Cinquant’anni senza Totò…

L’Associazione Antonio De Curtis in arte Totò nasce con la consapevolezza di dover restituire respiro ad uno degli artisti più grandi del ‘900. Una memoria viva nel cuore del pubblico di oggi come del passato, che ha amato e ama la sua straordinaria capacità di generare risate e, con la stessa semplicità, di regalare intensi spunti di riflessione.

L’Associazione, la cui anima si esprime grazie alle due donne De Curtis, Liliana ed Elena, promuove e patrocina attività ispirate al genio creativo e all’humanitas di Antonio De Curtis. Un continuo studio dell’uomo, non solo di Totò l’attore, il comico, la maschera, ben noto a tutti, ma anche del De Curtis musicista, scrittore, poeta e pensatore, punto di riferimento per addetti ai lavori, operatori culturali, per le istituzioni e non ultimo i fan, il suo amato popolo. Il gruppo di lavoro si propone inoltre di agevolare e rendere produttivo l’entusiasmo di chiunque voglia ricordarlo, onorarlo o semplicemente amarlo attraverso rassegne, premi, attività culturali, il cinema, la televisione, il teatro, il web grazie a una costruttiva collaborazione che può contare, per ogni iniziativa, sull’ufficialità della famiglia De Curtis. Difensori sempre del valore artistico del Totò/De Curtis pensiero, l’allegria come diritto, dono da elargire a tutti a prescindere dalla malinconia della sua scomparsa, dalla miseria, dalla patina del tempo, dalle pene e dall’obbligo stesso di essere allegri.

Per rendergli onore, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’Associazione ha ideato e allestito la mostra Totò Genio, che ripercorre la grandezza di uno dei maggiori interpreti italiani del Novecento, un artista a tutto tondo, una figura poliedrica, non solo attore di cinema e teatro, ma poeta e autore di canzoni indimenticabili.

Il principe de Curtis era molto affezionato ai suoi scritti, che probabilmente considerava lo specchio più autentico della sua anima malinconica e notturna: «Non c’è nessuna discrepanza — diceva — tra la mia professione (che adoro) e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto».

Attraverso documenti personali, cimeli, lettere, disegni, costumi, fotografie, installazioni e testimonianze, Totò Genio propone un viaggio indietro nel tempo, e racconta la vita, le passioni e gli amori del Maestro.

Si possono ammirare i disegni realizzati da Pier Paolo Pasolini per la Terra vista dalla luna, episodio del film Le streghe interpretato da Totò, i disegni di Federico Fellini, che in lui vedeva un artista senza tempo, fino ad arrivare a quelli realizzati negli anni ’50 da Ettore Scola per la rivista satirica Marc’Aurelio.

E ancora sono esposti i disegni realizzati da fumettisti celebri come Crepax, Pratt, Manara, Onorato e Pazienza, una serie di fotografie che ritraggono Totò insieme ai grandi personaggi del Novecento e una poesia scritta da Paolo Conte e dedicata al grande interprete napoletano.

Un’ampia sezione della mostra è dedicata al suo rapporto con il cinema, che lo ha visto protagonista di 97 film, e ripercorre la sua lunga carriera attraverso i manifesti e le fotobuste che lo hanno reso celebre al grande pubblico.

Il suo rapporto con il teatro è raccontato e rivisitato attraverso i costumi di scena, filmati d’epoca e installazioni multimediali.

Un aspetto meno noto di Totò è il suo rapporto con la pubblicità, in cui fu testimonial di alcuni prodotti italiani di quegli anni, come la Lambretta e la Perugina, che lo scelse come volto per pubblicizzare il suo famoso Bacio.

La mostra racconta anche il suo legame fortissimo con Napoli, la sua città d’origine, e il suo grande amore per gli animali, in particolare per i cani, passione che condivideva con la compagna, Franca Faldini. Attraverso foto private, documenti originali e giornali d’epoca viene descritto un Totò più privato, un uomo generoso che amava prendersi cura degli animali e delle creature più indifese.

Non mancano infine le sue poesie, come la celebre ‘A livella e le sue canzoni, come Malafemmena, da lui composta nel 1951 e poi declinata in centinaia di versioni.

Chiude la mostra la sezione Nessuno mi ricorderà, dedicata ai suoi funerali, che furono tre, il primo a Roma, il secondo a Napoli e il terzo nel Rione Sanità a Napoli, in cui era nato. Attraverso fotografie, filmati storici provenienti dall’Archivio Luce e dalla Rai, giornali e ricordi, viene raccontato il meraviglioso addio che Napoli ha rivolto al suo più grande artista.


“Una pioggerella minutissima cadeva lenta e tediosa, un giovane di media statura, vestito dimessamente con indosso un cappotto verde militare attraversava piazza dei Cinquecento da piazza Risorgimento, con le mani sprofondate nelle tasche immerso in chissà quali tristi pensieri”.

Era il 1922 e Antonio percorreva a piedi quella strada avanti e indietro da quasi un mese, dal giorno in cui era entrato, senza nessun compenso, nella compagnia di Umberto Capece, al teatro Salone Elena…

Ma partiamo dall’inizio: le sette del mattino del 15 febbraio del 1898.

In un freddo e spoglio appartamento al secondo piano di un palazzo di antica nobiltà, nel rione partenopeo che oggi si chiama Sanità, nasceva Antonio De Curtis.

Era un dedalo di vie triste e chiassoso, rifugio di mariuoli e poveracci, mentre poco lontano l’urbanizzazione incalzava la periferia della città.

