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Aya de Yopougon

by Jean

Aya de Yopougon

Quando l’ideatore e il disegnatore di una serie di fumetti realizzano l’adattamento cinematografico della loro opera, il risultato non può che essere un cartone animato quanto meno straordinario. Aya de Yopougon è proprio questo, e in più è un concentrato di freschezza, di gioia di vivere, di precisione e di realismo. Tutto è pieno di vita, dalla piccola casa di famiglia alla pomposa villa del signorotto locale, dal palazzo elegante all’angolo tranquillo in cui i ragazzi si incontrano per amoreggiare. E c’è un’esplosione di colori: dal giallo ocra all’azzurro dei muri, ai cieli bianchissimi, ai tessuti variopinti dei vestiti e delle lunghe tuniche. L’evocazione degli Anni Settanta è perfetta e piacevolissima. Addirittura i due registi sono riusciti a inserire nel racconto e nelle immagini qualche ‘vero’ pub d’epoca in cui si impara, per esempio, che la birra fa veramente bene alla salute.

L’atmosfera è tenera, ma certo non idealizzata: tanto per dire, le ragazze rischiano di continuo di farsi mettere in stato interessante da qualche génito (la versione ivoriana del playboy). Tutti si impicciano di tutto, si azzuffano, bisticciano, si raccontano frottole, si perdono in una serie interminabile di chiacchiere nel francese tipico di quella regione dell’Africa, così spontaneo e colorito, che nella versione sottotitolata senza dubbio si perde un po’.

Il periodo — la fine degli anni Settanta, durante il mandato presidenziale di Houphouët-Boigny’s — la località (Yopougon, un quartiere povero di Abidjan non esattamente alla moda o famoso) e i personaggi (tutti frutto delle esperienze e dei ricordi di Marguerite Abouet) sono descritti alla perfezione. L’autrice sa perfettamente di che cosa sta parlando, e si vede. Di più, attraverso i personaggi che ha creato, riesce perfettamente a spostarsi dal generale al particolare, facendo del quartiere popolare di Yop City una specie di ‘rappresentazione’ del continente africano, per lo meno di com’era più o meno quarant’anni fa. Una rappresentazione un po’ triste, per la verità. Se prendiamo Yopougon come modello in scala della società africana, scopriamo che è composta essenzialmente da “macho”, sciupafemmine e dongiovanni, imbroglioni, arricchiti e scansafatiche per la metà rappresentata dagli uomini e da donne in cerca di marito per l’altra metà.

E se queste considerazioni possono sembrare un po’ drastiche e debbano essere ammorbidite un po’, è pur vero che alcune delle piaghe che da sempre tormentano l’Africa in questo film sono denunciate non solo apertamente, ma anche molto giustamente, e con tutta l’onestà possibile in un racconto a disegni animati.

Siamo in Costa d’Avorio, più precisamente nella città d’Abidjan, o meglio ancora nel quartiere di Yopougon, soprannominato Yop City per renderlo ‘più simile ai film americani’… Aya e le sue amiche si dividono tra casa, studio e divertimento, sostenendosi nelle reciproche marachelle, anche se Aya è la più coscienziosa e meno incline alle frivolezze tipiche della sua età. Studiosa e responsabile, ama molto leggere e non si perde in feste e bagordi tutte le sere come invece piace a Bintou e Adjoua, le sue amiche del cuore.

Figlie di famiglie che vivono nel quartiere popolare della città, in cui tutti lavorano e hanno le ambizioni più disparate, le giovani sono alla ricerca del buon partito con cui costruire una famiglia e una vita felice.

Tranne Aya che alle tre C (casa, compagno, commessa) preferirebbe la facoltà di medicina e una totale indipendenza. La storia però non è concentrata unicamente sulla protagonista, perché in effetti, le protagoniste sono tre : le due ‘cicale’ che passano il loro tempo a frequentare i maquis (i piccoli bar dove la sera si può anche ballare) e a sognare il grande amore, e Aya, la narratrice, testimone saggia e prudente dei pasticci che combinano le altre due. Che di pasticci ne combinano parecchi….

