The Mirror Never Lies

La dodicenne Pakis vive nell’arcipelago indonesiano di Wakatobi, in un piccolo villaggio abitato per lo più da gente di etnia Bajo.

Dopo la sparizione del padre in mare, la ragazzina non si è rassegnata, aggrappandosi alla speranza di vederlo tornare. Non smette di credere in un’antica leggenda del suo popolo, secondo cui esiste uno specchio capace di mostrare il ritorno di coloro che sono scomparsi tra le onde. Questo la porta in contrasto con la madre Tayung, che la spinge ad affrontare la realtà. Amica e confidente del giovane vicino di casa, Lumo, Pakis attira l’attenzione di Tudo, un ricercatore di Jakarta che, a poco a poco, cambia la sua vita e quella della madre…

I particolari

Capita spesso che la prima parola a essere associata all’arte cinematografica sia “immaginazione”, accompagnata da “finzione”, nella sua accezione di creazione fantastica. È qui che entra in campo il gioco di parole col termine inglese “to lie”. In questo lungometraggio d’esordio di Kamila Andini, tratteggiato con la delicatezza che si addice a una favola ecologista, lo specchio non può mentire (Biancaneve docet… ). E come in ogni favola che si rispetti, l’elemento magico s’insinua nella trama per arricchirla e colorare di nuove sfumature anche luoghi già immaginati. Un lirismo misto alla semplicità attraversa il racconto, che racchiude in sé speranza e dolore, sullo sfondo di paesaggi di una bellezza straordinaria.

Uno specchio e una ragazzina, due essenze totalmente diverse ma in qualche modo legate l’una all’altra: un essere vivente che prova paure ed emozioni e si nutre della speranza nel ritorno dell’amatissimo padre, e un oggetto inanimato, persino banale, che delle persone riflette le caratteristiche esteriori, ma non le emozioni che provano, la loro anima… Ma tanta è la forza che comunica attraverso l’antica leggenda che racchiude, da isolare l’incompresa Pakis dai suoi coetanei, persa nel suo mondo di illusioni.

Un altro protagonista della vicenda è il mare, che può essere generoso o crudele, aiutarti o strapparti l’anima, come ha fatto con lei. Pakis trascorre la maggior parte del tempo accanto a quella possente entità naturale, il grande specchio del mondo, eppure l’ha tradita, decidendo di lasciarla con un pezzo di cuore in meno a guardare le sue onde possenti infrangersi sulla riva.

Ecco, se volessimo racchiudere la storia del film in poche parole, diremmo che è come il libro della vita di una ragazzina fermo sempre sulla stessa pagina, in cui è scritto: ”Voglio rivedere mio padre. ”

Neppure Tayung, la mamma, con la sua affettuosa presenza, riesce a farle accettare che il padre non può tornare e che sarebbe ora di buttare via lo specchio, perché ormai non ha più senso.

L’unico a cui si possa aggrappare è Lumo, un amico che per lei prova qualcosa di più forte ed è pronto a difenderla in ogni circostanza, restandole accanto e confortandola come può.

Un brutto giorno, anche il padre di Lumo scompare in mare per sempre, ed è allora che il ragazzo comprende come l’ostinazione dell’amica sia solo un modo per non affrontare la realtà.

Un inatteso cambiamento arriva con Tudo, uno studioso di delfini di Jakarta che affitta la camera del padre di Pakis e che in modo diverso, e con diverse prospettive, sconvolgerà la sua vita e quella di Tayung. All’inizio è una presenza molesta, per la ragazzina, soprattutto quando capisce che la madre ne è affascinata, ma col tempo impara ad accettarlo, perché le fa capire come sia meglio sorridere che restare a piangere sul passato. Ma sarà solo quando l’amico Lumo le porterà un pezzo di legno con il suo nome inciso, e lei lo riconoscerà come un frammento della barca del padre, che Pakis finalmente comprenderà di averlo perso per sempre. Lasciando scivolare in mare lo specchio, si lascerà anche alle spalle il passato, aprendosi al mondo e a una nuova vita, accettando così di diventare grande.