L’atto ufficiale riporta lapidario: “Figlio di Anna Clemente, di anni diciotto, casalinga domiciliata a Napoli e di uomo celibe non parente né affine”.

Era molto bella, Nannina, ed aveva 17 anni quando rimase incinta. Nella modestissima casa dove mise alla luce quel figlio destinato a grandi cose, vivevano già in cinque: lei, la madre Teresa e quattro fratelli. La sua gravidanza era il frutto di una relazione illegittima con Giuseppe De Curtis, spiantatissimo rampollo di una nobile casata decaduta. Il padre, l’arcigno marchese Luigi, gli aveva tassativamente proibito di sposare una popolana, e lui, pur amandola, aveva obbedito, cercando di tenere segreto il loro rapporto. Ma Anna non ne faceva mistero. Uno dei primissimi ricordi di Antonio sarà l’odore della cipria di cui Nannina si cospargeva il volto prima di salutarlo per recarsi dal suo amato. Proprio in uno di quei saluti lo soprannominerà Totò.

Antonio cresce per lo più con Teresa, una siciliana corpulenta che si occupa dei quattro figli e di quel nipotino senza un padre ufficiale, a cui dispensa attenzioni e tenerezze. L’infanzia trascorre senza un regalo per Natale o per il compleanno, ma freddo e miseria sono scaldati dall’amorevole dolcezza della nonna. Totò porterà sempre per mano quel misero scugnizzo, che da grande asseconderà in ogni capriccio, come per restituirgli ciò che la vita gli aveva sottratto. Una maschera comica con un mondo di sofferenza dentro, ma anche riconoscenza per ciò che infine aveva meritatamente ottenuto. Sarà proprio il ricordo delle sue radici e gli stenti patiti a conservarlo sempre disponibile ad aiutare gli altri, soprattutto i giovani, facendo di lui non solo un grande artista, ma un uomo d’incredibile generosità, come sa essere solo chi ha conosciuto la fame vera, si è fatto da solo e non si nasconde dietro falsi pudori.

Gli abiti che Totò bambino indossava per andare a giocare nei vicoli erano ricavati da vecchi vestiti della mamma, a tinte vivaci e fantasie femminili. Un paio di pantaloni con delle grandi rose rosse gli valsero un giorno il titolo canzonatorio di femminiello. Lui si strappa di dosso gli abiti, resta in mutande e improvvisa una scenetta con mosse tanto curiose a dileggio dei fastidiosi che questi ammutoliscono prima, esplodono in fragorose risate poi, e infine lo applaudono, mentre lui con una camminata dinoccolata e disarticolata, che anticipa il futuro, si allontana riscattato.

Nel 1904 Totò compie sei anni e viene iscritto a scuola, uno scugnizzo svogliato dalla pagella disastrata. Passa molto tempo in casa, paludato in una mantellina bianca, a officiare finte messe che lo pongono già al centro di un ideale palcoscenico. Quando gira nel rione, dove può incontrare ogni genere di umanità, ama studiare e assimilare peculiarità e stranezze dai passanti che più lo colpiscono. Ma la scuola è per lui una detenzione e già in quarta viene retrocesso in terza. Solo grazie all’energia della madre riesce a conquistare la licenza elementare, che per i tempi è comunque un titolo di studio. Il padre decide d’iscriverlo alle ginnasiali al Collegio Cimino in via San Giovanni a Carbonara, dove studiano i figli dei poveri. E lì finirà la sua esperienza scolastica, anche perché è chiaro che preferisce studiare la vita. I genitori decidono così di mandarlo a lavorare: passa da garzone a imbianchino, ma dipingere le case dei ricchi lo avvilisce, rifiuta le mance che gli vengono offerte e appena può fugge con qualche amico all’osteria di Don Aniello, bighellonando con gli scugnizzi del rione e facendosi beffe di qualche mal capitato che imita alla perfezione. Le sue giornate trascorrevano senza un reale scopo, con il lavoro puntualmente ricusato. Totò sa di avere qualcosa da esprimere a modo suo, da raccontare e, assistendo alla rappresentazione di numeri di varietà nei teatrini napoletani, sente risvegliarsi in sé l’istinto che darà forma alla sua intera esistenza.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. Antonio si arruola, impaziente di allontanarsi dall’ambiente familiare e dagli insuccessi già riscossi. Viene assegnato al XX reggimento di stanza a Pavia. Ci vuole poco per capire che anche la vita militare non fa per lui. Comincia a simulare malesseri di ogni tipo, irritando i superiori che, dopo poche settimane, lo spediscono per punizione al 182° Battaglione di fanteria, pronto a partire per la Francia con un reparto di soldati marocchini. La prospettiva lo spaventa. L’unica soluzione appare la fuga, e la sola occasione per attuarla è la sosta ad Alessandria del treno che lo sta portando in Francia. Simula così una crisi di qualche misteriosa malattia e viene creduto. Lo trasferiscono all’ospedale militare, mentre il convoglio parte senza di lui. Ma non è ancora l’ora della libertà: appena rimesso in forze viene trasferito all’88° Reggimento di stanza a Livorno, dove finalmente, mentre il conflitto volge al termine, si conclude la sua avventura, la prima dettata da una decisione avventata.

Nella caserma di Livorno Totò inventa la geniale esclamazione “Siamo uomini o caporali?” ispirata da uno di quei rigidi militari di carriera che godono nel rendere difficile la vita dei poveri soldati, vessandoli con umiliazioni, punizioni e offese. Nasce una sera, mentre gli fa il verso in una forma di riscatto verso la prepotenza gratuita, e viene accolta dai commilitoni con grandi risate e applausi.

