La principessa e l’aquila

Tra le famiglie nomadi che d’estate tornano sui monti Altai per trascorrervi i mesi caldi, c’è anche quella di Aisholpan, una ragazzina kazaka discendente da un’antica stirpe di addestratori di aquile. Il suo grande sogno è percorrere la strada degli antenati e concorrere nella competizione annuale denominata Golden Eagle Festival. Sotto la guida del padre, riuscirà a imparare l’antica arte riservata per tradizione agli uomini, a catturare e addestrare un aquilotto tutto suo, e a partecipare infine all’evento tanto atteso, che mette ogni anno in gara i più grandi addestratori della Mongolia.

I particolari

Una piccola protagonista per un grande esempio di coraggio, energia e ambizione. Aisholpan, a soli tredici anni, ha le idee molto chiare sul suo destino. Crede fermamente di avere “nel sangue” il diritto di seguire la tradizione millenaria che il suo popolo tramanda di padre in figlio e intende diventare la prima addestratrice di aquile da caccia. A differenza delle amiche non ha mai avuto paura dei rapaci, né di arrampicarsi su una cima altissima per raggiungerne i nidi. Infatti, pur ostacolata dai saggi del suo popolo, che temono di concederle un pericoloso precedente (è una donna e le donne sono più deboli, è meglio che stia a casa a preparare il the, e comunque il matrimonio le toglierà tutti grilli dalla testa…) la ragazzina riesce con silenziosa dignità a dimostrare di essere non solo all’altezza, ma persino superiore a cacciatori maschi più esperti di lei. Grazie agli insegnamenti del padre, supera la pericolosa prova di iniziazione, nel gelo delle montagne: la cattura dell’aquilotto appena svezzato che diverrà il suo compagno di vita. Dovrà crescerlo, educarlo, farlo volare e portarlo a caccia fino a quando sarà il momento di restituirlo alla sua libertà. E mentre il documentario segue le vicende di Aisholpan, dipinge gli usi e i costumi di un affascinante popolo rurale in un ambiente straordinario ma ostile, luoghi lontanissimi da una civiltà “cittadina”, dove tutto è difficile e per andare a scuola si resta lontani da casa e dalla famiglia per cinque giorni su sette. Una condizione di isolamento che per la ragazza si accentuerà nel periodo di training con la sua aquila, in compagnia del padre, su e giù dal cavallo e dai monti Altai, nell’estremo nord della Paese meno popolato del mondo. Eppure, la vivrà con naturalezza e consapevolezza, senza nulla togliere a una femminilità che sta sbocciando e l’obbiettivo del regista cattura proprio sulla soglia del passaggio dalla purezza e trasparenza emotiva dell’infanzia alla matura determinazione dell’età adulta. Costruita intorno al Golden Eagle Festival, l’opera di Otto Bell (all’esordio nei lungometraggi) non è improntata alla rincorsa del momento topico in tempo reale, anche se la fortuna gliene offre un paio di grande portata, ma è il frutto di un lavoro di osservazione, immersione e costruzione. La linearità del racconto è una scelta felice, perché la semplicità viene compensata dalla forza delle scene d’azione e dall’accecante bellezza del contesto naturale, quasi di un altro pianeta. Un tocco in più e sarebbe sembrato artefatto, uno in meno e il risultato sarebbe stato povero. In prima lettura trasmette un messaggio molto evidente: ognuno può inseguire i propri sogni e diventare ciò che vuole, se agisce con passione e buona volontà, ma più in profondità sottintende che una donna può fare qualsiasi cosa faccia un uomo. L’impresa della ragazzina simpatica e intelligente, oltre che bella, decisa ad andare oltre le convenzioni perché ci crede davvero, sembra una fiaba inventata per incoraggiare le bambine a diventare ciò che desiderano. Invece, il suo sogno realizzato, immortalato in modo poetico e toccante, è l’esempio concreto degli eccezionali effetti della volontà. Tutti i personaggi contribuiscono a creare quadri esteticamente perfetti, con le carnagioni arrossate dal freddo e gli abiti di pelliccia. E la scelta di questa caccia particolare rende la verità del loro rispetto per la natura: per assicurarsi la sopravvivenza non serve andare oltre le effettive necessità. Quanto all’alato e orgoglioso cacciatore, in fondo riceve in dono una possibilità, perché le aquile operano inflessibili selezioni nei nidi, eliminando i pulcini più fragili. Otto Bell, inglese d’origine ma newyorkese d’adozione, venuto a conoscenza di questa bambina prodigio da un servizio fotografico della BBC, si è precipitato in Mongolia a riprenderne la storia, seguendola fino al momento catartico del trionfo nella gara. Partendo fortunatamente dall’inizio, non ha avuto bisogno di ricorrere a ricostruzioni del pregresso con filmati di repertorio. La forma scelta è quella di una contaminazione straordinariamente ben confezionata tra documentario e fiction, con la voce fuori campo affidata a una narrazione in terza persona. Predomina l’io narrativo dei diversi personaggi, che presume un lavoro di drammaturgia e di sceneggiatura. E la narrazione passa anche attraverso i volti e le espressioni, come quelle scontente dei saggi del villaggio, umiliati dalla vittoria di Aisholpan. Tra gli altri, spicca il momento della cattura dell’aquilotto, che riflette tutte le esitazioni e i rischi di quella situazione. Le inquadrature professionali di padre e figlia in arrampicata sulla montagna si alternano a quelle tremolanti, riprese dalla ragazzina con una piccola telecamera, come in una sua soggettiva. Comprotagonisti sono gli sterminati paesaggi naturali della Mongolia, spesso in campi lunghissimi, con gli esseri umani minuscoli come puntini. Per andare incontro alla sensibilità del pubblico occidentale, le uccisioni degli animali, come i conigli e le volpi, secondo pratiche assolutamente normali nella civiltà contadina, non vengono mostrate.

