Iqbal — bambini senza paura

Ci sono bambini, in qualche angolo del mondo, che vivono una vita molto diversa da quella dei bambini occidentali. Ci sono bambini che non sanno di essere bambini; o meglio, lo sanno benissimo, ma non hanno alternative al destino che qualcun altro su questa terra decide per loro.

Ma c’è anche qualche bambino che ha il coraggio di ribellarsi a un destino che qualcun altro ha scritto per lui, e di lottare a nome di tutti i bambini meno fortunati che ci sono nel mondo.

Quella che vi raccontiamo è una storia vera, liberamente tratta da Storia di Iqbal, romanzo di Francesco D’Adamo e riscritta per il grande schermo a misura di bambino, che tratta temi importanti all’altezza di sguardo dei bambini.

Girato da uno dei più importanti registi nel campo dell’animazione come Michel Fuzellier e da un autore e produttore iraniano di valore come Babak Payami, è un film che non è solo utile ma qualcosa di più: è necessario. Ed è realizzato con la collaborazione dell’UNICEF.

Iqbal, un ragazzino sveglio e vivace di dieci anni, vive a Kardù, un piccolo villaggio in qualche parte povera del mondo. È bravo in disegno. Ha imparato dal nonno l’arte di annodare i tappeti soprattutto i ricercatissimi Bangapur, che richiedono gusto raffinato, senso artistico, abilità e dita sottili. Vive con il fratello Aziz e la madre Ashanta, donna coraggiosa che provvede alla famiglia in assenza del marito emigrato in cerca di lavoro. Con l’inseparabile compagna, la capretta Ragià che lo segue ovunque, Iqbal trascorre le sue giornate disegnando e divertendosi a giocare a calcio con una palla rappezzata in compagnia degli amici.

Le avventure, o meglio le disavventure, di Iqbal cominciano il giorno in cui il medico prescrive ben 16 dollari di medicine per Aziz, malato di polmonite. Ma i soldi non ci sono. Ed è allora che il nostro piccolo eroe sente che deve sostituire il papà e prende una decisione senza dirlo a nessuno: parte nottetempo per il mercato di Mapur per vendere la sua capra.

A Mapur sono guai: quando Iqbal vede il macellaio non vuole più vendere Ragià e si caccia nei pasticci, inseguito dal minaccioso macellaio. La sua fuga rocambolesca e disperata mette sottosopra l’intero mercato. Viene salvato da un viscido quanto gentile lestofante, Hakeem, che si offre di comprargli le medicine per Aziz: in cambio, dovrà lavorare nella fabbrica di tappeti del suo amico Guzman. “Per quanto tempo dovrà lavorare?” La risposta rimane sospesa. Intanto lui gli procurerà le medicine per Aziz e questa è la cosa più importante. Hakeem da par suo non mantiene la parola e dopo aver rivenduto per un sacco di dollari Iqbal a Guzman, se ne torna ai suoi sordidi affari.

Guzman riconoscendo subito le doti di Iqbal, si impegna a consegnare un tappeto speciale, un Bangapur ai coniugi Flat, ricchi antiquari inglesi. Il bambino viene così costretto in un capannone sporco e freddo dove si trovano tappeti, telai e un gruppo di piccoli lavoranti: Fatima, Emerson, Maria, Ben, Salman e Karim. Bambini di età diverse ma con storie simili, tutte legate alla povertà. Iqbal non può far altro che cominciare a tessere il suo tappeto e … pensare a come venirne fuori.

Superata qualche diffidenza iniziale, il rapporto con i suoi compagni di sventura si fa più amichevole e nel gruppo comincia a farsi strada una coscienza nuova della loro condizione di “schiavi per sempre”. Iqbal, però, non si dà per vinto: una volta resosi conto che il debito non si esaurirà mai malgrado le promesse di Guzman, comincia a elaborare un piano per liberare i suoi piccoli amici e consentire a tutti di tornare a casa…

Iqbal — bambini senza paura è un film che merita di essere visto nell’età della scuola primaria, una fiaba colorata in cui gli elementi drammatici non prevalgono mai sulla dimensione fantastica e favolistica, che è anzi sapientemente potenziata dal ricorso, in diversi momenti, alla messa in scena dei sogni di Iqbal. Le sequenze oniriche, caratterizzate da disegni dall’estrema semplicità grafica e cromatica (dallo stile diverso da quello del resto del film), sono spesso suggestive. Merita una menzione particolare quella in cui i fili della trama del tessuto si trasfigurano grazie alla libera immaginazione del piccolo protagonista.

Il prevedibile lieto fine — giusto e necessario in ottica didattica — è affidato a un discorso che Iqbal è invitato a tenere in un’aula gremita, di fronte a una platea di adulti. Chiamato a leggere un testo retorico preconfezionato, il bambino prima tentenna, poi abbandona il testo, e il suo discorso spicca il volo sgorgando genuino dalla sua diretta esperienza. Il film si chiude in tal modo con il rovesciamento dell’ottica didattica canonica, che vede i bambini seduti in un’aula ad ascoltare in silenzio. Qui sono gli adulti a dover trarre insegnamento da un bambino. Un elemento che suggella l’impostazione del film, rivolto ai coetanei di Iqbal, e suggerisce, attraverso la figura di un piccolo eroe, come, in determinate circostanze, siano gli adulti a dover imparare dai bambini.

Note sui registi

Michel Fuzellier è un animatore francese dalla vasta esperienza nel settore (collaboratore di lunga data di Enzo d’Alò), qui alla sua prima esperienza come regista di un lungometraggio.

Babak Payami appartiene a quella generazione di cineasti iraniani emersa sul finire degli anni ‘90 (Bahman Ghobadi il nome probabilmente più importante) sulla scia dei vari Kiarostami, Makhmalbaf, Panhai, Naderi. Tutti, nel decennio successivo, hanno a vario modo subito l’oppressione del regime iraniano, vedendosi in molti casi costretti a lavorare all’estero. Payami, arrestato nel 2003 alla fine delle riprese de Il silenzio fra due pensieri, da allora aveva smesso di dirigere, pur essendo rimasto legato al mondo del cinema con diverse attività condotte a livello internazionale, e spesso in Italia.

Una nota malinconica, e una piccola considerazione

Iqbal Masih, bambino pakistano, è assurto a simbolo della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile, dopo essersi prima liberato e, nel giro di tre anni, assassinato (appena dodicenne!), in circostanze non chiarite, nel 1995.

Iqbal — bambini senza paura è una fiaba. E se da un lato la trasfigurazione in fiaba è utile alla causa della sensibilizzazione dei più piccoli a un tema così importante, il rovescio della medaglia è che l’adulto che dovesse accompagnare il bambino — e che non conoscesse né la vicenda reale di Iqbal, né la realtà dello sfruttamento del lavoro minorile nel mondo (legata non certo solo al mercato dei tappeti, ma alle più prestigiose multinazionali, magari per produrre anche giocattoli), ebbene questo adulto si trova di fronte a uno scenario eccessivamente edulcorato e, paradossalmente, è portato a sottostimare lo stesso tema che il film vorrebbe sottoporre alla sua coscienza.