Ben presto i nodi verranno al pettine e i normali problemi delle ragazzine, i malintesi e le illusioni in cui spesso inciampano quando prese dall’infatuazione del mese, le piccole bugie che sfuggono dal loro controllo, i mille tranelli, emergeranno dando vita ad una saga familiare tanto divertente quanto realistica.

Per quanto sia Aya a raccontare la maggior parte degli avvenimenti, due storie parallele si affiancano a quella principale: quella di Bintou (a cui nella versione originale presta la voce Tella Kpomahou), e quella di Adjoua (‘doppiata’ da Tatiana Rojo) che oltre a sognare il marito ricco hanno l’unica ambizione di aprire un salone di bellezza tutto loro. Ma la sfortuna (o forse la beata incoscienza dell’età) è proprio dietro l’angolo, e Adjoua si ritrova ad aspettare un bambino dopo una breve storia con un ragazzo tanto affascinante quanto misterioso… Decide allora di addossare la responsabilità della sua gravidanza a Moussa (interpretato da Jacky Ido), il figlio scapestrato di un ricco magnate della birra, sperando così di sistemarsi e di assicurare un futuro migliore a tutta la sua famiglia.

Nel frattempo Bintou inizia un flirt con un bellissimo ivoriano rientrato da poco in patria, che nei suoi sogni la rapirà per portarla a vivere nel quartieri più elegante e alla moda di Parigi (non ha, infatti, alcuna idea di dove si trovi e come sia Belleville). E fra un problema e l’altro della amiche, Aya riuscirà a laurearsi in medicina?

C’è veramente di tutto in questa commedia dolce e davvero singolare. Matrimoni non corrisposti, tradimenti, bugie e molto altro…

Particolare è anche il fatto che per narrarla si sia preferita una colorata animazione, in cui gli intermezzi pubblicitari che scorrono in TV sono l’unica parte recitata da persone in carne ed ossa; ed è un caso più unico che raro che il film batta bandiera della Costa d’Avorio, luogo in cui questa forma di espressione cinematografica non è molto apprezzata e neppure molto comune.

Il risultato è un cartone animato intelligente, ricchissimo di significati, forse adatto più ai giovani e agli adulti che ai bambini, anche se i colori, la delicatezza della narrazione e l’assenza di elementi che possano turbare, rendono la visione possibile anche ai più piccoli.

Sorprende scoprire che i problemi che credevamo solo nostri in realtà siano senza terra di origine: la protezione della famiglia, l’onore di una donna, il rispetto della compagna e la mortificazione della menzogna sono concetti condivisi che non variano a seconda della latitudine. Gli adolescenti sono a volte un po’ incoscienti, spensierati, imprudenti e pronti a ficcarsi nei guai nello stesso modo in qualsiasi parte del mondo. E la protezione di un padre per una figlia è un istinto naturale senza confine.

Nonostante le varie crisi familiari e le situazioni drammatiche che nascono dalla condizione di ragazza-madre, Aya de Yopougon dipinge un’immagine abbastanza serena di quella che doveva essere la vita dell’epoca; un’epoca in cui la povertà non era necessariamente sinonimo di violenza, e gli abitanti di Yop City riuscivano comunque a godersi la musica, le danze, una bella bevuta, una serata fra amici, e avevano ancora uno spiccato senso dell’umorismo e una incrollabile fiducia nel domani.

Il film si distingue proprio per il modo in cui racconta una favola dagli insegnamenti fondamentali e profondi; per riuscire a far ridere una platea dei propri difetti; e per dipingere la quotidianità con colori sgargianti.

Non stupisce quindi scoprire che la storia sia frutto della collaborazione tra moglie e marito: lei (Marguerite Abouet) ha creato il personaggio di Aya e le strisce della graphic novel, lui (Clément Oubrerie) le ha illustrate. Lei è ivoriana, lui è francese. L’unione di due continenti ha fatto emergere l’universalità di famiglia, adolescenza e sentimenti.