L’entusiasmo che sente d’aver suscitato nonché la sua marziana fisicità sono la spinta decisiva a intraprendere la carriera artistica, nella consapevolezza che l’esasperazione dei particolari, le movenze disarticolate, la capacità di sovvertire l’ordine sociale e deridere i potenti gli procurano un pubblico grato e appassionato.

Nel 1922 il marchese Giuseppe de Curtis, con la morte del padre, riconosce Antonio e decide di regolarizzare la situazione sposandone la madre e riunendo la famiglia. Si trasferiscono tutti a Roma e Antonio trova impiego presso il modestissimo Teatro Salone Elena, nella compagnia di Umberto Capece. Viene assunto, come usava con i novizi, con l’accordo che non avrebbe ricevuto compenso giacché gli si dava già l’occasione d’imparare. Capece era uno degli ultimi epigoni della commedia dell’arte e si limitava a spiegare alla compagnia un canovaccio a cui attenersi dieci minuti prima dello spettacolo. Gli attori imparavano un repertorio di battute, scherzi e invettive da adattare di volta in volta alla situazione. Forse grazie all’imprinting di questo periodo o a un’innata attitudine, per Totò sarà sempre un’abitudine stravolgere, riadattare ed elaborare non solo ogni copione, ma ogni rappresentazione che lo vedrà partecipe.

Sul palcoscenico era una maschera sfrenata e farsesca, travolgente e divertentissima, e il pubblico iniziava a riconoscerlo e apprezzarlo, con la sua bombetta, i pantaloni troppo corti e i calzini colorati.

Antonio prendeva parte alle rappresentazioni da un mese, un mese senza paga nella speranza che Capece lo scritturasse in pianta stabile. Quel giorno pioveva a dirotto e non aveva voglia di tornare ancora a casa a piedi, così gli chiese i soldi per il tram. L’impresario per tutta risposta lo licenziò. Ebbe giusto il tempo di raccogliere le sue cose in un foglio di giornale legato con una cordicella e di veder salire sul palco un altro a prendere il suo posto. La pioggia era cessata quando uscì per l’ultima volta dal Salone Elena, ma il freddo pungeva e la strada del ritorno era lunga. Una vecchina rattrappita dall’artrite arrostiva castagne e lui si avvicinò per scaldarsi, senza un quattrino per comprarle. Ma la donna riconobbe in lui l’attore che la faceva tanto ridere e gli regalò qualche caldarrosta. Un ricordo dolce in una giornata piena di malinconia.

Dopo la compagnia Capece, Antonio inizia a lavorare al Teatro Diocleziano, ma ne viene allontanato perché mette in ombra un altro comico. Capisce così che deve passare al varietà per esibirsi da solo. Seguono tempi duri in cui solo il sogno di diventare attore gli permette di resistere ai morsi della fame, allo scoramento di dipendere dai genitori e ai continui rifiuti. Prende il coraggio a due mani e decide di presentarsi a uno degli impresari più temuti ed esigenti del tempo: Don Peppe Jovinelli. Nel suo teatro avevano trovato successo Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Armando Gill, e molti altri. Antonio si propone senza elemosinare e, sfoggiando un’impavida quanto recitata sicurezza, mette in scena un’imitazione di Gustavo De Marco che lo fa assumere. Dopo una settimana, in tutta Roma si parla dell’omino elastico che strabuzza gli occhi e si arrampica sul velluto del sipario per avvincere un pubblico che lo ripaga con fragorose acclamazioni.

È il 1928, un periodo felice perché inizia il successo e il riconoscimento del padre lo rende a tutti gli effetti marchese, senza più la necessità di nascondersi dietro nomi d’arte per nascondere gli illeciti natali. Della nobiltà Totò aveva il pallino. Forse il desiderio di trasmettere i titoli nobiliari ai futuri figli lo convinse a chiedere di adottarlo al principe Caracciolo, suo assiduo e spiantato spettatore. Non bastò lo sdegnoso ed ennesimo rifiuto a demotivarlo. Con caparbietà propose l’adozione a un altro nobile napoletano di antico lignaggio, Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, anch’esso caduto in miseria, in cambio di un vitalizio. Totò ottenne il riconoscimento dal vecchio marchese quando aveva già compiuto trentacinque anni. Da non avere un padre, ora ne aveva addirittura due e poteva fregiarsi del titolo di Principe di Bisanzio diventando: Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. La sua vita stava cambiando, come se qualcuno avesse dato un colpo al caleidoscopio della sua esistenza rimescolandone forme e colori. E qui entra in gioco il barbiere Pasqualino, il cui negozio in via Frattina era frequentato da artisti di ogni genere da oltre quarant’anni. Ogni sera, finito il lavoro, Pasqualino si tirava a lucida e andava al vicino Teatro Umberto. Un afoso giorno d’estate Totò entrò nella bottega per farsi la barba, e il proprietario riconobbe in lui il giovane comico napoletano che recitava con grande successo allo Jovinelli, e che nulla convinse a sfilare il paltò… in realtà, era un modo per nascondere i calzoni rotti. Dopo un anno di barba e capelli erano diventati amici e Pasqualino decise di aiutarlo. I gestori del Teatro Umberto erano clienti abituali e lui iniziò incessantemente a tessere le sue lodi, a parlare del successo che il pubblico gli tributava e del tutto esaurito che ogni Teatro si sarebbe assicurato scritturandolo. Tanto disse e tanto fece che il Cavalier Cataldi lo accontentò, accogliendo Totò al Sala Umberto. Era la svolta tanto agognata. Quando il macchinista chiamò i cinque minuti per l’entrata in scena dell’amico, un commosso Pasqualino corse in platea a godersi il pubblico in delirio per quel marziano napoletano che disarticolava il corpo e con la fantasia faceva del linguaggio espressione buffa e sempre nuova. L’acclamazione dei bis fu l’assicurazione per gli anni a venire. Il racconto degli spettacoli di questo nuovo artista si diffuse ovunque. Ormai il suo successo poteva solo crescere, ma per tutta la vita Totò provò la latente paura che un capriccio del pubblico potesse precipitarlo nuovamente nei meandri della solitudine e degli stenti. Per sua stessa ammissione accetterà anche film mediocri per l’impossibilità emotiva di rifiutare proposte e restare inattivo. Ma andiamo avanti.