Curiosità

Così ha dichiarato Otto Bell, autore di 1515 documentari girati in tutto il mondo: “Non puoi scegliere quando la tua più grande avventura avrà inizio, programmare una data o un itinerario. Le immagini di quella ragazza angelica abbracciata a un’aquila reale e le imponenti montagne a fare da sfondo mi hanno folgorato. Dopo pochi giorni ero già in viaggio per incontrare Aisholpan e la sua famiglia. Mi sono ritrovato seduto per terra nella yurta (in mongolo Ger), l’abitazione mobile in cui vivono, a bere tè con latte. Lo stesso pomeriggio, il 4 luglio 2014, ero con padre e figlia a prelevare l’aquilotto dal nido. Le sequenze girate quel primo giorno sono stati il modello su cui abbiamo lavorato nei successivi sei momenti di riprese durante l’anno, tra cui il Festival delle Aquile nell’ottobre del 2014 e la Caccia Invernale nel febbraio 2015. Di conseguenza non è stato necessario nessun artificio durante il montaggio finale, tutto era già adeguato al flusso narrativo del film. ”Lo staff, composto da due a cinque persone, tra direttore della fotografia, assistente operatore, tecnico del suono e produttore, doveva trasportare ogni giorno un carico di 700 kg di macchinari ed equipaggiamento, spostandosi con un biturbo a elica per raggiungere la zona più remota della catena montuosa. La maggior parte del girato è in 4K, mentre le immagini del paesaggio sono state catturate con un drone S1000 e un elevatore, trasportato in un borsone per lo snowboard. È stato anche costruito un Eagle Mount personalizzato, partendo da un’imbracatura per cani, per le panoramiche e le riprese dall’alto. Dietro ogni scena ci sono state braccia rotte, incidenti d’auto e molta confusione, a una temperatura intorno ai 50 gradi sotto zero. La Mongolia si estende su una superficie più grande di Francia, Germania e Spagna messe insieme, ma è abitata da meno di 3 milioni di persone. I Kazaki sono una tribù nomade musulmana e cacciano con l’aiuto delle aquile reali da duemila anni. I cacciatori selezionano i pulcini con occhi e artigli più forti, solo le femmine, più grandi e aggressive di natura, e per creare un forte legame le sfamano direttamente dalle loro mani. Nel giro di alcune settimane l’animale è in grado di riconoscere il richiamo del suo addestratore. Le aquile reali possono raggiungere una lunghezza tra i 75 e gli 88 cm, per un peso medio di 6/7 kg e un’apertura alare di circa 2 metri e mezzo, e si lanciano sulle prede (volpi e cuccioli di renne e lupi) a 100 miglia all’ora. Possono vivere fino a 30 anni, ma è tradizione che i cacciatori le lascino libere quando raggiungono l’età riproduttiva. È usanza lasciare la carcassa di una pecora su una collina come offerta di commiato. Oggi al mondo ci sono solo 250 cacciatori con le aquile. La maggior parte risiede nella regione mongola di Bayan Ulgii, da cui si spostano tre o quattro volte all’anno per seguire i pascoli. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016. Successivamente in molti altri festival cinematografici internazionali, tra cui quello di Toronto e di Londra. L’edizione italiana del film, con la voce narrante di Lodovica Comello, cantante, attrice e doppiatrice, è stata presentata in anteprima a Biografilm Festival — International Celebration of Lives 2017. Composta da Jeff Peters, la colonna sonora del documentario vede il contributo della cantante australiana Sia con il brano Angel by the Wings. I Wonder Pictures distribuisce in Italia il meglio del cinema biografico e documentario. Nella sua line-up film vincitori dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui i premi Oscar Sugar Man e Citizenfour, il gran premio della giuria a Venezia The Look of Silence e il pluripremiato Dio esiste e vive a Bruxelles, campione d’incassi per il cinema d’essai.

Scheda tecnica

Regia: Otto Bell
Cast: Aisholpan Nulgaiv, Rys Nulgaiv, Daisy Ridle
Produzione: UK, Mongolia, USA, 2016
Titolo originale: The Eagle Huntress
Durata: 87’