A completare un piccolo film che nel suo genere ha qualcosa di veramente speciale, una colonna sonora d’eccezione che fonde ritmi e generi diversi — rifacendosi comunque ai gusti e alla musica dell’epoca — dal funk, al rock, alla disco music, all’afropop, e afrojazz, inserendo brani famosi di Super Mama Djombo, Ottawan, Prince Nico ‘Mbara e Bembeya Jazz National: forse una delle colonne sonore più originali ed eclettiche fra quelle mai composte per un cartone animato.

Curiosità

  • Come già detto, Aya de Yopougon nasce come fumetto. Realizzato in 6 volumi e tradotto in 15 lingue, è stato in seguito ‘adattato’ per il grande schermo dagli stessi autori.
  • Clement Oubrerie, Joann Sfar e Antoine Delesvaux, produttori esecutivi di Aya, sono gli stessi produttori del cartoon Il gatto del Rabbino. Da notare che Marguerite Abouet ha dato la voce a uno dei personaggi di quest’ultimo film.
  • Yop City è il soprannome di Yopougon, il più grande dei tredici comuni del distretto di Abidjan, capitale economica della Costa d’Avorio, dove l’autrice è nata, e dove si svolge la storia.
  • La città di Yopougon diventa, nel film, a tutti gli effetti un personaggio in più. “La mia città era” racconta Marguerite Abouet, “un posto in cui vivevano Senegalesi, Ivoriani, gente dal Cameroun, o dal Burkina Fasu, e così via. Una vera comunità cosmopolita in cui ciascuno trovava la sua collocazione. Tra gli eroi di questo film c’è prima di tutto questo quartiere che mi fa un po’ pensare a Parigi, in cui si ritrovano e si mescolano popolazioni di tutte le origini e di tutte le classi sociali. Mi sono resa conto quasi subito che non avrei potuto concepire questo film basandolo solo su personaggi di origine ivoriana.”
  • Passare da una serie di fumetti a un vero film a disegni animati non è cosa tanto semplice. Ci sono parecchi stratagemmi, soluzioni e parametri da prendere in considerazione. Uno dei punti principali è la musicalità del cartoon. In Africa, le parole sono pronunciate in un modo molto particolare, così come la gestualità è molto diversa da quella europea. Si è quindi dovuto evitare in tutti i modi il rischio di creare degli stereotipi. “Marguerite” ha raccontato suo marito e co-autore Clement Oubrerie, “non ha soltanto seguito la direzione degli attori, ma ha anche mimato e recitato tutti i personaggi che sono nel film e che in seguito sono serviti come riferimento per gli animatori”. In effetti, il ritmo è essenziale per tutta la narrazione della storia e ha dato al film una musicalità molto particolare e molto vicina a quella del mondo reale. I colori del cartoon si ispirano, naturalmente, a quelli della versione stampata, anche se più tenui, e infine i dialoghi che accompagnano lo scorrere di immagini e disegni sono senz’altro molto più complessi di quelli del fumetto.

Marguerite Abouet

Nata nel quartiere di Youpogon, ad Abidjan in Costa d’Avorio, nel 1971, Marguerite Abouet è una scrittrice ivoriana, conosciuta soprattutto per il romanzo a fumetti Aya de Yopougon, pubblicato a partire dal 2005 in sei volumi.
Attualmente vive a Romainville, un comune a est di Parigi, con il marito illustratore Clément Oubrerie.

Clément Oubrerie

Nato a Parigi nel 1966, Clément Oubrerie è un illustratore francese, autore di più di quaranta libri per bambini. Nel 2005 ha partecipato, con Marguerite Abouet, alla realizzazione del romanzo a fumetti Aya de Yopougon, di cui ha curato i disegni anche per i volumi successivi. Tra le altre opere, ha adattato a fumetti Zazie nel metrò, il romanzo di Raymond Queneau. Nel 2007 ha fondato, con Joann Sfar e Antoine Delesvaux, la Autochenille Production, che ha prodotto il film animato de Il gatto del rabbino.

Scheda tecnica

  • Titolo originale Aya de Yopougon
  • Paese di produzione Francia/Costa d’Avorio
  • Anno 2013
  • Regia Marguerite Abouet, Clément Oubreri
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Aya de Yopougon
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