Un gatto a Parigi

Tra i tetti di Parigi si aggira un gatto dalla doppia vita, Dino. Di giorno è il compagno fedele di una bimba, Zoe, che ha smesso di parlare dopo l’assassinio del padre. È accudita da una governante (dal comportamento sospetto… ) perché la madre, Jeanne, commissario di Polizia, è troppo spesso assente per lavoro, impegnata in particolare in una lotta senza quartiere al mafioso Victor Costa, boss della cosca locale e responsabile della morte del marito.

Dino esce di casa dalla finestra, nel cuore della notte, quando la padroncina dorme, per andare a trovare Nico, una sorta di scalcinato ladro gentiluomo che saltella proprio come un felino sui doccioni di Notre Dame, penetrando negli alloggi altrui in cerca di facile refurtiva e preziosi.

Ladruncolo e gatto sono uniti dallo stesso spirito d’indipendenza e libertà, che li vede insieme nelle quotidiane scorribande sotto la luna. Ma quando albeggia, Dino torna ad infilarsi tra le lenzuola dell’amata Zoe. Finché una notte la bambina segue curiosa il suo gatto nel percorso sui tetti, diventando suo malgrado la scomoda testimone di un losco affare in cui sono coinvolti proprio Victor Costa e la baby sitter. Il malvivente la scopre e riesce a catturarla e Dino e Nico dovranno darsi da fare per strapparla alle sue grinfie e riportarla sana e salva dalla madre Jeanne.

I particolari

Splendido, immaginifico, poetico, ironico, colto, questo primo lungometraggio realizzato da due artisti dell’animazione, Felicioli e Gagnol, inventori di uno stile personale e inconfondibile. Interamente disegnato a mano, con tecniche classiche, racchiude pittura espressionista, Matisse, Modigliani e Picasso, e ispirazioni dai disegnatori Lorenzo Mattori e Jacques de Loustal, ma anche dal cinema noir americano. Tutti elementi che concorrono a inventare un mondo sospeso tra sogni e incubi, tra infanzia ed età adulta. La casa di produzione è la francese Folimage di Bourg-lès-Valence, una delle più interessanti del settore, fondata nel 1981 e diretta da Jacques Rémy Girerd, regista e produttore. Tra le sue caratteristiche, dopo una partenza dedicata alla sperimentazione “passo uno”, la realizzazione di una nutrita serie di corti che privilegiano il 2D, resistendo alle lusinghe della computer grafica. Per arrivare agli straordinari risultati del film, sono state disegnate oltre 700 tavole, consentendo una grande libertà di espressioni dei personaggi, osservabili da diverse angolazioni. In termini tecnici: due anni di scrittura e progettazione e tre di lavorazione, sei disegnatori all’opera e un approccio completamente artigianale. Frutto di elaborazioni successive, Un gatto a Parigi nasce dalla passione per il romanzo giallo e il cinema noir, tradotta in un contesto dove l’inconscio di una psiche adulta riesce a penetrare nell’immaginario infantile, trovando un punto di contatto tra desideri e incubi. L’elemento onirico condivide lo stesso piano della realtà, elaborando un concetto proprio della cultura surrealista: non si comprende se siano le allucinazioni di Jeanne a rendere Costa un mostro o se è lo stesso malvivente ad assimilare il proprio Io a uno spaventoso Golem, visualizzato come un feticcio africano. E la stessa Jeanne ha i lineamenti di Jeanne Hébuterne, dipinta da Modigliani nel 1918 nel Ritratto di ragazza dai capelli rossi. Tra le sequenze da sottolineare, quella al buio in cui Nico libera la piccola Zoe, esplicito riferimento a un pioniere dell’animazione francese, Émile Cohl, e al suo lavoro più conosciuto, Fantasmagorie, disegnato nel 1908 con tratti neri su fogli bianchi, proiettati successivamente in negativo e qui riproposti per rendere la soggettiva di Dino, capace come tutti i gatti di vedere al buio. Il genere fiaba horror caratterizza i momenti in cui Zoe viene inseguita nello zoo, ispirandosi al film The Night of the Hunter di Charles Laughton, e anche nel rocambolesco finale tra i gargoyle di Notre Dame, bizzarra fusione tra il mondo Disney de Gli Aristogatti e La carica dei 101 e il King Kong di Cooper e Schoedsack. Ma il magico tocco che cattura il pubblico adulto, in un contesto in cui il riferimento culturale per i più piccoli cambia di situazione in situazione, assume varie sfumature. Esempio da citare è l’apertura, che cita Murnau e l’espressionismo tedesco, diluendosi a poco a poco nella fluidità di un mondo totalmente fiabesco. Anche Parigi si trasforma in un luogo fantastico in cui si fondono caratteri di altre città europee, prima tra tutte Valencia. Notevoli, l’attenzione e la delicatezza dedicate alla descrizione dei caratteri. Il mutismo di Zoe e il suo rapporto con la mamma sono trattati con grande sensibilità. E così Nico dal gran cuore, al di là del suo sopravvivere di espedienti men che onesti. Tanto che il destino scrive per lui un futuro meno avventuroso ma più appagante. Non mancano le situazioni lievi e divertenti, come è giusto che sia. Al micio Dino, un vero gatto non umanizzato, che non parla ma ronfa e soffia, graffia e si fa accarezzare, fa arrabbiare il cane del vicino e vaga libero tra due padroni, tocca il ruolo di poetico trait d’union tra il suo mondo e quello degli umani, e lo svolge con una nonchalance da perfetto felino della Ville Lumière… Per tutti questi elementi, Un gatto a Parigi si configura come una splendida sfida al tentativo di ghettizzare a un target infantile il pubblico di riferimento dell’animazione contemporanea. Una sfida che lascia il segno, proprio come il suo protagonista.

Curiosità

Un gatto a Parigi può vantare una nomination agli Oscar 2012 come miglior film d’animazione. Felicioli e Gagnol hanno iniziato alla Folimage, alla fine degli anni ‘80, con i cortometraggi. Tra gli altri, dieci per la serie televisiva Le tragédies minuscules, incentrata appunto sulle piccole tragedie del quotidiano, con personaggi immersi in un’iperrealismo di piani sbilenchi e false prospettive, frutto di un attento studio delle avanguardie storiche e di altri autori contemporanei francesi. Così ha detto Alain Gagnol: “Da grande fan del cinema americano ho inserito citazioni che i cinefili sapranno cogliere: una conversazione tra gangster che richiama Scorsese, i teppisti che fanno baldoria per assegnarsi dei soprannomi stravaganti, come in Le iene, e un tributo emozionante a La morte corre sul fiume. ”

Scheda tecnica

Regia: Jean Loup Felicioli, Alain Gagnol
Produzione: Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, 2010
Titolo originale: Une vie de chat
Durata: 70’