Nel 1929, Eugenio Aulicino gestiva il Teatro Nuovo di Napoli. Era un uomo lungimirante con il bernoccolo degli affari, e uno dei principali protagonisti della vita artistica partenopea del tempo. La sua idea del Teatro era fatta di innovazione, senza perdere di vista i profitti. Aveva così deciso di svecchiare la compagnia stabile (che offriva spettacoli perfetti ma sempre simili: commedie comiche tratte dal repertorio di Eduardo Scarpetta) inserendo parentesi musicali e un nuovo attore, Totò, la cui fama gli era giunta da La Spezia, dove il comico andava in scena con la compagnia di Achille Maresca. Gli propose una scrittura per tre spettacoli musicali: Messalina, I tre moschettieri e Bacco Tabacco e Venere (saranno in realtà molti di più). Totò non se lo lasciò ripetere due volte e firmò un contratto di trecento lire, un compenso astronomico per l’epoca. Per il Nuovo fu un successo senza precedenti, con palchi e loggioni prenotati con settimane di anticipo. Una di quelle serate clamorose, il 13 dicembre 1929, in platea c’era Eugenia Castagnola, a tutti nota come Liliana. Antonio aveva l’abitudine di scegliere ogni sera da dietro il proscenio una dama per cui recitare, come gli eroi dei tornei medievali. Liliana era una femme fatale con un corpo perfetto e una chioma corvina che nascondeva la cicatrice d’un colpo d’arma da fuoco, ultimo gesto disperato di un amante prima di suicidarsi. Era al Nuovo proprio per vedere Totò, che se ne innamorò al primo sguardo. Ne nacque una storia appassionata. Lui la raggiungeva tutte le sere dopo lo spettacolo nella pensione per artisti dove alloggiava, e lei ricambiava con un amore sincero. Mentre la loro storia diventava di pubblico dominio e sempre più profonda, tra passione, gelosie reciproche e scenate, Totò si rese conto che nel momento della sua affermazione artistica un rapporto così stretto avrebbe limitato la sua libertà d’azione. Così, le comunicò che sarebbe partito per una tournée da solo. La notte tra il 3 ed il 4 marzo 1930 una macchina percorse per diverse ore i vicoli di Napoli con a bordo una Liliana disperata e un Antonio dilaniato tra l’amore e la consapevolezza di doversi allontanare per seguire il destino, ovunque lo avesse condotto. Tornata nell’angusta prigione della sua stanza, dopo aver scritto una lettera all’amato, Liliana si tolse la vita ingerendo un flacone di sonniferi. Da allora riposa nella tomba dei principi De Curtis, vicino al suo Totò, come un membro della famiglia.

Nel 1935 una canzonetta raccontava all’Italia il sogno di guadagnare mille lire al mese: già nel 1931 Antonio De Curtis li guadagnava in una sera. La morte di Lilia, come la chiamava nell’intimità, era avvenuta un anno prima, lasciandogli un dolore schietto e un vuoto affollato di sensi di colpa. Finché, a Firenze, incontra Diana Bandini Rogliani Lucchesini…

Per l’attore era un rito arrivare in teatro molto presto e chiudersi in camerino per leggere, dormicchiare sull’immancabile divano, ripassare la parte che puntualmente avrebbe stravolto, e infine tracciare con una matita nera sotto gli occhi due righe dritte e tramutarsi cosi da Antonio in Totò. Chi lo conosceva sapeva quanto non ridesse, non facesse battute, non amasse il rumore: sembrava impossibile che nei cinque minuti prima dell’ingresso in scena riuscisse a trasformarsi nel funambolo dei sipari, il mimo disarticolato che il pubblico adorava. In una di quelle sere, un attore di prosa andò a vederlo, con la moglie e la cognata non ancora sedicenne. Diana dirà poi di averlo trovato “non brutto ma buffo, perché la sua faccia si componeva di pezzi belli, messi insieme in maniera bizzarra, ma soprattutto di due occhi grandi e malinconici”.