In questa sua opera prima, Kamila Andini mette in scena uno dei temi ricorrenti nella letteratura e nel cinema: l’abbandono del padre (in questo caso involontario) e il tentativo della figlia ancora piccola di elaborare il lutto della perdita.

Per renderlo al meglio, la regista indonesiana cerca una nuova luce, e ci riesce, grazie a una messa in quadro che pone al centro la bambina e la natura, non mero sfondo paesaggistico ma co-protagonista, determinante nel rapporto con Pakis, nel far entrare lo spettatore nel modus vivendi della popolazione Bajo fino ad assurgere alla terza funzione di veicolo del messaggio ecologista (esemplificativa, la scena dei bambini che raccolgono le bottiglie dalla spiaggia).

Memore degli insegnamenti di suo padre — il regista Garin Nugroho impegnato socio politicamente — Kamila Andini rende i bambini il motore di The Mirror Never Lies, in coesistenza con la vita pulsante dell’Oceano.

Quasi in simbiosi con Pakis, in un tenero corteggiamento, l’amico Lumo, che presto condividerà il destino ricorrente con cui la loro gente cerca da sempre di convivere.

I Bajonesi hanno fatto del mare la loro casa, vivono in capanne costruite su palafitte sull’acqua potendo contare solo sulla pesca. Quando Tayung perde il marito (Atiqah Hasiholan) l’unica risorsa di sostentamento, oltre alla raccolta di vongole e alghe marine per la vendita, è la trasformazione della sua camera ad uso pensionistico. Ed è così che arriva “lo straniero”. Tudo (Reza Rahadian), biologo marino di Jakarta, approdato sull’isola per studiare i delfini, finisce per attrarre in modo diverso la bambina e sua madre, ma allo stesso tempo diventa l’elemento “altro” che mina l’equilibrio familiare.

Col dipanarsi della narrazione si intrecciano due filoni: quello naturalistico-ecologico con quello dei rapporti padre/madre e figlio, uomo e donna. Con la forza della semplicità, il film sottolinea il contrasto tra l’innocenza infantile, visibile anche nell’esternazione dei sentimenti, e la rappresentazione del desiderio che Tayung sente crescere verso l’uomo che sta prendendo il posto del marito non solo in casa ma anche nel suo cuore.

Risulta di difficile comprensione il gesto della donna di coprirsi il volto con una crema bianca, quasi a voler nascondere la sua femminilità con una maschera. Un ruolo ben decifrabile assume invece lo specchio, regalato a Pakis dal padre e a cui la ragazzina si aggrappa, sperando di veder comparire il suo volto grazie a un rituale magico. Di riflesso, viaggia nell’acqua cristallina (straordinaria la fotografia subacquea nella barriera corallina, degna di National Geographic) tra sogni e realtà, facendo pace col suo antico nemico e scoprendo che “tutto ciò che riguarda il mare è il suo futuro”.

Curiosità

Wakatobi è il nome di un arcipelago indonesiano situato nell’area di Sulawesi Tenggara. Wakatobi è un acronimo delle quattro isole principali che lo formano: Wangi-wangi Island, Kaledupa, Tomia e Binongko.

L’intera regione è un parco marino protetto. Le isole sono anche famose come la più grande barriera corallina in Indonesia, seconda solo alla Grande Barriera Corallina in Australia. Le comunità locali hanno aderito al piano di conservazione, vietando la pesca illegale e altre attività dannose per l’ambiente.

Kamila Andini, figlia del regista indonesiano di fama internazionale Garin Nugroho, inizia dirigendo documentari per gruppi ambientalisti, e in seguito lavora in ambito televisivo e realizza video musicali.

Presentata con grande successo in Europa al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2012 nella sezione Generation KPlus e vincitrice del Premio Giovani Talenti al Mumbai Film Festival 2011, l’opera prima di Kamila Andini ha ottenuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo, dal Tokio International Film Festival nel 2011, al Taipei Film Festival e all’Hong Kong International Film Festival nel 2012.

Scheda tecnica

Regia: Kamila Andini
Cast: Atiqah Hasiholan, Reza Rahadian, Gita Novalista, Eko, Zainal
Produzione: Indonesia, 2011
Titolo Originale: Laut Bercermin
Durata: 100’