Il mio amico Nanuk

Ci sono amore e dedizione dietro Il mio amico Nanuk, c’è il mal d’Artico di Brando Quilici, figlio dell’altrettanto famoso Folco, la sceneggiatura scritta con Hugh Hudson, i dettagliati storyboard da sottoporre alla produzione, l’estenuante ricerca di finanziamenti e i viaggi in Cina per conoscere il cucciolo d’orso da affiancare al protagonista umano. Ci sono i ricordi di una vita a girare documentari e il desiderio di varcare i confini del reportage attraverso il coinvolgimento di una mano esperta in sequenze di azione.

Ci sono le meravigliose sequenza artiche girate da Quilici, che lasciano lo spettatore a bocca aperta per la loro assoluta bellezza (roba da National Geographic, per capirci). In un parola, c’è il sogno di un uomo-bambino diventato realtà.

Ma Luke e Nanuk, uniti nel pericoloso viaggio verso Cape Resolute e mamma orsa, parlano anche al cuore degli adolescenti, perché nella nostra storia c’è un’altra piccola storia: il romanzo di formazione di un ragazzo che sposa il rischio e diventa uomo.

E non solo, perché questa storia è anche altro: una parabola su come i giovani maschi, soprattutto se privi di una figura paterna, devono avventurarsi nel mondo uscendo da sotto l’ala protettiva delle madri, e di come le madri devono imparare a fidarsi dello spirito di avventura dei propri figli. Questo messaggio non va a scapito dell’importanza dell’educazione materna: infatti Luke cerca di riportare Nanuk alla sua mamma perché sa che sarà lei, per i primi due anni e mezzo, ad insegnarli tutto quello che gli servirà per sopravvivere.

«Questa è la storia di una grande amicizia», esordisce la voce fuori campo di Luke, ed è vero.

Perché Il mio amico Nanuk è innanzitutto il tenero resoconto minuto per minuto della straordinario rapporto di affetto e complicità che si crea fra il ragazzo e l’orsetto (ma anche fra l’interprete umano e quello animale). Vediamo Luke e Nanuk giocare, rotolarsi insieme, scambiarsi il cibo, e più volte è l’orsetto a venire in soccorso del ragazzo, non viceversa.

Ma raccontiamo la storia dall’inizio…

Una storia che inizia a Devon, nei territori nord occidentali del Canada.

Madison Mercier, una ricercatrice esperta di natura, sta partendo per un viaggio di ricerca sulle tracce di un branco di beluga (il balenottero bianco) che ogni anno si spostano in una zona ben precisa. Durante la sua assenza, i suoi due figli, Abbie e Luke, resteranno con la zia che viene appositamente dalla città per prendersi cura di loro.

Da quando ha perso il marito in un tragico incidente due anni addietro, Madison è diventata particolarmente protettiva nei confronti dell’avventuroso figlio maschio. Quella sera, a casa di Luke, una femmina di orso polare attacca il loro garage. I ranger locali la sedano e notano che l’animale è già stato allontanato dalla città in precedenza. La prassi prevede che venga trasportata fuori città in elicottero la mattina seguente e che nel caso in cui dovesse avvicinarsi di nuovo alla città, dovranno prendere provvedimenti. Quando i Ranger se ne vanno, Luke scopre il motivo del tentativo di intrusione dell’orsa: il suo cucciolo è rimasto intrappolato nel garage. Luke lo porta dentro casa e tenta di nasconderlo in camera da letto. Il vivace cucciolo è rumoroso e pieno di energie e i due vanno immediatamente d’accordo ma la zia di Luke non vede di buon occhio l’amicizia tra i due e insiste affinché Luke “se ne liberi”.

Luke però, che ha perso da poco il padre, solidarizza immediatamente con il cucciolo d’orso ed è determinato a non consegnare il piccolo orfano alle autorità locale perché sa che finirebbe allo zoo. Decide quindi che la sua missione sarà quella di riportarlo alla mamma.

Lo porta quindi da Muktuk (Goran Visnjic), una guida locale e migliore amico del suo defunto padre. Il giorno del tragico incidente sul ghiaccio che gli è costato la vita, il papà di Luke era proprio con Muktuk e da quel giorno la famiglia di Luke lo ritiene responsabile dell’accaduto e per questo ha interrotto ogni rapporto con lui. Luke invece ricorda quello che suo padre gli diceva sempre: «se sei nei guai o hai un problema rivolgiti a Muktuk». Ed è proprio ricordando le parole del padre che il “nostro” chiede a Muktuk di aiutarlo a portare a termine il suo piano: insieme dovranno attraversare la calotta artica e sfidare i pericolosi elementi naturali per arrivare con il cucciolo a Cape Resolute, nell’estremo nord del Paese, dove i Ranger hanno trasportato la sua mamma.