La ragazza era nata in Libia ed era orfana di padre. Secondo il costume dell’epoca, la madre aveva stimato che il modo migliore di impartirle una buona educazione fosse chiuderla in collegio. Era in vacanza presso la sorella quando venne condotta in teatro a vedere quel nuovo comico napoletano… Totò è subito colpito dalla fresca bellezza della fanciulla, e dalla sua straordinaria somiglianza con il volto di una pubblicità molto in voga all’epoca, che era solito guardare trasognato. Gli sembra un segno del destino. Le vacanze estive stavano per finire, e Diana non sopportava l’idea di lasciare l’artista gentile che le mandava quotidianamente mazzi di fiori, così scappò per raggiungerlo. Totò non si scompose nel vederla arrivare con un leggero bagaglio fatto in fretta per non destare sospetti: ai carabinieri spiegò che non si trattava della vittima di un rapimento, ma di sua moglie. Iniziarono una vita randagia di teatro in teatro, in cui Totò la chiudeva in casa per gelosia, ma lei era tanto innamorata da accondiscendere alle sue stranezze pur di renderlo felice. Lui infilava bigliettini nello stipite della porta per verificare che Diana non uscisse mentre era in scena, le permetteva di indossare solo in casa vestiti giudicati troppo vistosi, metteva borotalco sulla soglia per controllare che in sua assenza non fosse entrato nessuno. Fu tra un teatro e l’altro e una bizzarria e l’altra che arrivò sua figlia Liliana, chiamata così in onore della donna che per il suo amore si era uccisa.

La bimba nasce all’Hotel Ginevra, in via della Vite, in una stanza che Totò aveva fatto apprestare appositamente perché non trovava igienico che si nascesse in un ospedale “dove la gente va e viene e succede di tutto”. Amandola come il suo tesoro più prezioso, le donerà ogni benessere, e lei crescerà ereditandone, oltre alle fattezze, lo humor e la generosità.

Totò sposa Diana il 6 marzo 1935, nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Ma nel fluire apparentemente tranquillo di una delle tante sere famigliari propone alla moglie di separarsi per verificare la forza della loro unione. Convissero nella stessa casa per più di dieci anni, malgrado il dispiacere che rodeva il cuore di Diana. Liliana intanto fioriva in una bella donna di cui aveva gli slanci, i capricci e le pretese. Fu iscritta all’Assunzione, uno dei migliori istituti della capitale, ma a seguito delle sue lamentele per la lontananza, Totò propose a Diana di tornare a casa, non come moglie ma come madre dell’adorata figlia. Avrebbe dovuta crescerla colta e onesta fino al giorno del suo matrimonio. Solo a quel punto anche lei avrebbe potuto ricostruirsi una vita. Liliana ancora oggi afferma quanto il padre volesse essere perdonato per le continue e sempre più bizzarre conferme dell’amore che pretendeva, del suo tenerle nascoste come si fa con i tesori, in un tentativo inconsapevole di proteggerle da tutto. Diana gli rimase a lungo vicina come la migliore delle mogli anche nei momenti più difficili. Quando, nel 1940, poco prima dell’ingresso in guerra dell’Italia, al rientro da Massaua Totò subì il distacco della retina e fu operato d’urgenza, gli fu accanto giorno e notte con tenera dedizione, tenendogli la mano mentre era costretto a rimanere bendato. Ma la gelosia di Totò era un mostro sempre pronto a colpire. Sentendo che Diana si era allontanata un momento, credendolo assopito, si strappò le bende per controllare dove fosse, compromettendo il risultato dell’operazione. Stanca delle continue scenate e della mancanza di fiducia, l’ex moglie decise di accettare la corte dell’avvocato Tufaroli e, con un anticipo di qualche mese, ruppe la promessa fatta di restare vestale del focolare domestico finché Liliana non si fosse sposata. Lui non glielo perdonò mai.

Totò era fatto di paure radicate e invincibili convincimenti, ma anche di commoventi slanci umani. Non riuscì mai a essere insensibile al dolore degli altri. Sosteneva ospizi, orfanotrofi, infilava nottetempo banconote sotto le porte dei bassi accompagnato solo dal fedele autista Caffiero, inviava rette mensili a uno sciuscià di Napoli… Un giorno il destino gli fece incontrare la vecchina che quindici anni prima, nei suoi giorni più cupi, lo aveva sfamato regalandogli le caldarroste. La donna non lo riconobbe ma lui, che ne conservava un indelebile ricordo, le donò una bella somma di denaro. Un’altra volta, negli anni Cinquanta, passeggiando sul lungomare di Santa Marinella, vide dei bambini poverissimi mezzi nudi ed infreddoliti. Gli ricordarono la sua infanzia misera e, commosso, regalò loro l’equivalente di cinquantamila lire. Totò nutrì per tutta la vita una vera passione per gli animali, in particolare per i cani, che vedeva come bambini teneri ed indifesi che in più non potevano nemmeno lamentarsi. Con lui vivevano riveriti il cane Peppe, nominato Visconte, e il pappagallo Gennaro che era Barone ed era libero di svolazzare per ogni stanza.

In Totò convivevano lo scugnizzo povero e il nobile benestante. Quando tornava a casa, si vestiva di un’eleganza curata sempre nei minimi particolari, con un risultato serioso molto distante dalla maschera farsesca che indossava in teatro. Da buon napoletano era superstizioso e viveva in una dimensione in cui cose e numeri avevano una loro valenza. Odiava il 13 e e il 17 e non accettava né camere d’albergo, né posti riservati in treno o altro che avessero quei numeri. Stava alla larga da quelli che riteneva jettatori e non prendeva mai decisioni di martedì e di venerdì. Estremo nella capacità di amare, donare, credere e ottenere, ma anche di smisurata gelosia, era dedito a irrinunciabili abitudini come il fumo e i caffè, che infine lederanno il suo immenso cuore nonostante la sua grande vitalità.

