il ruolo dicendole: ‘se non lo fai tu non so chi può farlo’. Il personaggio della professoressa Colonna è anche un po’ il simbolo dell’Italia: bella, colta, intelligente, elegantemente vestita però esausta. Senza più la forza di lottare”.
  • Un italiano agli Oscar. Anche il suo corto era ambientato in una classe e non è un caso. “Il tema dei ragazzi mi è molto caro — dice il regista — perché hanno vitalità ed energia che gli adulti non hanno più o se hanno ancora sono dei disadattati”. Un cortometraggio che aveva attratto l’attenzione dell’Academy. Di quell’esperienza Jublin ricorda: “Fu una settimana fantastica e surreale con anche tre feste al giorno in cui c’erano da Paris Hilton a Martin Scorsese, tutto estremamente organizzato anche nei dettagli. Ma l’immagine più forte che mi rimane riguarda proprio la serata della premiazione quando sul tappeto rosso accanto a George Clooney, Danny Day Lewis, che quell’anno vinse per Il petroliere, ebbi una sensazione strana. Anche loro sono semplicemente registi o attori molto bravi a fare quello che fanno. Il mito degli Oscar, che per uno che fa cinema è il massimo, si è come ridimensionato e lì ho visto come dei grandi talenti, dei professionisti, dei lavoratori appassionati ognuno nel suo campo”.

…e una frase che spiega molte cose

  • Ogni donna aspetta l’amore della sua vita, ma intanto si sposa

Scheda tecnica

  • Paese di produzione Italia
  • Anno 2015
  • Regia Andrea Jublin
  • Cast Matteo Todisco, Anna Bonaiuto, Ascanio Balbo, Beatrice Modica, Giorgio Colangeli, Giselda Volodi, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato, Andrea Jublin.
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