La storia di Luke e Nanuk è raccontata in modo semplice, a portata di bambino, anche se le situazioni di pericolo in cui il ragazzo si ritrova (spesso per propria imprudenza) sono piuttosto ansiogene. Ma il viaggio iniziatico dei due amici in mezzo ai ghiacci ha un bel respiro narrativo, ci fa conoscere un mondo meraviglioso popolato da una nutrita fauna polare e una popolazione, quella eschimese, saggia e gentile.

E l’ avventura dei due piccoli protagonisti viene narrata da Spottiswoode e Quilici con il rispetto di chi studia da vicino il comportamento di una specie e l’accortezza di chi, nell’invenzione, immortala un momento di autentica intimità.

Ripresi da vicino in un agitarsi di mani e zampe, o da lontano, come puntini colorati in un gigantesco universo bianco, bambino e orso sono la quintessenza della tenerezza, dell’affetto senza filtri, del senso di protezione. I registi hanno avuto la buona idea di riprenderli al naturale, senza effetti digitali e sfruttando, come si faceva ai vecchi tempi, i momenti più vivaci e creativi.

È tutto vero, insomma, in questa favola ecologista che mostra amore e rispetto per la natura e incoraggia gli uomini, grandi e piccoli, a non avere paura, e a non arrendersi mai. A cominciare dalla piaga del riscaldamento globale che sta mettendo a repentaglio la vita di molte specie dei climi freddi.

Il riscaldamento globale, ormai lo sappiamo tutti, sta causando gravi ripercussioni su ogni tipo di ecosistema terrestre, compreso quello artico, all’interno del quale si muovono gli orsi polari. Cercando disperatamente cibo, questi orsi si spingono fino ai villaggi dell’Artico, avvicinandosi pericolosamente agli umani che, ovviamente, devono tenere costantemente sotto controllo la cosa, riportando, quando possibile, gli animali indietro nel loro habitat. Altre volte, purtroppo, la soluzione è più drastica.

Il mondo moderno sta ormai prendendo il sopravvento sulle regioni polari: è un dato di fatto. Possiamo fare qualcosa a riguardo? Quilici accenna alla questione, ma non fa la morale, non mette in bocca a un personaggio arringhe e polemiche, esorta solo lo spettatore a pensarci, coinvolgendolo con i panorami mozzafiato e la dolcezza dell’amicizia di due cuccioli appartenenti a due razze diverse. La sua preoccupazione la cogliamo nel peregrinare degli orsi adulti o nello scioglimento dei ghiacci che hanno portato al sacrificio della vita del padre di Luke, tanto tempo prima.

Curiosità

Alle riprese artiche ha partecipato anche Doug Allan, tre Emmy Awards per la serie Il pianeta vivente e Life in the freezer della BBC.

Il progetto è stato presentato al produttore americano Jake Eberts, Premio Oscar per film quali Gandhi, Balla coi lupi e Momenti di Gloria. Con lui, vengono trovati i finanziatori internazionali e uno sceneggiatore come Hugh Hudson (regista Premio Oscar per Momenti di Gloria). Nel settembre 2012 Jake Eberts, malato da tempo, viene a mancare poco prima dell’inizio della produzione e il film viene dedicato alla sua memoria. Dopo la scomparsa dell’amico e collega, Hugh Hudson preferisce tirarsi indietro dal progetto.

Il film del 2014 nasce da un’idea di Brando Quilici, documentarista che per anni ha lavorato per il National Geographic e per Discovery Channel. Quilici, dopo aver pubblicato per Sperling & Kupfer un romanzo omonimo, ha contribuito alla regia.

La regia del film inizialmente era stata affidata a Hugh Hudson, che per motivi personali rinunciò all’incarico per essere sostituito da Roger Spottiswoode. Ma nella realizzazione della pellicola è stato importante anche il cameraman specializzato nelle riprese nelle zone polari, Doug Allan.

Il film è girato interamente tra il Canada e le isole Svalbard cogliendo gli orsi nel loro habitat naturale.

Per la realizzazione del film si è cominciato a lavorare un anno e mezzo prima con i sopralluoghi, mentre le riprese sono dovute necessariamente durare 32 giorni perché c’era il rischio che l’orsetto crescesse troppo.

Il cucciolo di orso star del film si chiama Pezoo ed è nato nel Polar Ocean World di Pechino.

Scheda tecnica

Regia: Roger Spottiswoode, Brando Quilici
Cast: Dakota Goyo, Goran Visnjic, Bridget Moynahan, Kendra Leigh Timmins, Russell Yuen, Matt Connors, Duane Murray, Racine Bebamikawe, Jacqueline Loewen
Produzione: Italia, Canada, U.S.A. , 2014
Durata: 90’