Un discorso particolare riguarda il rapporto di Totò con la politica. Non rendeva pubbliche le sue inclinazioni, forse perché non ne aveva di chiare, nella convinzione che la soluzione ai mali di ciascuno non potesse provenire da un partito piuttosto che da un altro. Men che meno l’idea stessa di militanza si addiceva alla sua innata indolenza e alla sua concezione di vita epicurea. È però storicamente compito del buffone di corte irridere il potere, e così anche Totò, nonostante i tempi fossero tutt’altro che ispirati dall’ironia, ebbe il coraggio di schernire Mussolini e lo stesso Hitler in una scenetta che riecheggiava quelle del Grande Dittatore di Chaplin.

Erano gli anni delle camicie nere e della censura. Totò era un conservatore che simpatizzava per la monarchia ma non fu di certo un fascista. Con la sua innata passione per l’osservazione delle piccole manie e peculiarità delle persone, era impossibile che non fosse attratto da personaggi caratterizzati e caratterizzanti come Hitler o Mussolini. Nulla comprova le sue propensioni dell’epoca ma scimmiottare il potere con ironia divertiva molto il pubblico. E lui non si sottraeva, malgrado i rischi. Pochi pochi giorni dopo il fallito attentato a Hitler, si presentò in scena con dei ridicoli baffetti tra l’ilarità della folla.

Appena tornato a casa squillò il telefono e una voce anonima gli annunciò che era in partenza a suo nome un telegramma di convocazione al comando di polizia ed era già stato firmato un ordine di cattura per lui, Eduardo e Peppino De Filippo. Totò, trafelato, si precipitò al teatro Eliseo, dove i fratelli De Filippo mettevano in scena Il berretto a sonagli di Pirandello, per avvisarli che c’erano anche i loro nomi nella lista nera dei tedeschi. Lui si rifugiò presso una coppia di amici e ammiratori, i coniugi De Sanctis, all’estrema periferia di Roma. Tutto andò bene fino a quando una piccola folla di fan radunatasi nella via rese palese che il nascondiglio segreto non era più tale. Totò decise di tornare dai genitori, che non si erano mai spostati dalla città, si trincerò in casa e lì rimase fino al 4 giugno, giorno della liberazione della Capitale.

Poco prima che scoppiasse la guerra, Totò era ancora un illustre sconosciuto, al di là del teatro. Ma presto venne richiesto dal cinema. Forse alla ricerca di uno Charlot italiano, Ludovico Bragaglia voleva affidargli un film, ma non era facile far digerire un attore d’avanspettacolo a un produttore, finché non arrivò Gustavo Lombardo. Dal 1937 al 1967 interpreta 96 film, dopo l’esordio di Fermo con le mani. Fu con San Giovanni decollato che la critica consacrò una sua interpretazione. Sceneggiato da Cesare Zavattini, non fu solo un buon successo di pubblico, ma gli riservò il plauso di quegli intellettuali che invece lo osanneranno solo dopo la morte. Nel film è presente con un cameo anche l’amatissima Liliana ed è d’infinita tenerezza lo sguardo del padre sulla figlioletta che lavora con lui per la prima ed ultima volta (Liliana riceverà come compenso una bambola).

Arriva quindi il tempo delle collaborazioni famose e felici, come con Anna Magnani, cui può affiancarsi senza perdere la sua inconfondibile identità.

Fu poi la volta di Eduardo De Filippo. In nome dell’antica amicizia lavorò gratis nel suo Napoli Milionaria. Tra il 1949 e il 1950 interpretò altri nove film, tra i quali alcune parodie: Totò cerca moglie, Figaro qua, Figaro là, Le sei mogli di Barbablù, 47 morto che parla, tutti diretti da Ludovico Bragaglia. Poi L’imperatore di Capri di Luigi Comencini, Tototarzan e Totò le Mokò di Mario Mattoli, Yvonne la nuit di Giuseppe Amato, Totò cerca casa di Steno e Mario Monicelli, un’efficace parodia del neorealismo sulla crisi degli alloggi che suscitò l’indignazione della censura. Questi film (quale più quale meno) ebbero un buon successo tra il pubblico ma non tra i critici, che non gradivano il suo stile surreale. Eppure Antonio non abbandonerà mai quel sentimento di rivolta del sottoproletariato che combatte per la vita senza mai identificarsi con il ceto borghese, una satira che emerge dall’osservazione del reale, dell’umanità. E lì emerge il personaggio che con garbo ed educazione, ma anche con scaltrezza, si emancipa dall’ingiustizia. La spinta recitativa di Totò è tutta reale: a teatro parlerà sempre in napoletano, come nei suoi scritti sui temi che gli stanno a cuore. L’uso della sua lingua natale aggiunge afflato e personalizzazione, mentre al cinema appartiene la lingua italiana. Sul set gli manca l’abbraccio del pubblico, lo sguardo della dama per cui inventare nuove trovate ogni sera (tanto che per farlo lavorare al meglio la troupe deve applaudire alla fine dei ciack) la telecamera lo mette a disagio e finge di ignorarla, continuando a improvvisare come sul palcoscenico. Ma il cinema garantisce maggiori e più rapidi guadagni, si può ripetere una scena e, forte della convinzione che non si possa far ridere al mattino, per contratto gira solo tra le 13 e le 21. Anche se coltiverà sempre il desiderio di film non comici, accetta di tutto perché i produttori lo vogliono così, in pellicole che costano poco e rendono molto.

