Tutto quello che vuoi

Dopo i riusciti Scialla! e Noi 4 Francesco Bruni fa centro anche con questo splendido terzo film, confermando la sua spiccata capacità di raccontare il difficile rapporto tra adolescenti e adulti.

Ci teneva molto, anche perché la storia del film è in buona parte autobiografica: nasce infatti da un vissuto familiare questa nuova prova di regia, che si colloca al vertice della filmografia di Francesco Bruni, da sempre regista e sceneggiatore di qualità.

Suo padre è da qualche anno affetto dal morbo di Alzheimer e ha progressivamente sviluppato una regressione verso il passato che ha fatto divenire ‘reali’ persone e accadimenti che avevano avuto luogo decenni prima. Uno di questi risaliva all’epoca del cosiddetto ‘passaggio del fronte’ in Toscana nel corso della salita degli americani verso il Nord durante la seconda guerra mondiale.

Da questo episodio è nata in Bruni l’idea del film nel quale si percepisce ad ogni battuta la sua straordinaria capacità di scrittura attenta, in ogni situazione, ad evitare le secche della retorica e la melassa del sentimentalismo. Bruni ci porta a passeggiare insieme a questo anziano signore a cui la malattia non ha fatto perdere la signorilità del gesto e la sensibilità del poeta.

Lo fa grazie a uno straordinario Giuliano Montaldo che dà corpo, con l’adesione umana che ha sempre avuto come regista, a un Giorgio che è costantemente ‘vero’ a differenza degli anziani sopra le righe che il cinema made in Usa ci ha propinato negli ultimi anni incrinando (con la loro complicità) la fama di attori come, tanto per non fare nomi, Robert De Niro.

Cosa hanno in comune Alessandro, un ventenne coatto e disadattato che passa le giornate tra la play-station e il cazzeggio al bar, e Giorgio Ghelarducci, un anziano poeta, elegante e gentile, affetto da Alzheimer? Cosa avranno mai da dirsi due generazioni tanto diverse e lontane?

Apparentemente nulla. Anzi, non si sarebbero mai incontrati se Alessandro non fosse stato costretto ad aiutare Giorgio accompagnandolo nelle sue passeggiate pomeridiane. Eppure a volte ciò che sembra inconciliabile nasconde sorprese e potenzialità inespresse. E quello che poteva essere uno scontro tra generazioni si rivela un incontro, un percorso di crescita e di maturazione.

Alessandro, giovane trasteverino sconclusionato, passa le sue giornate al bar con gli amici, tra imprecazioni, pochi interessi e molto tempo perso. Giorgio, invece, è un poeta che a causa della malattia vive in una sorta di confuso presente: i ricordi remoti affiorano più nitidi e improvvisi della realtà, con il buffo susseguirsi di difficoltà mnemoniche e un’eleganza d’altri tempi. È un letterato, un intellettuale, nato a Pisa 85 anni fa, grande amico di Sandro Pertini (di cui porta sempre con sé una sua foto), che ha combattuto a fianco degli Alleati nell’ultima guerra mondiale.

Un bel contrasto con Alessandro che, invece, è un ragazzo di 22 anni, rozzo e ignorante — l’unica cosa che legge è il Corriere dello Sport — che ha smesso di studiare e non ha ancora deciso cosa fare della sua vita e, nel frattempo, spaccia nel quartiere.

Un impianto presentato come classico — l’incontro tra diverse generazioni — che sembra riproporre un tema affrontato non di rado dalla cinematografia recente, prende inaspettatamente una direzione nuova quando il ragazzo sarà costretto ad accettare, non senza storcere il naso, un lavoro come accompagnatore dell’anziano, affetto da Alzheimer. Giorgio farà breccia nel cuore del giovane, sostituendo il nichilismo gretto della mancanza di prospettive con lunghe conversazioni e sigarette proibite, in un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca di un misterioso tesoro.

Dopo l’iniziale diffidenza, pian piano Alessandro si avvicinerà a Giorgio, scoprendo la bellezza della poesia e vicende storiche che prima ignorava.

Perché, alla fine, il giovane protagonista è un ragazzo come tanti, come quelli che abitano nelle nostre case o nella casa accanto, come non li vorremmo ma come diventano, nel vuoto di stimoli culturali che non sappiamo contrastare. Un ragazzo fondamentalmente buono, anche se nemmeno lui lo sa, alla ricerca di una “guida” che lo accompagni nel suo percorso di crescita e maturazione (fra l’altro, ha perso la mamma quando era ancora piccolo e ha un rapporto tutt’altro che semplice col padre e la sua nuova compagna).

E l’anziano Giorgio è un “nonno” come i nostri, come li ricordiamo, come li rimpiangiamo, con un po’ di agiografia, talvolta, e con immenso affetto.

La malinconia persino divertente della confusione senile che incontra la furia di un’adolescenza renitente alla maturità.

L’incontro è raccontato con grande delicatezza, la figura del vecchio che ha attraversato la storia con dolore e leggerezza e inizia piano a svanire è recitata in un modo superbo.

Tra le passeggiate al parco, i vuoti di memoria e i confusi ricordi che affiorano nella mente di Giorgio nascerà tra i due un reciproco sentimento di affetto. La complicità nella condivisione di spassosi momenti ludici e la scoperta di misteriosi segreti bellici faranno virare la storia verso un road movie in cui Giorgio, Alessandro e i suoi scapestrati amici andranno alla ricerca, inconsapevolmente, di se stessi e della propria strada.

Metaforicamente il testimone della memoria che Giorgio sta progressivamente perdendo viene passato ad Alessandro, che potrà così affrontare il futuro con una nuova coscienza rivitalizzata dagli insegnamenti dell’amico poeta. Un passaggio generazionale tra nonni e nipoti significativo, oggi quanto mai necessario.

Le belle commedie hanno la peculiarità di essere leggere e al tempo stesso profonde. Strappano sorrisi e risate, ma con garbo e senza volgarità. Commuovono con delicatezza, con la naturalezza della vita vissuta.

Tutto quello che vuoi è tutto questo. Un piccolo grande film che racconta una storia semplice, di quelle che accarezzano il cuore.

Qualche piccola considerazione…

Non ci vuole molto, seguendo le vicende del film, a capire che Francesco Bruni ironizza tristemente sulla cultura nel nostro paese. La poesia sta morendo e le nuove generazioni vivono di videogame dai quali non imparano niente. La casa del poeta è un museo nel quale gli amici di Alessandro cercano il televisore e un presunto ricco tesoro, invece che i versi scritti nelle pagine e sui muri. Un elemento interessante ed originale del film è che la figura dell’educatore sia affidata ad un anziano che nemmeno è cosciente di esercitare tale ruolo. Altrettanto notevole è l’assunto che la perdita della memoria abbia creato in Giorgio “nuova” memoria che affascina il ragazzo e gli consentirà di conoscere meglio il proprio interlocutore.

Allora la cultura è morta secondo il regista? Forse no, visto che poi ci viene regalata anche qualche speranza. Persino una alla settima arte, quando si vedono gli amici di Zoe che imbiancano una vecchia sala cinematografica in Trastevere.

… e una curiosità

Fa da scenario alla storia l’appartamento in un villino vicino a Villa Sciarra, a Roma, collegato dalla scala del Tamburino con Trastevere, che ben rispecchia la differenza tra la tipologia residenziale “signorile” di Monteverde e quella popolare trasteverina.

Scheda tecnica

Regia: Francesco Bruni
Cast: Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni
Produzione: Italia, 2017
Durata: 106’