Il 1951 fu un anno importante per la carriera cinematografica dell’attore. Dopo il successo di Totò cerca casa, venne richiamato da Steno e Mario Monicelli per il ruolo iconico di Ferdinando Esposito in Guardie e ladri, al fianco di uno dei suoi amici più cari e delle sue migliori “spalle”, capace di rispondere colpo su colpo alle sue improvvise battute, Aldo Fabrizi. Totò era all’inizio riluttante, il ruolo offertogli era finalmente reale, diverso dai suoi precedenti personaggi e inserito in un contesto decisamente più drammatico. Il film ebbe inizialmente problemi con la censura, ma appena uscito nelle sale fu un successo unanime: alti incassi, grande apprezzamento di pubblico e plauso inatteso da parte della critica. Nello stesso anno interpretò, sempre per la regia di Monicelli e Steno, Totò e i re di Roma, l’unico film che lo vide recitare con Alberto Sordi.

Nel 1952 fu premiato con un nastro d’argento per Guardie e ladri. L’opera venne presentata al Festival di Cannes, dove si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura. Questo è anche l’anno in cui collaborò a Siamo uomini o caporali?, la sua autobiografia curata da Alessandro Ferraù ed Eduardo Passarelli, che si ferma alla morte di Liliana Castagnola. Diverrà buon amico di Pasolini che, riempendo il gap sociale e generazionale, lo fa recitare nei suoi film più impegnati. Antonio accoglie nella rigida dimora dalle stanze silenti l’intellettuale omosessuale che sa scorgere l’attore introspettivo e colto dietro al personaggio e gli regala finalmente un nuovo ruolo. È come se venisse riscoperto per la prima volta, purtroppo davvero tardi.

La prima opera realizzata insieme fu Uccellacci e uccellini, che Totò accettò senza condividere appieno il suo personaggio e la poetica del regista. Fu una delle rare occasioni in cui gli venne riconosciuto in vita un reale valore artistico. Venne chiamato anche da Nanni Loy per Il padre di famiglia, con Manfredi, nel ruolo di un anziano anarchico che vive vendendo calzini e mutande ai compagni della sinistra. Purtroppo, Totò riuscì a girare solo la prima scena (per spiacevole casualità, quella d’un funerale) e morì due giorni dopo.

Il cinema, se non gli diede le soddisfazioni del teatro, gli permise d’interrompere il suo perenne peregrinare, di vivere in una bella casa ai Parioli, svegliarsi a suo piacimento e stancarsi di meno. E portò anche un nuovo amore, con un incontro fortuito, in quel 1952 di profondi cambiamenti.

Dopo il duplice matrimonio di Diana con Tufaroli e di Liliana con Buffardi, Totò chiuse per qualche tempo i rapporti con entrambe e si trincerò in un invincibile scudo di malinconia. Fu la copertina d’un settimanale, Oggi, a mettergli davanti una giovane attrice, Franca Faldini (che gli rimarrà accanto per quindici anni di amore e rispetto reciproco). Le mandò subito un mazzo di rose con un biglietto: “Guardandola mi sono sentito sbottare in cuore la primavera”. Poi le telefonò per invitarla a cena, ma la ragazza accettò solo quando Totò ebbe modo di farsi presentare. La Faldini, appena ventunenne, era da poco tornata dagli Stati Uniti, dove aveva preso parte al film Attente ai marinai! con Dean Martin e Jerry Lewis.

Dopo essersi frequentati per circa un mese annunciarono il loro fidanzamento. Ma la loro relazione non arrivò mai al matrimonio, anzi fu più volte sull’orlo di essere troncata, per le profonde differenze caratteriali e i trentatré anni che li dividevano. La loro convivenza creò scandalo all’epoca. La stampa li definiva “pubblici concubini” tanto che, a un certo punto, furono costretti a fingere un matrimonio all’estero, cui in pochi credettero. Il successo gli sorrideva e Franca era in attesa di un bambino. L’idea di diventare padre a 56 anni anziché preoccuparlo gli dava forza ed entusiasmo. L’avrebbero chiamato Massenzio se fosse stato maschio. Ma la vita aveva in serbo una brutta sorpresa… Franca era all’ottavo mese di gravidanza quando accusò forti dolori. Fu subito ricoverata e le venne diagnosticata una tossicosi gravidica. I medici misero Antonio davanti a una scelta dolorosa: salvare la madre o il bambino. Lui scelse Franca.

Qualche anno dopo Totò, vinto dalla nostalgia, accetta di esibirsi al Sistina, con l’impresario Remigio Paone, nello spettacolo A prescindere, che registra per settimane il tutto esaurito, mentre il destino gli sta preparando un altro tiro mancino. Durante le repliche si ammalò di polmonite virale. Avrebbe dovuto restare a letto, ma per non lasciare ferma la compagnia, e senza ascoltare le preghiere di Franca, si imbottì di antibiotici e andò a teatro. Mentre aspettava di entrare in scena, crollò. I biglietti furono rimborsati alla folla vociante e a Totò furono intimate due settimane di riposo assoluto. Ma il pensiero dei compagni che avrebbero perso il lavoro se la tournée fosse saltata, gli fece decidere di riprendere lo spettacolo. Portò a termine le recite a Milano e nelle altre città finché presto si ritrovò a fare i conti con la fatica imposta al suo corpo debilitato. La tragedia si consumò sul palcoscenico del Politeama di Palermo. La figlia Liliana lo aspettava dietro le quinte e dopo lo sketch di Napoleone, Totò uscendo di scena le disse: “Sono cieco, non ci vedo più”. Totò rientrò e nessuno si accorse dell’accaduto perché tagliò le scene, scaricando la tensione in una mimica selvaggia che fece andare in delirio il pubblico. Uscì più volte a ringraziare, in un Teatro illuminato a giorno che non vedeva più. Fece la passerella di corsa, con tutta la compagnia che lo seguiva, sapeva e tremava. Le recite furono sospese per sempre. A Napoli seppe che un occhio era stato compromesso anni prima dal distacco della retina, nell’altro erano intervenute decine di piccole emorragie. Ma Totò fu forte come sempre, si adattò alla nuova situazione e riprese a lavorare, perché gli avevano detto che quel po’ di vista che aveva recuperato gli sarebbe rimasta. Al rientro a casa pianse quando non poté vedere Gennaro, il pappagallo cavaliere che gli volava incontro dal trespolo.

Era la primavera del 1967. Il fedele Caffiero entrò nella sua stanza per fargli ascoltare l’attesa registrazione de La livella (la sua poesia più conosciuta), ma lo trovò prostrato. Accusava disturbi gastrici così forti che Franca avvertì Liliana, poi chiamò la produzione per comunicare che Totò non era in grado di recarsi sul set. Lo stava imboccando con un po’ di cena per non farlo affaticare, quando lui lanciò un urlo straziante. Era il primo di una serie di infarti che si susseguirono, accompagnati da lancinanti dolori e da grida. Caffiero fu mandato in tutta fretta all’ospedale Santo Spirito a procurare dell’ossigeno mentre il cardiologo si affaccendava tra iniezioni e flebo. Totò riuscì a fare un cenno a Franca perché si avvicinasse per dirle: “Sono stato bene assai con te, Ravachol”. Verso le due e mezza, resosi conto che la fine era vicina, si strappò dal viso la maschera dell’ossigeno, gli elettrodi e la flebo. Un’ora dopo il suo cuore cedette definitivamente e spirò. La nera signora, come Totò chiamava la morte, non l’aveva mai preoccupato, anzi spesso aveva immaginato le sue esequie, scherzandoci sopra. Con i primi risparmi aveva comprato una cappella per sé e la sua famiglia, con una targa che riportava la sua data di nascita e in bianco quella di morte. La salma fu vegliata per due giorni, a Via dei Monti Parioli 4, e le principali personalità dello spettacolo sfilarono per dirgli addio, anche i suoi detrattori in vita. Migliaia di romani, persone semplici mescolate a grandi attori e intellettuali, si avvicendarono silenziosi nel lungo corridoio che immetteva nella camera da letto. Anche il vento, dalla finestra aperta, giungeva ad accarezzare dolcemente Totò che, in giacca blu e pantaloni di flanella chiari, si accingeva davvero ad uscire di scena con l’eleganza che lo aveva sempre contraddistinto.

Solo grazie a una provvidenziale intercessione, dato che era considerato un pubblico peccatore, il 17 aprile, nella Chiesa di Sant’Eugenio alle Belle Arti, ebbe luogo una semplice cerimonia funebre, la benedizione della bara deposta in terra, secondo l’uso riservato ai nobili, sotto la statua di Papa Pacelli. Nel rispetto della sua volontà, le esequie vennero celebrate in assoluta umiltà e silenzio. Nella tarda mattina dello stesso giorno, il suo corpo venne trasportato a Napoli, dove già all’uscita dall’autostrada lo aspettava una folla della più varia umanità per inginocchiarsi e salutarlo al suo passaggio. La cerimonia venne celebrata nella chiesa del Carmine Maggiore, davanti al mare, mentre nella piazzetta, nei vicoli adiacenti, nei quartieri intorno la gente si radunava per accompagnarlo. Non appena il carro funebre arrivò, scaturì un applauso e un Nino Taranto commosso e provato disse: “Totò, Napoli t’ha fatto l’ultimo esaurito”. La salma venne inumata al Cimitero del Pianto, dove tuttora riposa vicino ai genitori, a Massenzio e Liliana Castagnola.

Ma non poteva finire così… Anche il rione Sanità doveva tributare un omaggio anche solo ideale al suo celebre figlio.

Dopo tre mesi cominciarono a circolare per Napoli cartoncini d’invito a un terzo funerale, e uno di questi giunse anche a Liliana e Diana, insieme alla prenotazione in un grande albergo cittadino.

Tutti sapevano che il corpo di Totò riposava al cimitero del Pianto, ma era il gesto in sé che importava. La funzione venne officiata in una chiesa a due passi dalla sua casa natale, San Vincenzo, poi la bara vuota uscì, accolta da un lungo applauso.

“Per la capacità che aveva di farci ridere nonostante tutto meriterebbe di esser fatto santo” ebbe a dire Fellini.

La tomba di Totò è una delle più visitate d’Italia, a lui vengono indirizzati bigliettini che riportano fiduciose preghiere e mani sconosciute portano fiori freschi di continuo. Dopo cinquant’anni la sua grandezza vive ancora in ognuno di noi, nei gesti, nelle parole, nei motti che quotidianamente usiamo e che neanche sappiamo essere stati inventati dal suo genio creativo per quanto ci sembrano proprietà della nostra cultura. Dobbiamo ringraziarlo perché ha creato qualcosa che continua a tenerci compagnia, a insegnarci un educato ma ugualmente irriverente e geniale umorismo. Il tempo è stato galantuomo con lui e non ha sbiadito la sua immagine. Forse, come diceva, chi ha la ventura di essere personaggio vivo, può infischiarsene della morte perché non muore più. Ci piace pensare che se dovesse lui stesso concludere in merito all’argomento della sua dipartita, risponderebbe a modo suo: “Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a Lutto!” (Due cuori tra le belve).

(Estratto per gentile concessione dalla biografia pubblicata sul suo sito ufficiale “Antonio De Curtis, in arte Totò” )